Storia della Guerra della Independenza degli Stati Uniti di America, vol. 3 by Botta, Carlo

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STORIA DELLA GUERRA DELLA INDEPENDENZA DEGLI STATI UNITI DI AMERICA

SCRITTA DA CARLO BOTTA

VOLUME TERZO

MILANO PER ANTONIO FONTANA M.DCCC.XXVII

STORIA DELLA GUERRA AMERICANA

LIBRO OTTAVO

[1777]

Avevano i ministri inglesi già da lungo tempo, siccome abbiam narrato, fatto il disegno di aprirsi la via dal Canadà sino alla Nuova-Jork per mezzo di un esercito, il quale venuto dai laghi sulle rive dell'Hudson si congiungesse nei contorni di Albanìa con tutto, o con una parte di quello, che militava sotto gli ordini del capitano generale Howe. In tal modo sarebbero state separate le province orientali dalle occidentali; il che si credeva, avrebbe dato al certo la vittoria finale della guerra. Imperciocchè le prime, dov'erano i popoli più avversi, oppresse da quella prepotente forza, non avrebbero potuto correre in soccorso delle seconde. Queste poi, quantunque molto lontane dall'Hudson, avrebbero anche dovuto accostarsi alla fortuna del vincitore, sbigottite dall'infelice caso dell'altre, abbondanti di leali, che si sarebbero levati in capo, e fors'anche ingelosite contro la Nuova-Inghilterra per la potenza sua, ed inritrosite, perchè foss'ella stata la principal cagione, per l'ostinazione sua, delle presenti calamità. Che poi quest'impresa non fosse per avere una difficile esecuzione lo dimostrava l'opportunità dei luoghi tutti aperti, se si eccettua un piccol tratto, alla navigazione; ed i Francesi medesimi l'avevano tentata nel corso della precedente guerra. Si era sperato, che già fin nel varcato anno sarebbe stata mandata ad effetto. Ma parte per gli ostacoli incontrati sui laghi, parte per la perversità della stagione, e parte perchè, mentre Carleton procedeva verso Ticonderoga, e per conseguente verso l'Hudson, Howe, in luogo di salir su per questo fiume per incontrarlo, si era volto a ponente, ed osteggiava la Cesarea, la cosa non era riuscita. Ma ora si rinfrescavano vieppiù questi pensieri, e quello che nei precedenti anni era stato solamente una parte del disegno, soggetta anche agli accidenti, era diventato in questo il capo più essenziale e necessario della guerra. Stava tutta la nazione britannica in grandissima aspettazione, e pareva che di altro non si favellasse presso la medesima, che di questa spedizione del Canadà, dalla quale si sperava di breve il totale soggiogamento dell'America. Conciossiachè, o si poteva senza ostacolo la congiunzione dei due eserciti effettuare, ed in tal caso si otteneva di queto l'intento; o per impedirla gli Americani ne sarebbero venuti ad una battaglia giusta, ed in questo caso non si dubitava punto della vittoria. Nè i ministri avevano tralasciato alcuno di quei provvedimenti, che ad una tanta impresa erano creduti necessarj; avendo essi abbondantemente tutte quelle cose somministrate, che i generali medesimi avevano saputo e immaginare e desiderare. Erasi il generale Burgoyne, capitano molto esperto, pratico dei luoghi, ed amantissimo della gloria, recato in Inghilterra nel trascorso inverno, dove, fatte molte consulte coi ministri, aveva con essi, e formato il disegno di questa fazione, e fermato il modo di eseguirla. Questi, presa molta confidenza nell'ingegno suo e nell'ardire, e molta speranza collocando in quell'ardentissimo desiderio, da cui era egli tormentato notte e dì, di far chiaro il nome suo nelle cose della guerra, lo elessero a Capo di tutta la impresa. Nel che ebbero poco rispetto al grado ed ai servigj prestati in questa medesima provincia dal generale Carleton, al quale pareva, spettasse il trarla a fine, poichè già l'aveva incominciata. Era poi anche uomo, al quale bastava, del pari che a qualunque altro, la vista di governarla con prudenza e con valore. De' luoghi ancora era assai pratico, avendovi fatto dimora parecchj anni, ed esercitatovi la guerra. Ma forse erano ai ministri dispiaciute la sua ritirata dalle mura di Ticonderoga, e la ripugnanza, che dimostrato aveva grandissima all'adoperar gl'Indiani in questa guerra. Forse anche la severità sua nell'esercizio del generalato aveva contro di sè concitati gli animi di alcuni uffiziali, che perciò diventarono poco favorevoli rapportatori dell'azioni sue. Burgoyne poi determinatosi ad usar la occasione era venuto in Inghilterra, dove favorito nella Corte, serpentando alle porte dei ministri, essendo presente, promettendo mari e monti, tanto fece e tanto disse, che, messo in disparte Carleton, fu egli eletto generale di tutto l'esercito canadese. Ma il governatore, vedutosi contro l'aspettazione sua privo del comando dell'esercito, e ristretta l'autorità sua nella provincia del Canadà, dimandò licenza di ritornarsene in Inghilterra. Arrivava Burgoyne sul principio del mese di maggio a Quebec, ed incontanente poneva mano a fare con ogni possibile sforzo l'uffizio, che stato gli era commesso. Niuna cosa lasciava intentata per compir gli apparecchiamenti, ch'erano necessarj per fornire con celerità e felicità la impresa. Arrivavano intanto dall'Inghilterra le navi cariche d'armi, di munizioni e di bagaglie in grandissima copia. Carleton con lodevole esempio di temperanza cittadina secondava Burgoyne in tutti quei modi, che meglio poteva e sapeva, usando efficacissimamente e l'autorità che gli dava l'ufficio suo di governatore, e quella che dagli amici ed aderenti suoi, che erano numerosissimi, derivava. L'opera sua riuscì di molta utilità, e già tutte le cose erano in pronto per questa fazione, la quale doveva definire la fortuna di tutta la guerra, e dell'America. Si noveravano nell'esercito burgoniano tra fanti inglesi e lanzi, meglio di settemila soldati di ordinanza, non inclusi quei di artiglieria; cioè circa tremila ottocento Inglesi, ed il rimanente Tedeschi, tutti una bella e buona gente. Gli artiglieri poi sommavano pressochè a cinquecento. A questi debbonsi aggiungere quasi che settecento altri soldati, i quali, sotto gli ordini del colonnello Saint-Leger, erano destinati a fare una correrìa nella contrada dei Moacchi per ivi assaltare ed insignorirsi del Forte Stanwix, altrimenti detto il Forte Schuyler. Questi si componevano di alcune compagnie di stanziali inglesi con alcune reclute jorchesi, pochi corridori di Anhalt e qualche banda di Canadesi ed Indiani. Al principal nervo delle genti di Burgoyne erano, secondo il disegno dei ministri e del generale medesimo, per accostarsi due migliaia di Canadesi, parte combattenti, e parte spianatori, pallaiuoli, e marraiuoli, dei quali si prevedeva, si avrebbe, per racconciar le strade, grandissimo bisogno. Seguiva una numerosa banda di navicellai per governar le navi sui laghi e sull'Hudson. Oltre i Canadesi che seguitar dovevano l'esercito, fu fatta la chiamata a molti altri, acciocchè corressero la contrada, e tenessero i posti mezzani tra l'esercito, che procedeva verso l'Hudson, ed il presidio, che si lasciava nel Canadà, il quale sommava, inclusi i fuorusciti montanari, a meglio di tre migliaia di soldati. Era questo necessario per intraprendere la comunicazione tra il nemico, ed i mal'affetti nel Canadà, per raffrenare i disertori, per tramandar le novelle e gli ordini prontamente, ed in ogni modo per tenere i paesi alle spalle sgombri e sicuri. Nè qui si ristettero le richieste fatte ai Canadesi. Molti ancora furon fatti venire per rassettar le fortificazioni del fiume Sorel, i porti Chambly e San Giovanni, e l'Isola delle Noci. Fu finalmente fatta tra i medesimi popoli un'accolta di saccardi per condur all'esercito le vettovaglie, le armi, le munizioni sì da bocca che da guerra, e tutti gli arnesi creduti alla fazione necessarj. Tra questi non teneva l'ultimo luogo una grossa quantità di abiti militari da fornirsi a quei leali, i quali, non si dubitava, sarebbero venuti col favore della vittoria a congiungersi coi soldati regj. Ma si credette anco, che allo stabilimento delle cose del Re importassero molto gli aiuti degl'Indiani; e perciò aveva il governo ordinato a Carleton, che facesse ogni sforzo, ed ogni arte usasse per raccozzarne il numero di un migliaio, ed anche più, se si fossero potuti ottenere. Egli, quantunque per l'umanità sua, che difficilmente poteva tollerare la crudeltà loro, ed ancora perchè aveva per isperienza trovato, che nelle guerre giuste ed ordinate, come questa era, doveva l'opera loro più dannosa riuscire che utile, tuttavia si era con ogni possibile diligenza adoperato per sollevar quei barbari, e fargli correre all'armi sotto le bandiere inglesi. Nel che fece grandissimo frutto; conciossiachè o ciò procedesse dall'autorità sua, la quale invero era grande presso quelle nazioni, o dalla sete del sangue, o dal desiderio della preda, o dalla leccornìa dei presenti inglesi, concorrevano a stormo, e talmente si affoltarono, che i capitani britannici temettero, dessero piuttosto impedimento, che novella forza all'esercito. Perciò furono costretti a dar licenza a coloro, i quali, o meno atti parevano alla guerra, o più crudeli, o meno disciplinabili. Il fornimento delle artiglierie era eccellentissimo, e tale, che forse mai altro esercito eguale a questo ne trainò altrettante, nè meglio instrutte, nè più acconciamente governate da pratichi artiglieri. Si credette un tanto corredo di somiglianti armi molto necessario per poter isbaragliare di leggieri un nemico indisciplinato alla campagna, o per isloggiarlo dai luoghi forti e difficili. I generali, che accompagnavano Burgoyne alla fazione, erano tutti delle cose militari intendentissimi, e da ogni parte uomini di guerra compiutissimi. Tra questi tenevano il primo luogo il generale di artiglieria Philipps, che si aveva acquistato buon nome nelle guerre di Germania, i brigadieri generali Frazer, Powel, e Hamilton, il maggior-generale Reidesel brunswicchese, ed il brigadier-generale Specht. Tutto l'esercito poi in un coi capitani era pieno di ardire e di speranza. Già si promettevano nella mente loro la vittoria certa e la conquista dell'America.

Essendo adunque ogni cosa in concio, e tutte le genti, sì proprie che ausiliarie, arrivate, andò Burgoyne a por gli alloggiamenti presso il fiume Bouquet sulla occidentale riva del lago Champlain, poco distante a tramontana da Crown-point. Quivi sendo vicino il tempo di dar principio alle ostilità, e temendo egli molto della barbarie indiana, la quale, oltre il disonore che ne nasceva alle armi britanniche, poteva grandemente nuocere all'esito di tutta l'impresa, si deliberò di raunare questi Barbari a parlamento, e giusta un costume loro, di far quello ch'essi chiamano _il banchetto della guerra_. In questa circostanza favellò ai convitati molto gravemente, e con accomodate parole, affine di eccitar l'ardor loro nella comune causa, e nel medesimo tempo di por un freno alle crudeli voglie. Per questo molto s'affaticò nel metter sotto gli occhi loro la differenza che passa tra una guerra che si fa contro un comune nemico, nella quale tutta la contrada ed i popoli sono, e debbonsi nemici riputare, e quella che di presente si esercitava, in cui i fedeli coi ribelli, i traditori cogli amici tramescolati si ritrovavano. Raccomandava loro, e severissimamente comandava, non istessero ad uccider altri, se non coloro, che armati e contrastanti incontrassero; alle donne, ai vecchi, ai fanciulli, ai prigionieri perdonassero. Soprattutto contro di questi non usassero, nè lo scarpello, nè l'ascia, neanco nel calore delle mischie. Solo gli adoperassero contro i cadaveri di coloro, che morti avessero nelle giuste battaglie; si guardassero bene sotto niun pretesto, colore o sotterfugio di non iscarpellare i feriti, e nemmeno i moribondi, e molto manco ancora di non uccidergli a fine di eludere la proibizione. Metteva finalmente a prezzo ciascun prigioniero, che vivo gli conducessero davanti, e minacciava le più aspre pene contro coloro che i viventi scotennato avessero.

Mentre dall'un de' lati Burgoyne cercava di mansuefare la naturale ferocia dei Barbari, da un altro si affaticava colle minacce di questa d'intimorire i popoli, ed alla soggezione disporgli. Mandò egli a questo fine un bando dal suo campo di Putnam-Creek, dato addì 29 giugno, nel quale molto magnificava le forze degli eserciti e delle armate britanniche, che da ogni parte dovevano l'America attorniare e correre; con parole molto gravi, e con colori assai vivi dipingeva le enormità commesse dai Capi della ribellione, siccome pure l'infelice condizione, alla quale era ridotta l'America per opera loro. Rammentava le arbitrarie incarcerazioni ed i tormenti fatti sperimentar a coloro, che fedeli si erano dimostrati al Re ed alla patria loro; andava spaziandosi col descrivere la tirannide esercitata dalle assemblee e dai Consiglj contro i quieti sudditi, senza distinzione di età e di sesso, perch'erano essi, o forse perchè solo si sospettava che fossero a quel governo aderenti, sotto il quale erano nati, e tanto tempo vissuti, ed al quale erano da ogni legge divina ed umana obbligati. Ricordava, che si era fatto violenza alle coscienze coll'aver forzato ai giuramenti, od all'armi coloro, che le inudite usurpazioni detestavano. Proseguiva con dire, che veniva con un fiorito e potente esercito da parte del Re per por fine a tante enormità; che invitava i buoni a congiungersi seco lui per ristorar l'autorità delle leggi; che i casalinghi, gli industriosi, gl'infermi protetti avrebbe, purchè continuassero a starsene quieti, ed i bestiami, le biade, e qualunque spezie di foraggi rimossi non avessero dai luoghi loro, o rotto i ponti, o guaste le strade, e nessun'altra dimostrazione nimichevole fatto avessero; che fornissero il campo di ogni sorta di viveri, i quali a contanti sarebbero stati a giusti prezzi pagati. Denunziava finalmente una terribil guerra a tutti quelli, che, con menti caparbie ed indurate, nella ribellione continuato avessero; minacciando loro, che la giustizia e la vendetta gli attendevano in sul campo, accompagnate dalla devastazione, dalla fame, e da tutti quegli orrori, che sogliono loro tener dietro. Gli ammoniva in ultimo, non isperassero di trovare scampo per la lontananza, o nei nascondiglj; perciocchè solo, che rallentasse il freno agl'Indiani, che a migliaia (magnificando il numero loro per ispaventare) lo seguitavano, avrebbero essi razzolato in tutti i canti, e, trovatigli, a condegno gastigo tratti i nemici della Gran-Brettagna e dell'America.

Questo bando, il quale era poco degno del capitano di una polita nazione, fu molto, e molto meritevolmente, non che nelle due Camere del Parlamento, ed in tutta l'Inghilterra biasimato, ma in tutta l'Europa da tutti gli uomini temperati e generosi. Nè vale il dire, siccome si scusò Burgoyne, che l'avesse fatto per isbigottire, e non per eseguirlo. Imperciocchè colle armi esercitate secondo l'usanza delle nazioni civili, e non colle minacce dei Barbari si debbono i nemici intimorire. Senza di che le soldatesche, e massimamente gl'Indiani, erano pur troppo già di per sè stessi inclinati al sacco ed al sangue, e ad intender daddovvero quello, che forse per finta e per arte annunziava il capitano. Male si può scherzare con questa sorta di gente, e la materia stessa non era da burla. Checchè di ciò ne sia, operò il bando un effetto tutto contrario a quello che l'autor suo ne aspettava. Quell'ardita generazione di uomini, e molto latina di bocca, che abitano la Nuova-Inghilterra, non che non ne impaurissero, se ne trastullavano, ed incontrandosi per le compagnevoli brigate, andavan dimandando l'un l'altro le novelle di quel ventoso intronamento, come lo chiamavano, e di quelle vesciche che venuto era a vendere in America l'ampolloso capitano della Gran-Brettagna.

Gittati Burgoyne questi fondamenti alle cose sue, dopo d'aver soprastato alcuni giorni a Crown-point per ordinarvi e riempirvi i magazzini, per fondarvi gli ospedali, e per altri servigj farvi, necessarj all'esercizio della guerra, procedeva con tutte le sue genti alla volta di Ticonderoga. L'ala dritta marciava sulla riva occidentale del lago, la sinistra sull'orientale, e la battaglia era trasportata sulle navi per le acque del lago medesimo. La presa di quella Fortezza, senza la quale non si poteva a patto nessuno passare più oltre, era la prima fazione che si proponeva di fare l'esercito reale. Era il luogo assai forte per natura e per arte, e si aveva ancora la memoria dell'infelice assalto datogli nel 1758 dalle genti britanniche contro le francesi, che vi erano dentro. Ma parte per levarsi dal viso quella macchia, parte perchè tal era l'ardire del presente esercito di Burgoyne, che ogni più difficile impresa, piana e facile riputava, credeva di doverne fra brevissimo tempo riportar la vittoria. Giungevano sotto le mura di Ticonderoga il dì delle calende di luglio. Nel medesimo tempo quella squadra spedita, che abbiam detto dover correre il paese dei Moacchi, condotta da Giovanni Johnson, e dal colonnello Saint-Leger si moveva da Oswego, per andar ad osteggiare il Forte Stanwix. Il quale acquistato, s'intendeva, dovesse recarsi a campo tra questo medesimo Forte e quello d'Edoardo, posto sulle rive dell'Hudson, a fine di tagliare il ritorno alla guernigione di Ticonderoga, ed ivi congiungersi col grosso dell'esercito.

L'esercito americano, al quale era commessa la cura di contrastar il passo alle genti del Re, e difendere Ticonderoga, era troppo più debole, che non si conveniva ad un tanto bisogno; che anzi era stato sì stremo di soldati durante l'inverno, che si temette, non gl'Inglesi non se ne impadronissero per una battaglia di mano. Giunta la primavera, e spesseggiando ogni dì più gli avvisi, che l'esercito nemico si avvicinava, faceva il generale Schuyler, al quale aveva testè il congresso dato il comando di tutte queste genti, ogni sforzo, ed ogni arte usava per fare accolta di nuove. Desiderava egli, e sperava di raccorre un novero almeno di dieci migliaia, il quale era necessario per l'opportuna difesa di tutti quei luoghi. Ma la bisogna dello arrolare procedeva molto lentamente. Ripugnavano in questo tempo i popoli grandemente a condursi sotto le insegne, sia per una naturale freddezza, sia perchè, o per arte degl'Inglesi, o per credenza dei capitani americani si era divulgata la opinione, che l'esercito del Re non dovesse già fare la fazione di Ticonderoga, ma sibbene che imbarcatosi pel San Lorenzo, e quindi viaggiando per mare, fosse per andar a congiungersi con quello del generale Howe. Per le quali cagioni, allorquando le genti del Re apparvero improvvisamente sotto le mura di Ticonderoga, se quelle di Schuyler arrivavano, certamente non passavano il novero di cinque migliaia, incluse quelle che si trovavano dentro la Fortezza, le quali sommavano ad un dipresso a tre migliaia, numero poco sufficiente a difendere un sì gran circuito di mura, e tante pendici.

Siede Ticonderoga sulla riva occidentale di quell'emissario, pel quale le acque del lago Giorgio scorrono in quello di Champlain. Quest'emissario è lungo da dodici miglia, ed alla sua bocca inferiore verso il Champlain è posta appunto la Fortezza di Crown-point. Ticonderoga è fondata sopra una punta di terra, la quale da tre parti è circondata dalle acque, le sponde delle quali sono alpestri e dirupate. La parte a maestro, la quale sarebbe aperta, ha per difesa una profonda palude, e le fortificazioni già fatte construrre dai Francesi. Gli Americani avevano questo fianco assicurato con nuove fortificazioni. Istessamente sulla sinistra un po' più in su verso il lago Giorgio nel luogo dov'erano i mulini da segare, fatto avevano nuovi bastioni, siccome pure sulla dritta un po' più in giù verso il lago Champlain. Dall'altra parte dell'emissario, cioè sulla riva orientale di lui, e di rincontro a Ticonderoga havvi un poggio, che gli Americani chiamarono col nome di monte Independenza. Molto diligentemente lo affortificarono, e munirono con grosse artiglierie. In cima al poggio, dov'era una piccola pianura, construssero un Forte stellato, e sui fianchi grosse trincee e ripari, perchè stessero a sopraccapo, e difendessero quelle fatte a riva l'acqua. E perchè la comunicazione tra Ticonderoga ed il monte Independenza fosse libera ed aperta, avevano gli Americani edificato un ponte sull'emissario, opera di molta fatica ed industria. Consisteva esso in ventidue grosse travi conficcate profondamente nel letto dell'acqua, le quali servivano di pile. I tramezzi poi erano fatti di grosse assi fortemente tra di loro e colle pile collegate con catene, ed enormi aguti ribaditi. Ma siccome il nemico, che abbondava di navilio, poteva facilmente venire contro il ponte e romperlo, così avevano essi ficcati nel fondo da una riva all'altra dell'emissario davanti, o sia sotto il ponte, alcuni aguzzi stecconi uniti insieme con barre di ferro riconficcate, e con grosse catene. In tal modo non solo era aperta la via tra l'un Forte e l'altro sulle due rive dell'emissario, ma ancora l'adito affatto chiuso da tramontana a ostro. Quella parte dell'emissario ch'è sotto Ticonderoga, ed è il capo del lago Champlain, si allarga molto, e diventa capace di grosse navi, ma l'altra parte, ch'è sopra la Fortezza, ed è la coda del lago Giorgio, è molto stretta e difficile pei gorghi e le cadute. Ma sotto le mura di Ticonderoga viene a congiungersi con esso lui sulla sua destra riva un altro fiume, o piuttosto fiumana, che chiamano in questo luogo Southriver, e più in su, come già abbiamo detto in uno dei precedenti libri, Wood-creek. Tutte queste acque congiunte insieme formano una specie di lago a ostro del ponte sopraddetto, e la punta di terra che si comprende tra le medesime chiamano, essendo essa elevata a guisa di monte. Sugar's-hill. La chiamavano altre volte Mount-Defiance, o sia monte Diffidenza. Questo monte signoreggia del tutto Ticonderoga, dimodochè chi ne fosse padrone, e vi conducesse in cima le artiglierie, potrebbe battere e rovinar a posta sua la Fortezza. Di ciò si erano benissimo avvisati gli Americani, e fattovi su una diligente consulta. Ma considerato, che di già troppo erano deboli per guardare le altre fortificazioni, si rimasero dall'occupare e fortificar questo monte. Speravano altresì, che la difficoltà della salita, ch'era grandissima, in un colla asprezza ed ineguaglianza della cima avrebbero trattenuto il nemico dal voler tentar di montarvi, ed impeditolo soprattutto di trarre fin là su le artiglierie.

Era il generale Saint-Clair preposto alla custodia della Fortezza di Ticonderoga con un presidio di tremila soldati, dei quali un terzo erano milizie delle province settentrionali. Ma mancavasi di molte cose necessarie alla difesa, soprattutto di armi, particolarmente di baionette tanto necessarie per ributtar il nemico, che tentasse di salire sulle mura. Essendo comparsa l'ala dritta dell'esercito britannico condotta da Philipps ai due di luglio sul fianco sinistro della Fortezza, Saint-Clair, o perchè fosse egli stesso troppo debole per difender tutte le pendici, o che credesse il nemico meno forte di quello ch'egli era veramente, fe' votare tutti quei ripari, che si erano fatti sulle rive dell'emissario del lago Giorgio sopra Ticonderoga. Il che eseguirono i suoi prestamente, non senza però aver prima guasto ed arso ogni cosa, e massimamente i mulini da segare. Philipps, usando la occasione, s'impadronì, senza che gli assediati alcun motivo facessero per disturbarnelo, di un posto di molto momento chiamato il Mount-Hope, o monte Speranza, dal quale non solo signoreggiava da sopraccapo le fortificazioni loro, ma ancora tagliava loro affatto la via da Ticonderoga al lago Giorgio. Occupato il monte Speranza, tutta quella schiera inglese, ch'era passata sulla riva occidentale del Champlain, si distese da quel monte a questo lago, di maniera che tutto il fianco della Fortezza, che guarda verso maestro, era investito, e la via serrata per la parte di terra. La schiera tedesca guidata da Reidesel, la quale aveva camminato sulla riva orientale del lago, era giunta anch'essa sotto le mura della Fortezza, e stava alloggiata a Three-Mile's-point distendendosi dalla riva del lago, ed essendo attelata dietro il monte Independenza sino all'East-creek. Di là poteva essa facilmente, procedendo più avanti, occupare quello spazio di terra, ch'è frapposto tra l'East-creek ed il South-river, o sia il Wood-creek; ed in tal modo serrare affatto il passo agli Americani sulla destra riva del Wood-creek medesimo, per la quale si ha la via a Skeenesborough. Ma il posto di maggior importanza da pigliarsi dagl'Inglesi quello era del monte Diffidenza, il quale sta a ridosso, e signoreggia tutta la Fortezza. E certo era, che, occupato questo e condottevi le artiglierie, la guernigione doveva o votar precipitosamente la Fortezza, o venirne ai patti. Fu il monte Diffidenza attentamente esplorato dai generali inglesi, i quali vennero in isperanza, sebbene credessero ciò non potersi senza molta fatica e difficoltà eseguire, di potervi salire e piantarvi in cima le artiglierie. Dal detto al fatto si misero all'opera, e con tanto studio lavorarono nello sterrare e spianare, che il giorno cinque era fatta la via e montati i cannoni, di maniera che all'indomani si poteva dar la batteria. Il presidio non s'ardì mai di saltar fuori per noiar gli assedianti nell'opere loro, ed impedire o almeno ritardare i lavori dell'oppugnazione. Trovavansi adunque in grandissimo pericolo di avere di corto chiuse tutte le strade alla ritirata. S'accorgevano benissimo, che, perduto il monte Diffidenza, Ticonderoga non aveva più rimedio; e che non potevano sperare di far una breve, non che una lunga resistenza. L'unica via allo scampo, che rimaneva loro, era lo stretto passo tra l'East-creek ed il Wood-creek, che Reidesel poteva chiudere ad ogni momento. In questo stato di cose Saint-Clair, chiamati a Dieta i Capi del presidio, ed esposto loro il vicino pericolo che correvano, i progressi fatti dal nemico, e l'imminente chiusura da tutte le parti, richiedevagli, se paresse loro bene, si votasse tostamente la Fortezza. Tutti opinarono del sì. Nessuno non potrà negare, che questa deliberazione della Dieta militare di Ticonderoga non sia stata necessaria; poichè oltre i progressi fatti dal nemico nella circonvallazione, il presidio era sì debole, che non poteva difendere la metà delle fortificazioni, e sarebbe stato fra breve tempo totalmente dall'incomportabile fatica oppresso. Rimanendo si perdeva e la Fortezza ed il presidio; partendo, quella si perdeva solamente, e questo si poteva condurre a salvamento. Sapeva ancora Saint-Clair, che Schuyler, il quale si trovava a quei dì al Forte Edoardo, non aveva forze sufficienti da difendere sè, non che da poter soccorrer gli altri. Ma quello, del che non si è mai addotto, nè che presso nessuno ha trovato scusa, si è, che giacchè i generali americani conoscevano sè stessi impotenti a difender la Fortezza, non l'abbiano più tostamente, e nel buon dì abbandonata. La qual cosa, se avessero eseguita, e la ritirata sarebbe stata sicura, e le bagaglie, le munizioni e le armi avrebbero potuto tutte trasportarsi in salvo. Che se poi erano essi ingannati intorno la forza del nemico esercito, e molto più debole lo riputavano di quello ch'era, ciò dimostrerebbe pure una imperizia nell'arte della guerra, che non si potrebbe abbastanza biasimare.

Ma tornando al filo della storia, i Capi americani, fatta la risoluzione, si fecero ad eseguirla. La notte dei cinque si mettevano all'impresa. Saint-Clair guidava l'antiguardo, il colonnello Francis il retroguardo. Ordinavano ai soldati, procedessero con grandissimo silenzio, e portassero seco panatica da logorare per otto giorni. Imbarcaronsi a molta fretta su dugento battelli, che stavano apparecchiati, e su cinque bastarde tutti i soldati invalidi, le suppellettili dell'ospedale, e di munizioni e d'artiglierie tutte quelle che per la brevità del tempo fu permesso; le rimanenti si guastarono, o chiodarono. Montò sulle navi per guardia il colonnello Long col suo reggimento ed alcuni soldati scelti. Allo stendare si spegnevano i lumi. Queste cose si facevano con grand'ordine dentro Ticonderoga, non senza qualche confusione al monte Independenza. Si passava parola, andassesi a far la massa generale a Skeenesborough, le navi procedendo pel Wood-creek, la gente da terra per la via di Casteltown sulla destra riva di quella fiumana. Usciva alle due della mattina da Ticonderoga Saint-Clair, seguivalo alle quattro Francis. Gl'Inglesi non si addavano, ed ogni cosa procedeva prosperamente. Ma in questo mezzo tempo il fuoco appiccato ad una casa sul monte Independenza subitamente rischiarò l'aria all'intorno. Ciò diè avviso al nemico, e gli discoperse tutto quello che succedeva. Gli Americani, conosciuta la cosa, si sgomentarono e disordinarono. Procedettero ciò nondimeno, sebbene all'inviluppata, sino ad Hubbardton, dove fecero alto per pigliar riposo, e raccorre gli smarriti. Ma intanto gli Inglesi non istavano a bada. Frazer coi soldati leggieri, i granatieri ed alcune altre compagnie di corridori gli seguitava per terra, prendendo il cammino sulla destra della fiumana. Veniva dietro velocemente co' suoi Brunswicchesi Reidesel, sia per riunirsi con Frazer, sia per operar da sè secondo le occasioni. Burgoyne si determinò di far il perseguito in persona per la via del fiume. Ma per poter ciò fare era mestieri disfar prima lo stecconato, e poscia il ponte che avevano gli Americani construtto davanti Ticonderoga. Posero tosto i marinari ed i guastatori inglesi la mano all'opera, ed in men che non si potrebbe credere, questi congegnamenti, che tanta spesa e tanta fatica costato avevano, furono distrutti. Entrarono adunque le navi di Burgoyne, e con grandissima rattezza procedettero pel Wood-creek in cerca del nemico. Non si sostava nè per la via di terra, nè per quella dell'acqua. Alle tre dopo mezzodì l'antiguardo inglese composto delle navi più leste arrivò poco distante dalle cascate di Skeenesborough, ed attaccò la battaglia colle bastarde americane. In questo mezzo tre reggimenti furon posti a terra nel South-bay, che è il sinistro ramo del Wood-creek, acciò, valicata una montagna con molta celerità, riuscissero alle spalle del nemico superiormente in sul Wood-creek medesimo, distruggessero le fortificazioni di Skeenesborough, e gli tagliassero in tal modo la strada verso il Forte Anna. Ma gli Americani, fuggendo a rotta, prevennero il disegno. Sopraggiunte poi le fregate inglesi sopraffecero le bastarde nemiche, le quali già a mala pena potevano dalle navi sottili difendersi. Due si arrendettero, tre arsero. Si disperarono gli Americani. Posto fuoco ai Forti, ai mulini, ai battelli, e guastato ciò che ardere non potevano, fuggirono alla spezzata, e precipitosamente pel Wood-creek, ricoverandosi al Forte Anna. Gravissima fu la perdita loro; conciossiachè i battelli fossero carichi di bagaglie e di munizioni troppo necessarie al sostentamento loro, od all'esercizio della guerra.

Nè migliore era la condizione di quelle genti, che si ritiravano per la via di terra. Era la vanguardia condotta da Saint-Clair pervenuta a Casteltown, distante a trenta miglia da Ticonderoga, e a dodici da Skeenesborough; la dietroguardia, sotto gli ordini dei colonnelli Warner e Francis, s'era fermata la notte de' sei in Hubbardton a sei miglia più sotto di Casteltown verso Ticonderoga. Alle cinque della mattina dei sette arrivavano a furia le genti inglesi condotte da Frazer. Occupavano gli Americani un forte luogo, e facevano sembiante di volersi difendere. Frazer, ancora che inferiore di forze, e confidatosi molto nel valore de' suoi, sperando fosse vicino il soccorso di Reidesel, e temendo, se indugiasse, si difilassero gl'inimici, non esitò punto a dar dentro. La battaglia fu lunga e sanguinosa. Gli Americani condotti e confortati da Capi valorosi menavano le mani aspramente. Gl'Inglesi combattevano anch'essi con molta ostinazione. Vi furono molte inondazioni dal cacciar degli uni, e dal rincacciar degli altri. Gl'Inglesi incominciavano a balenare, e si disordinavano. Ma i Capi di nuovo gli rannodavano. Davan mano alle baionette, e con molta foga si avventavano contro gli Americani. Questi cominciavano a rompersi. In questo forte punto sopraggiungeva Reidesel colla testa della sua colonna composta di corridori e d'alcuni granatieri. Senza metter tempo in mezzo gli conduceva alla battaglia. Gli Americani sopraffatti dal numero si diedero da ogni parte alla fuga, abbandonando Francis, il quale combattendo valorosamente morì. Lasciarono sul campo dugento soldati uccisi con molti uffiziali. I prigionieri furono altrettanti o più, tra i quali il colonnello Hale. Si credette, i feriti aver sommato a ben seicento, tra i quali molti miserabilmente perirono nelle selve privi di ogni soccorso. Dei regj morirono o furono feriti meglio che cento ottanta. Avute Saint-Clair le novelle della rotta del Warner, e sentiti anche da un uffiziale delle bastarde, arrivato in quel punto, i disastri di Skeenesborough, temendo, non gli fosse tagliato il ritorno al Forte Anna, si voltò con gran rattezza a sinistra, inselvandosi; incerto, se dovesse ripararsi nella Nuova-Inghilterra e ne' luoghi superiori del Connecticut, od al Forte Edoardo. Ma raccozzatosi due giorni dopo a Manchester colle restanti genti di Warner, e raccolti i fuggiaschi s'incamminò al Forte Edoardo per ivi congiungersi col generale Schuyler.

Mentre queste cose si facevano sulla sinistra, i capitani inglesi determinavano di cacciar gli Americani dal Forte Anna, posto più in su verso le fonti del Wood-creek. Vi mandarono a questo fine il colonnello Hill da Skeenesborough, e per aiutarlo nella sua mossa faticarono con ogni industria di far passare i battelli sopra le cascate di Skeenesborough, affine di poter assalire il Forte anche per la via dell'acqua. Sentendo poi che gli Americani vi stavano dentro molto grossi, mandarono in soccorso dell'Hill il brigadier Powell con due reggimenti. Il colonnello americano Long, scampato dall'eccidio delle navi con molti de' suoi, comandava al presidio del Forte Anna. Avuto lingua, che i nemici s'approssimavano, saltò fuori e corse molto gagliardo contro gl'Inglesi. Si difendevano questi animosamente. Già gli Americani gli accerchiavano. In tanto pericolo Hill ordinava a' suoi, pigliassero tosto un luogo più forte. La qual cosa eseguirono in mezzo gli spessi e forti assalti dei repubblicani con molto ordine e coraggio. Sostenevano la carica con mirabile costanza; gli Americani instavano ferocemente. Il conflitto durava già ben due ore, e pendeva incerta la vittoria. Ma gli Americani udivano in questo punto le grida terribili dei Barbari, che si avvicinavano; e saputo altresì, che già erano vicine le schiere di Powell, abbandonatisi, si ritirarono al Forte Anna. Nè qui credendosi sicuri, arsa prima e distrutta ogni cosa, si ricoverarono al Forte Edoardo, posto sul fiume del Nort. Già si trovava in questo luogo Schuyler, ed il giorno dodici vi arrivò Saint-Clair colle reliquie del presidio di Ticonderoga. Nè si potrebbero sì di leggieri descrivere le fatiche e gli stenti, ch'ebbero queste genti a sopportare per la mancanza delle provvisioni e delle vestimenta, e pei tempi avversi nel cammin loro da Casteltown sino al Forte Edoardo. Quivi dopo l'arrivo di Long e del Saint-Clair, siccome dei fuggiaschi, che arrivavano alla spezzata, sommavano le genti americane a poco più di quattromila soldati, incluse le milizie. Difettavano di ogni bisognevole, e ancor più di coraggio, sconfortate dalle recenti sconfitte. Perdettero gli Americani in tutte le descritte fazioni cento vent'otto pezzi di artiglierie con una quantità maravigliosa di munizioni da bocca e da guerra, e particolarmente di farine, che furon trovate in Ticonderoga e nel monte Independenza. Tutta la contrada all'intorno poi si era grandemente impaurita a tante disgrazie, e gli uomini cercavano generalmente piuttosto di provvedere alla propria sicurezza, che non a correre in ajuto della pericolante patria.

In così grave frangente Schuyler non ometteva nissuna di quelle diligenze, che ad un buon capitano, e ad un ottimo cittadino si appartenevano. Già si era, quando il nemico s'ingrossava a Skeenesborough, ingegnato d'interrompere con ogni sorta d'impedimenti la navigazione del Wood-creek da quel luogo sino al Forte Anna, dove cessa il medesimo di esser navigabile. Dal Forte Arma poi sino a quel d'Edoardo (distanza non maggiore di sedici miglia), la contrada è di per sè stessa orribilmente aspra, deserta e selvaggia; il suolo rotto ed ineguale tramezzato da spessi torrenti, e da profonde e larghe paludi. Non mancava Schuyler di render per arte ancor più difficile al nemico quel passaggio, che la natura stessa pareva aver voluto con ogni maniera di più gravi ostacoli proibire. Faceva tagliate, guastava i sentieri, rompeva i ponti, atterrava spessi alberi e grossi, e gli collocava di lungo e di traverso coi rami intralciati qua e là nei luoghi di passo, sicchè quella solitudine già di per sè stessa tanto orrida, era diventata pressochè impenetrabile. Nè qui si ristava l'industria del generale americano. Faceva sgomberare a luoghi più lontani il bestiame, e dal Forte Giorgio trasportar all'Edoardo a molta fretta le munizioni e le bagaglie, delle quali le sue genti sì fattamente abbisognavano, ed acciò non venissero in mano del nemico. Instava poscia caldamente, perchè si mandassero a congiungersi con lui tutti i reggimenti di stanziali, che nelle vicine province si ritrovavano; e faceva spesse e forti chiamate alle bande paesane della Nuova-Inghilterra, e della Nuova-Jork. Nelle vicinanze poi del Forte Edoardo e della città di Albanìa nulla lasciava d'intentato per far genti; nel che faceva molto frutto, avendo egli presso quei popoli grandissima dependenza. Finalmente per ritardar il nemico pensava di dargli gelosia sul suo fianco sinistro; e perciò mandò il colonnello Warner col suo reggimento ad alloggiar nello Stato di Vermont, comandandogli, facesse correrìe verso Ticonderoga, e raccogliesse le milizie del paese. Brevemente attese Schuyler per ogni verso ad attraversar il cammino all'inimico, ed a difficultargli l'impresa.

Mentre in tal modo si travagliava dalla parte degli Americani, per tenere il nemico ai passi in su quei luoghi aspri e selvaggi, si arrestava Burgoyne a Skeenesborough, sia per la difficoltà dei luoghi, sia per aspettare giungessero le tende, le bagaglie, le artiglierie e le vettovaglie cotanto necessarie, prima d'ingolfarsi in quelle catapecchie disabitate. A questo tempo erano i Burgoniani talmente ordinati, che la dritta occupava i poggi di Skeenesborough, avendo sull'estremità dell'ala le genti d'armi del Reidesel, la sinistra composta di Brunswicchesi alloggiava sulla riviera di Casteltown, la brigata di Frazer formava la battaglia tra l'una e l'altr'ala. Il reggimento degli Essiani di Hanau stanziava alla testa dell'East-creek per proteggere contro le correrìe del Warner il campo di Casteltown, ed i battelli sul Wood-creek. Si lavorava intanto indefessamente a tor via gli ostacoli su di questa fiumana, e così ancora delle strade per al Forte Anna. L'intendimento di Burgoyne era, che il grosso dell'esercito, traversata la solitudine del Forte Anna, si recasse al Forte Edoardo, mentre un'altra banda da Ticonderoga, presa la via del lago Giorgio, ed impadronitasi del Forte di questo nome, ch'è piantato all'estremità superiore di quello, venisse ad accozzarsi al Forte Edoardo. Acquistato il Forte Giorgio, gli arnesi da guerra e le munizioni dovevano condursi per la via del lago di questo nome, essendovi la navigazione più facile e più spedita, che per il Wood-creek, ed avendovi una carreggiata dal Forte medesimo sino a quello d'Edoardo. Così si travagliava da ambe le parti, gl'Inglesi credendosi sicuri della vittoria, gli Americani con poca speranza di migliorar fortuna.

La vittoria di Ticonderoga, ed i seguenti prosperi successi di Burgoyne, siccome riempirono di stupore e di spavento le province americane, così a somma allegrezza commossero generalmente i popoli della Gran-Brettagna. Delle quali cose, come prima vi si ebbe notizia, se ne fecero grandi feste e rallegramenti in Corte, ed appo tutti coloro, che la illimitata soggezione dell'America desideravano. Già tutti formavano tra sè altissimi concetti, e credevano la vittoria certa, il fine della guerra vicino. Riputavasi, esser cosa impossibile, gli Americani si riavessero, non solo per le gravi perdite d'uomini, d'armi e di munizioni, che fatte avevano, ma eziandio per quelle del coraggio e della riputazione, che nelle guerre altrettanto giovano, e forse più delle armi stesse. Quindi le antiche note di codardìa si rinnovellavano dai nemici loro; ed i parziali stessi molto rimettevano della estimazione loro verso i coloni. Poco mancava, non gli sentenziassero indegni di difendere quella libertà, della quale tanto si gloriavano. I ministri si facevano belli de' lieti eventi, ed andavano empiendosene la bocca per tutta la Corte. Tutti gli lodavano; chiamavasi la loro ostinazione, costanza; i disegni, che temerarj parevano, ora pieni di prudenza stati essere stimavansi; e la pertinacia loro a non volere dar udienza a nissuna proposta di composizione, avvisavasi essere stata lodevole gelosia degl'interessi del regno. Essendo stati i consiglj guerreschi dei ministri favoriti da successi tanto felici, anche la maggior parte di coloro ch'erano fin là stati autori di concordia, spiegavano tutte le vele al vento sì prospero della fortuna, e parevano desiderar meglio la sottomessione, che l'accordo.

Ma in America la perdita dei laghi e di quella Fortezza, che si riputavano le sicure chiavi degli Stati Uniti, fu tenuta altrettanto più grave, ch'ella era inaspettata; poichè i popoli universalmente, il congresso, ed il generale Washington medesimo si erano dati a credere, che l'esercito britannico del Canadà fosse più debole, e quello di Schuyler più gagliardo di quello ch'erano veramente. Avvisavano massimamente, che col presidio lasciato in Ticonderoga, quella Fortezza fosse posta in sicuro stato. S'incominciò a lacerar la fama degli uffiziali dell'esercito del Nort, ma soprattutto di Saint-Clair. Lo stesso Schuyler, esperto capitano però e cittadino integerrimo, il quale, se già da lungo tempo serviva, da lungo tempo ancora non gradiva, non andò esente dalle maldicenze. Quelle lingue serpentine, massimamente della Nuova-Inghilterra, che come amico ai Jorchesi non lo amavano, lo laceravano aspramente. Il congresso per onor delle armi sue, e per soddisfar ai popoli decretò, si ricercasse la condotta degli uffiziali, e si mandassero loro incontanente gli scambj. Fatta la ricerca, furono assoluti; gli scambj sospesi per intercessione di Washington. Ma una cosa, che dee far non poca maraviglia, questa si è, che in tanta malvagità della fortuna, nissuna inclinazione si manifestasse tra gli Americani per calare agli accordi. Nissun maestrato nicchiò; fra i particolari nissuno, o pochi, e questi la maggior parte persone rigattate, e uomini di scarriera.

Intanto il congresso temendo, che le infauste novelle, arrivate che fossero in Europa, nuocessero a quelle pratiche, che già si erano introdotte alla Corte di Francia, e riguardando più, come si suol fare, all'interesse della propria causa, che all'onore de' suoi capitani, pretendendo colore di viltà e d'imperizia in Saint-Clair alla verità delle cose, aveva mandato speditamente dicendo a' suoi mandatarj, andassero insinuando, che tutta la colpa era di quello, il quale con cinquemila uomini di presidio, fornitissimi di ogni cosa, non aveva saputo difendere una Fortezza quasi inespugnabile. Che del rimanente stavano essi forti, ed ogni studio ponevano nel riparare ai sofferti danni.

Washington, il quale in questo così gran sinistro dimostrò, come in tutti i precedenti, una grande costanza, era tutto intento a' rimedj, ed a fermare lo stato della tremante repubblica, rinforzando e provvedendo l'esercito di Schuyler. Le artiglierie e le munizioni si spedivano dal Massacciusset. Il generale Lincoln, uomo di molta dependenza nella Nuova-Inghilterra, vi fu mandato per far correr sotto le insegne le milizie. Arnold accorreva anch'esso, e speravasi, che l'ardir suo fosse per ispirar nuovo ardire alle scoraggiate genti. Il colonnello Morgan, uomo, come abbiam veduto, di smisurato valore, vi si avviava col suo reggimento di cavalleggieri. Tutti questi modi, siccome opportunamente ritrovati, così anche efficacemente usati, operavano i soliti effetti. Gli Americani ripigliavano grado grado il coraggio, e l'esercito si andava ingrossando.

In questo mezzo tempo Burgoyne con somma contenzione si affaticava nell'aprir la via del Forte Anna al Forte Edoardo. E contuttochè tutto l'esercito con grandissimo ardore si adoperasse in questa bisogna, i progressi che si facevano, erano molto tardi. Tanti erano gl'impedimenti, che la natura e l'arte avevano frapposti. Oltrechè e' faceva di mestiero ripulir le strade dagli alberi atterrati, bisognò ancora edificare da quarantotto ponti tutti nuovi, e rassettarne de' vecchi. Tanto penò l'esercito a valicar questo piccolo spazio, che non potè toccare le rive dell'Hudson nelle vicinanze del Forte Edoardo, se non il dì 30 di luglio. Gli Americani, sia perchè erano troppo deboli a poter resistere, sia perchè il Forte Edoardo era piuttosto una rovina inutile, che un difendevole riparo, e sia finalmente perchè temevano, che il colonnello Saint-Leger, superato il Forte Stanwix, non scendesse per la sinistra riva del fiume dei Moacchi sino all'Hudson, e così tagliasse loro la via al ritorno, si ritirarono più sotto a Still-water, dove attendevano a fortificarsi. Nel medesimo tempo abbandonarono il Forte Giorgio, arse prima tutte le navi, che tenevano sul lago dello stesso nome, e rotta in varj luoghi la carreggiata, che da quello guida al Forte Edoardo. In tal modo la via di Ticonderoga pel lago sino a questo Forte diventò affatto libera dalla presenza dei repubblicani. Gl'Inglesi giunti sulle rive dell'Hudson, e viste le sue acque, le quali erano state per tanto tempo l'oggetto delle speranze loro, e per arrivare alle quali tante fatiche sopportate avevano, e tanti pericoli corsi, si rallegrarono grandissimamente, e già si promettevano tutte le cose prospere dalla fortuna.

Ma, non ostanti così liete speranze, incominciarono a provare molte e gravi difficoltà. Tutta la contrada all'incontro era nimichevole, e le vettovaglie si potevano solo trarre da Ticonderoga. Quindi è, che l'esercito britannico dai trenta di luglio sino ai quindici d'agosto tutto fu intento, ed ogni opera usò per far venir i battelli, le provvisioni e le munizioni dal Forte Giorgio sino al primo luogo navigabile dell'Hudson, ch'era una distanza di circa diciotto miglia. L'impresa era difficile; nè il frutto che vi si faceva dentro, francava la fatica ed il tempo che vi si spendevano. La strada era rotta in diversi luoghi, e non vi si poteva passare se prima non si rassettasse. De' cavalli che si aspettavano, appena ne fosse arrivato un terzo. De' buoi a malo stento se n'erano potuti raccorre cinquanta paia. Grosse e continue piogge avevano accresciuto le difficoltà. Laonde avvenne, che malgrado tutta la diligenza che si usava, appena che si fossero potute procurar le vettovaglie pel logorar giornaliero dell'esercito, non che per far riposte, acciocchè potesse procedere più oltre. Addì quindici non si avevano in canova provvisioni che per quattro giorni, e dieci battelli nell'Hudson.

Molto, ed acerbamente fu biasimato Burgoyne per causa degl'indugj operati prima pel passaggio pei deserti del Forte Anna, e poscia per la difficoltà delle vettovaglie nelle stanze del Forte Edoardo. Allegarono, che invece di andarsi ad intricare in quei deserti avrebbe dovuto, dopo occupato Skeenesborough, e sbaragliato tutto l'esercito nemico, ritornarsene rattamente pel Wood-creek a Ticonderoga; di là imbarcar di nuovo le genti sul lago Giorgio, procedere al Forte di questo nome, e, presolo, incamminarsi spedito e pronto per lo stradone carrozzabile al Forte Edoardo. Sarebbonsi, opinarono, in tal modo precipitati gl'indugj, i quali, se riuscirono pregiudiziali all'esercito britannico, furono di altrettanto vantaggio cagione agli Americani. Sarebbesi, continuarono, l'esercito insignorito di Albanìa, prima che i nemici avessero potuto raccorre il fiato. Si giustificava però Burgoyne con dire, che l'indietreggiare in mezzo al corso della vittoria avrebbe scemato l'animo a' suoi, e datone ai nemici; che questi avrebbero fatto testa nel Forte Giorgio, ed intanto rotto la strada per al Forte Edoardo; che passando, come fece, per le solitudini del Forte Anna, oltrechè si avvezzarono i soldati alla guerra intricata delle selve, si obbligarono i nemici a votar di piano il Forte Giorgio, e che avendo già una strada aperta, si doveva sperare, non guasterebbero quell'altra, di cui si tratta; che le navi, che si sarebbero dovute usare pel trasporto delle genti sopra il lago Giorgio, si erano potute adoperare pel trasporto delle bagaglie, armi e munizioni. Mostrava finalmente, che l'avere anteposta la via sulla sinistra a quella sulla dritta pel lago Giorgio, gli aveva fatto abilità di mandare a mano stanca un buon polso di genti sotto gli ordini del generale Reidesel, perchè tenessero in gelosia il Connecticut, e tutta la contrada di Vermont.

Quale di questo sia la verità, Schuyler molto acconciamente si giovò di tali soprastamenti. Già alcuni colonnelli di stanziali erano da Peek's-hill arrivati al campo, e le milizie della Nuova-Inghilterra, quantunque corresse a quei dì la stagione delle messi, stormeggiavano da ogni parte, ed andavano a congiungersi coll'esercito principale; in guisa che, se questi non era ancora abile ad offendere, poteva almeno sperare, occupati i luoghi forti, di difendersi convenevolmente.

In questo mezzo ebbe Burgoyne le novelle, che il colonnello Saint-Leger colle sue genti d'ordinanza, ed una buona torma d'Indiani per la via del lago Oneida era venuto da Oswego nella contrada dei Moacchi, e che di già oppugnava il Forte Stanwix. Prese tosto speranza, che gli si potesse aprir la strada a qualche buon successo. Perchè, se l'esercito americano, che lo fronteggiava, corresse su pel fiume Moacco per andar in soccorso del Forte, in tal caso rimaneva agl'Inglesi aperto l'adito sino ad Albanìa, e si otteneva il finale intento. Oltredichè, se Saint-Leger ne andasse colla vittoria, le genti americane trovate si sarebbero tra due eserciti regj, quello di Saint-Leger da testa, e quello di Burgoyne da coda. Se per lo contrario i repubblicani si consigliassero, abbandonato il presidio del Forte Stanwix alle sue proprie forze, di ritirarsi in Albanìa, in questo secondo caso tutta la contrada dei Moacchi sarebbe venuta in poter degl'Inglesi, e questi avrebbero fatto la congiunzione loro colle genti del Saint-Leger. Ingrossato allora l'esercito, e vettovagliato dai Moacchi avrebbe facilmente potuto procedere più oltre. Dal che doveva nascere, o che il nemico combatterebbe una battaglia campale, e non si dubitava della vittoria; o sarebbesi grado grado ritratto a luoghi più bassi, ed in questo modo gl'Inglesi si sarebbero fatti padroni della città di Albanìa. Ma se il disegno di spingersi avanti era molto opportuno, non era meno pieno di difficoltà pel difetto delle vettovaglie. Il qual difetto sarebbe anche diventato maggiore in proporzione che l'esercito si allontanerebbe dai laghi, dai quali esse vettovaglie si traevano. Avrebbersi di vantaggio dovute far venire con grosse scorte, ed ordinar una lunga tela di guardie per preservarle dai subiti assalti del nemico. La qual cosa non si poteva ottenere senza assottigliar con evidente pericolo l'esercito già di per sè stesso non troppo gagliardo. Voltò adunque Burgoyne il pensiero a far procaccio di vettovaglie in altro modo, senza del che il disegno non si poteva a patto nessuno mandar ad effetto. Sapeva egli, che i nemici avevano ammassato una gran quantità di biade e di grascie, siccome pure un notabile carreggio ad una Terra chiamata Bennington, posta tra i due rami, che poscia uniti formano il fiume Hosick. Giace ella a venti miglia distante dal fiume del Nort. Quivi si conducevano altresì grossi branchi per uso del campo repubblicano, i quali venivano dalla Nuova-Inghilterra per le parti superiori del Connecticut, e poscia per le contrade del Vermont. Da Bennington si mandavano secondo il bisogno alle diverse parti dell'esercito. La Terra poi era guardata soltanto da alcune bande di milizie di numero incerto; imperciocchè, ora andavano ora venivano, secondo che la propria volontà loro le aggirava. Sebbene la distanza dal campo di Burgoyne a Bennington fosse di cencinquanta miglia, ciò non di meno considerato, che il paese all'intorno, il quale Reidesel già aveva cavalcato, si era dimostrato anzi quieto che no, e bene inclinato all'obbedienza, spinto eziandio da una insuperabile necessità, ed avidissimo di gloria, non disperò il capitano britannico di potere con una improvvisa correrìa arrivare a Bennington, sorprendervi, e portar via sul carreggio del nemico le munizioni. Fatta la risoluzione, ne fu data la cura al luogotenente colonnello Baum, uno de' più riputati capitani tedeschi, che si avesse l'esercito, e molto capace in questa maniera di guerreggiare, scorrazzando il paese nemico. Lo accompagnarono alla fazione da cinquecento soldati, dugento uomini d'armi a piè di Reidesel, i corridori del Frazer, i volontarj del Canadà, una parte dei provinciali molto pratichi dei luoghi, che seguivano le bandiere britanniche, e ben cento Indiani. Seguitavano due pezzi d'artiglierie da campo. Nel medesimo tempo il luogotenente colonnello Breyman col suo reggimento di Brunswicchesi andò a pigliar gli alloggiamenti più sotto verso Bennington sul Batten-hill, a fine di essere in grado di soccorrere, ove d'uopo fosse, a Baum. Le instruzioni, che questi ebbe da Burgoyne, erano molto accomodate; usasse grandissima cautela nel pigliar i posti; facesse diligentemente esplorare la contrada dagl'Indiani verso l'Otter-creek ed il fiume del Connecticut. Non lasciasse scorrazzar gli uomini d'armi, ma sempre gli tenesse raccolti; facesse marciar gli armati alla leggiera da fronte ed alla coda, per non dar dentro agli agguati; non tentasse zuffe dubbie; se il nemico gli venisse all'incontro molto grosso, pigliasse un buon posto, e vi si fortificasse; desse voce, che tutto l'esercito voleva passare nel Connecticut; in fine venisse a ricongiungersi con esso lui in Albanìa. Per dar poi gelosia all'esercito nemico, e tenerlo a bada durante la fazione, Burgoyne mosse tutto l'esercito all'ingiù sulla sinistra riva dell'Hudson, ed andò a por gli alloggiamenti di rincontro a Saratoga. Fatto anche un ponte di foderi, fe' passare a questa Terra le genti più spedite, e faceva le viste, come se tutto l'esercito valicar dovesse per andare ad affrontar il nemico, che stava tuttavia nel suo campo di Still-water.

Ordito, nel modo che abbiam detto, il disegno, procedeva Baum con eguali prestezza e cautela ad eseguirlo. Incontrava a prima giunta una masnada nemica, che faceva la scorta ad un branco, ed a certa quantità di munizioni. Gl'intraprendeva, e mandava al campo. Ora quivi incominciò a manifestarsi quella mala fortuna, che già tanto aveva ritardato l'esercito reale. Tal era la mancanza delle bestie da tiro e da soma, e tanto si trovarono pei cattivi tempi sdrucciolenti e rotte le strade, che Baum non potette, se non molto lentamente procedere verso il luogo, al quale si avviava. Ebbe perciò il nemico, che stava attento in Bennington, tostano avviso del suo arrivare. Comandava in questa Terra il colonnello Starke testè arrivatovi colle bande paesane, che aveva messo insieme nel Nuovo-Hampshire. Mandò rattamente dicendo a Warner, il quale col suo reggimento, dopo la rotta di Hubbardton, era venuto ad alloggiare in Manchester, venisse a raggiugnerlo. Tutte queste genti con alcune milizie dei contorni sommavano a circa due migliaia di soldati. Udito, che il nemico si avvicinava, aveva Starke spedito avanti a sopravvedere il colonnello Gregg, credendo dapprima, fosse solamente una torma d'Indiani che corresse il paese. Ma veduto, ch'erano gli stanziali, si ritirava agli alloggiamenti principali di Bennington. Baum, avendo avuto lingua, che il nemico era tanto forte, che stato sarebbe temerario consiglio l'assaltarlo, mandò tostamente a Breyman, informandolo del pericolo, e corresse in aiuto. Egli intanto pigliato un forte posto presso Santcoick-mills sulle rive del Wallon-creek, o sia Rivo delle valli a quattro miglia distante da Bennington, si affortificava. Ma Starke, volendo prevenir la congiunzione della squadra di Breyman, si determinò ad assaltarlo. Trasse per tanto le sue genti fuori di Bennington la mattina dei sedici d'agosto; le divideva in parecchie schiere, perchè accerchiassero ed assalissero da tutte le parti gli alloggiamenti di Baum. Mentre eseguivano i comandamenti del capitano, e già erano pervenute a veggente del nemico, questi si persuadeva tuttora, fossero leali, che venissero in soccorso suo; essendochè vi erano con Baum molti fuorusciti, i quali operavano in modo, ch'egli più uso a far le guerre, che a queste aggirandole civili prestasse fede alle solite baie e vane credenze loro. Ma accortosi finalmente dell'errore si difendeva molto gagliardamente. Tal era però la foga ed il numero degli Americani, che non potette lungamente sostenergli, e già, superati tutti gli ostacoli, e presi i due cannoni, entravano da ogni parte negli alloggiamenti. Gl'Indiani, i Canadesi, ed i corridori inglesi spulezzando qua e là, come meglio veniva loro, s'inselvarono. Solo gli uomini d'armi tedeschi ostinati si attestarono, e fieramente menavano le mani. Venute lor meno le munizioni, fatto un puntone, Baum il primo, si misero a tracollo a furia di spadate, dov'era maggiore la pesta dei repubblicani. Ma invano si affaticavano, oppressi tosto dalla moltitudine de' nemici. Molti rimasero uccisi; i sopravviventi, tra i quali lo stesso Baum gravemente ferito, si arresero a prigionieri di guerra.

Intanto Breyman si era mosso verso Bennington in soccorso de' suoi; ed avvengadiochè fosse partito molto per tempo la mattina dei quindici, che avesse marciato senza mai ristarsi, e la distanza non fosse oltre le ventiquattro miglia, ciò non di meno tanti e sì gravi furono gl'impedimenti, che incontrò per causa della malvagità della strade, rendute ancor più difficili dalle continue piogge, dalla scarsezza dei cavalli, e dal traino delle artiglierie, che stette un pezzo a potere sfangare, e non potette arrivare presso il campo di Baum, se non dopo che la fortuna s'era già del tutto inclinata a favor degli Americani. S'aggiunse, che non ebbe avviso a tempo, che già si combattesse, ed allora solamente ebbe le novelle dell'evento della battaglia, quando i fuggiaschi gliele riportarono. Giugneva alle quattro dopo mezzodì agli alloggiamenti di Baum, dove in luogo degli amici, che il ricevessero, trovò i nemici, che lo assaltarono. Malgrado la stanchezza de' suoi, si difendette molto risolutamente. E siccome molti fra le milizie provinciali si eran recati in sull'abbottinare, le cose andavano molto strette, e si correva pericolo, non acquistasse Breyman quello, che aveva perduto Baum. Già aveva cacciato i repubblicani da parecchj posti, che pigliati avevano sui colli, ed aspramente serrava il nemico, che malagevolmente teneva la puntaglia. Ma non corrisposero a questi primi principj gli altri successi: poichè sopraggiunse in questo punto Warner col suo reggimento di stanziali, che, con gran furia premendo addosso agl'Inglesi ed ai Tedeschi incalzanti, rinfrescava la battaglia più feroce che prima; e le milizie, che ritornavano dalla busca, sentito il romore, si rannodavano. Stette gran pezza, e sino all'imbrunire dubbia la vittoria, combattendo in favore degli uni il valore e la disciplina, in favore degli altri il numero ed il furore. Finalmente i soldati di Breyman sopraffatti dalla folla dei nemici, consumate tutte le munizioni, e perdute due bocche da fuoco, che con incredibile fatica avevano condotte, cominciarono a barellare, poscia a piegare. Abbandonato finalmente del tutto il campo di battaglia, e lasciate in sulla furia del partire in poter dei vincitore tutte le bagaglie, un migliaio di archibusi, e da novecento armi bianche, usarono la oscurità della notte per ritirarsi. Perdettero i reali in questi due fatti settecento soldati, la maggior parte prigionieri, forse dugento uccisi. La perdita dei repubblicani fu di poca importanza. Il congresso rendè pubbliche grazie al colonnello Starke ed alle milizie, che combattettero in queste giornate. Starke fu eletto a brigadier-generale.

Dalla parte dei Moacchi le cose inglesi succedevano sulle prime assai prosperamente. Aveva il colonnello Saint-Leger posto il campo sotto le mura del Forte Stanwix agli tre d'agosto. Guidava da ottocento uomini tra Inglesi, lanzi, Canadesi e leali americani. Seguivano una moltitudine d'Indiani colle femmine loro, e con molta ragazzaglia, vaghi più dell'uccidere e dell'abbottinare, che dell'assediare Fortezze. Fatta la chiamata al colonnello Gausevoort, rispondeva questi, volersi difendere sino allo stremo. Vedute queste cose, e conoscendo benissimo, di quanta importanza fosse il mantener quel Forte nell'obbedienza della lega, il generale Harkimer, uomo di grande autorità nella contea di Tryon, aveva fatto un'accolta di soldati di milizia, e marciava speditamente in soccorso del Gausevoort. Mandavagli dicendo dal suo campo di Erisca, distante a sei miglia dal Forte, che gli sei si sarebbe spinto avanti, e fatto ogni sforzo per congiungersi col presidio. Gausevoort commetteva al luogotenente colonnello Willet, saltasse fuori per assaltar gli alloggiamenti inglesi, e ciò per dar favore al tentativo dell'Harkimer. Ma il capitano inglese accorgendosi di quanto pericolo fosse l'aspettare l'inimico negli alloggiamenti, e massimamente conoscendo, quanto gl'Indiani fossero più atti all'offendere che al difendersi, mandava ad incontrar le genti americane il colonnello Giovanni Johnson con una parte dei regolari e cogl'Indiani. Marciava Harkimer molto negligentemente senza mandare avanti speculatori nè feritori alla leggiera sui fianchi; cosa che dee far maraviglia, non potendo essergli nascoso, quanto il paese fosse atto alle insidie, e quanto gli Indiani fossero destri a scorrere in masnade, a dar gangheri, ed a porre agguati. Fu loro invero offerta la occasione di far una celata, dalla quale nacque il quasi totale eccidio delle genti dell'Harkimer. S'appiattarono gl'Indiani con alcuni regolari nelle selve vicine alla strada, per la quale quelle camminavano, e tostochè furono oltrepassate, saltaron fuori con molta furia, e le soprassalirono alle spalle, mentre che a tutt'altro pensavano fuori che a questo. Fatte le prime scariche cogli archibusi, si avventarono gl'Indiani coi coltelli, e con molta crudeltà ammazzarono i contrastanti e gli arrendentisi. Gli Americani giunti in tal modo alla schiaccia si disordinarono. La strage fu grande; e l'orribile presenza dei Barbari accresceva terrore alla cosa. I repubblicani oppressi da sì subita rovina si riebbero per altro finalmente, e, fatto un puntone, riuscirono ad un luogo forte, nel quale attestati si difendevano. Nonostante sarebbero stati dal numero e dalla furia del nemico sopraffatti, se non che, avuto questi avviso dell'improvviso assalto dato al campo dal Willet, si ritirò. Morirono da quattrocento Americani, tra i quali lo stesso Harkimer e molti uomini d'autorità nella provincia, con parecchj che tenevano i principali maestrati. La qual cosa diè speranza ai reali, che si sarebbe di breve spenta la ribellione. La vittoria però non fu senza sangue dalla parte loro. Alcuni fra i regolari morirono. Degl'Indiani mancarono da sessanta tra morti e feriti, tra i quali parecchj caporioni e guerrieri più riputati. E pare eziandio, che nel calore e nell'inviluppamento della mischia alcuni Indiani siano stati feriti dai regolari del Johnson. Perilchè questa gente indisciplinata ed intrattabile, pronta al sospetto, e feroce di natura, nè avvezza a trovare sì duri incontri, s'inritrosì, ed inferocì di vantaggio. Quindi è, che fecero prima con bestiale immanità un'orribile beccherìa de' prigionieri, e poi diffidantisi e renitenti, ai comandamenti dei Capi non obbedivano, sicchè più ingombro recavano e pericolo, che forza e sicurezza all'esercito.

Intanto Willet saltato fuori dal Forte aveva assalito con eguali industria e valore gl'Inglesi negli alloggiamenti loro, ed a prima giunta molti ne uccise, altri cacciò nelle selve, alcuni nel fiume. Ma solo essendo venuto per far diversione in favore d'Harkimer, ottenuto l'intento, si ritrasse di nuovo alle mura, portando seco a trionfo caldaie, coltrici, moschetti, pelli di fiere ed altri arnesi, o necessarj all'uso della guerra, o tenuti cari dagl'Indiani. Vollero i nemici tagliargli il ritorno al Forte, e fecero un'imboscata. Ma egli, che stava vigilante, gli combattè, e fe' star lontani a furia di archibusate e di cannonate a scaglia. Arrivò dentro sano e salvo con tutti i suoi; e per trofeo ammontò le armi e le bagaglie conquistate sotto lo stendardo americano, che sventolava sulle creste della Fortezza. Poco dopo tentò con un altro compagno, chiamato Stockewell felicemente un'assai più pericolosa fazione. Passarono di notte tempo per gli alloggiamenti del nemico, e non rimanendosi al grave pericolo che correvano, nè alla crudeltà dei selvaggi, riuscirono alla larga. Nascondendosi secondo il bisogno nelle profonde selve e nelle paludi corsero il paese per levare genti in aiuto del Forte; azione magnanima, e da non esser mai senza molta lode ricordata.

Il colonnello Saint-Leger, volendo usare la vittoria avuta sull'Harkimer, sotto speranza che ne fosse la guernigione sbigottita, intimò la resa al comandante del Forte, prima con parole per mezzo del colonnello Butler, poscia per iscrittura. Parlò della totale distruzione degli amici loro, dell'impossibilità all'ottener soccorso, della disperazion delle cose. Aggiunse, che Burgoyne, superate e disperse tutte le genti americane, stava ora in Albanìa ricevendo le promesse di soggezione e di fedeltà dei popoli circonvicini. Molto magnificò e le proprie forze, e quelle di Burgoyne Annunziò, che, se venissero a patti, sarebbero verso il presidio tutti quei modi usati, coi quali soglionsi dalle civili nazioni trattare i vinti. Ma, se si volesse in una ostinata ed inutile difesa persistere, sarebbero non solo i soldati del presidio diventati vittima alla bestial rabbia degl'Indiani, che già a mala pena poteva frenare; ma ancora ogni anima vivente, o uomini, o donne, o vecchi, o fanciulli, o infermi, o sani che si fossero, stati sarebbero senza alcuna compassione scarpellati e morti.

Rispose gravemente, e con molta costanza Gausevoort, che gli Stati Uniti d'America dato gli avevano in guardia la Fortezza di Schuyler; che ad ogni rischio, e sino all'estremo spirito intendeva egli di volerla difendere; e che non aveva mai creduto, nè credeva dovere stare, nè curarsi agli effetti, che nascer potessero dall'adempimento del suo dovere. Aveva benissimo conosciuto, che se il capitano inglese avesse avuto forze sufficienti, avrebbe o fatto una modesta chiamata, od assaltato il Forte senza intrattenersi a fare una sì bizzarra braverìa.

L'Inglese vedendo, che le insidie e le minacce erano state senza frutto, volse tutti i suoi pensieri alla oppugnazione. Ma poco stante si accorse, che il Forte era e meglio munito, e meglio difeso di quanto si era persuaso. Sperimentò altresì, che le sue artiglierie non eran di tal portata a poter fare notabile danno da una certa distanza. Perciò pigliò il partito di avvicinarsi colle trincee al Forte, sicchè le artiglierie far potessero sufficiente passata; ed in questo procedeva con grandissima diligenza. Intanto gl'Indiani e per le perdite fatte, e per esser caduti dalle speranze del depredare, ogni dì diventavano più rotti, più precipitosi e più molesti. Ad ogni piè sospinto minacciavano di rubare, e poi di andarsene. Vennero in questo mentre le novelle al campo, che Arnold si avvicinava potente di numero, e con grandissima celerità. Il vero si era, che Schuyler, udito, che si combatteva il Forte del suo nome, aveva spedito Arnold in soccorso con una brigata di stanziali sotto gli ordini del generale Learned, al quale si accostaron poi mille armati alla leggiera mandati da Gates. Procedeva Arnold colla consueta audacia e celerità alla fazione, salendo per le rive del fiume Moacco. Giunto a mezza strada, avendo avuto avviso, che il Gausevoort era molto stretto dal nemico, e sapendo che niuna cosa tanto nuoce al tempo, quanto il tempo, lasciate indietro le genti di grave armatura, con novecento dei più lesti corse più che di passo al Forte. Ebbero tosto gl'Indiani, che stavano di continuo cogli orecchi levati, intenzione della cosa, sia dai loro, sia dalle spie mandate avanti a bello studio dall'Arnold, che molto la magnificavano. Al nome d'Arnold, e nella tempera, in cui già si trovavano, se si sgomentassero, nissuno il domandi. Sopraggiunse loro addosso quell'altra novella, forse per l'affare di Bennington, che Burgoyne con tutto l'esercito era stato tagliato a pezzi. Non istettero più a soprastare. Si levarono a rotta per andarsene. S'affaticarono Saint-Leger e Johnson molto per incoraggiarli e trattenergli, ora dicendo, che gli avrebbero condotti eglino stessi alla battaglia in compagnia delle migliori genti loro; che scegliessero essi medesimi il luogo del combattere; che ordinassero le mosse, come meglio piacesse e paresse loro. In ultimo chiamò Saint-Leger a parlamento i Capi loro, sperando che per l'autorità di questi, e per quella di Johnson, del Claws, e del Butler soprantendenti alle cose indiane da parte del Re, si sarebbero potuti trattenere. Ma mentre deliberavano, gli altri sbiettavano. Pochi rimasero, e minacciavan di peggio, se non si levava il campo. Dovettero gl'Inglesi cedere alla fortuna. Il dì 22 agosto levarono l'assedio, ritirandosi verso il lago Oneida. Le tende, le munizioni, le artiglierie vennero in poter della guernigione, la quale uscita dal Forte diè loro alla coda con grave danno. Ma maggior pericolo sovrastava loro da parte dei feroci alleati, che non da quella de' repubblicani. Mettevano gl'Indiani durante la ritirata, o per me' dire la fuga, a bottino le provvisioni dell'esercito e le robe dei soldati e degli uffiziali. Nè contenti a questo scannavano colle proprie baionette gli sbrancati. Non si potrebbe con degne parole descrivere la miserabilità di questa rotta, il danno, lo squallore e lo spavento delle genti regie. Arrivarono finalmente sul lago, dove trovarono conforto e riposo. Saint-Leger se ne tornò a Monreale, e poscia a Ticonderoga per andarsi a congiungere con Burgoyne. Arnold arrivò al Forte due dì dopo, che era stato sciolto l'assedio. Quivi gli abbracciamenti e le allegrezze per la ricuperata libertà, e per l'ottenuta vittoria furon senza fine tra i soldati del presidio e quei del soccorso.

Pei fatti di Bennington e del Forte Schuyler parve, che la fortuna cominciasse a risguardare con lieto occhio le cose dell'America; e siccome riuscirono inaspettati ai repubblicani, poichè in tutto il corso di questa guerra canadese, dopo l'infelice morte di Mongommery, nulla, che male non fosse, era loro accaduto, così diedero loro molto animo, e da impauriti e sfiducciati ch'erano, diventarono baldanzosi e confidentissimi. Gl'Inglesi per lo contrario ne ricevettero grandissima perturbazione, e molto rimettettero di quella speranza e di quell'ardire, che ai primi favorevoli riguardi della fortuna concetti avevano. Quindi cambiossi affatto l'aspetto delle cose; e quell'esercito, ch'era stato cagione di terrore ai repubblicani, pareva ora a questi che avesse frappoco a diventare preda alle genti loro. L'affare di Bennington specialmente aveva spirato grandissima fiducia in sè stesse alle bande paesane; poichè non solo avevano combattuto, ma sbaragliato e vinto le genti ordinate del Re, o inglesi, o tedesche che si fossero. Quindi non si tenevano da meno che i reggimenti d'ordinanza; e questi dal canto loro, per non iscomparire, ogni diligenza ed ogni maggiore sforzo facevano per mantenere la opinione dell'antica superiorità sopra le milizie. Venuta poi meno a Burgoyne la speranza di poter ottenere le vettovaglie di Bennington, di nuovo si trovava per la carestia in grandissime difficoltà. Ma i prosperi successi avuti dagli Americani sotto le mura del Forte Schuyler, oltre l'aver inanimato le milizie, aveva anche questo altro effetto operato, che liberati dal timore di un'invasione, nel paese de' Moacchi, potettero tutte le forze loro raccorre sulle rive dell'Hudson contro l'esercito di Burgoyne. Quindi era, che i popoli si levavano a romore in tutta la contrada, e, prese le armi, correvano al campo. A ciò eziandio dava occasione l'essere a quei dì terminate le bisogne delle messi, e d'incentivo l'esser arrivato all'esercito il generale Gates, perchè ne pigliasse in luogo di Schuyler il governo. Era Gates salito presso gli Americani a grandissima stima e riputazione, ed il nome suo era cagione, che gli animi loro s'innalzassero a maggiori speranze. Era egli stato tratto dal congresso a generale dell'esercito del Nort nella tornata dei 4 agosto, mentre le cose si ritrovavano in grandissima declinazione. Ma non era arrivato a Still-water, che ai ventuno. Seppe Schuyler per tempo, che gli era mandato lo scambio. Tuttavia da quel buon cittadino ch'egli era, aveva continuato sino all'arrivo di Gates ad usare ogni ingegno per ristorare i danni. Già, come veduto abbiamo, aveva fatto grandissimo frutto, ed inclinava la vittoria a favor suo. Si dolse molto amaramente con Washington, che gli fosse interrotto il corso della fortuna, e che altri avesse a côrre il frutto delle sue fatiche, quella vittoria godendosi, alla quale egli aveva preparata la via. Ma volle il congresso mandare ad un esercito perdente un capitano vittorioso. Inoltre non gli era nascoso, che, se Schuyler era grato ai Jorchesi, era però molto in disdetta dei Massacciuttesi, e degli altri uomini della Nuova-Inghilterra. Il che impediva grandemente, che le genti corressero, con quella alacrità che si desiderava, ad ingrossar l'esercito settentrionale, il quale si trovava allora accampato nelle isole poste là, dove il fiume Moacco mette capo nell'Hudson.

Un'altra, e molto possente cagione, che operò in modo si levassero a calca gli Americani contro l'esercito inglese, quella era delle crudeltà commesse dagl'Indiani sia del Saint-Leger, sia di Burgoyne, i quali non la perdonavano nè a sesso, nè a età, nè alle opinioni. I leali egualmente che i libertini ne furono sperperati. Quindi si detestava ed abborriva universalmente quell'esercito, che aveva condotto seco sì feroci ausiliarj. Le cose vere si magnificavano a bello studio dagli scrittori ed oratori parziali, e non che a rabbia, a furore si concitavano quelle menti già di per sè stesse cotanto inviperite. Seguì fra gli altri un caso degno di grandissima compassione, e soggetto bastevole a qualunque sanguinosa e spaventosa tragedia; e questo fu, che una donzella per nome Maccrea, fanciulla non meno virtuosa che bella, di lodevoli maniere, e di famiglia onorata, testè giuratasi ad un uffiziale inglese, fu presa dai Barbari nelle sue case presso il Forte Edoardo, e strascinata nelle selve con altre donne e ragazzi, ed ivi barbarissimamente scarpellata ed uccisa. Così la infelice giovane invece di andarsene alle liete nozze, fu tratta a crudele morte da coloro stessi, che le paghe ricevevano dai compagni del suo diletto marito. Inorridirono a sì inudita ferità le genti sì in America, che in Europa, e mille volte maledirono gli autori dell'indiana guerra. Così, com'abbiam detto, raccontano la cosa gli scrittori americani. Ma altri narrano, che il giovane inglese per nome Jones, dubitando non succedesse all'amata donna qualche sinistro per essere il padre suo uno de' più ostinati leali del paese, e perchè già si sapeva l'amore, ch'ella a lui portava, avesse a due Indiani di diverse tribù persuaso, l'andassero a pigliare, e conducesserla sana e salva alle stanze, dove avrebbe con eccellente premio il conduttore rimeritato. Pigliaronla i due Barbari, e condottala nelle selve per alla volta dello sposo, venuti a contesa fra di loro, volendo l'uno e l'altro esser solo per averne il premio intiero nel rappresentarla, uno di essi mosso da bestial furore, rotta ad un tratto coll'infragnitoio la testa alla sventurata fanciulla, l'ammazzò. Burgoyne, udito sì enorme caso, fece arrestar l'ucciditore, e lo minacciava di morte. Poco poi gli perdonò con patto, gl'Indiani, siccome promettevano di voler fare, si astenessero da simili barbarità, e fedelmente osservassero quelle condizioni, alle quali nel convento fatto sulle rive del fiume Bouquet si erano obbligati. Credette il generale, che il perdono fosse più profittevole che non l'esempio del gastigo. Parve ancora, avesse qualche scrupolo, che per le leggi inglesi non gli fosse lecito il riconoscere e gastigare colla pena di morte l'uccisore della fanciulla, come se altre leggi non vi fossero fuori delle inglesi, che gli comandassero di punire colla condegna pena l'autore di sì orribile misfatto. Che se poi la prudenza lo avvertiva di astenersene, debbesi in tal caso, e deplorare la debolezza, in cui era ridotto, e detestare i consiglj di coloro, che avevano tratto i Barbari a parte di una contesa nata fra genti polite e civili. Comunque ciò sia, la condiscendenza di Burgoyne ritornò in capo a lui; imperciocchè gl'Indiani, vedendo di non potere, come prima, metter ogni cosa a ruba ed a sangue, abbandonato il campo, depredando e guastando, alle case loro in fretta se ne tornarono. Così finì quasi del tutto in quest'anno la guerra indiana, mal avvisata nel principio, crudele nell'atto, ed inutile nel fine. I Canadesi medesimi ed i leali, che seguitavano l'esercito del Re, spaventati al sinistro aspetto delle cose, disertavano alla ricisa, dimodochè al più gran bisogno fu Burgoyne lasciato presso che solo colle genti stanziali inglesi e tedesche.

In questo medesimo tempo gli fu fatto alle spalle da uno spicchio di repubblicani una fazione, la quale, se loro riuscita fosse, gli avrebbe del tutto tagliato i viveri, ed il ritorno al Canadà; e dimostrò almeno il pericolo, ch'egli correva coll'allontanarsi sì lungo tratto con piccolo esercito dai luoghi sicuri dei laghi. Il generale Lincoln con una grossa banda di milizie del Nuovo-Hampshire e del Connecticut entrò in isperanza di poter ricuperare alla lega le Fortezze di Ticonderoga e del monte Independenza, le quali si custodivano con deboli presidj, e per conseguente la signorìa del lago Giorgio. Arrivò egli da Manchester a Pawlet. Divideva le sue genti in tre schiere; la prima guidata dal colonnello Brown doveva condursi al luogo, dove si arripa dal lago Giorgio, poi correre ad assaltar Ticonderoga; la seconda capitanata dal colonnello Johnson cavalcasse il paese verso il Forte Independenza per far diversione, e se l'occasione si ofrisse, tentare altresì questa Fortezza; l'ultima poi condotta dal colonnello Woodbridge andasse ad osteggiare Skeenesborough, il Forte Anna, e perfino il Forte Edoardo. Brown con non minor celerità, che segretezza procedendo sorprese, e s'impadronì di tutti i posti sul lago Giorgio, e sull'emissario per alla via di Ticonderoga, che sono il monte Speranza, il monte Diffidenza, e le fortificazioni francesi. Recò in poter suo dugento battelli, un giunco armato, e parecchie barche da portar artiglierie; fe' non pochi prigioni. Nell'istesso tempo arrivò Johnson sotto le mura del Forte Independenza. Fecero la invitata all'una ed all'altra Fortezza. Ma il brigadiere Powel, che l'aveva in custodia, rispose di volersi difendere. Diedero la batteria per ben quattro giorni continui; ma non avendo artiglierie di grossa passata, e difendendosi quei di dentro gagliardamente, fu vano il conato, ed, abbandonata l'impresa, se ne tornarono alle prime stanze.

Burgoyne intanto continuava ad alloggiare sulla sinistra riva dell'Hudson, e con ogni più diligente opera s'ingegnava a far venire dal Forte Giorgio le munizioni. Avendone finalmente con incredibile fatica e perseveranza ammassato una quantità da poter bastare trenta giorni, si determinò a passare dalla sinistra sulla destra riva per trovarvi e combattere l'inimico ed aprirsi colla vittoria la strada ad Albanìa. E siccome il fiume gonfiato dalle continue piogge aveva portato via il ponte di foderi, un altro ne construì con battelli. Varcò il fiume del Nort verso la metà di settembre con tutto l'esercito, e scendendo per la destra riva andò a pigliare gli alloggiamenti parte nelle pianure, e parte sui colli vicini a Saratoga. Gates stava colle sue genti accampato tre miglia più su di Still-water. Per conseguente i due eserciti fronteggiavano l'un l'altro, e si aspettava una vicina battaglia.

Questo partito di essersi volto alla passata del fiume fu da molti, e molto acerbamente censurato; e si credette, sia stato la principal cagione del fine, che ebbe poi tutta l'impresa. Opinarono alcuni, che sarebbe stato miglior consiglio dopo gli affari di Bennington e di Stanwix, e considerata la forza dell'esercito di Gates, la quale diventava anche tutti i giorni maggiore, che Burgoyne avesse abbandonato il pensiero di recarsi ad Albanìa, e si fosse ritirato di nuovo ai laghi. Della qual cosa però, giusta l'opinione nostra, lo scusa il non aver egli a quel tempo ancor ricevuto nissuna novella, nè della forza dell'esercito lasciato nella Nuova-Jork, nè delle mosse che fosse per fare, o fatte avesse il generale Clinton su per le rive dell'Hudson per alla volta di Albanìa. Aspettava una efficace cooperazione da parte di Clinton. Così portavano ed il disegno ministeriale, e le ricevute istruzioni. E non sarebbe egli stato grandemente da riprendersi, se, ritratto l'esercito verso Ticonderoga, avesse abbandonato Clinton a sè stesso, ed a tutti quei vantaggi rinunziato, che l'arrivo di questi, e la congiunzione dei due eserciti promettevano? Bene ci pare, che vana escusazione sia stata quella, che addusse egli stesso, dicendo, che, se fosse tornato indietro, Gates avrebbe potuto andare a congiungersi con Washington, e tutti e due uniti, opprimendo Howe, il destino di tutta la guerra definire. Conciossiachè non avrebbe mai Gates potuto abbandonar le rive dell'Hudson, finchè si conservava sano e salvo l'esercito di Burgoyne, sia che questi alloggiasse a Saratoga, sia che stanziasse a Ticonderoga. Senza di che consistendo una gran parte dell'esercito di Gates in milizie della Nuova-Inghilterra, queste seguitato non l'avrebbero, quando e' si fosse recato sulle rive della Delawara. Ma se crediamo, che Burgoyne non abbia fatto errore nel voler seguitare l'impresa, ci pare però ch'ei non avrebbe dovuto varcar l'Hudson, ma sibbene rimanersene sulla sinistra riva; poichè in tal caso, o sia che avesse voluto, secondo le circostanze, ritirare l'esercito a Ticonderoga, o sospingerlo avanti sino in Albanìa, ciò poteva molto più facilmente eseguire, trovandosi tra il suo e quello di Gates, già fatto più gagliardo, frapposto il grosso fiume del Nort. Le strade all'insù da Batten-hill sino al Forte Giorgio erano più facili sulla sinistra, che non sulla dritta, ed all'ingiù sino ad Albanìa, se non migliori, certo poco peggiori. Egli è vero che la città di Albanìa è posta sulla destra riva del fiume; ma quando Burgoyne fosse pervenuto rimpetto a questa città sulla sinistra, gl'Inglesi di sotto avrebbero potuto arrivarvi coi battelli loro, e trasportare le genti sulla destra. In ogni caso avrebbero potuto congiungersi con quelle di Clinton. Ma Burgoyne, o troppo confidando ne' suoi soldati, i quali erano in vero una bella e buona gente, o troppo poco conto tenendo degli Americani, dalla quale opinione però avrebbero dovuto rimuoverlo i fatti di Bennington e di Stanwix, amò meglio, lasciato il partito più sicuro, andar a tentar la fortuna col combattere l'inimico, sperando di ottenere colla vittoria, che credeva certa, il fine di tutta l'impresa. Così nell'istessa maniera, che i ministri britannici, male giudicando della costanza de' coloni, si pensarono di fargli calare alle voglie loro colle leggi rigorose, i generali, ingannatisi a gran partito intorno il coraggio di quelli, si fecero a credere di potere solo colla vista, colla voce, e con un po' di romore d'armi fugargli. In tal modo si toccavano le sconfitte per troppa speranza della vittoria, e si perdè la guerra per troppa assicuranza di vincerla.

Ma ripigliando ora, donde lasciamo, il giorno diciannove di settembre era riserbato dai cieli ad un aspro e sanguinoso combattimento, pel quale si doveva definire, se gli Americani potevano solo difendersi dagl'Inglesi dietro i ripari delle Fortezze, delle selve, dei fiumi e delle montagne, siccome alcuni portavano opinione, ovvero se fossero abili ad incontrargli sull'aperta campagna, nelle battaglie giuste ed ordinate. Erasi Burgoyne, superati non senza fatica tutti gli ostacoli dei rotti ponti e delle strade sfondate, condotto vicino a Gates, dimodochè alcuni stretti boschi soltanto s'interponevano tra i due eserciti. Senza fare alcuna dimora l'Inglese trasse fuori il suo in ordinanza, e lo dispose alla battaglia. L'ala sua dritta alloggiava presso certi colli, verso i quali il terreno si innalza graduatamente partendo dal fiume. Essa era fiancheggiata dai granatieri e dai fanti leggieri, i quali occupavano i colli sopraddetti. Poco più avanti in fronte e da fianco di questi stavano, come stracorridori, quegl'Indiani, leali e Canadesi, che rimasti erano nel campo. L'ala sinistra colle genti di più grave armatura e le artiglierie era posta sullo stradone, e nei prati che rasentano il fiume. Era questa capitanata dai generali Philipps e Reidesel. Stava a petto col medesimo ordine schierato dal fiume ai poggi l'esercito americano, Gates sulla dritta, e Arnold sulla stanca. Già seguivano feroci avvisaglie tra i primi feritori dell'uno e dell'altro esercito. Morgan col suo reggimento, ed il colonnello Durbin coi fanti leggieri avevano dato dentro, e volto in fuga i Canadesi e gli Indiani. Ma, venute altre genti in soccorso di questi, furono l'uno e l'altro costretti a cedere, ed a ritirarsi al campo. Intanto Burgoyne, o credendo di girare attorno il fianco sinistro del nemico, o perchè fosse necessitato di così fare per ischivare, passando più in su, i borri dei torrenti che corrono nell'Hudson, si distendeva coll'ala sua dritta su pei poggi, e disegnava di andar a percuotere di fianco ed alle spalle Arnold. Ma quel gioco, che Burgoyne voleva fare all'Arnold, nel medesimo tempo Arnold intendeva di farlo al Burgoyne, senza che l'uno sapesse dell'altro, o l'altro dell'uno per l'interposizione delle selve. Incontraronsi le due schiere. Furono gli Americani ributtati da Frazer. Trovato sì duro incontro sul fianco dritto dell'ala dritta inglese, lasciato sufficientemente guardato questo luogo, si difilarono rattamente verso la destra loro, ed andarono con molta furia ad assaltare il sinistro fianco dell'ala medesima. Quivi Arnold diè pruove di quell'alto e smisurato coraggio, di cui egli era fornito, confortando i suoi colla voce, e più ancora coll'esempio. La battaglia era molto pericolosa. Gl'Inglesi temendo che il nemico, rompendo le fila, non penetrasse tra l'ala loro dritta e la sinistra, il quale si vedeva manifestamente essere il disegno di lui, mandarono nuove schiere in soccorso della parte pericolante. Vennevi Frazer col vigesimo quarto, e con altre genti leggieri, ed i corridori di Breyman. Più sarebbervi venuti dal fianco destro, se non che la necessità di difendere i poggi nol consentì. Nondimeno tanto era il valore e l'ostinazione degli Americani, che già gl'Inglesi incominciavano a disordinarsi. Ma arrivava in questo punto Philipps con nuove genti, e con una parte delle artiglierie; il quale, tosto udito il primo romore, s'era mosso in via, e, traversata con molta difficoltà una selva, si era celeremente condotto al luogo del pericolo. Frenò egli il nemico, e ristorò la fortuna della giornata, che già declinava. Ciò nonostante continuarono gli Americani l'assalto loro con molto valore, sicchè la notte sola pose fine al combattimento. I repubblicani si ritirarono. I reali pernottarono in armi sul campo di battaglia. Mancarono degli Americani tra morti e feriti da trecento a quattrocento. Tra i primi i colonnelli Adams e Coburn. Degl'Inglesi meglio di cinquecento. Morì fra gli altri il capitano Jones, uffiziale di artiglieria molto riputato.

Pretendettero ambe le parti la vittoria. Gl'Inglesi acquistarono il campo di battaglia. Ma siccome l'intenzione degli Americani era di non andare, ma di stare, e quella degl'Inglesi di andare, e non di stare, e che inoltre era agli Americani un vincere il non esser vinti, ognuno può vedere, quale abbia raccolto maggior frutto dalla giornata. Da un altro canto gli Inglesi si persuasero non senza molta diminuzione dell'ardire e delle speranze loro, che avevano a fare con un nemico, il quale anche a viso scoperto sapeva, e poteva tenere loro il fermo.

Il giorno seguente, vedendo Burgoyne che non poteva sperare di cacciar di forza il nemico dai luoghi forti ed affortificati, dove alloggiava, confidandosi forse, che il tempo potesse offerire qualche occasione di far maggior frutto, ed aspettando inoltre di dì in dì le novelle del generale Clinton, delle operazioni del quale egli era tutto al buio, si fermò, e pose il campo a gittata d'artiglieria dagli alloggiamenti americani. Faceva intanto fare sollecitamente grossi ripari, tanto sulla dritta, dond'era venuto il pericolo, quanto sulla sinistra per difender quelle praterìe vicine al fiume, dove aveva i suoi magazzini, e gli ospedali. Un reggimento d'Inglesi, i lanzi d'Hanau, ed alcuni leali furono fatti attendare nelle praterìe medesime per maggior sicurtà. Gates continuò ne' suoi alloggiamenti, affortificandovisi però molto studiosamente sulla sinistra.

Colla miglior fortuna s'accrescevano parimente ogni giorno le forze del suo esercito per l'accozzamento di nuove genti sì stanziali, che cerne. Venne tra gli altri a congiungersi Lincoln con duemila di queste tra Massacciuttesi, Rodiani, Hampshiresi, e Connecticuttesi, tutti soldati buoni ed agguerriti. Usavano gl'Inglesi grandissima diligenza per evitar le sorprese; gli Americani per impedire gl'Inglesi non uscissero a foraggiare. Si facevano in questo mezzo tempo frequenti badalucchi.

Intanto il generale britannico stava con grandissima impazienza aspettando le novelle della Nuova-Jork, e gli pareva mille anni di non riceverne. Finalmente il giorno venti gli pervenne una lettera dei dieci scrittagli in cifera da Clinton, colla quale questi lo avvisava, che verso il giorno venti del mese avrebbe con duemila uomini tentato il Forte Montgommery situato sulla destra riva dell'Hudson alle falde dei colli. Lo accontava nel medesimo tempo, che non poteva far di più, trovandosi molto debole; e che anzi, quando il nemico facesse qualche motivo verso le spiaggie della Nuova-Jork, sarebbe egli costretto di ritornarsene. Mandò tosto Burgoyne un uomo a posta, due uffiziali travestiti, e parecchie altre persone di credenza per differenti strade a Clinton, acciò lo informassero della condizione, in cui si trovava, lo avvisassero e pregassero, procedesse tostamente alla spedizione. Aggiungessero, che in rispetto alle vettovaglie poteva egli, e voleva bastare sino ai dodeci del presente ottobre. Ancorchè l'aiuto che prometteva Clinton, di troppo minor momento fosse, di quanto si era Burgoyne dato a credere dovesse essere, tuttavia sperava, che per l'assalto dato al Forte Montgommery, e pel timore che gl'Inglesi, preso questo, non si aprissero la via su pel fiume, avrebbe Gates, o mutati i suoi alloggiamenti, o mandato qualche grossa banda all'ingiù contro Clinton, e che nell'uno o nell'altro caso si sarebbe offerta la occasione di acquistare qualche vittoria, e perciò di arrivare in Albanìa. Abbenchè, se si consideri, di quanto fosse più gagliardo l'esercito di Gates di quello di Burgoyne, e che il primo nuove forze acquistava ogni dì, si potrà conoscere, quanto vana fosse l'aspettazione del generale inglese. Ei pare adunque, ch'esaminata la debolezza propria, quella di Clinton, e la prepotente forza di Gates avrebbe dovuto pensare a ritirarsi, seppure la ritirata era ancora in facoltà sua; imperciocchè il traversare il fiume, con un sì forte esercito nemico tanto vicino, sarebbe stata impresa troppo pericolosa; e qui si vede ancora, quanto improvvido sia stato il consiglio di averlo la prima volta varcato; conciossiachè da questa passata l'andata ed il ritorno diventarono del pari impossibili.

Sul principiar d'ottobre Burgoyne trovandosi a molto stretti termini condotto, ed ogni giorno diventando più deboli le speranze del soccorso, stimò, fosse necessaria cosa il diminuire le provvisioni giornaliere dei soldati. La qual cosa, quantunque grave, sopportò con molta prontezza l'esercito. Le cose continuarono in questo stato sino ai sette d'ottobre, giorno, in cui avvicinatosi già a quattro o cinque di quello, oltre il quale non si sarebbe potuto durare, il generale inglese si determinò di voler far un motivo sulla sinistra del nemico, a fine di scoprire, se possibile fosse di passare, quando si volesse andar avanti, o di sloggiare l'inimico, quando si volesse dare indietro, o ad ogni modo di uscire alla busca per raggranellar provvisioni. Era forzato per necessità a tentare qualche partito notabile. Fece adunque un nodo di quindici centinaia di buoni soldati stanziali, ai quali comandava egli stesso accompagnato da Philipps, Reidesel e Frazer, capitani tutti di ottima mente e di egregio valore. Aveva con sè due cannoni da dodici libbre di palla, sei da sei, e due obici. La guardia del campo fu commessa sulla dritta verso i poggi ai brigadieri generali Hamilton e Specht, sulla sinistra verso il fiume al brigadiere Gall. Non potè Burgoyne uscire dagli alloggiamenti più grosso, trovandosi così vicino, e tanto superiore di forze l'inimico. Con questa schiera intendeva di cominciar la battaglia. Aveva poi ordinato, che mentre ella dava dentro, alcune compagnie di stracorridori indiani e leali, passando per tragetti, girassero sul fianco sinistro degli Americani, ed andassero a mostrarsi loro alle spalle. Già si era mossa la schiera, ed uscita dal campo, ita era porsi in ordinanza a tre quarti di miglio sulla sinistra del nemico, e faceva le viste di volersi far avanti, e di stendersi per passare oltre il sinistro fianco di lui. Ma Gates, che stava a riguardo, accortosi benissimo del disegno degl'Inglesi, pigliò tosto con molta avvedutezza il partito di dare un improvviso e gagliardo assalto alla sinistra punta della schiera suddetta, sperando in tal modo di separarla intieramente dal rimanente esercito, e di mozzarle la via agli alloggiamenti. Andarono gli Americani all'assalto con incredibile impeto; ma trovarono un duro incontro, perchè il maggior Ackland alla testa de' granatieri gli sostenne molto risolutamente. Gates, veduta la cosa, mandò spacciatamente nuovi rinforzi a' suoi, di maniera che potettero assaltar tutto ad un tempo anche il destro squadrone di quest'ala sinistra della schiera inglese, nel quale si trovavano i lanzi. Quindi è, che non fu fatto abilità al generale britannico di smuovere dal luogo loro, siccome desiderato avrebbe, una parte di questi lanzi per andarne a formare una seconda fila di riscossa dietro quella punta sinistra, che si trovava in maggiore pericolo. Sulla destra della schiera inglese non si combatteva peranco, allorquando i capitani britannici si accorsero, che il nemico con una grossa squadra girava sul loro fianco destro con intenzione manifesta di tagliar loro il ritorno agli alloggiamenti. Per render vano questo pericoloso disegno del generale americano, si ordinò ai fanti leggieri ed al vigesimo quarto, si arringassero, come schiera di riscossa, e per protegger la ritirata, dietro l'ala dritta. Nel mentre che questa mossa si eseguiva, sopravveniva furiando Arnold con tre reggimenti, ed assaltava da fronte quest'ala medesima. Nel medesimo tempo Gates mandava nuovi aiuti a coloro fra suoi, che combattevano contro la punta sinistra inglese. Quivi gl'Inglesi, tenuta un pezzo la puntaglia, finalmente si disordinarono, e voltarono in fuga. Si avviavano a corsa i fanti leggieri, ed il vigesimo quarto per fermar il corso della vittoria al nemico. S'incontrarono nei corridori americani, i quali già inondavano, e ne seguì una feroce mischia con morte di molti da ambe le parti. Morì in questo conflitto il generale Frazer, il quale per la scienza e pel valore teneva luogo fra i primi. In questo momento tutta la schiera inglese si trovava in grandissimo pericolo. Nè minore era quello che correvano gli alloggiamenti; imperciocchè il nemico gagliardo e vittorioso andava per assaltargli, dove, se giunto fosse prima della schiera che si ritirava, poca speranza si poteva avere di difendergli. Adunque Philipps e Reidesel, eseguendo gli ordini del capitano generale, raccolte il meglio, ed il più tosto che potettero, tutte quelle compagnie, che ancora combattuto non avevano, s'ingegnarono di proteggere la ritirata delle genti sconfitte, mentre Burgoyne coll'ala dritta perseguitato fieramente dall'Arnold si ritraeva a grande stento anch'esso verso gli alloggiamenti. Gli uni e gli altri, sebbene a fatica, vi arrivarono, ed entrarono dentro, lasciati però sul campo di battaglia molti morti e feriti, massimamente artiglieri, i quali in questa giornata fecero con non minor gloria loro, che danno dei nemici maravigliose pruove. Vennero anche in poter degli Americani sei pezzi di artiglieria.

Ma qui non ebbe fine il fortunoso combattimento. Appena erano gl'Inglesi entrati negli alloggiamenti loro, gli Americani seguendo l'impeto della vittoria gli affrontarono da diverse parti con incomparabile ardire, malgrado la furiosa tempesta di cannonate a scaglia, e di archibusate che loro piovevano addosso. Arnold sopra tutti, il quale pareva in questo giorno, fosse fuori di sè per l'agonia di menar le mani, ed i pericoli cercasse piuttosto con bestial furore, che con valore umano, abbandonatamente assaltò le trincee in quella parte, dove stavano alla guardia i fanti leggieri inglesi sotto i comandamenti del lord Belcaro. Ma gl'Inglesi con audacia inestimabile si difendevano. La battaglia fu dura, lunga e sanguinosa. Infine, quando già s'abbuiava, Arnold, superati tutti gli ostacoli, si sospinse per maladetta forza dentro il vallo con pochi dei più animosi. Ma in questo punto fu sconciamente ferito in quella gamba medesima, la quale già gli era stata guasta nell'assalto di Quebec. Fu costretto con grandissimo suo cordoglio a ritirarsi. I suoi tuttavia seguitavano a menar le mani, difendendosi però sempre gli Inglesi gagliardamente, e, fatto già notte, anch'essi finalmente si ritirarono.

Ma non si combattè così felicemente pei reali da un'altra parte. Quella squadra di repubblicani, la quale condotta dal luogotenente colonnello Brooks iva allargandosi sull'ala dritta dei regj, dato una gran giravolta, erasi recata ad assaltar il destro fianco degli alloggiamenti, e combattendo ferocemente si sforzava di entrarvi. Stava alla difesa di questa parte del campo Breyman co' suoi lanzi. Questi non mancarono a sè stessi, e con gran valore si affaticarono di risospingere gli assalitori. Ma morto sulle prime Breyman, si disordinarono, e dettero luogo all'impeto degl'inimici. Furono tutti o fugati, o fatti prigionieri, o tagliati a pezzi. Perdettero tutte le tende, le bagaglie e le artiglierie. Entrarono gli Americani, e piantarono gli alloggiamenti loro dentro il campo inglese. Udite Burgoyne le novelle di sì tristo caso, ordinò, si andasse a rincacciar il nemico. Ma o sia la notte, ch'era sopraggiunta, o lo sbigottimento delle genti, che sel facessero, i comandamenti suoi non ebbero effetto, e gli Americani continuarono a dimorare nel luogo, che con tanta gloria acquistato avevano. In tal modo s'erano questi aperto il passo sul fianco destro, ed alle spalle dell'esercito inglese. Le altre schiere americane stettero tutta la notte in armi ad un mezzo miglio distante dal campo inglese. La perdita dei morti e dei feriti fu molto grave da ambe le parti; ma più da quella degl'Inglesi, de' quali ne furon anche fatti prigioni non pochi. Il maggiore d'artiglieria Williams e l'Ackland dei granatieri furono nel numero di costoro. Molti pezzi d'artiglieria vennero in poter dei repubblicani, con tutte le bagaglie dei Tedeschi, e molte munizioni da guerra, delle quali avevano grandissimo bisogno. Aspettavano gli Americani impazientemente il nuovo dì per rinnovar la battaglia. Ma trista, ed oltre ogni dire pericolosa era la condizione dell'esercito britannico, la quale però sopportava con maraviglioso coraggio. Il continuar a starsene in quel sito era un esporsi l'indomani ad una inevitabile rovina. Gli Americani più potenti e più arditi, e per l'adito che già aperto si erano al destro fianco, e per le altre parti ancora poco difendevoli, si sarebbero certamente fatto la via per ogni dove nel campo, e l'esercito inglese sarebbe stato condotto ad un totale sterminio. Pertanto si determinò Burgoyne a mutar gli alloggiamenti; il che eseguì con mirabil ordine, e senza perdita veruna, facendo per a mò di conversione retrograda dell'ala dritta, girando sulla sinistra che stava ferma, ritirare indietro le sue genti presso il fiume su certi poggi, che stavano a sopraccapo all'ospedale. In questa positura aveva le spalle volte al fiume, la dritta all'in su, e la manca in giù della sua sponda.

Aspettavano il giorno seguente nel nuovo campo loro gl'Inglesi la battaglia. Ma Gates da quel capitano sperimentato ch'era, avendo buono in mano, non volle rimescolare, abborrendo dal rimettere in arbitrio della fortuna quella vittoria, che già era sua. Intendeva, godendosi il benefizio del tempo, che la fame, e la necessità delle cose compissero quell'opera che aveva con audace battaglia sì bene incominciata. Seguirono però questo dì frequenti scaramucce di poco conto. In questo istesso dì, la sera si fecero nel campo inglese le esequie al generale Frazer, molto terribili e dogliose pel danno passato, pel pericolo dell'avvenire, pel desiderio del morto, per l'abbuiar della notte, pel balenar continuo, e pel rimbombo dell'artiglierie d'America, le quali strisciando spruzzavano la terra ad ora ad ora sul viso del cappellano che offiziava.

Ma Gates, il quale già prima della battaglia aveva fatto passare al di là del fiume rimpetto Saratoga un grosso squadrone di soldati, acciò ne custodissero il passo, ed impedissero che il nemico non facesse qualche sdrucito da quella parte, ora ne mandò altrettanti anche ad un guado superiore. Intanto avviava all'insù due migliaia di soldati scelti, acciocchè girando sul fianco dritto degl'Inglesi si avvicinassero alla riva del fiume, sicchè in tal modo sarebbero questi stati accerchiati da ogni parte. Accortosi di ciò Burgoyne comandò, si ritraesse prestamente l'esercito a Saratoga, che trovavasi sei miglia più in su sulla medesima riva del fiume. Incominciavano a muoversi alle nove della sera; ma tal era la malvagità delle strade, rese ancor più difficili da una continua pioggia, e tale la debolezza delle bestie da trarre pel difetto degli strami, che non arrivarono a Saratoga, che in sull'oscurarsi dell'aria la sera del seguente giorno, stracchi tutti e malconci dalle fatiche e dai disagi. Lasciarono in poter dei nemici da trecento malati nell'ospedale, e molte trite cariche di munizioni e di bagaglie. Per istrada distrussero le case, ed ogni cosa che loro si era parata davanti. Cessata la pioggia, Gates gli seguitava sempre dietro un alloggiamento, lentamente e colle briglie in mano, per aver gl'Inglesi rotti i ponti, e per non dar loro occasione di appiccare con vantaggio un qualche fatto d'armi. Temendo che Burgoyne con una subita correrìa di soldati leggieri mandasse ad occupar il passo del fiume vicino al Forte Edoardo, inviò certe compagnie di milizie nel medesimo Forte, perchè l'impedissero. Non così tosto vi erano arrivate, che sopraggiungevano i corridori inglesi; ma, trovato, ch'erano state loro furate le mosse, tristi e dolenti se ne tornarono. In questo frattempo il grosso dell'esercito inglese, passata la notte dei nove a Saratoga, ne partì la mattina dei dieci, e varcò il Fish-kill-creek, che corre nell'Hudson a tramontana di questa Terra. Speravano i capitani, che avrebbero quivi potuto ad un solito passo traversar l'Hudson, e trovare scampo sulla sua sinistra riva. Ma primieramente incontrarono una banda di repubblicani sulla stanca di Fish-kill-creek, che già stavano lavorando alle trincee su certi colli; i quali poscia, veduto il grosso numero degl'Inglesi, attraversarono l'Hudson, ed andarono a congiungersi collo squadrone principale, che alloggiava al di là, affine di impedire questo passo.

Perduta la speranza di varcar il fiume ne' luoghi vicini a Saratoga, i capitani britannici voltarono il pensiero all'aprirsi la via sulla destra riva sino di rincontro al Forte Edoardo, e là, sforzato il passo con ributtar le genti, che poste vi erano per difenderlo, valicar sulla sinistra. A questo fine mandarono avanti una compagnia di guastatori con una scorta di un reggimento di regolari, alcuni feritori alla leggiera, e leali, acciocchè racconciassero le strade ed i ponti per al Forte Edoardo. Appena erano costoro partiti, che compariva l'inimico molto grosso sui colli dalla parte opposta del Fish-kill-creek, il quale faceva le sembianze di voler passare per attaccare la battaglia. Richiamaronsi incontanente i regolari ed i feritori. Solo rimasero coi guastatori i leali, i quali pizzicati appena da una piccola banda, che andava ronzando intorno, diedero volta, lasciando soli i guastatori, lavorassero a posta loro. Per la qual cosa disperossi affatto di poter condurre in salvo le bagaglie e le artiglierie.

A tante difficoltà venne anche ad aggiungersi questa, che i repubblicani, i quali stavano attelati lungo la riva sinistra del fiume, ad ogni passo traevano contro i battelli carichi di munizioni e di arnesi da guerra, che avevano, navigando a ritroso, seguitato l'esercito dopo la sua partita da Still-water. Molti di questi battelli erano stati presi, alcuni ripresi con perdita di gente da ambe le parti. Finalmente e' bisognò per minor male sbarcar le munizioni, e ridurle sui poggi; opera, che molto accrebbe di fatica al già tanto stracco esercito.

Ora era giunta al colmo la sfortuna delle genti britanniche, ed altro non s'appresentava alla mente sì dei capitani, che dei soldati, che un totale sterminio, od un pregiudiziale accordo. Il voler passar il fiume così grosso, essendo la sinistra riva con tanta gelosia e da tante genti guardata, e vicino un sì potente nemico gonfiato dall'aura della vittoria, era impresa non che temeraria, disperata. Il ritirarsi per la destra con questo medesimo nemico alla coda, per istrade cotanto difficili ed intricate, era un partito piuttosto impossibile ad eseguirsi, che malagevole. Ogni cosa presagiva una inevitabile catastrofe. Eppure in mezzo a tanta calamità si apriva ag'Inglesi qualche speranza di bene, e l'occasione di poter ad un tratto ristorar la fortuna della guerra. Erano i due eserciti separati l'uno dall'altro solamente dal Fish-kill-creek. La fama, che magnifica tutte le cose, a motivo di quelle poche genti, che stat'erano mandate da Burgoyne per iscorta ai guastatori sulla via al Forte Edoardo, aveva fatto credere a Gates, che tutto l'antiguardo e la battaglia dell'esercito britannico si fossero già buona pezza avviati alla volta di quel Forte, e che solo rimanesse nelle pianure di Saratoga la dietroguardia; la quale venne tosto in isperanza di potere con tutte le forze sue assaltare ed opprimere. A questo fine la mattina degli undici ottobre Gates ogni cosa ordinò all'assalto. Intendeva di pigliar l'occasione di una folta nebbia, la quale in quelle regioni, ed a quella stagione oscura solitamente l'aria sin poco dopo la levata del sole, passare molto per tempo il Fish-kill, assaltar una batteria, che Burgoyne aveva piantato sull'altra riva, e, superatola, correre incontanente contro le genti nemiche. Ebbe Burgoyne certo avviso della cosa, e guernita prima molto bene la batteria, aveva tutte le sue genti affilate, come in agguato, dietro alcune macchie, che ingombravano le rive del fiume. Ordinatosi in tal modo aspettava la vicina battaglia; e stante la vana credenza del nemico, aveva grandissima confidenza della vittoria. Già la brigata del generale americano Nixon aveva guadato il rivo, e seguitava quella del generale Glover. Ma come prima pose questi il piede nell'acqua per passare, ebbe lingua da un disertore inglese, che non già il solo retroguardo, ma tutto intiero l'esercito reale si trovava ordinato alla battaglia sull'altra riva. Intesa la cosa Glover si ristette, e mandò dicendo a Nixon, il quale si trovava nell'imminente pericolo di essere tagliato a pezzi, non istesse a soprastare, ma immediatamente si ritraesse sulla destra riva. Mandò anche informando Gates di quello, che accadeva. Questi rivocò tosto gli ordini, e comandò ritornassero tutti, e stessero ai luoghi loro. Nixon in buon punto ricevè l'avviso di Glover; perciocchè un quarto d'ora dopo stato sarebbe troppo tardi. Indietreggiò spacciatamente; ma non sì, che, dileguatasi la nebbia prima che avesse ripassato, non fosse il suo retroguardo noiato dalle artiglierie inglesi con perdita di alcuni soldati.

Riuscita vana questa speranza, Burgoyne andava considerando, se qualche altra via rimanesse a salvar l'esercito. Fatta una Dieta, deliberarono, si dovesse, marciando velocemente di notte tempo, arrivare al fiume nelle vicinanze del Forte Edoardo, e là con un repentino assalto sforzare il passo, o sotto o sopra il Forte medesimo. E perchè i soldati camminar potessero più speditamente, si risolvettero ad abbandonare le artiglierie, le bagaglie, il carreggio e tutti gl'impedimenti. Portassero i soldati di che logorare per alcuni dì, sinchè arrivar potessero al Forte Giorgio. Ognuno si apparecchiava a mandar ad effetto l'intento del capitano. Ma Gates, che aveva presentita la cosa, ci aveva già fatto contro gli opportuni provvedimenti. Aveva comandato a quelle bande, che guernivano la sinistra riva dell'Hudson, stessero molto vigilanti, ed aveva anche ingrossate le guardie poste ai luoghi, dove Burgoyne disegnava di varcare. Ordinava loro, sostenessero il nemico, fino a tanto che arrivasse egli alle spalle con tutto l'esercito. Oltre a ciò faceva accampare una grossa schiera su certi poggi tra i Forti Edoardo e Giorgio, ed aveva imposto ai Capi, che diligentemente vi si affortificassero.

Aveva Burgoyne mandato avanti ormatori per riconoscere il paese, e soprattutto per esplorare, se si potesse sforzare il passo del fiume al Forte Edoardo. Ritornaron dicendo, che le strade erano oltre ogni credere rotte e difficili; che i nemici erano sì spessi e sì vigilanti sulla sinistra riva, che avrebbero di leggieri ogni mossa osservata, benchè piccola, ch'essi fatto avrebbero sulla destra; e che i passi al Forte erano sì diligentemente guardati, che lo sforzargli senza artiglierie era cosa del tutto impossibile. Dissero ancora del forte campo posto sui poggi tra i due Forti. Queste sinistre novelle, giuntovi eziandio, che Gates col grosso del suo esercito era così vicino, e tanto stava attento alle vedette, che non avrebbero le genti inglesi potuto dare un passo, che subito non le seguitasse, troncarono a Burgoyne ogni speranza di potersi di per sè stesso dalla presente calamità sbrigare. Solo, appiccandosi, come si suol dire, e come si fa nell'estrema disperazione, alle funi del cielo, sperava che sorgesse qualche cosa di verso le parti basse del fiume, e con intensissimo desiderio aspettava l'aiuto di Clinton.

E' non si potrebbe con parole meritevolmente descrivere l'infelice condizione, in cui era riposto l'esercito britannico. Stracche le genti, e quasi vinte dalle continue fatiche, e dai travagli degli aspri combattimenti, abbandonate dagl'Indiani e dai Canadesi, perduti i più valorosi soldati ed i migliori capitani, ridotto tutto l'esercito a cinquemila combattenti di dieci ch'egli erano, fra i quali poco più di tre migliaia d'Inglesi; svanita ogni speranza di ritirata; investite ed accerchiate da tre parti da un nemico quattro volte più numeroso di loro, gonfiato dal favore della vittoria, e che conosciuta la necessità loro ricusava di combattere, e che non si poteva sforzare pei luoghi difficili, ai quali si era riparato; obbligate a star in armi di continuo, la scaglia, e le palle delle artiglierie nemiche spruzzando e strisciando di colpo e di rimando per ogni dove le file, e molti traendo a morte ogni momento, serbavan esse tuttavia la solita costanza; e se cedevano ad una dura necessità, mostravansi però di miglior fortuna meritevoli. Nissun atto, nissuna parola fecero, che degna non fosse d'uomini forti e valorosi.

In fine nessuna novella di soccorso, non che fondata, vana, trapelando da parte nessuna, fu fatta la mattina dei tredici la veduta dei fondachi pubblici, e si trovò, che vi era in munizione da vivere, e ciò molto scarsamente, solo per tre dì. In tale stato l'andare ed il rimanere essendo egualmente fuori della potestà loro, considerato, che quanto più si differiva una deliberazione terminativa, tanto procedeva in maggior precipizio la condizione dell'esercito, convocarono una Dieta generale, alla quale intervennero non solo i primarj uffiziali, ma ancora tutti i capitani delle compagnie. Mentre deliberavano le palle nemiche frullando orribilmente, andavano qua e là traforando la tenda, dove si teneva il Consiglio. Tutti unitamente opinarono, doversi cedere alla fortuna, ed introdurre una pratica d'accordo col generale americano.

Usò Gates modestamente la vittoria. Solo propose, che le genti regie deponessero le armi dentro gli alloggiamenti; la quale condizione parendo loro di troppa iniquità, sdegnosamente rifiutarono gl'Inglesi. Volevano tutti piuttosto esser menati al nemico in una disuguale battaglia, che macchiarsi di una tanta vergogna. Dopo diverse pratiche si accordarono il giorno quindeci gli articoli della capitolazione. Dovevano sottoscriversi da ambe le parti la mattina dei diciassette. La notte arrivò al campo di Burgoyne il capitano Campbell, mandatovi a gran fretta dal generale Clinton, il quale recava le novelle, che questi venuto sopra l'Hudson si era fatto padrone del Forte Montgommery; e che il generale Vaughan colle genti più spedite già si avvicinava ad Esopo. Rinascevano in alcuni le speranze di salute. Furono ricerchi gli uffiziali del parer loro, se i soldati in un caso disperato abili fossero a combattere, e se la fede pubblica fosse impegnata pel verbale accordo. Molti risposero, i soldati infievoliti dalle fatiche e dalla fame non potersi reggere; tutti furono apertamente fautori, essere impegnata la fede pubblica. Solo Burgoyne opinò del no. Ma era obbligato a seguire la pluralità dei suffragi. Gates intanto, conosciute queste mene, e le nuove speranze, donde procedevano, il giorno diciassette molto per tempo ordinò tutto il suo esercito alla battaglia, e mandò dicendo a Burgoyne, giunto essere il tempo prefisso a sottoscrivere; perciò si il facesse immediatamente, o si combatterebbe. Questi non si fe' più pregare. L'accordo fu sottoscritto, il quale intitolarono: convenzione tra il luogotenente generale Burgoyne, ed il maggior-generale Gates. Le principali condizioni, oltre quelle per le provvisioni, ed altre cose da somministrarsi all'esercito britannico durante il suo cammino per a Boston, e la sua dimora in questa città, furono che le genti uscissero dagli alloggiamenti con tutti gli onori della guerra, colle corde accese, coi tamburi battenti, le bandiere spiegate, le artiglierie da campo; deponessero le armi, e lasciassero le artiglierie in un luogo a posta presso un'antica Fortezza; avessero la facoltà d'imbarcarsi liberamente, e di passar in Europa da Boston, con patto però non potessero portar le armi contro l'America durante la presente guerra; non fossero sparpagliate, nè i soldati smembrati dagli uffiziali loro; le chiamate, ed altri uffizj militari fossero permessi; ritenessero gli uffiziali le spade; tutte le robe dei privati fossero salve, le pubbliche si consegnassero di buona fede; non si svaligiassero le bagaglie; tutti coloro, che seguitavano il campo di qualsivoglia condizione, o paese si fossero, godessero il benefizio della capitolazione; e fosse fatto abilità ai Canadesi di ritornarsene alle case loro.

Non solo le condizioni di quest'accordo, se si considera il disperato frangente, a cui si trovava l'esercito britannico condotto, sono molto a questo onorevoli, ma Gates per una somma cortesia, e per un benigno riguardo verso i vinti, fe' ritrarre dentro gli alloggiamenti le sue genti, acciocchè moleste spettatrici non fossero alle inglesi, quando elleno deponevano le armi. La qual cosa gli si dee non solamente ad umanità, ma a sopportazione, e ad altezza d'animo recare; imperciocchè già sapeva egli le inudite depredazioni, che andava facendo all'uso dei Barbari sulla destra riva dell'Hudson il generale Vaughan, e come avesse questi tutto il villaggio d'Esopo inesorabilmente arso e distrutto. Egli è debito nostro di non passar sotto silenzio, che siccome Gates in tutto il corso di questa guerra sulle rive dell'Hudson compì tutte quelle parti, che ad accorto, valoroso e sperto capitano di guerra si appartengono, così medesimamente niuna di quelle lasciò indietro, che adornar sogliono gli animi generosi, onesti e civili. E questa amorevolezza usò verso i sani, ma più ancora verso i malati, che la fortuna dell'armi aveva posto nelle sue mani, ai quali tutti quei soccorsi fe' ministrare, che meglio per la condizione delle cose seppe, e potè. Sommava l'esercito americano il dì dell'accordo a un di presso a quindici migliaia di soldati, dei quali dieci migliaia a circa di stanziali; l'inglese a 5791, cioè 2412 Tedeschi, e 3379 Inglesi tra combattenti, e non combattenti. Acquistarono gli Americani quarantadue pezzi di belle artiglierie tra cannoni, obici, e bombarde, da 4600 archibusi, una quantità notabile di cartocci, di bombe, di palle, di carcasse e di altri instrumenti da guerra.

Cotal fine ebbe la spedizione inglese sulle rive del fiume del Nort, la quale cominciata con grandissima riputazione cadde in tanta difficoltà, che coloro, i quali ne avevano sperato sì prosperi successi ne ricevettero gravissimo danno, e quei che sì grandemente ne avevano temuto, ne riportarono grandissimo benefizio. Certo è, che, se ella fu disegnata prudentemente, siccome a noi pare, fu improvvidamente governata da coloro che dovettero mandarla ad effetto. Conciossiachè il buon successo suo dipendeva in tutto dagli sforzi uniti dei generali, che comandavano su i laghi, e di quelli che amministravano la guerra della Nuova-Jork. Ma invece, procedendo con separati consiglj, quando uno veniva, l'altro se ne andava. Allorquando Carleton si era impadronito dei laghi, Howe non che salisse per l'Hudson alla volta di Albanìa, osteggiò nella Cesarea, e si volse verso la Delawara Quando poi Burgoyne entrò vincitore in Ticonderoga, Howe s'imbarcò per andare ad assaltar Filadelfia, e così l'esercito canadese restò privo dell'aiuto, che aspettava dalla Nuova-Jork. Forse credette Howe, che la presa di Filadelfia, città tanto principale fosse, per isbigottire sì fattamente gli Americani, e tanto i disegni loro disordinasse, che dovessero, o venire a patti, o far debole resistenza. Forse ancora avvisò, che il correre con possente esercito contro le parti di mezzo, e, per così dire, dentro il cuore stesso della lega, fosse un molto efficace mezzo di diversione in favore dell'esercito settentrionale, di maniera che non sarebbe stato in potestà degli Americani il mandar genti sufficienti sull'Hudson a contrastargli. Forse finalmente trasportate dall'ambizione si era fatto a credere da sè solo potere, ed esso solo dover godere la gloria del por fine alla guerra. Ma ella è cosa, che ognuno può di per sè stesso conoscere, che qualunque potesse essere l'importanza dell'acquisto di Filadelfia, non era però da paragonarsi a patto nessuno con quella della congiunzione in Albanìa dei due eserciti canadese e jorchese. Poichè, che l'insignorirsi di quella città dovesse dar vinta totalmente la guerra, era molto dubitabile; la congiunzione degli eserciti verisimile. Senza di che gli Americani sarebbero venuti per impedir questa ad una campale battaglia, l'evento della quale non poteva quasi esser dubbio, nè per la susseguente congiunzione terminativo. Oltreacciò due eserciti, i quali entrambi concorrer debbono allo stesso fine, ciò molto meglio, e più convenientemente possono fare, quando più vicini sono l'uno all'altro, che non quando ne son lontani. Per quanto a noi pare adunque la presente fazione è stata e bene immaginata nel suo principio, e con tutti i convenienti mezzi, eccettuata però quella peste degl'Indiani, dai ministri britannici accompagnata; sicchè, giusta l'opinione nostra, non abbiano essi meritato quei rimproveri, che e nel Parlamento, e dagli scrittori parziali vennero loro in questo proposito fatti. Bene ci sembra, che, forse perchè portassero troppo rispetto alla persona, alla fama, al grado, ed alla militare sperienza di Guglielmo Howe, abbiano commesso errore col non mandargli ordini più risoluti. Perciocchè da quanto noi abbiam potuto spillare ci pare, che gli ordini datigli dai ministri in proposito della cooperazione sua coll'esercito canadese siano stati piuttosto discretivi, che assoluti; e dal difetto di questa cooperazione nacque evidentemente tutta la rovina dell'impresa.

Gates dopo la vittoria mandò speditamente al congresso il colonnello Wilkinson a portar le felici novelle. Arrivato, ed introdotto disse: «Stare l'intiero esercito britannico cattivo a Saratoga; l'americano pieno di sanità e d'ardire aspettar gli ordini loro. Deliberassero i Padri, a quale impresa propizia alla patria dovesse la forza, la virtù e la prontezza sue dirizzare». Il congresso rendè immortali grazie a Gates ed alle sue genti. Decretò, si presentasse Gates con una medaglia d'oro gettata espressamente, tramandatrice ai posteri di così chiara vittoria. V'era in quella coniato il ritratto del generale colle parole intorno: _Horatio Gates, Duci strenuo_; ed in mezzo: _Comitia Americana_. Era sul rovescio raffigurato Burgoyne in alto di render la spada, e dietro da una parte e dall'altra i due eserciti d'Inghilterra e d'America. Sopra stavano intagliate queste parole: _Salus regionum septentrion._, e sotto quest'altre: _Hoste ad Saratogam in deditione accepto. Die XVII Oct. MDCCLXXVII._

Se alle novelle di sì felice caso si rallegrassero gli Americani, non è mestier di dirlo. Cominciarono a promettersi maggiori prosperità; ognuno si avvisava, essere sicura la independenza. Tutti sperarono, e non senza molta ragione, che così lieto evento fosse finalmente per indur la Francia, e gli altri potentati che stavano con essa, a scoprirsi in favor dell'America, cessati essendo i dubbj sui futuri accidenti, ed il pericolo di pigliar il patrocinio di una nazione perdente.

Mentre Burgoyne si trovava a sì strette condizioni ridotto, Clinton era partito sul principio d'ottobre dalla Nuova-Jork con poco più di tre migliaia di soldati per recarsi alla sua fazione sull'Hudson in soccorso di quello. Occupavano gli Americani comandati dal generale Putnam le aspre montagne, tra mezzo le quali scorre velocemente il fiume del Nort, e che incominciano ad innalzarsi nelle vicinanze di Peek's-hill. Oltre la fortezza del luogo, essendo in mezzo di queste montagne le rive del fiume ripide, e quasi inaccessibili, avevano gli Americani assicurati i passi in diverse guise. Stavano più in su a sei miglia di Peek's-hill sulla sponda occidentale due Forti chiamati l'uno Montgommery e l'altro Clinton, divisi fra loro da un torrente, che scendendo dalle vicine montagne scorre nel fiume. Eran essi posti su certi colli aspri e scoscesi molto, dimodochè dalle falde loro non vi si sarebbe potuto salire, ed erano del tutto signori di quel fiume. Altra via non v'era aperta al nemico per accostarsi ai medesimi, che quella di entrar fra le montagne più sotto verso Stony-point, e passando per luoghi difficili e stretti riuscir loro a sopraccapo. Ma tali erano queste forre, che, se si fossero convenevolmente guardate, sarebbe stato il passare, non che malagevole, impossibile. Poichè poi il nemico non potesse, navigando, oltrepassargli, s'erano ficcati dentro del fiume triboli, e fatto uno stecconato, protetto eziandio da una grossissima catena di magnifica opera da una riva all'altra. Queste cose si erano fatte con mirabile industria e fatica. Erano difese dalle artiglierie del Forte, da una fregata, e da certe galeotte sorte un poco sopra lo stecconato. Tali erano i ripari, che i repubblicani avevano rizzati sulla destra riva, e dentro le acque dell'Hudson per tener serrati questi passi, dei quali in tutto il corso della guerra erano stati in tanta gelosia; perchè sono essi la sbarra e lo steccato al nemico, che volesse scendere dal Canadà. Sulla sinistra poi sopra un poggio molto elevato, ed a quattro o cinque miglia distante all'insù di quei di Clinton e di Montgommery avevano piantato un Forte, che nominarono Independenza, ed un altro chiamato Costituzione a sei miglia più in su di questo dentro un'isola vicina alla riva sinistra. Anche qui avevano coi triboli, e con uno stecconato interrotta la navigazione del fiume. Stava Putnam alla custodia di questi passi, il quale aveva con sè da seicento stanziali, ed alcune cerne, il numero delle quali era incerto. Un Clinton americano governava nei Forti.

Sapeva benissimo il general britannico, che l'assalire i Forti Clinton e Montgommery di fronte sarebbe stata opera piuttosto impossibile, che difficile. Fece pertanto il disegno di andare all'assalto con riuscir loro a ridosso, entrando nelle forre presso Stony-point. Ma perchè gli Americani non pensassero di mandar grossi rinforzi alle guernigioni, determinò di far le sue determinazioni sulla sinistra del fiume, come se suo intendimento fosse di voler assalire il Forte Independenza. Per la qual cosa sbarcò con tutte le genti il giorno cinque ottobre a Verplanks-point poco sotto a Peek's-hill, dove Putnam aveva le sue stanze. Questi si ritirò più in su a luoghi alti e disagiosi. Gl'Inglesi, imbarcatisi di nuovo la maggior parte la notte, sbarcarono la mattina seguente per tempissimo sulla destra riva a Stony-point, e rattamente entrati nelle strette salivano per alla volta dei Forti. Intanto per le mosse, che andavano facendo le navi inglesi, e per la piccola presa di genti lasciate a Verplanks-point continuava Putnam a credere, che l'assalto fosse diretto contro il Forte Independenza. In questo mezzo camminavano gl'Inglesi per la via delle montagne sollecitamente. Il governator Clinton s'era tardi accorto dell'avvicinarsi dei nemici. Sopraggiunsero contro l'uno e l'altro Forte nel medesimo tempo gl'Inglesi, e fugati di leggieri i primi feritori, ch'erano usciti fuori per intrattenergli, andarono a furore all'assalto. In questo punto era arrivato anche il navilio inglese, e fulminava colle artiglierie. Gli Americani, quantunque si fossero veduti gli avversarj addosso fuori di ogni opinione loro, si difendettero però gagliardamente buon pezzo; ma finalmente non potendo sostenere il ferocissimo impeto degli assalitori, essendo anche troppo deboli per poter acconciamente fornire tutte le fortificazioni, dopo grave perdita di morti e di feriti cedettero, e si ritirarono. Molti, tra i quali il governatore Clinton, essendo pratichi dei luoghi, scamparono. La strage fu grande, irritati gli Inglesi dalla resistenza e dalla morte di alcuni uffiziali. Arsero gli Americani le fregate e galeotte loro. Gl'Inglesi s'impadronirono dello stecconato e della catena.

I Forti Independenza e Costituzione, avvicinativisi gl'Inglesi da terra e da acqua, furono i giorni seguenti votati ed arsi dai difensori. Gl'impedimenti del fiume vennero in mano degli assalitori. Tryon fu mandato il giorno nove a distruggere in fondo una Terra chiamata il villaggio Continentale, nel quale avevano i repubblicani in gran copia ammassate le munizioni.

In cotal modo vennero in poter degl'Inglesi i forti passi delle montagne dell'Hudson, che gli Americani sforzati si erano di assicurare con ogni maniera di fortificazioni. Erano essi riputati meritamente le chiavi della contea d'Albanìa. E si vede, che se i reali fossero stati più grossi, avrebbero potuto porgere un efficace soccorso all'esercito di Burgoyne, e forse far piegare in favor loro tutta la fortuna della settentrionale guerra. Ma non potettero concorrere all'impresa, sia per esser di gran lunga troppo deboli, sia perchè Putnam ingrossatosi fino alle sei migliaia di combattenti per la congiunzione delle milizie del Connecticut, della Nuova-Jork e della Cesarea gli minacciò da fronte ed alle spalle.

Non potendo gl'Inglesi vincere si posero in sul depredare. Il giorno tredici Jacopo Wallace con una armatetta di fregate sottili, ed il generale Vaughan con una grossa presa di soldati salirono pel fiume mettendo a sacco, a fuoco, ed a sangue tutto ciò che loro si parava davanti; barbarie tanto più da condannarsi, quanto più ella non era, nè poteva essere di giovamento alcuno. Si avvicinarono ad una bella e fiorita Terra chiamata Kingston, o Esopo posta sulla riva occidentale del fiume, e scacciati a furia di cannonate i repubblicani, entraron dentro, e tosto vi appiccarono il fuoco da ogni parte. Arse tutta; una sola casa non vi rimase in piè. Arsero medesimamente una considerabile quantità di munizioni da guerra e da bocca. Allegò Vaughan per giustificare sì barbarico furore, che i repubblicani avessero tratto dalle finestre. La qual cosa negaron essi con maggior fondamento di probabilità. Poichè e' pare, che la Terra abbandonassero, tostochè osservarono, che le genti del Re erano sbarcate sulla vicina spiaggia. Queste crudeltà usavano i reali nel medesimo punto, in cui Gates concedeva onorevoli termini al vinto esercito di Burgoyne. L'Americano scrisse una lettera molto grave, e sdegnosa a Vaughan, nella quale, dolutosi prima aspramente dell'arsione di Esopo, e delle orribili devastazioni usate sulle due sponde del fiume, continuò con dire: «in cotal modo sperare i generali del Re le genti convertire alla real causa? Ma le crudeltà loro operare un contrario effetto; l'indipendenza fondarsi sul disdegno universale dei popoli; più abili generali, e più anziani, che non si riputasse il generale Vaughan egli stesso, aver la fortuna della guerra in sue mani posti; poter un dì la condizion loro diventar la sua, ed allora nessuna umana cosa poterlo dalla giusta vendetta di un offeso popolo salvare».

Ma Vaughan e Wallace, udito, che Gates si avvicinava velocemente marciando, non istettero più a soprastare. Smantellati i Forti, e portando seco loro il bottino, si allargarono da quei confini, e se ne tornarono in un colle restanti genti di Clinton più che di passo alla Nuova-Jork. Molto fu notabile il danno che gli Stati Uniti ricevettero da questa correrìa degl'Inglesi su per le rive del fiume Hudson; perchè credendosi universalmente, che quei luoghi alti e scoscesi fossero del tutto inaccessibili alla furia del nemico, vi avevano in grandissima copia ammassato ogni sorta di armi e di munizioni. Di artiglierie, tra quella che guernivano i Forti, e quelle che si trovarono sulle navi arse, o distrutte, o prese, se ne perdettero meglio di cento pezzi di diversa grandezza; quindici a ventimila libbre di polvere, delle palle all'avvenante, ed ogni ordigno atto a fabbricare, od acconciare tutti quest'instrumenti da guerra.

Intanto l'esercito cattivo s'incamminava alla volta di Boston. Partendo da Saratoga passava tra mezzo le fila dell'esercito vincitore, che stava attelato a bella posta lungo la strada, e sui vicini colli da ambe le parti. Si aspettavano i brobbj e gli scherni. Nissuno fiatò; memorabile esempio di temperanza cittadina e di militar disciplina. Per istrada saccheggiarono a rotta ogni cosa, massimamente quei lanzi incorreggibili; onde la gente giudicò, da quello che facevano vinti, a quello che farebbero vincitori. Arrivarono a Boston, ed ebbero gli alloggiamenti nelle baracche di Cambridge. Gli abitatori gli avversavano, non potendo sgozzare l'incendio di Charlestown, e le novissime rapine.

Burgoyne, fatta la capitolazione, provò dal canto dei generali americani ogni sorta di cortesia. Gates lo convitò alle sue tavole. Pareva taciturno e sbattuto. Il conversare era onesto, e nulla si toccò delle disgrazie per non fargli male. Solo gli chiedettero, come gli fosse bastato l'animo di ardere gli abituri del povero popolo. Rispose, sì aver fatto, perchè così gli avevano imposto di fare, o perchè le leggi della guerra per la propria difesa così richiedevano. Quegli uomini linguacciuti della Nuova-Inghilterra se ne empievano la bocca. Ma queste erano intemperanze di plebe. Gli uomini civili lo accarezzavano. Schuyler fra gli altri lo fece gentilmente accompagnare da un aiutante di campo sino in Albanìa, e lo albergò in casa sua, dove la sua donna tutte quelle gentilezze gli usò, che da una gentildonna meglio desiderare si potevano. Eppure Burgoyne nei contorni di Saratoga, dove Schuyler possedeva larghissimi poderi, gli aveva fatto ardere una bellissima magione, di magazzini, e di altri edifizj per un valsente di più di trecentomila franchi. Arrivato poi a Boston il generale Heath, che comandava al Massacciusset, lo accolse in casa sua, e complì con lui con termini di cortesia. Andava a posta sua e veniva per la città, senza che se gli facessero le affoltate intorno per dirgli villanìa.

Ma però gli altri uffiziali non isperimentarono tanta agevolezza. I Bostoniani non gli volevano albergar nelle case loro. Perciò furon fatti alloggiare nelle baracche. Se ne dolse Burgoyne prima col generale Heath, e poi con Gates, allegando, che il mal trattamento, e poco convenevole al grado loro fatto agli uffiziali era un rompimento della fede data nella capitolazione di Saratoga. Si aggiunse a questo, che Burgoyne, dubitando, non arrivassero in Boston, dove l'imbarco doveva aver luogo giusta gli articoli della capitolazione, sì tosto per la malvagità della stagione le navi necessarie per trasportar l'esercito in Inghilterra, aveva ricerco Washington, perchè consentisse, che invece di Boston, s'imbarcassero a Nuovo-Porto nell'Isola di Rodi, od in qualunque altro luogo del Sound. La quale richiesta non credendo Washington aver facoltà nè di negare, nè di concedere, l'avea al congresso trasmessa, perchè definisse egli. Dispiacque grandemente al congresso questo menar per parole; e massimamente quel protestare della rotta fede; pel quale poteva riputarsi Burgoyne sciolto da quella, che egli stesso aveva dato. Parve altresì al congresso, che le navi condotte a Boston pel trasporto delle genti non fossero sufficienti a tanta moltitudine, nè bastantemente provvedute di vettovaglie per un sì lungo tragitto. E finalmente notò che gl'Inglesi non avevano puntualmente osservati i patti nel consegnar le armi, non avendo rimesse le fiaschette da tenervi entro le polveri, ed altri arnesi, i quali, se non sono armi, all'uso di queste però strettamente appartengono. Della qual cosa per altro Gates molto, ed efficacemente giustificava gl'Inglesi. Per la qual cosa il congresso, che voleva la gara, e che cercava le cavillazioni, perchè non avrebbe voluto, che i cattivi s'imbarcassero per timore, che, contro i capitoli, andassero a congiungersi con quelle dell'Howe, od almeno, che arrivando molto per tempo in Inghilterra, avesse il governo inglese facoltà di mandarne tosto altrettante in America, decretò, dovesse Burgoyne fornire al governo americano i ruotoli delle rassegne, dove annoverati fossero per nome, e per grado non solo gli uffiziali, ma ancora i sotto uffiziali, e perfino tutti i gregarj. Parve cosa strana all'Inglese, e perciò si andava divincolando per non fornirgli. Howe poi procedeva con molta grettezza e sofisticheria negli scambj dei prigionieri; il che accresceva vieppiù i disgusti ed i sospetti. Da questa renitenza dell'uno e dell'altro entrò maggiormente in sospetto il congresso; e perciò stanziò, si soprassedesse all'imbarco del Burgoyne, e di tutte le genti cattive, fino a tantochè una chiara ed espressa ratificazione della convenzione di Saratoga non fosse convenevolmente dalla Corte della Gran-Brettagna al congresso notificata. Mandarono nel medesimo tempo al generale Heath, ordinandogli, se alcune navi da servire all'imbarco arrivassero nel porto di Boston, queste dovesse tostamente sforzare a dipartirsene. Provvidero di vantaggio, si moltiplicassero le guardie attorno le genti burgoniane. Rescrisse Burgoyne, giustificandosi con molto efficaci parole, ed affermando, non essersi mai creduto disobbligato dai capitoli di Saratoga, e promettendo, darebbero per iscrittura ciascuno, e singoli gli uffiziali la fede di osservar quei capitoli. Tutto fu indarno. Il congresso non si lasciò svolgere, e fu giuocoforza ai cattivi, se ne rimanessero in America. Cosa, che riusci loro molto grave, e servì di pretesto ai ministeriali per gravar gli Americani colla nota di perfidia. Se poi questi sospetti dal canto degli Americani avessero stabile fondamento, noi lasceremo in dubbio, senza biasimare l'imprudenza di Burgoyne, o lodare le cautele, o condannar la diffidenza del congresso. Certo è bene, che in quei rancori ed alterazioni civili le apparenze diventavano realtà, e le probabilità certezze. Certo è ancora, che a quei tempi molto si richiamarono gli Americani della perfidia inglese, e gl'Inglesi della infedeltà americana.

Veduto Burgoyne, che non poteva impetrare per gli altri, pregò per sè, ed ottenne facilmente di potersene ritornare in Inghilterra. Infatti poco tempo dopo partitosi arrivò a Londra, dove si mise tosto giù a vociferare, ed a tempestare contro quei ministri, dei quali poco prima aveva con ogni studio ricercato il favore, e dai quali, trascurato un antico e provato capitano, aveva ricevuto la opportunità di far chiaro il nome suo con una grande ed onorata impresa. Non mancarono a Burgoyne nè l'ingegno svegliato, nè la scienza, nè l'esperienza dell'armi. Ma uso in quelle guerre germaniche non si muoveva, se non sicuro, e lentamente, e solo quando erano tutte le cose abbondantemente in pronto. Nè andava ad alcuna fazione, se non allora, che tutte le più strette regole della militare arte stat'erano osservate. Male conobbe egli il modo di esercitare la guerra americana, la quale doveva spedita essere, e fatta alla leggiera. In una regione, come l'America è, tanto frequente di passi forti e difficili, e contro un nemico più destro ad affortificarsi, a scorrere in masnade, a dar gangheri, a porre agguati, a mozzar le vie alle vettovaglie, a tagliare i ritorni, doveva meglio usarsi la celerità, che arrecava un pericolo presente, ma evitabile, che la tardanza, la quale colla presente sicurezza arrecava un pericolo futuro ed inevitabile. Si perdè la occasione di vincere, perchè non si volle mai correre il rischio di perdere; e per non essersi voluto por niente in arbitrio della fortuna, non si potè guadagnare il suo favore. Senza di che l'adoperare i Barbari nelle guerre non fu mai principio di buoni e stabili successi; nè fu mai uso dei capitani prudenti il provocar l'inimico colle minacce, od il disperarlo colle arsioni e colle ruberìe.

Mentre verso tramontana si governavano le cose in questa fortuna, veleggiavano per l'alto mare coll'armata loro i fratelli Howe, incerti, a quali dei due partiti si appiglierebbero, o di entrare nella Delawara, ovvero di prendere il cammino pel golfo del Chesapeack, a fine di andar sopra la città di Filadelfia. Stava Washington nella Nuova-Cesarea pronto a soccorrere ai passi dell'Hudson, se l'armata britannica volta si fosse a quei contorni, od a Filadelfia, se alla volta di questa città si fosse incamminata. Intanto, finchè si avessero le novelle certe della via tenuta da quella, e dei disegni dei capitani britannici, sentendosi venir addosso una sì gran piena, faceva tutti quei provvedimenti, che migliori immaginar sapeva per abilitar il suo esercito a sostenere il peso di tanta guerra. Procacciava nuove armi e munizioni; faceva ragunate di milizie da tutte le vicine province, e chiamava a sè tutti quei reggimenti di stanziali, che per la difesa dell'Hudson risparmiare si potevano. Tutte queste genti poi esercitava diligentemente alle mosse, ed alle fazioni militari. Nella qual cosa di grandissima utilità riuscivano, e l'esempio, e gl'insegnamenti degli uffiziali francesi, i quali si erano testè condotti a militare nell'esercito americano. Tra questi, e per la nobiltà del sangue, e per lo splendore della persona, e per la fama dell'onesto costume teneva il primo luogo il marchese de La-Fayette, il quale, siccome sogliono agli animi generosi facilmente riuscir care ed accette le generose imprese, così questa d'America, parendogli, come a quasi tutti gli uomini di que' tempi, e particolarmente ai Francesi, non solo generosa, ma giusta ed alta, grandemente amava e favoriva. Nel che tanto più vivi erano i suoi desiderj, quantochè oltre il candore dell'animo suo, era egli in quell'età constituito, non passando i diciannove anni, nella quale non solo il buono par buono, ma bello; ed in cui l'uomo non solo ama, ma s'innamora. E parendogli mille anni di trovarsi presenzialmente in quei fatti, dei quali sì gran fama suonava in Europa, fin dal 1776 aveva il suo pensiero di volersi in America condurre ai commissarj americani in Parigi disvelato; i quali a ciò fare molto lo confortarono. Avutesi poscia le novelle delle sconfitte della Cesarea, e parendo a quei dì non che pericolante, disperata la fortuna della repubblica, eglino con onesta sincerità dal suo proposito il dissuadevano. Aggiunsero, ch'erano delle cose loro rimasti così bassi per le infelici novelle, che non erano valevoli a noleggiar una nave, la quale il potesse in America trasportare. È fama, che il valoroso giovane rispondesse, esser appunto quello il tempo di servire alla causa loro. Quanto più erano i popoli sfiducciati, tanto maggiori effetti dovere la sua dipartita operare; e poichè procacciar la nave non potevano, una ne noleggerebbe del suo per trasportar sè, e gli spacci loro in America. E come disse, così fece. I popoli molto si maravigliavano, e molti discorsi facevano del consiglio preso da un uomo di sì chiaro nome. La Corte di Francia, o che facesse le viste per non ingelosir l'Inghilterra, o che questo fosse in vero l'intendimento di lei d'impedir questa andata, ordinava a La-Fayette, non istesse a partire. Dicesi, mandasse anche navi a posta per intraprenderlo nelle acque delle Antille. Ciò nonostante, dipartendosi egli dall'amata donna, che garzonissima era, s'imbarcava, e navigato alla larga da quelle isole arrivava in Georgestown. Non omise il congresso nissuna di quelle dimostrazioni, che potessero persuadere al Francese, ed universalmente ai popoli, in quanto grado ei tenesse la sua persona, il suo buon animo, ed i pericoli, che, siccome pareva, aveva corso, e correva tuttavia per esser venuto soccorrere di presenza alla pericolante America. Riceveva egli nel grato animo queste dimostrazioni del governo americano, e prometteva, di voler far tutto quello, che meglio sapeva e poteva. Solo richiedè, gli fosse fatto abilità di servir a proprie spese, e d'incominciar a militare come volontario. Questa generosità e modestia del marchese de La-Fayette riuscì tanto più grata agli Americani, quanto che parecchj fra quei Francesi, i quali condotti si erano ai soldi dell'America, volevano, e grosse paghe tirare, ed i più alti gradi nell'esercito americano riempire. Il Deane era quello, che questi patti era ito facendo in Francia con coloro, i quali volevano agli stipendj americani condursi. La qual cosa molto dispiacque al congresso, e fu causa principale, per cui poco poscia mandò lo scambio a Deane nella persona di Giovanni Adams. Il congresso decretò, che siccome il marchese de La-Fayette pel suo zelo verso la libertà, per la quale gli Stati Uniti combattevano, aveva lasciato la famiglia, i parenti e gli amici, ed era ito a sue spese ad offerir i suoi servigj senza voler trar paga, o altro emolumento godere; e che molto desiderava di spendere la sua vita in difesa loro, così si accettavano i suoi servigj; e per quel riguardo, che si doveva avere alla famiglia, ai parenti e dependenti suoi, avesse ad avere il grado di maggior-generale nell'esercito degli Stati Uniti. Itosene il marchese al campo molto ivi si addomesticò col generale Washington, il quale assai lo onorò, e tenne caro. Nacque allora tra loro due quell'amicizia, la quale durò sino alla morte del generale americano.

Stando l'esercito in questi termini forte di genti, montando la somma, incluse però le milizie poco sperimentate alle battaglie stabili, a quindici migliaia di combattenti, confidente nei Capi, e fatto ardito dalla presenza, dall'esempio, e dai conforti loro, si ebbero le novelle, che l'armata nemica si era scoperta sopra il capo May, posto alle bocche della Delawara, veleggiando verso levante. Entrava tosto Washington in gelosia in rispetto alle rive dell'Hudson, le quali era stato solito avvertir diligentemente fin dal principio della guerra; e mandava a quelle schiere, che lo dovevano venir a trovare nella Cesarea da Peeck's-hill, stessero, ed a quelle che già erano in cammino, facessero alto nei luoghi loro. Compariva di nuovo il giorno sette agosto l'armata britannica a veduta della Delawara; ma spariva di corto, e non se ne sentiva più nuova per molti giorni. L'Americano non poteva apporsi, nè accertarsi del disegno del nemico; stava dubbio, e non si muoveva, non sapendo, dove avesse quel nembo a scoccare. Ma, passati molti dì, la lunghezza dell'indugio gli dava sospetto, che l'intenzione dell'Howe non fosse punto di volersi condurre sull'Hudson; perciocchè soffiato avendo lungo spazio i venti da ostro, se tale fosse stato il disegno del generale Inglese, avvisava benissimo, che già sarebbe al destinato luogo pervenuto. Inclinava dunque a credere, che avessero gl'Inglesi in animo di far impressione in qualche parte delle province meridionali. Dubitava in vero del golfo di Chesapeack; ma essendo questo poco lontano dalle bocche della Delawara, vi avrebbe il nemico già dovuto comparire. Considerate Washington tutte queste cose temeva di Charlestown di Carolina. Ma in questo caso non avrebbe potuto arrivare in tempo coll'esercito per soccorrere a quella città. Oltre a ciò quel paese era mortalissimo per le malattie, massimamente nella stagione che correva. Howe poi avrebbe potuto imbarcar di nuovo le sue genti, e gettarsi improvvisamente a scaricare a Filadelfia, la quale, essendo spogliata di capitano e di gente da guerra, non avrebbe avuto rimedio. Per la qual cosa si risolveva di ristarsi per essere più propinquo alle cose della Pensilvania, lasciando le Caroline totalmente esposte all'impeto delle genti nemiche, e solo fondate in su quelle difese, che di per sè stesse potevano apparecchiare. Ma per compensare i danni, che elleno avrebbero potuto ricevere, si determinava di procedere con tutto l'esercito alla volta del fiume del Nort, per voltarsi quindi, come più convenevole gli parrebbe, o contro Burgoyne verso il Forte Edoardo, o contro Clinton verso la Nuova-Jork sprovveduta della più gran parte de' suoi difensori. Appena aveva fatto questo disegno, che ricevè le novelle essere il nemico comparso con tutte le sue forze nel Chesapeack. Ciò pose fine incontanente a tutte le ambiguità, e l'animo suo dubbio piegò in una certa parte. Mandò spacciatamente ordini a tutte le diverse schiere, venissero a gran giornate a rannodarsi nelle vicinanze di Filadelfia, per quindi procedere alla punta del golfo di Chesapeack. Comandò alle milizie della Pensilvania, della Marilandia, della Delawara, e delle parti più settentrionali della Virginia, corressero alle insegne, ed andassero a congiungersi coll'esercito principale.

Mentre queste cose si procedevano dal canto degli Americani, entrava l'armata inglese a piene vele nel Chesapeack, e navigava col vento in fil di ruota verso la punta di questo golfo, la quale chiamano Elk-head, o sia capo dell'Elk. Aveva quest'armata, subito dopo la sua partenza da Sandy-hook, sperimentato i venti molto contrarj, sicchè penò bene una settimana per girare i capi della Delawara. Avendo quivi i capitani britannici avuto lingua, che avevano gli Americani con tali impedimenti interrotto la navigazione del fiume, che il poter salire sino a Filadelfia era divenuta cosa affatto impossibile (quantunque, secondochè alcuni credono, si sarebbero facilmente potute sbarcare le genti a Wilmington, dond'era uno stradone molto comodo per a Filadelfia), si fermarono di voler procedere al Chesapeack, e l'esercito su di quelle terre della Marilandia sbarcare, le quali vicine essendo al capo d'Elk, sono anche poco lontane da Filadelfia. Ma nella gita dalla Delawara al Chesapeack soffiarono i venti sì fattamente contrarj, che si passò oltre la metà d'agosto prima che potessero entrar in questo golfo. Il quale indugio fu d'incredibil noia alle genti inglesi affoltate e stivate nelle strette navi coi cavalli, e cogli innumerevoli arnesi dell'esercito nella più calda stagione dell'anno. Sarebbe anche stato molto pregiudiziale alla sanità dei soldati, se non che i Capi avevano provveduto di vettovaglie, di camangiari, e di acqua una copia inestimabile. Il mare si mostrò più favorevole nel Chesapeack, e viaggiandovi a golfo lanciato già tenevano le terre della Marilandia. Così si avvicinavano l'uno all'altro i due eserciti con grande aspettazione dei popoli. In questo mezzo tempo fu fatta da Sullivan una rilevata fazione contro l'Isola degli Stati, prospera nel principio, infelice nel fine. Perciocchè sbarcatovi prima, e fattivi molti prigionieri, funne poscia ributtato con non lieve perdita de' suoi. Quindi s'incamminò rattamente alla volta di Filadelfia.

Il giorno 25 agosto sbarcava l'esercito britannico, nel quale si noveravano diciotto migliaia di soldati, non lungi dal capo dell'Elk. Era esso fornitissimo di tutte le cose appartenenti all'uso della guerra. Solo difettava di cavalli, tanto pei soldati, quanto per le salmerìe, essendone morti molti per carestia di strame il precedente inverno, ed alcuni nell'ultimo tragitto dalla Nuova-Jork all'Elk. Il quale difetto non poteva non nuocere grandemente alle genti regie nei luoghi piani della Pensilvania, ed in que' campi atti a ricevere cavalli, ed a maneggiarvisi larga guerra. Il giorno venzette procedette Howe coll'antiguardo a capo d'Elk, ed il dì seguente a Gray's-hill. Là venne poscia a congiungersi con lui Knyphausen col retroguardo, che era stato lasciato indietro, finchè lo sbarco di tutti gli arnesi fosse stato condotto a fine. Tutto l'esercito pigliò gli alloggiamenti dietro il fiume Cristiana, avendo Newark alla dritta, e Pencada, o sia Atkins, alla sinistra. Una colonna condotta da Cornwallis, incontratasi nei corridori di Maxwell gli fugò, cacciandogli sino al di là di White-clay-creek con perdita di alcuni morti e feriti.

L'esercito americano, mostratosi innanzi tratto per la città di Filadelfia per tener in fede gli amici, e per isbigottir gli avversi, acciò non pazzeggiassero, andava, affine di arrestar l'inimico, ad accamparsi dietro il White-clay-creek. Poco poi, lasciati i corridori nel campo medesimo, si ritirava Washington col grosso dell'esercito dietro il Red-clay-creek, alloggiando coll'ala sinistra a Newport presso il fiume Cristiana, e sullo stradone che conduce a Filadelfia, e colla dritta a Hockesen. Ma questa positura di sito malamente era difendevole; e l'inimico, che si era ingrossato per l'accostamento del retroguardo guidato da Grant, tenendo a bada colla sua destra la battaglia degli Americani, faceva le viste di voler girare colla sinistra dietro il loro destro fianco. Considerate queste cose, Washington ritirò le sue genti dietro il fiume Brandywine, e pigliò gli alloggiamenti sui poggi, che da Chadsford si distendono da maestro a scirocco. I corridori di Maxwel ronzavano sulla destra del Brandywine per bezzicare, ed intrattenere all'uopo l'inimico. Le milizie sotto i comandamenti d'Amstrong guardavano un passo più sotto l'alloggiamento principale di Washington, e l'ala dritta più in su guerniva la sponda del fiume a certi luoghi più difficili a varcarsi. Il passo di Chadsford, siccome più agevole di tutti, era custodito dalla più grossa e migliore schiera di tutta l'oste. Ordinato in tal modo l'esercito, aspettava il generale americano l'incontro dell'Inglese. E quantunque il Brandywine, essendo facilmente guadoso qua e là, non potesse servire di sufficiente difesa contro l'impeto del nemico, tuttavia erasi sulle sponde fermato, avvisandosi benissimo, che volere o no, non si poteva evitare la battaglia, e la città di Filadelfia salvare, se non colla vittoria. Howe mosse prestamente la fronte del suo esercito più innanzi, non però senza molta cautela. Arrivò a Kennen-square poco distante dal fiume, e di là mandava i corridori a far cavalcar il paese a dritta verso Wilmington, a sinistra sulla strada per a Lancastro, e da fronte verso Chadsford. I due eserciti si trovavano a sette miglia distanti l'uno dall'altro, scorrendo tra di loro il Brandywine.

La mattina degli undeci settembre in sul far del dì gl'Inglesi andavano alla battaglia. Aveva Howe spartito il suo esercito in due schiere. La dritta sotto gli ordini di Knyphausen, la sinistra sotto quei di lord Cornwallis. L'intendimento suo era, che, mentre la prima facesse sembianza con ogni possibile dimostrazione di sforzare il passo di Chadsford, dimodochè i repubblicani non potessero l'attenzione loro rivolgere ad un'altra parte, la seconda montando su per la riva del fiume, e dando una gran giravolta, lo andasse a passare là, dove, essendo in più rami diviso, è più facilmente guadoso. S'incontrarono i primi feritori inglesi coi corridori del Maxwel, e tostamente gli uni cogli altri si mescolarono. A prima giunta questi eran ributtati indietro; poi ricevuti rinforzi dal campo rincacciarono gl'Inglesi. Ma infine venute medesimamente in soccorso loro nuove genti, e prevalendo i reali di numero, Maxwel con tutti i suoi fu costretto a ritirarsi al di là del fiume. Sopraggiungeva colla sua schiera Knyphausen, ed assaltava molto furiosamente colle artiglierie il passo di Chadsford, e faceva ogni dimostrazione, come se lo volesse sforzare. Si difendevano gagliardamente gli Americani; mandando anche gli armati alla leggiera sulla destra del fiume per noiare gli assalitori sui fianchi. Ma furono tosto a viva forza rincacciati al di là, ed allora Knyphausen instava più che mai per passare il fiume, come se veramente avesse avuto in animo di passarlo; e tempestava, e menava un romore incredibile. In tal modo teneva egli occupatissimo il nemico in questa parte della battaglia.

Intanto iva Cornwallis girando colla sinistra schiera chetamente, e velocemente verso la parte superiore del Brandywine. Arrivava senza essere osservato alla diramazione, e senza ostacolo passava i due rami a Trimbles ed a Jeffery's-ford alle due dopo mezzo giorno. Scendeva quindi frettolosamente sulla sinistra riva del fiume, e difilavasi per la via di Dilworth contro il fianco destro dell'esercito americano. Non tardò il generale repubblicano a ricever la notizia di questa mossa del nemico; e, siccome suole avvenire in somiglianti casi, i rapportatori magnificavano la cosa dicendo, che l'Howe di presenza guidava la schiera. Appigliossi perciò tosto a quel partito, che meglio era conveniente, sebbene pieno di molto ardire. Avvisò adunque di passare con tutta la battaglia e l'ala sinistra il fiume, e con feroce assalto attritare Knyphausen. Pensava ottimamente, che la vittoria avuta sopra la destra del nemico avrebbe abbondantemente compensato il danno, che questi avrebbe potuto fare colla sua sinistra sforzando la dritta degli Americani a ritirarsi. Ordinò pertanto a Sullivan, varcasse il fiume ad un passo superiore colla sua schiera, ed assaltasse la sinistra di Knyphausen. Egli intanto si metteva all'ordine per traghettar più sotto, e fare impressione contro la destra. Già si avviavano gli uni e gli altri alla fazione, quando arrivarono le novelle, esser falso quello ch'era vero, cioè che il nemico non avesse varcato il fiume presso la diramazione, e che non si fosse mostrato sul destro fianco dell'esercito repubblicano. Ingannato dal falso avviso Washington si ristette; e Greene, che già passava colla vanguardia, fu fatto tornare indietro. Mentre si stava con questa incertezza, ecco, che si ebbero le certe novelle, che non solo gl'Inglesi avevano varcato, ma che di più si avviavano grossi, e minacciosi contro il destro fianco. Era l'ala destra degli Americani composta delle schiere dei generali Stephens, Stirling e Sullivan, la prima in un sito più alto su per la via del fiume, e per conseguente più vicina agl'Inglesi; le altre due prossimane per grado, quella di Sullivan essendo la più bassa. Tosto questi allontanandosi dal centro dell'esercito, corse a congiungersi colle due prime, e, siccome più anziano, pigliò il comandamento di tutte tre. Washington accompagnato da Greene si avvicinò anch'esso con due grossi squadroni all'ala destra, e pigliò gli alloggiamenti tra questa e quelle genti, che aveva lasciate di rincontro a Chadsford sotto i comandamenti di Wayne, acciocchè ostassero al passare di Knyphausen. I due squadroni poi guidati da Washington servivano di schiera di riscossa per correre secondo il bisogno in aiuto di Sullivan, o di Wayne.

Intanto, essendo già gl'Inglesi guidati da Cornwallis comparsi a veduta degli Americani, Sullivan metteva i suoi in ordinanza in luogo eminente sopra Birmingham-meeting-house, colla sinistra presso il Brandywine, avendo questa e la destra fasciate da folte boscaglie. Le artiglierie si erano piantate sui vicini colli molto opportunamente. Ma egli pare, che la schiera propria di Sullivan arrivasse, avendo fatto un gran giro, troppo tardi sul campo di battaglia, e perciò non fosse ancora, come si aveva dato ordine, acconciamente posta in ordinanza, quando si incominciò a combattere. Veduto gl'Inglesi la positura delle genti americane, si affilarono, corsero in caccia, e in furia alla battaglia. Incominciò questa con molta foga da ambe le parti alle quattro meridiane. Gli Americani si difendettero valorosamente buon tempo, e crudelmente si sboglientò la battaglia. Ma tanta fu la furia degl'Inglesi e degli Essiani che menavano le mani a gara, che nè l'opportunità dell'alloggiamento, nè le bene poste, e bene amministrate artiglierie, nè la tempesta dell'archibuserìa, nè il coraggio dei soldati potettero reggere contro. I fanti leggieri, i corridori, i granatieri e le guardie inglesi si cacciarono con tanta intrepidità dentro le file repubblicane, che ne furono a viva forza scompigliate e ributtate. Cominciò a piegare, ed a disordinarsi il fianco sinistro, poscia di mano in mano si perturbò ed andò in volta tutta la fila. I vinti si rifuggirono nelle vicine selve. I vincitori gli perseguitarono, e procedettero avanti per la strada maestra verso Dilworth. Appena aveva Washington udito il primo romore, che avvisandosi di quello ch'era, mandò alla schiera di Sullivan i due squadroni soccorrevoli. Approssimandosi al campo s'incontrarono nei soldati di Sullivan, che fuggivano a rotta, e s'accorsero, che niuna speranza rimaneva di ristorar la battaglia. Greene con eccellente industria aprì i suoi ordini per dar luogo ai fuggiaschi, e poscia rannodatigli di nuovo si ritirò coll'ordinanza intiera, ritardando il perseguitar del nemico colle artiglierie, che traevano a ritroso alla coda. Trovato poi una stretta con boscaglie dai due lati vi arringò i suoi, e voltò di nuovo il viso al nemico. Erano Virginiani, e Pensilvanesi. Quivi attestati si difendevano, massimamente i Virginiani capitanati dal colonnello Stevens, disperatamente.

In questo mezzo tempo Knyphausen veduto, che gli Americani avevano alle mani di che fare sulla destra loro, e che le schiere che gli stavano all'incontro dall'altra parte del fiume erano state assottigliate pei soccorsi mandati a Sullivan, si era apparecchiato a mandare ad effetto quello di che fin allora aveva fatto solo sembianza di voler fare, cioè di varcare. Il passo di Chadsford era difeso da una trincea, e da una batteria. Contrastarono un pezzo i repubblicani; ma udito le novelle della sconfitta dell'ala destra, e vedendo comparire sul destro fianco alcuni soldati inglesi, i quali sbrancati, erano trapelati sin là per le folte selve, si ritirarono disordinati, lasciando sul campo le artiglierie e le munizioni, delle quali, varcato il fiume, s'impadronì il generale tedesco. Nella ritirata, o, per meglio dire, fuga loro passarono vicino ed alla coda di Greene che tuttavia si difendeva, e fu l'ultimo a spiccarsi dalla battaglia. Finalmente, fattosi già scuro, anche questi dopo lungo e bravo combattere si ritirò, e tutto l'esercito procedè la stessa notte a Chester, ed il giorno seguente a Filadelfia. Quivi arrivavano ad ogni ora i fuggiaschi condottisi a salvamento per tragetti e vie sconosciute. I vincitori passarono la notte sul campo di battaglia. Se non fosse opportunamente sopraggiunto il buio, egli è molto probabile, che tutto l'esercito americano ne sarebbe stato distrutto. Perdettero i repubblicani in questa giornata da quattordici centinaia di soldati tra morti, feriti e prigionieri, con dieci cannoni ed un obice. De' reali morirono a un dipresso cento, e quattrocento ne furono feriti. Gli uffiziali francesi furono agli Americani di molta utilità, sia nell'ordinar le genti alla battaglia, sia nel riordinarle dopo la rotta. Tra questi il barone de Saint-Ouary fu fatto prigione con gran dispiacere del congresso, il quale lo aveva in grande stima. Al capitano di Fleury, il quale combatteva egregiamente, fu morto sotto il cavallo. Il congresso lo presentò con un altro alcuni giorni dopo il fatto. Il marchese de La-Fayette, mentre si affaticava colla voce e coll'esempio a rannodar i fuggiaschi, toccò una ferita in una gamba. Continuò però a far il debito suo, e come soldato combattendo, e come capitano confortando e riordinando. Combattette anche con molta lode il conte Pulaski gentiluomo polacco, che guidava i cavalleggieri. Lo riconobbe pochi giorni poi il congresso, dandogli le compagnie dei cavalli, ed il grado di brigadiere.

Se tutte le genti americane combattuto avessero nella battaglia di Brandywine col medesimo valore che i Virginiani ed i Pensilvanesi, e che Washington non fosse stato indotto in errore da un falso rapporto, forse che avrebbero esse, nonostante l'inferiorità del numero loro, e l'imperfezione dell'armi, ottenuto la vittoria, o almeno l'avrebbero lasciata più sanguinosa agl'Inglesi. Comunque ciò sia, certo è bene, che l'ordine della battaglia dato dall'Howe è stato eccellente; che le diverse mosse furono eseguite con eguale prudenza e celerità, e che i soldati tanto inglesi che tedeschi combattettero con maraviglioso valore.

La sera, che venne dopo a quella, in cui si combattè la giornata, mandarono i capitani britannici una frotta di genti spedite a Wilmington, luogo posto alla congiunzione della Cristiana e del Brandywine. Quivi fecero prigione il governatore dello Stato della Delawara, e presero a bottino molta moneta, e robe sì pubbliche che private, come pure parecchie scritture pubbliche d'importanza. Seguitarono la fortuna della vittoria le altre Terre della bassa Pensilvania, le quali tutte furono ricevute nell'obbedienza del Re.

Non si sgomentò punto il congresso ad un tanto sinistro di fortuna, e faceva ogni sforzo per persuadere ai popoli, non esser le cose tanto afflitte, nè ridotte in tanto sterminio, che presto non potessero risorgere. Andavasi spargendo, che avevano bene gli Inglesi acquistato il campo di battaglia, ma non già la compiuta vittoria, stantechè la perdita loro altrettanta era, e forse maggiore di quella che gli Americani fatto avevano. Affermavano, che, sebbene disperso in parte, era tuttavia intiero l'esercito loro; e che fra pochi dì sarebbe rammassato, ed in grado di affacciarsi incontro a combattere l'inimico. E perchè quello, che forse non facevano le parole e le esortazioni, se lo facessero le dimostrazioni animose, il congresso non faceva nissuna vista di volersene partire da Filadelfia. Ordinò, che quindici centinaia di regolari si facessero venire da Peek's-hill; che le milizie della Nuova-Cesarea, quelle stesse della città di Filadelfia, quelle del generale Smallwood, ed un reggimento di stanziali, che allora si trovava in Alessandria, venissero rattamente a far capo grosso coll'esercito principale nella Pensilvania. Diè ancora balìa al generale Washington, richiedesse di forza dagli abitatori carri, cavalli e munizioni ad uso dell'esercito, dando loro però le polizze del ricevuto.

Washington parimente tutto era in questo, che si spirasse nuovo coraggio al cuore dei soldati, facendo creder loro, che per niente dimostrati si fossero inferiori ai nemici, e che un'altra volta si sarebbe potuto ottener ciò, che al Brandywine era stato lasciato dubbio. Lasciava intanto riposare un dì gli suoi nel contorni di Germantown, mandando però sulla destra riva dello Schuyl-kill sino a Chester le genti più spedite e più intiere, acciocchè spiassero gli andamenti del nemico, frenassero le sue gualdane, e nel medesimo tempo raccogliessero gli Americani sbrancati, ed erranti alla sfidata. Egli intanto era ito in Filadelfia, dove era sovente col congresso a fine dì accordar con esso lui quello che per rimedio delle cose afflitte fosse da fare. Ma il dì quindici partitosi dalla città, e traversato di nuovo lo Schuyl-kill dalla sinistra sulla destra riva con tutto l'esercito, se ne andò per la via di Lancastro sino a Warren, stabilmente risoluto a combattere un'altra volta il nemico, ovunque il trovasse. Credendo poi, che questi molto fosse impedito dai malati e dai feriti, ordinò a Smallwood, ronzasse coi corridori più lesti sul fianco di lui ed alla coda, e gli facesse tutto quel male che potesse. Scassinavasi nel medesimo tempo il ponte di Filadelfia posto sullo Schuyl-kill, acciocchè all'uopo si potesse rompere del tutto. Il generale Amstrong colle bande pensilvaniche stava alla difesa del fiume, e l'ingegner francese De Portail con molta industria lo fortificava.

Ma Howe, passata la notte degli undici sul campo di battaglia, avviò il giorno seguente un forte squadrone sotto gli ordini del generale Grant a Concordia, al quale venne poscia a congiungersi Cornwallis. L'uno e l'altro procedettero a Chester sulle rive della Delawara, come se fosse per correre improvvisamente a Filadelfia. Howe voltò il grosso dell'esercito alla strada su per Lancastro, e già era arrivato il giorno sedici a Goshen, quando ebbe ad un tratto l'avviso, che Washington si avvicinava con tutte le sue genti per combattere, ed era già arrivato a sei miglia distante. L'una parte e l'altra si apparecchiava alla battaglia, e già i primi feritori si avvisavano; quando ecco, che sopravvenne una sì grave scossa d'acqua, che divenuti molli e fracidi i soldati, il continuar nel combattimento diventò ad ambi gli eserciti cosa impossibile. Gli Americani massimamente ne ricevettero grandissimo danno nelle armi e munizioni loro. I focili degli archibusi, grossamente lavorati, non combaciando davano via all'acqua che trapelava, ed umidiva le polveri sui foconi. Istessamente le fiaschette dove il soldato suol tenere i cartocci, per la mala costruzione loro, non arrestando l'acqua, questi ne furono guasti, e diventarono inabili all'accendersi. Tutte queste cose imponevano a Washington necessità a dover temporeggiare. Perciò ritirò un'altra volta le genti al di là dello Schuyl-kill, passando a Parker's-ferry, e pose gli alloggiamenti lungi il French-creek, o sia Rivo Francese. Ma siccome per questa mossa Smallwood, troppo lontano, rimaneva esposto a qualche fazione improvvisa da parte del nemico, ordinò a Wayne, andasse a scorrazzare con una forte squadra alle spalle di lui, ed ogni ingegno ponesse per accozzarsi con Smallwood. Procedesse però con molta cautela per non aprir niun varco al nemico, onde potesse offenderlo.

La malignità del tempo impedì agl'Inglesi di dar dietro agli Americani. Solo restringevano le genti troppo sparpagliate, ed andavano a campo a Trydruffyn, donde mandarono una frotta a pigliar certe farine ed altre munizioni, che i repubblicani avevano lasciato a Valley-forge.

Howe ebbe spia, che Wayne con quindici centinaia di soldati andava buzzicandosi per le vicine selve sul fianco suo sinistro ed alle spalle. Dubitò perciò di qualche improvviso danno, e si determinò a voler far provare a Wayne quello che questi intendeva di far provar a lui. La notte dei venti mandò il generale Gray con due colonnelli di gente scelta, ed alcuni fanti leggieri a sorprendere l'inimico. Governò Gray l'impresa con molta prudenza e celerità. Passando per tragetti arrivò a un'ora della mattina inosservato vicino al campo di Wayne, e, oppresse le prime sentinelle morte, che stavano alle vedette, si avventò, marciando i suoi soldati al lume dei fuochi che accesi avevano, contro i nemici sonnacchiosi e spaventati. In mezzo a quel buio ne fu fatta grande strage colle baionette. Perdettero gli Americani molta gente con le bagaglie, le armi e le munizioni. Sarebbero anche stati maggiormente consumati, e forse tutta la schiera stata sarebbe tagliata a pezzi, se non che risentitosi finalmente il campo de' repubblicani, e Wayne non punto smarritosi in quell'estremo frangente, furon in fretta posti in ordinanza alcuni pochi reggimenti, i quali valorosamente difendendosi fecero retta contro l'impeto del nemico, sicchè le altre genti ebbero facoltà di potersi salvare. La perdita degl'Inglesi fu di poco o niun rilievo. Mentre così si combatteva nella selva allo scuro, Smallwood, che veniva per congiungersi con Wayne, già era pervenuto ad un miglio vicino al campo di battaglia. E se avesse guidato soldati più valorosi che quelli non erano, che il seguitavano, avrebbe potuto far in modo, che i vincitori si cambiassero in vinti. Ma quelle milizie, le quali, pei romori che correvano nel paese, già stavano coll'animo molto sollevato, udito prima un po' di strepito, e poi vedute comparire alcune frotte di nemici, che perseguitavano le genti di Wayne, non istettero più ad udire o veder altro; ma incontanente si difilarono in rotta.

Assicuratosi con questa vittoria il generale inglese alle spalle, si consigliò di volere, o sforzar l'Americano di venirne ad una battaglia giudicata, od allontanarlo talmente da Filadelfia, che, passato improvvisamente lo Schuyl-kill, potesse alla sicura volgersi a dritta, ed andare ad impadronirsi di questa città. A questo fine iva aggirandosi con varie mosse sulla destra del fiume, molto opportune per far credere a Washington, che l'intento suo fosse di marciare all'insù, e passato il fiume là, dov'era meno grosso, e più facilmente guadoso, spuntar l'ala sua dritta, ed impadronirsi dei magazzini pieni di vettovaglie e di armamento, che si erano fatti a Reading. Per opporsi ad un tanto danno l'Americano ritrasse il suo esercito più in su, ed andò a por gli alloggiamenti a Pottsgrove. La qual cosa intesa, Howe varcò improvvisamente, e senza resistenza alcuna con tutto l'esercito lo Schuyl-kill in due luoghi a Gordon-ford, e più sotto a Fat-land-ford. La notte dei 23 tutto l'esercito inglese alloggiò sulla sinistra riva del fiume, trovandosi tra l'esercito di Washington e la città di Filadelfia. Questa città non aveva più difesa alcuna, e già dovevasi riputare, come se venuta fosse in balìa degl'Inglesi, seppure il generale americano non si determinava a cimentarsi in una battaglia giudicata. Ma egli consigliandosi più colla prudenza, che coi desiderj e le vociferazioni dell'universale, si astenne dal venirne a questo fatale sperimento, giudicando, temerario e precipitoso partito fosse il pericolare lo stato dell'America all'incerto esito di una campale giornata. Aspettavansi di breve le restanti genti di Wayne e di Smallwood, gli stanziali da Peek's-hill, e le bande paesane della Cesarea sotto i comandamenti del generale Dickinson. Erano i soldati non istracchi, ma rifiniti dalle continue mosse, dalle malvage strade, dalla fame, da ogni spezie di patimenti. Fatta una Dieta, e considerata la condizione dell'esercito, tutti deliberarono di rimanersene nei presenti alloggiamenti per concedere qualche riposo alle logore genti, e dar tempo, arrivassero gli aiuti, che di già erano vicini. Deliberò Washington di procedere in ogni cosa con modo cauto e circospetto per prender poi quelle occasioni, che Dio per la gloria della pia impresa, e per lo bene della repubblica gli avesse posto innanzi. Così fu abbandonata del tutto Filadelfia, come sicura preda del nemico.

Quando si ebbero in questa città le nuove della dirotta pioggia, che nella giornata dei sedici aveva impedito i due eserciti dal venirne alle mani, e costretto l'Americano a ritirarsi sulla sinistra dello Schuyl-kill, si era sciolto il congresso, aggiornandosi il giorno venzette a Lancastro. Si votarono nel medesimo tempo con grandissima sollecitudine i magazzini, e gli archivj pubblici, ed il navilio, che presso la vicina spiaggia era sorto, si ritrasse alle parti superiori della Delawara. Si sostennero venti e più gentiluomini, la maggior parte della generazione dei Quaccheri, scopertisi nemici allo Stato, non volendo essi, richiesti, fare il giuramento di leanza. Si mandarono a confine a Stanton di Virginia. Il congresso concedette a Washington, poichè egli aveva eccitalo tale concetto della sua virtù, che pareva, che in lui sicuramente riposar potessero le speranze della repubblica, la stessa autorità dittatoria, che gli era stata concessa dopo le rotte della Cesarea. Poscia, crescendo ogni ora più il romore della venuta degl'Inglesi, abbandonò del tutto la città. Lord Cornwallis il giorno ventisei di settembre entrò in Filadelfia con una coda di granatieri inglesi ed essiani. Il rimanente esercito si lasciò alle stanze di Germantown. Così venne la ricca e popolosa città di Filadelfia, capo di tutta la lega, dopo un aspro conflitto, e dopo molti non meno bene considerati, che penosi avvolgimenti dei due eserciti, in poter dei reali, nella quale i Quaccheri, che rimasti vi erano, e tutti gli altri leali gli ricevettero con grandissime dimostrazioni di allegrezza. Washington calandosi giù per la sinistra sponda dello Schuyl-kill si avvicinò a diciotto miglia di Germantown, e pose gli alloggiamenti a Shippach-creek, avendo nell'animo di accomodare quindi i suoi consiglj ai progressi delle cose.

Insignoritisi gl'Inglesi della città di Filadelfia, dalla perdita della quale gli Americani non solo non si sgomentarono tanto, quanto quelli si erano dati a credere dover avvenire, ma ancora non si perdettero d'animo nè punto, nè poco, applicarono tosto l'animo a piantar batterie sulla Delawara per signoreggiare tutta la larghezza del fiume, proteggere la città da ogni insulto per la via dell'acqua, ed interrompere a' repubblicani la navigazione dalle parti basse alle alte, e dalle alte alle basse. Mentre stavano in tal modo gl'Inglesi lavorando alle batterie, gli Americani colla fregata la Delawara sorta a cinquecento passi di distanza, e con altri legni minori incominciarono a fulminare colle artiglierie loro i palaiuoli e maraiuoli; dal che ne ricevettero essi nelle imperfette trincee, e la città stessa molto danno. Ei pare però che non abbiano saputo acconciamente giovarsi di quella pratica, che avevano dei luoghi nel fiume, dimodochè alla decrescente la fregata rimase nelle secche, e non si potè rimettere a galla. Della qual cosa accortisi gl'Inglesi, incominciarono a trarle contro colle artiglierie, e ciò fecero tanto aggiustatamente, che, abbassata la tenda, si arrendè. Poscia colle medesime artiglierie fecero allontanare e rifuggire all'in su le altre navi minori con perdita di un giunco, che andò a traverso sulla riva.

Avevano gli Americani, dubitando di quello che avvenne, cioè di non poter preservare Filadelfia, interrotto con ogni maniera d'impedimenti il corso della navigazione per la Delawara, affinchè l'armata inglese non potesse per la via del fiume alcuna comunicazione avere coll'esercito, che fosse entrato in quella città. Sapevano che quello di Washington sarebbe per l'accostamento di nuove genti fra poco tempo ingagliardito, e che allora correndo il paese avrebbe impedito le vettovaglie agl'Inglesi. Dal che ne sarebbe nato, che quando non avessero la facoltà del cibarsi per la via del fiume, sarebbero fra breve stati costretti ad abbandonarla. A questo fine avevano costrutto un Forte, e piantato artiglierie su di una isola piana, bassa e maremmana, o per meglio dire uno scanno di mota e di sabbia posto a rincontro delle bocche dello Schuyl-kill nella Delawara, la quale dalla natura sua chiamano Mud-island, che vuol dire Isola della Mota. Sulla opposta riva della Cesarea in luogo chiamato Red-bank avevano rizzato un altro simil Forte, e munitolo di grosse artiglierie. In mezzo poi alle acque navigabili del fiume avevano affondato parecchie file di quei triboli tra l'un Forte e l'altro, dei quali già altre volte abbiam favellato. Tre miglia più sotto avevano parimente ficcato altre somiglianti file di triboli, e sulla vicina riva della Cesarea in un sito chiamato punta di Billing fatto larghe trincee, le quali, quantunque ancora non fossero a fine condotte, potevan però, già guernite di artiglierie essendo, grandemente noiare il nemico, che si attentasse di scostare dal luogo loro i triboli. Sopra poi, e presso all'una e l'altra fila di questi triboli, stanziavano molte galere fornite di grossi cannoni, due batterie galleggianti, e molti altri legni minori, tutti bene armati con alcuni brulotti.

Conoscevano gl'Inglesi di quanta importanza fosse l'aprirsi la via libera al mare per mezzo della Delawara; poichè le cose loro non potevano mai riputarsi quiete e sicure, mentrechè le genti del nemico avessero qualche ricetto sulle rive del fiume; ed andavano avvisando i mezzi da poter ottenere prestamente questo fine. Già fin dal dì, che avevano vinto la giornata di Brandywine, Lord Howe, che comandava a tutta l'armata, aveva dirizzato il corso alle bocche di quel fiume, e di già vi erano giunte alcune navi più sottili, e tra le altre il Roebuck, condottevi dal Capitano Hammond. Fece questi sentire al generale Howe, che, ov'ei mandasse una buona presa di genti ad assaltare sulle rive della Cesarea il Forte della punta di Billing, facil cosa era il conquistarlo; e che in tal caso gli bastava la vista di aprire un varco alle navi tra le file dei triboli. Approvato il consiglio, mandò il generale a questa fazione, il colonnello Stirling con due reggimenti. Varcato il fiume a Chester, e posto piede sulle terre cesariane si avviò rattamente ad assalir il Forte a ritroso. Gli Americani, credendosi di non poter sostenere il nemico, che veniva di rovescio, precipitosamente lo abbandonarono, non senza però aver prima chiodate le artiglierie, ed arse le baracche. Entrati dentro gl'Inglesi guastarono il tutto, e massimamente quei bastioni, che fronteggiavano il fiume. Assicurato in tal modo dalle offese, che poteva ricevere dalle parti di terra, Hammond, dimostrandosi in ciò prontissime le ciurme delle sue navi, procedette alla difficil opera di aprir la via a traverso dei triboli. Nel che tanto fece, e tanto s'affaticò, che finalmente, cansatone alcuni, ed altri cavatone, riuscì nel suo intento. Aprì adunque uno stretto callone per le file inferiori dei triboli, pel quale potevano, sebbene non senza molta difficoltà, le navi inglesi passare, e recarsi contro le file superiori, l'Isola della Mota ed il Red-bank.

Ritornarono, compiuta la spedizione loro, i due reggimenti dello Stirling a Chester, dove venne a trovargli un altro mandatovi apposta, acciocchè tutti e tre fossero di sufficiente convoglio ad una grossa quantità di vettovaglie, che si dirizzavano al campo.

In questo mezzo Washington, il quale dimorava tuttavia nel suo campo di Shippach-creek, avuto intenzione, che Howe aveva indebolito il suo esercito coll'aver mandato i tre reggimenti alle raccontate fazioni, e per aver lasciato Cornwallis con quattro battaglioni di granatieri, come presidio in Filadelfia, giudicò, che questa fosse una occasione da non ne aspettar un'altra. Si risolvette perciò a volersi valere dell'opportunità, assaltando improvvisamente l'esercito britannico, che stava accampato ne' suoi alloggiamenti di Germantown. Al qual partito tanto più confidentemente si accostò, che già aveva ricevuto i rinforzi di Peek's-hill, e le cerne della Marilandia.

Alloggiava l'esercito britannico in Germantown, grosso borgo posto a dodici miglia distante da Filadelfia sullo stradone, che da questa città guida alle parti di tramontana. Esso è sì fattamente edificato, che molto stretto essendo, si distende in lunghezza da una parte e dall'altra dello stradone per lo spazio di due miglia. Il campo poi delle genti regie era in tal modo ordinato, che la fila traversava ad angoli retti il borgo, distendendosi l'ala sinistra sino allo Schuyl-kill, e la dritta fuori del borgo medesimo un pezzo verso levante. A fronte di quella un po' più in su verso il campo americano alloggiavano, come quasi una prima schiera, i fanti ed i corridori tedeschi armati alla leggiera; ed in fronte alla seconda un battaglione di fanti leggieri inglesi coi corridori della reina. La battaglia poi, che stanziava dentro il borgo, era guardata pure da fronte dal quadragesimo, e da un altro battaglione di fanti leggieri, i quali stanziavano in capo alla Terra a tre quarti di miglia innanzi. Washington si risolvette a voler attaccar la giornata improvvisamente coll'inimico, sperando, che, se lo potesse rompere, trovandosi quello non solo lontano, ma ancora separato affatto dal suo navilio, avrebbe potuto condurlo ad un totale sterminio. Ordinò le sue genti in modo, che gli squadroni di Sullivan e di Wayne, fiancheggiati dalla brigata del Conway, dovessero, assaltando il fianco dritto dell'ala sinistra e la battaglia inglese, entrare dentro la Terra per la via principale di Chesnut-hill; gli squadroni di Greene e di Stephens, fiancheggiati dalla brigata di Macdougall, dato una giravolta verso levante, fossero per attaccar il fianco sinistro dell'ala dritta, e, rottala, entrassero da lato per la via delle fornaci da calce. L'intendimento di Washington era, che impadronitosi con questo doppio sforzo di Germantown, venissero separate e disgiunte l'una dall'altra le due ali dell'esercito inglese; la qual cosa gli avrebbe dato una compiuta vittoria. Perchè poi il fianco sinistro dell'ala sinistra inglese non potesse, ristringendosi, correre in soccorso del destro, comandò, che il generale Armstrong colle milizie della Pensilvania girasse verso lo Schuyl-kill, e, scendendo per la sinistra riva di questo fiume, minacciasse e di costa ed alle spalle quel fianco. Istessamente, acciocchè il fianco destro dell'ala destra dell'esercito britannico non potesse andar in aiuto del sinistro, il quale stanziava presso le mura del borgo, fece volteggiare a levante i generali Smallwood e Foreman colle milizie marilandesi e cesariane, acciò comparsi improvvisamente alle spalle del fianco destro, e lo tenessero a bada, e lo disordinassero. Gli squadroni del lord Stirling, e le brigate dei generali Nash e Maxwell stavano alle riscosse. Schierato adunque nel modo che si è detto l'esercito repubblicano, commise Washington, che si toccasse la levata. Perilchè, lasciati gli alloggiamenti di Shippach-creek, marciarono contro i reali la sera dei tre ottobre alle ore sette. I corridori battevano le strade per intraprendere chiunque avrebbe potuto portar le nuove dell'imminente assalto al capitano britannico. Washington istesso accompagnava di persona lo squadrone di Sullivan e di Wayne. Procedevano fra l'oscurità della notte tacitamente e velocemente. Alle tre della mattina dei quattro le prime scolte inglesi diedero al grosso delle genti l'avviso di quello ch'era. Tosto il campo si risentì, e vi si diè all'armi; ognuno andava a pigliare il suo posto con molta fretta, e non senza qualche disordine, essendo la cosa improvvisa. Gli Americani sopraggiungevano a levata di sole. Cacciate da Conway le prime scolte, si avventavano a slancio contro il battaglione dei fanti leggieri. Contrastavano questi valorosamente un pezzo; ma finalmente sopraffatti dal numero furono espugnati. Gli Americani, perseguitandogli, gli rincacciarono nel villaggio. La fortuna pareva in quella prima giunta dar favore alla impresa loro: e certamente, se si fossero fatti padroni di tutta la Terra, avrebbero ottenuto una segnalata vittoria. Ma in questo mentre il luogotenente colonnello Musgrave con sei compagnie si era riparato dentro di una casa forte e grossa, situata in capo alla Terra, e di ella facendo fioccare sugli assalitori le archibusate, impediva loro di recarsi più avanti. Diedero gli Americani furiosamente la battaglia a questo inaspettato nido del nemico; ma quei di dentro continuarono a difendersi risolutamente. Accostarono i cannoni per batterla; ma tale era l'intrepidezza dei soldati del Musgrave, e la spessezza dei tiri loro, che non si potè far frutto alcuno.

Mentre così si travagliava in questa parte, la colonna sottoposta all'obbedienza di Greene si avvicinava all'ala destra inglese, e azzuffatasi coi fanti leggieri e coi corridori della reina, dopo non molta resistenza gli ebbe cacciati indietro. Greene difilandosi sulla sua dritta, ed approssimatosi al villaggio dava dentro nel fianco sinistro dell'ala dritta inglese, e faceva di forza per entrar nel murato. Intanto si aspettava, che le milizie pensilvaniche menate dall'Amstrong sulla dritta, le marilandesi e le cesariane condotte da Smallwood e da Foreman sulla sinistra, eseguendo gli ordini del capitano generale, assalito ed accerchiato avrebbero, quelle il fianco sinistro, e queste il destro dell'esercito britannico. Ma o che arrivassero troppo tardi per gl'impedimenti trovati fra via, o che mancassero d'ardire, le prime si mostrarono bene a veduta dei fanti e dei corridori tedeschi; ma non gli affrontarono. Le seconde arrivarono sul campo troppo tardi. Quindi avvenne, che il generale inglese Grey, credutosi sicuro sul sinistro fianco, ebbe comodità di correre con quasi tutta l'ala sinistra, che obbediva a' suoi ordini, in soccorso della battaglia, la quale dentro del borgo, nonostante la resistenza inopinata del Musgrave, era gagliardamente pressata dagli Americani, che di già erano penetrati molt'oltre. Quivi la battaglia diventò molto feroce, incalzando tuttavia fieramente gli Americani, e difendendosi non meno animosamente gl'Inglesi. Ella stette un pezzo dubbia. Nell'ardore della pugna il generale Agnew con grandissimo ardire combattendo alla testa della quarta brigata britannica, ferito improvvisamente, se ne morì. Il colonnello Matthew dello squadrone di Greene spintosi avanti con incredibile valore ruppe gl'Inglesi da canto alle mura della Terra. Ne fe' molti prigionieri, e già faceva le viste di voler entrar dentro. Ma per la folta nebbia, che in quell'ora ingombrava l'aria, e per qualche inegualità di terreno, perduto di vista il restante dello squadrone, ed attorniato egli stesso da un grosso di nemici, che contro di lui si affoltarono dalla estremità del corno loro destro, dove per gl'indugiamenti dei Marilandesi e Cesariani nissun timore avevano, fu fatto prigione con tutti i suoi, avendo anche gl'Inglesi ricuperato i cattivi. Questo sinistro accaduto a Matthew fu cagione, che due reggimenti dell'ala dritta inglese potettero alla sicura entrare nel villaggio, ed assalir di costa gli Americani, che vi erano dentro. Questi allora non potendo resistere si ritirarono alla sfuggiasca dalla Terra con notabile perdita di morti e di feriti. Musgrave stesso, al quale si dee la principal lode di tutto questo fatto, fu liberato dall'assalto. Avuta Grey la vittoria dentro la Terra, corse in soccorso dell'ala dritta, la quale tuttavia combatteva contro la sinistra banda della colonna di Greene. Gli Americani allora andarono in fuga, abbandonando da tutte le parti agl'Inglesi quella vittoria, la quale avevano creduto sulle prime di avere sicura nelle mani. La densa nebbia, la quale fece sì, che una squadra non vedendo l'altra, tutte, credutesi sole, s'intimorissero, il che più operò sugli Americani, gente nuova e meno disciplinata, che sui veterani inglesi; l'inegualità del terreno, per la quale, e più facilmente si disordinano, e più difficilmente si riordinano i nuovi, che non i vecchi soldati, ed infine l'ostacolo impensato del Musgrave, il quale seppe in un pericoloso istante una casa comune come quasi in una forte bastata trasformare, furono le principali cagioni, per le quali un ben composto disegno non ebbe effetto; e quella fortuna, che già pareva favorevole dimostrarsi ad una parte, voltandosi improvvisamente, inclinò del tutto a prò dell'altra. Cornwallis, che si trovava a Filadelfia, avuto l'avviso dell'impensato assalto, corse con alcuni cavalleggieri e granatieri al luogo della battaglia; ma arrivò, che già gli Americani avevano dato volta.

Morirono in questa battaglia degli Americani da dugento; seicento furono feriti, e da quattrocento fatti prigionieri. Fu soprattutto lamentata la morte del generale Nash della Carolina Settentrionale. Degl'Inglesi rimasero, o morti o prigionieri pochi più di cinquecento. Si noverò tra i primi oltre il generale Agnew, capitano di molto valore, il colonnello Bird. L'esercito americano si ritirò dopo il combattimento, conducendo seco tutte le artiglierie e munizioni, alle stanze di Perkiomy-creek, a venti miglia discosto. Lodò il congresso pubblicamente l'impresa, e molto ringraziò i soldati pel valore, col quale avevano combattuto. Solo il generale Stephens fu casso per aver mal guidato i suoi, durante la ritirata.

Alcuni giorni dopo quello della battaglia Howe si ritirò con tutto l'esercito a Filadelfia, inabile a seguitare il nemico per que' luoghi forti per la mancanza delle vettovaglie, e pel desiderio, che aveva grandissimo, di aprirsi la via sino al mare per la Delawara. Washington accostatessigli alcune centinaia di milizie, ed un reggimento stanziale della Virginia, di nuovo si avvicinò al nemico, pigliando i soliti alloggiamenti di Shippach-creek. Così gl'Inglesi avevano a fare con un nemico, il quale, non che si sbigottisse all'avversa fortuna, pareva per lo contrario da questa nuove forze acquistare; che vinto, non che si disbandasse, di nuovo tornava più feroce alle offese; e tanta era la sua diligenza e la sua costanza, che operava in modo, che le vittorie degl'Inglesi partorivano per essi gli effetti delle sconfitte. Nè si erano ottenuti dalla possessione di Filadelfia que' vantaggi, che se ne aspettavano. Imperciocchè i popoli non se ne sgomentarono di sorta veruna; e l'esercito vincitore trovandosi da ogni parte attorniato da uomini nemici, pareva fosse nelle mura stesse della città confinato. Instava minaccevolmente Washington dai poggi dello Schuyl-kill; e faceva anche correre con numerose torme di cavalleggieri e di pedoni lesti il paese posto tra la destra riva di questo fiume e la Delawara, per opprimere le bande scorrazzanti dell'Howe, acciò non potessero foraggiare alla sicura, e per impedire, che dai male affetti o dagli avari non si movessero vettovaglie verso il campo dell'esercito nemico. Oltreacciò il congresso stabilì, si punissero di morte coloro, i quali o munizioni di qualunque sorta, od altri aiuti fornissero alle genti del Re.

Il generale inglese, vedutosi in tal modo ingannato della sua speranza di poter trarre dalla parte di terra i viveri necessarj all'esercito, volse i pensieri a volersi strigare dagl'impedimenti posti nel corso della Delawara, e ad aprirsi totalmente il varco al mare. L'impresa era molto difficile e pericolosa. Era mestiero, per ottener l'intento, conquistar l'Isola della Mota, nella quale stava piantato il Forte Mifflin, e la punta di Red-bank, che gli Americani chiamavano Forte Mercer. Superate queste due Fortezze, si sarebbe potuto sgombrare la Delawara dalla superior fila dei triboli. Deliberò pertanto Howe di assaltar nello stesso tempo le due Fortezze, facendo anche a quest'uopo servir quelle navi, che avrebbero potuto passare pel callone dell'inferior fila di quelli. Aveva altresì piantato una batteria di grossi cannoni sulla sponda pensilvanica della Delawara, di rincontro all'Isola della Mota, per poter noiare il presidio anche da questa parte. Aveva il comando nel Forte Mifflin il colonnello Smith, e nel Red-bank il colonnello Greene, l'uno e l'altro capitani di molta stima presso gli Americani. Nell'assalto da darsi al Forte Mifflin intendeva Howe, che si procedesse in modo, che mentre le batterie piantate sulla riva lo fulminassero sul destro fianco, la nave da guerra il Vigilante, passando per quello stretto canale, che l'Isola di Hog-island dall'Isola della Mota divide, lo combattesse a ridosso, e le fregate colle navi l'Iside e l'Augusta approssimandovisi pel canale più largo e più profondo del mezzo, da fronte. Il Red-bank poi si doveva, trasportate le genti sulla sinistra del fiume, assalire alle spalle dalla parte della Cesarea.

Ordinate in tal modo le cose, andavano gl'Inglesi alla fazione la sera dei 21 ottobre. Il colonnello Donop, uffiziale tedesco, che si era acquistato buon nome in tutto il corso di questa guerra, con una grossa banda di Essiani varcò la Delawara a Cooper's-ferry rimpetto a Filadelfia. Quindi marciando sulle terre cesariane lungo il fiume all'ingiù, arrivò il dì seguente a ora molto tarda dietro il Red-bank. Consistevano le fortificazioni in un recinto esteriore molto largo, in mezzo del quale si era fatto una grossa trincea munita d'artiglierie e di palificate. Andò Donop all'assalto con maraviglioso coraggio. Gli Americani, fatta una leggiera resistenza nel recinto esteriore, nè credendosi abili a difenderlo convenientemente per la troppa larghezza sua, si ritirarono nel mastio, donde si difendevano con grandissimo ardire. Si avvicinarono gli Essiani, e facevano una molto aspra battaglia. Ma o per la difesa di quei di dentro, o perchè non avessero le scale opportune, poco profittavano. Fu ferito in questo mentre mortalmente Donop, e fatto prigioniero. Molti de' suoi migliori uffiziali o furono del pari uccisi, od in tal modo malconci dalle ferite, che furono costretti a ritirarsi dalla battaglia. Il colonnello Mingerode stesso, il quale dopo l'infelice caso di Donop gli era succeduto nel comando, toccò una ferita molto pericolosa. Furono allora ributtati duramente gli Essiani; ed il luogotenente colonnello Linsing gli faceva a gran fretta ritirare. Nel che furono grandemente danneggiati dalle galere e batterie galleggianti del nemico. Rimasero uccisi da quattrocento Essiani. Morì il giorno seguente delle sue ferite Donop. Ebbe gran parte nella vittoria il cavaliere Duplessis, francese, il quale con molta industria e valore governò le artiglierie. I vinti ritornarono a Filadelfia.

Frattanto le navi si erano mosse per andar a fare il debito loro contro l'Isola della Mota. Superata non senza grande difficoltà la fila inferiore dei triboli, l'Augusta, grossa nave da guerra, parecchie fregate, ed altri legni minori stavano aspettando il flusso; e ricorrendo finalmente le acque all'insù, posto da canto ogni indugio, andavano all'assalto. Ma un vento gagliardo da tramontana impedì, che il Vigilante, siccome era ordinato, pigliasse il suo posto tra l'Isola e la costa di Pensilvania. Gl'impedimenti poi, che gli Americani avevano posti dentro il letto del fiume, lo avevano talmente dal suo corso consueto divertito, che le due navi più grosse, l'Augusta ed il Merlino, toccarono terra, e non poterono più oltre procedere alla fazione. Le fregate però arrivarono alla disegnata stazione, e cominciarono a trarre contro il Forte Mifflin. Nel medesimo tempo le batterie di terra lo fulminavano. Gli Americani animosamente si difendevano. La notte, che sopraggiunse, pose fine al combattimento. La mattina gl'Inglesi ricominciarono la battaglia; non che nel presente stato delle cose sperassero di acquistare la vittoria; ma per potere, trattenendo l'inimico, rimettere a galla le due navi, che avevano dato nelle secche. Ciò nonostante l'Augusta arse, e scoppiò. Il Merlino, non potendosi muovere, fu arso a bella posta. Le fregate intanto, credendo non poter far frutto, e temendo dell'incendio delle due vicine navi, si allargarono prima, e poscia si ritirarono. Il congresso pubblicamente ringraziò, e presentò con una spada i colonnelli Greene e Smith per avere, quello sì valorosamente difeso il Forte Mercer, o sia il Red-bank, questo il Forte Mifflin.

I capitani inglesi però non si perdettero d'animo all'infelice riuscita di questi due assalti; e l'importanza del libero commercio loro col mare per via della Delawara era tanta per causa delle munizioni, e per la congiunzione delle forze terrestri colle marittime, che niuna cosa vollero lasciare intentata per arrivare a questo fine. Il Forte Mifflin era piantato sull'estremità inferiore dell'Isola della Mota, acciocchè potesse tener lontane le navi, che si attentassero di salire il fiume. Al qual fine le principali fortificazioni erano da fronte, e volte perciò verso la bocca del fiume. Di dietro, non aspettandosi da questa parte l'assalto, perciocchè gl'Inglesi in Filadelfia non avevano sufficiente navilio, il Forte era soltanto cinto da un affossamento acquidoso. Era però questa faccia posteriore del Forte fiancheggiata ad ambe l'estremità sue da Fortini, dei quali uno già era stato oltremodo danneggiato nel primo assalto. Poco più insù dell'Isola della Mota avvi una piccola e paludosa isola, che chiamano delle Province; e di questa eransi impadroniti gl'Inglesi a fine di poter battere a ritroso, nella sua parte più debole il Forte Mifflin. Non cessavano gl'Inglesi dal portarvi grosse artiglierie, viveri e munizioni, passando con molta disagevolezza per uno stretto canale presso la destra riva della Delawara dietro l'Isola di Hog-island. Vi rizzavano anche nei luoghi più acconci fortificazioni. S'accorgevano benissimo gli Americani, che, ove il nemico avesse in quest'isola le sue opere terminato, sarebbe stato loro impossibil cosa il mantenersi nell'Isola della Mota. Avrebbe voluto Washington fare uno sforzo per cacciarnelo. Ma siccome aveva Howe costruito un ponte sullo Schuyl-kill, poteva, quando gli Americani fossero venuti sopra l'Isola delle Province correr loro alle spalle e tagliar il ritorno. Venir poi con tutto l'esercito in soccorso loro sarebbe stato l'istesso, che il volerne venire ad una battaglia campale; il che a quei tempi il capitano del congresso voleva schivare. Non voleva egli dopo le due rotte avute mettere così gran posta. E tanto più a quest'estremo partito ripugnava, quantochè sapeva, che le cose dell'esercito settentrionale già avevano avuto un felice fine. Perciò si aspettavano gli aiuti, che ne venivano all'esercito pensilvanico. Si astenne adunque dal voler tentar l'impresa dell'Isola delle Province. Bensì sperava per la fortezza dei difensori e pei soccorsi, che si sarebbero potuti mandar loro alla spicciolata, che avrebbero potuto contrastare lungo tempo.

Ma dal canto degl'Inglesi essendo ogni cosa in pronto si andava all'assalto il giorno quindici novembre. Tutte le navi essendo arrivate ai posti loro, diedero mano al trarre. Sostennero gli Americani per un pezzo fortissimamente l'impeto del nemico, traendo e dal Forte, e dalle batterie della Cesarea, e dalle galere, che quivi poco discosto stanziavano. Ma finalmente, atterrate del tutto le mura, e scassati i fossi dalle rovine, si ritrovarono in grandissimo pericolo. Aspettavano un vicino assalto alle mura, al quale ottimamente sapevano di non poter resistere. Portavan pericolo di andar a fil di spada tutti. Tuttavia gl'Inglesi, ristandosi, vollero indugiar sino all'indomani mattina. Giovaronsi i repubblicani del soprastamento; e la notte votarono il Forte, arse prima le baracche, e sgombrate le munizioni a luoghi sicuri. Si ritirarono a Red-bank. L'indomani gl'Inglesi entrarono nel Forte.

Rimaneva per rimuovere del tutto gl'ingombri della Delawara, si cacciassero dal Red-bank i soldati del congresso. La cosa era di somma necessità; perciocchè, quantunque alcune navi sottili, levando viveri nelle contrade prossimane a Chester, dove gli abitatori molto erano inclinati a favor dei regj, gli recassero a Filadelfia, tuttavia se ne difettava in questa città grandemente; ed inoltre non vi si aveva, se non scarsamente da ardere. Per la qual cosa Howe, assicuratosi dentro Filadelfia con certe trincee, che dalla Delawara si distendevano sino allo Schuyl-kill, e ricevuti alcun rinforzi dalla Nuova-Jork, mandò Cornwallis con una grossa banda sulle rive della Cesarea, acciocchè e raccogliesse vettovaglie, ed assalisse alle spalle il Forte Mercer. Varcò questi il fiume da Chester alla punta di Billing, e si apparecchiava ad eseguir gli ordini del capitano generale. Si congiunsero con esso lui altre genti venute dalla Nuova-Jork. Frattanto Washington, avuto pronto avviso della cosa, e volendo, se possibil fosse, tener quel freno in bocca al nemico, aveva ordinato a Greene, avuto da lui in concetto d'uomo valoroso, che con una grossa schiera si recasse anch'egli nella Cesarea. Sperava, che non solo avrebbe potuto con effetto proteggere il Forte Mercer; ma che di più gli sarebbe venuto in taglio di assaltare, e di rompere in qualche rilevata fazione Cornwallis. Trovandosi il Forte situato sulle terre della Cesarea tra i due rivi di Timber e di Manto, per lungo spazio non guadosi da parte della Delawara, non poteva il capitano britannico inviarsi al Forte, senza trovarsi chiuso da ogni parte, da fronte dal Forte medesimo, da ambi i lati dai due rivi, ed alle spalle dalle genti di Greene. Traghettò questi a Burlington. L'accompagnava il marchese de La-Fayette vago di combattere, quantunque non ancora sanato affatto della sua ferita. Dovevano a queste genti accostarsi quelle, che venivano dalle sponde del fiume del Nort. Si avviarono alla volta del nemico. Ma intesosi da Greene, che Cornwallis per l'accostamento delle genti testè venute dalla Nuova-Jork, era diventato molto più forte, che egli stesso non era, non si ardì di andarlo ad assaggiare. Per la qual cosa il colonnello Greene, che comandava al presidio, perduta la speranza del soccorso, ed avvicinandosi di già Cornwallis, votò il Forte, ed il Red-bank, lasciando in poter dei reali buon numero di artiglierie, ed una notabile quantità di munizioni tanto da guerra, che da bocca. Fu il Forte smantellato dagl'Inglesi, e tutte le fortificazioni distrutte.

In questo stato di cose il navilio americano, che stanziava nella Delawara, venute essendo le due rive del fiume in poter del nemico, correva grandissimo pericolo di essere o guasto, o preso. Per la qual cosa parecchie galere, ed altri legni armati in guerra, valendosi dell'opportunità di una notte propizia, salirono il fiume, ed, oltrepassate felicemente le batterie di Filadelfia, si ripararono a salvamento alle parti superiori. Conosciuta la cosa, gl'Inglesi, perchè non potessero fuggir loro dalle mani quelle che erano sotto, fornirono di ciurma la fregata la Delawara, e le artiglierie piantarono e dirizzarono nei luoghi più opportuni per impedir il passo al nemico. Circondati in tal modo gli uomini delle ciurme americane, vedendo di non poter essere soccorsi, abbandonarono, ed arsero le navi, le quali tutte furono in poco d'ora consumate dalle fiamme. Montaron esse al novero di diciassette di diversa forma e grandezza; tra le quali due batterie galleggianti, e quattro brulotti.

Ottenutasi nel modo che abbiam detto, dagl'Inglesi l'intiera signoria del fiume, si posero all'opera di sgombrarlo da tutti gl'impedimenti. Ma tali, e sì gravi furono le difficoltà che in questa bisogna incontrarono, oltre la stagione dell'anno già molto tarda (queste cose si facevano sul finir di novembre), che con gran fatica poterono a traverso la fila superiore dei triboli uno stretto callone aprire, pel quale solo potevano passare le navi le più leggieri. Per mezzo di queste erano portate le vettovaglie, e le munizioni da guerra a Filadelfia.

Quantunque fossero finalmente i regj riusciti in parte nell'intento loro di sgombrar la Delawara, cionondimeno tanta, e sì lunga era stata la resistenza dei repubblicani, che fu guasta all'Howe ogni occasione di poter assalire l'esercito di Washington, primachè questi avesse ricevuti i rinforzi delle genti vincitrici dell'Hudson. Imperciocchè il capitano britannico prudente com'egli era, non volle mai mettersi al rischio di una battaglia, se prima non aveva libero l'adito all'armata del fratello, sia per la ragione delle vettovaglie, sia per la sicurtà della ritirata nel caso di mala fortuna.

Frattanto continuava Greene a stanziar nella Cesarea, al quale già si erano accostate alcune bande mandate da Gates in aiuto dell'esercito pensilvanico, tra le quali in grandissima stima per gli egregi fatti loro erano tenuti i corridori del Morgan. Non istava Washington senza speranza, che Greene avrebbe fatto qualche onorata fazione, e che in tal modo si ricuperasse con una nuova vittoria quello, che si era per necessità perduto. Ma erasi Cornwallis sì fattamente fortificato nella punta di Gloucester sulla sinistra riva della Delawara, che nissun adito aveva lasciato a Greene di potergli far danno. Temendosi perciò, che l'Inglese, avendo terminato l'opera sua nella Cesarea, ed ottenuto l'intento della presa del Forte, e dell'aver fatto adunata, e mandato di molte vettovaglie a Filadelfia, non ritornasse all'altra riva, e che congiuntosi di nuovo coll'Howe, corressero ambidue uniti contro Washington, comandò questi a Greene, rivalicasse il fiume. L'uno e l'altro congiunsero le forze loro sulle rive del Schippach. Per somiglianti ragioni ripassava colle sue genti Cornwallis, e si accozzò coll'Howe. Prima però che queste genti nemiche abbandonassero le terre della Cesarea, conflissero i corridori di Morgan, ed alcune mani di milizie paesane condotte dal marchese de La-Fayette con una frotta di Essiani e granatieri inglesi molto bravamente, e fecer loro voltar le spalle. Da questo fatto al marchese, che fino allora militava come volontario, il congresso concedette il capitanato di tutta una schiera dell'esercito.

In questo mezzo erano arrivate all'esercito di Washington le genti mandate da Gates, non senza però qualche difficoltà, e spessi indugiamenti. Conciossiachè, e Gates medesimo era andato molto a rilento nel mandarle, ed eransi parte ammottinate contro i capitani loro, dicendo, che marciar non volevano, non avendo nè danaro, ne vestimenta. Ma finalmente, confortate dagli uffiziali, si erano messe in via. Erano in tutto quattro migliaia di soldati, buona gente pel valor loro, e per la fresca vittoria, ma non bella per lo squallore e miseria. Avuto il generale americano questo rinforzo andò a far capo grosso ad un luogo detto White-marsh distante solamente a quattordici miglia da Filadelfia. Era questo alloggiamento molto forte, essendo posto su poggi alti e difficili, ed avendo dal fianco dritto il rivo di Wissahichon, e da fronte il Sandy-run. Si annoveravano a questi dì nell'esercito americano dodicimila stanziali, e qualche cosa più con circa tremila cerne. Aveva seco Howe poco più di dodici migliaia di combattenti.

Era questi continuamente desideroso della battaglia; e pensandosi, che, per la congiunzione delle nuove genti, il suo avversario fosse venuto nel medesimo desiderio, si mosse il giorno quattro decembre, avviandosi ad Sandy-run, molto risoluto al tentare di nuovo la fortuna delle armi. Accampavasi a Chesnut-hill di rincontro a tre miglia dalla dritta del nemico. Quivi si facevano spessi badalucchi, nei quali per lo più rimanevano superiori i regj. Ma accorgendosi Howe, che la positura del sito del campo americano da quella parte troppo era forte, perchè si potesse assaltar con frutto, iva a schierarsi rimpetto al centro, ed alla sinistra lontano solo ad un miglio. Andava distendendosi vieppiù verso la punta sinistra dell'esercito nemico, come se spuntar lo volesse, e girargli alle spalle. L'Americano non fuggiva la battaglia; ma, non uscendo, la voleva aspettare ne' suoi alloggiamenti; perchè seguendo il suo costume voleva avere conveniente riguardo alla conservazione di quell'esercito, dal quale dipendeva la principale sicurtà dello Stato dell'America. Ingrossava intanto l'ala sua sinistra. Infine l'Inglese non potendo in nissuna maniera adescarlo, perchè uscisse fuori, e nissuna favorevole occasione offerendosi di poterlo sbarbar da questi alloggiamenti, dopo di essersi volteggiato or qua or là lungo spazio, se ne tornò a Filadelfia. Patirono assai in queste mosse dal rigor della stagione i suoi soldati, non essendo forniti di tende e di altri arnesi necessarj al campeggiare. Il che giunto allo stropiccio della guerra era causa, che ne stavano malissimo in arnese; la qual cosa considerata, e la pertinacia del nemico a non volerne venire, se non grandemente avvantaggiato, al cimento, ed essendo ormai giunto il tempo che suole esser vacuo dagli esercizj della guerra, si risolvette a fare svernar le sue genti in Filadelfia, non senza però aver prima mandato una grossa banda sotto la obbedienza di Cornwallis a fare una cavalcata per foraggiare largamente sulla destra riva dello Schuyl-kill. Washington medesimamente si determinò a distribuire i suoi soldati nelle stanze. Solo stava dubbioso del luogo, dove si avessero a pigliare i quartieri. Perciocchè non voleva nè lasciare il paese esposto ad esser mangiato senza difesa dal nemico, nè troppo distendere le sue ordinanze, per non dargli luogo ad opprimerle qua e là con assalti improvvisi.

Havvi una gran fondura sulla occidentale sponda dello Schuyl-kill a sedici miglia da Filadelfia, che chiamano Valley-forge, vale a dire Valle-fucina, situata in luogo alpestre e forte. Sui fianchi di questa valle, e sopra una spianata eminente, che domina tutta la valle e le circonvicine regioni, si risolvè Washington, poichè voleva riposare le sue armi, di condurre l'esercito perchè ivi svernasse. Siccome poi tanta era la miseria delle vestimenta dei soldati, che male avrebbero potuto sofferire d'invernar sotto le tende in quella stagione, che oltre ogni dire aspra era divenuta, così fece il pensiero di construrre un sufficiente numero di capanne fatte con palanche ficcate in terra, ed inzaffate al di dentro di calcina, le quali potessero, meglio che le tende, difendergli dal rigore dell'invernata. Muovevasi pertanto tutto l'esercito verso le nuove stanze. Alcuni rimanevan tra via pel freddo che gli assiderava; ad altri, non avendo scarpe, sanguinavano i piedi rotti dal ghiaccio e dai sassi. Ma infine dopo molti stenti arrivati a Fucina lavoravano forte intorno le capanne, le quali edificarono a mò di città regolare. Ogni cosa era in moto. Chi tagliava gli alberi nelle selve; chi gli fendeva. Alcuni gli ficcavano in terra, altri gli piallava, ed altri gl'inzaffava. In non molto tempo furon condotti a fine i palancati; e le genti vi si ripararono dentro. In tal modo i due eserciti dopo un aspro e continuo guerreggiare per ben quattro mesi si riposavano quietamente nei quartieri a' tempi della cruda stagione. Nè altro frutto raccolse il capitano britannico dalle sue vittorie, e da tanti scaltri volteggiamenti fuori di quello di aver procacciato al suo esercito comode e sicure stanze pel verno.

[1778]

In cotale guisa si avvicendarono le cose in America ora prospere, ora avverse per le due parti nel corso dell'anno 1777. Nel quale, se gli Americani fecero nella guerra canadese e dell'Hudson pruove mirabili di non ordinario valore, e nella pensilvanica di non poca costanza contro l'impeto dell'avversa fortuna, diedero nei quartieri di Valle-fucina tali saggi di longanimità e di pazienza, che per me non saprei dire, se altre nazioni di qualsivoglia tempo, o luogo si siano, nelle alte e difficili imprese loro dato ne abbiano, non dirò maggiori, ma eguali. Imperciocchè oltre la malvagità della stagione vi patiron essi della carestia di tutte le cose, e di nissun bene vivente avevano per ristorarsi. Delle quali miserie se ne deve accagionare, parte la necessità delle cose, parte l'avarizia, o dei maestrati dell'abbondanza o degli endicatori, parte l'indole avversa dei popoli, e parte finalmente la poca sperienza del congresso medesimo la quelle cose, che risguardano la pubblica amministrazione, specialmente militare. Giunti erano appena i soldati alle stanze di Valle-fucina, che, fattosi un motivo dal generale Howe per istrameggiare nelle isole della Delawara poste sopra la foce del rivo di Derby, Washington, intendendo di disturbarnelo, volle far muovere a quella volta una buona parte dell'esercito. Ma, fattasi la veduta dei magazzini, si venne a discoprire, cosa incredibile e spaventevole a quelle genti, che non vi era da logorare per un dì. In tanto pericolo di vicina fame, e di totale dissoluzione dell'esercito, non solo si dovette abbandonar il partito di voler correre contro l'Inglese, ma si fecero di più partire colla maggior prestezza saccomanni, acciocchè scorrazzando da ogni banda come in paese nemico pigliassero, e rattissimamente recassero di che sostentar l'esercito. A ciò fare era autorizzato Washington, e dalla necessità del frangente, e dal decreto del congresso, pel quale gli era stata l'autorità dittatoria conferita. Eseguirono gli stracorridori le commissioni, e con incredibile fatica, e non poco disgusto degli abitatori vettovagliarono il campo, dimodochè ebbe di che pascersi per alquanti giorni. Ma poco poi, ricominciarono a sentire la medesima strettezza. Si pose mano di nuovo al medesimo rimedio; ma con poco frutto. Perciocchè, quantunque si razzolasse in ogni canto, eran povere le ricolte, ed appena vi si poteva rispigolare, sia perchè la contrada all'intorno già era in parte vota di vettovaglie, sia perchè gli abitatori andavano con grande diligenza nascondendo nel fondo delle selve, ed in mezzo alle paludi i bestiami, le biade e tutte quelle cose che si ricercavano. Ciò facevano o per contrarietà d'opinione, o per amor del guadagno. Amavan essi meglio condurre le grasce, quantunque con molto pericolo, a Filadelfia, dove eran loro pagate con altrettant'oro, che di serbarle ad uso dei proprj soldati; poichè in tal caso eran loro date in iscambio polizze del ricevuto, da esser pagate soltanto in certo tempo all'avvenire. In queste polizze poi poca o niuna confidenza avevano, stantechè si diffidavano dello Stato; ed era anche accaduto, il che non era loro nascosto, che, appresentate le polizze nel buon dì dai portatori, non erano state rimborsate. Aveva bene il generale scritto ai governatori della Nuova-Inghilterra, pregandogli, mandassero, senza indugio veruno, provvisioni all'esercito, e massimamente di bestiami, dei quali principalmente abbondano quelle province. Medesimamente gli abbondanzieri militari avevano in queste, e principalmente nel Connecticut, grosse incette fatte per via di contratti, sapendo benissimo, che colle richieste sforzate non si può lungamente accivire un intiero esercito. Ma questi rimedj riuscivano molto tardi; e l'effetto che si aspettava dai contratti fu ad un punto per guastarsi per una mala determinazione del congresso. Per le vittorie dell'Howe, e pel sinistro aspetto delle cose nella Pensilvania, e forse più ancora dalle esorbitanti gittate dei biglietti di credito, ch'era andato facendo il congresso, indotto a ciò per avventura da una inevitabile necessità, era accaduto, che essi biglietti scapitassero sul finir del varcato anno, e sull'entrar del presente dei tre quarti del legale valore loro; che è quanto a dire, che con cento dollari di biglietti si potevano solamente avere venticinque dollari di conio. Quindi è ch'erano cresciuti a un di presso proporzionevolmente i prezzi delle cose al vivere necessarie; e gli abbondanzieri dell'esercito nei contratti loro dovevano, se pure volevan trovare di che incettare, a cotali prezzi uniformarsi. Spiacque al congresso la cosa, riputando ad avarizia dei cittadini quello, ch'era l'effetto delle pubbliche strettezze. Perciò da una parte, o i contratti non approvava, o ne indugiava la esecuzione. Nè ciò bastandogli, fece una provvisione, la quale non poteva necessaria od indispensabile stimarsi, poichè essa doveva, di necessità, inutile riuscire; e questa era, che si raccomandasse ai differenti Stati di determinare e stabilire con legge pubblica, non solo i prezzi de' lavorii, ma altresì quelli delle cose, le quali cadono negli usi dell'umana vita. Condiscesero i rispettivi Stati alla volontà del congresso, e con pubbliche leggi pregiarono le cose. Ne nacque, che, nascondendo i cittadini le robe loro, non si trovava più da comperare nè in sui mercati pubblici, nè altrimenti. Il campo di Fucina ne affamava. Già si temevano gli estremi danni. I soldati, nonostante l'incredibile pazienza loro, incominciavano a levarsi in capo, e si ammottinavano. Infine il congresso costretto da bella forza, fece rivocare le leggi in sui prezzi. Poterono gli abbondanzieri continuar ad eseguire le incette loro pel logorar dei soldati. Ma prima che le provvisioni arrivassero al campo, difettandosi anche sommamente di carreggio e di bestie da trainare, Washington, per ovviare ad un totale ed imminente sterminio, aveva fatto uscire alla busca il generale Greene nelle vicinanze del campo, il capitano Lee esperto, sagace ed attivissimo soldato nello Stato della Delawara e nella Marilandia, e finalmente il colonnello Tilghman nella Cesarea. Eseguirono questi sì diligentemente, e sì aspramente gli ordini del capitano generale, che, frugato ne' luoghi più riposti, trovarono e biade, e bestie da macello in sufficiente copia. Lee sopra tutti rinvenne in certe praterìe paludose della Delawara grossi branchi pronti ad esser fatti trapelare a Filadelfia, e gli fe' trottare alla volta di Fucina. In tal modo si trovò, e fu portata qualche vettovaglia da poter pascere per un tempo il campo.

Parrà forse strana cosa a taluno, che non si siano dal governo americano a buon'ora usati quei mezzi, i quali avessero potuto allontanare un tanto pericolo. Nel che si ha a sapere, che perfin nei primi tempi della guerra era stato dal congresso eletto il colonnello Trumbull, uomo di ottimo intendimento, e di molto zelo verso la repubblica, perchè soprastasse al provvedimento delle cose necessarie al vivere dei soldati. Ma o sia per la poca pratica degli affari, o perchè il governo troppo tenero in su quei principj tutta quella assistenza non gli potesse prestare ch'era del caso, la penuria era nata in mezzo all'oste; dal che ne furono spesso guasti i disegni del capitano generale, e perdute molte belle opportunità di onorate fazioni. Quando poi, verso la metà dell'anno 1777, le cose dell'uffizio del Trumbull incominciavano ad essere bene ordinate, il congresso, credendo col far dipendere maggiormente dall'autorità sua gli abbondanzieri dell'esercito, di procurare a questo maggiore abbondanza, creati prima due commissarj generali, uno sui procacci, e l'altro sulle distribuzioni, determinò, che vi fossero quattro deputati eletti dal congresso, uno preposto alle mosse ed agli accampamenti, un altro ai foraggi, un terzo alle bestie ed al carreggio, ed in ultimo un quarto all'attendare, al baraccare, al trincierare, ed agl'istromenti e materie atte a somiglianti servigj procurare. Volle altresì, che questi quattro deputati avessero da sè solo dependenza, e non dai due commissarj generali, in quanto riguardava la ritenzione dell'uffizio loro. Trumbull, al quale non piaceva tanta divisione di uffizj, e questa independenza degli impiegati dai Capi dell'azienda, rassegnò il maestrato. Non si lasciava il congresso spuntare, e persisteva nel suo proposito. Quindi l'antico ordine di cose essendo guasto, ed il nuovo non ancora stabilito, ne nacquero tutti quegl'inconvenienti, dei quali abbiamo testè fatto menzione.

Finalmente, accortosi il congresso, che ne' tempi di guerra, e massimamente negli Stati nuovi, gli uomini e gli affari militari prevalgono ai civili, e che niun modo vi era per poter fare, che l'amministrazione dell'esercito da lui ordinata, fosse dai Capi di questo abbracciata, i quali costantemente la ricusarono, si consigliò di accomodarsi alle voglie loro, e nominò il generale Greene, uomo molto di Washington, a quartier mastro generale, ed un Wadsworth, persona molto idonea, a commissario generale dei procacci con facoltà all'uno ed all'altro di far gli scambj a posta loro ai subalterni, incettatori e canovieri. Queste cose si fecero molto tardi. Epperò prima, che gli effetti dei nuovi ordini si potessero sperimentare, l'esercito andò soggetto a tutti quei mali, pe' quali la repubblica venne in sì fatta estremità; e fu ad un pelo all'ultimo termine condotta.

Non solo si penuriava di vettovaglie, che anzi in tutti gli altri servigj della guerra si provava una estrema scarsezza, o piuttosto carestia di tutte le cose. Mancavano soprattutto le vestimenta tanto necessarie alla sanità, ed alla elevazion d'animo dei soldati, i quali laceri e nudi creduti gli avresti piuttosto altrettanti paltoni, che difenditori di una patria generosa. Pochi avevano una camicia, molti la metà di una, la maggior parte nessuna. Molti per difetto di calzamento portavano nudi i piedi sulla gelata terra. Coltri per la notte poche se ne avevano, o nessuna. Quindi è, che molti ammalavano. Altri in buon numero inabili, pel freddo e per la nudità, ad alcuna militare fazione, per consentimento dei capitani se ne astenevano, i quali, o gli lasciavano stare, senza che ne uscissero mai, nelle capanne, o nelle più vicine masserie gli collocavano. Poco meno di tremila soldati si trovavano in tal modo per l'inclemenza della stagione, e per la miseria del vestito affatto incapaci a poter il debito loro operare. Non aveva il congresso nissuna diligenza tralasciata per andare all'incontro di un tanto male. Aveva, come già si è detto, dato la facoltà a Washington di far tolte presso chiunque si fosse, o con qualsivoglia nome si chiamasse, di tutte quelle cose, che fossero al suo esercito necessarie, fra le quali le cose acconce al vestire tenevano uno de' primi luoghi. Ma e' ripugnava molto all'usare simile potestà, la quale dall'un canto asperava i cittadini, dall'altro avvezzava i soldati a por mano nelle proprietà altrui. Per la qual cosa, dolendosi il congresso dell'inopportuna mansuetudine del suo capitano, raccomandò al governo di ciascuno Stato, deputassero uomini a posta per tor le robe appartenenti al vestir del soldato, intendendo però, che fossero pagate ai posseditori in quel prezzo, che verrebbe da alcuni maestrati pubblici a ciò preposti determinato. Elesse altresì un commissario generale sopra il vestito dei soldati, il quale avesse in ciascuno particolare Stato un sotto commissario, sia perchè sopravvedessero la bisogna delle tolte, sia perchè, se possibil fosse, facessero procaccio per via de' contratti di tutto quanto era necessario. Ma la bisogna procedeva molto lentamente. Molti abborrivano dallo strappar dalle mani altrui le cose, che vender di buon grado non volevano. Senza di che vi era a que' tempi negli Stati Uniti carestia di panni, di tele, di cuoi, e di tutte le altre cose che si ricercavano. Contuttociò il commissario sopra la bisogna del vestire nel Massacciusset era riuscito a far contratti con parecchj mercatanti per grosse quantità di merci al prezzo di dieci al diciotto per centinaio. Parve ad alcuni, ed al congresso medesimo, cosa molto enorme, ed assai cose si dissero sull'avarizia dei mercatanti. Del che però possono venir escusati, stantechè i biglietti, che ricevevano in pagamento, scapitavano dei tre quarti del valor loro; che grandissima nel paese era la scarsezza di quelle merci; che la mano d'opera era assai cresciuta di prezzo; e che le rimesse all'estero molto difficilmente si potevano fare. Ossiachè pei nati bisbigli i mercatanti dispettassero, ossiachè veramente più potesse in essi la cupidigia, che le promesse del governo, parecchj fra coloro, che contrattato avevano, ricusarono di fornire, se prima non erano pagati. La qual cosa risaputasi dal congresso, ordinò, si levassero di forza le merci presso coloro che contrattato avevano, e che non le volevano somministrare; e fosser loro pagate non a termine dei contratti, ma sibbene a quella rata, che i maestrati a ciò deputati determinato avrebbero. Queste ordinazioni del congresso, e le lettere scritte agli Stati da Washington, per le quali con parole gravi gli aveva esortati a venir prontamente in soccorso del sofferente esercito, operarono infine quegli effetti, che si desideravano; ma non sì però, che non fosse la maggior parte del verno trascorsa, quando le prime provvisioni delle vestimenta arrivarono al campo.

Nè solo si travagliava per le cose sovraddette, ma ancora per la carestia degli strami. I soldati rotti dalle fatiche, infievoliti dalla fame, aggrezzati dal freddo nelle fazioni loro diurne e notturne avevano nelle capanne in vece di letto la nuda ed umida terra. Da questa, e dalle altre cagioni che narrate abbiamo, si empiè l'esercito d'infermità. Un numero senza fine di soldati ogni giorno ammalavano, ed entravano negli ospedali, nei quali la più parte non uscivano, se non per esserne portati alla sepoltura. Imperciocchè non eran meglio ordinate le cose degli ospedali, che fossero quelle del campo. Per la incongruenza degli edifizj a tal fine trascelti, per l'incredibile penuria delle suppellettili, e per la moltitudine degl'infermi vi era nato un fetore insopportabile. V'infuriava dentro la febbre da ospedale, ed ogni dì i più robusti, come i più frali miserabilmente uccideva. Non si poteva soccorrere, nè col cambiar spesso le biancherie, delle quali non che si difettasse, si mancava totalmente, nè coi buoni alimenti, che non si avevano alla mano, nè coi rimedj, i quali o non si avevano del tutto, o si avevano guasti, o adulterati per la cupidigia degli amministratori. Poichè tale è stata per lo più la natura degli abbondanzieri degli eserciti, i quali meglio facitori di carestie si dovrebbero appellare, che sempre preferito hanno l'intascare il quattrino al preservar la vita del soldato. Quindi era, che quelle corsìe somigliavano meglio stanze di moribondi, che asili d'infermi; e non che gli ammalati vi guarissero, i sani vi ammalavano. Molti abborrivano dall'entrare in quei luoghi pestilenti, e meglio amavano perire di freddo all'aria libera ed aperta, che morire in quel tanfo di morti. In cotal modo, o per una inevitabile necessità, o per l'avarizia degli uomini una morte immatura ebbe troncato il filo della vita a molti valorosi soldati, i quali, se meglio assistiti o curati stati fossero, avrebbero potuto continuar a prestare l'utile opera loro alla sorgente e pericolante patria.

Queste cose, che apportavano sì grave danno alle cose della repubblica, erano originate dalle cagioni che abbiamo descritte, ed in parte ancora dalla condizione del traino militare, nel quale nè nissun ordine si osservava dai Capi, nè nissuna obbedienza dai subalterni; ed i cavalli o morivan tra le vie, o inosservati si sbrancavano per le vicine campagne. Erano le strade gremite di carri appartenenti all'esercito, i quali muover non si potevano. Di quinci accadde, che quando per gl'incredibili conati sì del governo, che dei buoni cittadini, si erano le provvisioni per l'esercito apprestate, non si potevano agli opportuni luoghi condurre; e di bel nuovo per le lunghe dimore si disperdevano e dissipavano. Questa mancanza riuscì anche dannosissima al trasporto dell'armi e delle munizioni, le quali perciò, o erano abbandonate alla discrezione di coloro che le pigliavano, o trafugate dagli avari. Una inestimabile quantità di pubblica suppellettile fu in cotale guisa o guasta, o perduta. Negli alloggiamenti poi di Valle-fucina erano costretti gli uomini a fare, e facevano in vero con incredibile pazienza l'uffizio delle bestie, o sia nel legnare, o sia nel condur le artiglierie. E certamente nissuna cosa si potrebbe ai disagi, che l'esercito americano ebbe a provare durante quest'inverno, equiparare, fuori della pazienza, e della costanza pressochè sovrumane, colle quali gli sopportarono. Non è però che molti, disertando le insegne, non si conducessero, in questo spalleggiati dagli amici del Re, all'esercito britannico in Filadelfia. Ma erano questi per lo più Europei, i quali si erano posti ai soldi dell'America. I natii con egregio esempio di bontà cittadina, e forse ancora per la venerazione grandissima ed amore, che al capitano generale portavano, si mantennero perseveranti; ed amarono meglio far dura contro gli estremi della fame e del freddo, che mancar in sì pericoloso frangente della data fede alla patria loro. A ciò anche contribuì non poco la costanza dei Capi dell'esercito, i quali tollerarono in sè medesimi con allegro animo tutte le fatiche, e tutta la strettezza del vivere, in cui erano ridotti. Egli è ben vero, che, se Howe avesse voluto pigliar l'occasione, e saltando fuori dalle stanze fosse improvvisamente corso contro gli alloggiamenti di Fucina, ogni ragione persuade, che ottenuto ne avrebbe una rilevata vittoria. Stremi di munizioni sì da guerra che da bocca, non avrebbero potuto gli Americani nè rimanere, nè difendere il campo. L'osteggiar poi all'aperto cielo, ed in mezzo a que' sì grandi stridori del verno era loro cosa del tutto impossibile diventata. Il primo febbraio erano quattro migliaia d'uomini inabili a qualsivoglia fazione pel difetto delle vestimenta. Gli altri in poco miglior condizione si ritrovavano. E brevemente di diciassette migliaia di soldati, al qual numero sommava allora l'esercito americano, gli abili a guerreggiare, se arrivavano, certo non passavano le cinque migliaia. Per quali ragioni il capitano britannico non abbia dato dentro in sì favorevoli circostanze, a noi non consta. Certo ci pare, che l'aver avuto risguardo alla salute ed alla vita de' suoi soldati, delle quali cose era egli studiosissimo, sia stato in questo caso serbargli a maggiori disagi; e la circospezione si dee meglio timidità, che prudenza riputare.

Queste calamità molto angustiavano l'animo di Washington. Ma di una fra le altre sentiva grandissima molestia, siccome quella, che poneva un perniziosissimo esempio ai soldati; e questa si era, che si andava manifestando in mezzo agli uffiziali una inclinazione al voler rassegnare le commissioni; e molti, fatta già la rinunziazione, se n'erano alle case loro ritornati. La quale inclinazione era l'effetto principalmente dello scapito dei biglietti. Era questo arrivato a tale, ed il prezzo delle robe, sia per la medesima cagione, sia ancora per la difficoltà del commercio, era sì fattamente cresciuto, che gli uffiziali non potevano più, non che vivere onoratamente da gentiluomini, e secondo il grado loro, ma nemmeno le cose al vivere necessarie procacciarsi. Alcuni già avevano le facoltà loro consumate per apparire orrevoli al cospetto delle genti, e gli altri che non avevano di che spendere del loro, o s'erano indebitati, od in modo vivevano, obbligati ad estremare di tutte le spese necessarie, che poco era degno dell'uffizio che tenevano. Quindi il desiderio di rinunziare diventava pressochè universale. Nè non è da credersi, che rinunziassero i meno buoni od i tristi; il che sarebbe stato minor male, non essendo a quei tempi riempite le compagnie, e soprabbondando gli uffiziali, ma i migliori, i più riputati, i più generosi, siccome quelli, che più degli altri disdegnavano quella condizione cotanto indegna degli animi loro, volevano massimamente dagli stipendj cessare. Vedendo Washington ire questo malore avanti, usava all'incontro tutti que' rimedj, che più credeva convenevoli, promettendo e confortando; e nel medesimo tempo scriveva efficacissimamente al congresso, perchè, considerata diligentemente la cosa, vi facesse su gli opportuni provvedimenti. Esortando soprattutto a stabilire in favor degli uffiziali dopo il fine della guerra la mezza paga a vita, o a tempo. Scriveva, che possono bene gli uomini favellar della patria, citar i pochi esempj delle antiche storie di grand'imprese dal solo amor di quella a buon termine condotte; ma che coloro, i quali sopra questa sola base si fondano per esercitare una lunga e crudele guerra, debbon trovarsi infine dell'opinione loro molto ingannati; che debbonsi usare le passioni, degli uomini, come sono elleno, e non come essere dovrebbero; che molto invero nella presente guerra aveva operato l'amor della patria; ma che per continuarla e trarla a conclusione era necessario l'usare ancora l'aspettativa dell'interesse, e la speranza delle ricompense.

Ripugnava molto dapprima il congresso ad ammettere questo desiderio del capitano generale, o fosse, che gli paresse cosa troppo insolita, o che non volesse gravare lo Stato di tanto peso, ovvero che si credesse, che le promesse delle terre da concedersi giusta una precedente legge, della quale abbiamo a suo luogo favellato, sì agli uffiziali che ai soldati, dovessero bastare alle voglie degli uomini temperati. Ma infine vinto dalla necessità decretò, che una provvisione di mezza paga a vita fosse concessa agli uffiziali dell'esercito, intendendosi però, che fosse in facoltà del governo il riscattarla colla somma delle mezze paghe di sei anni da quegli uffiziali, ch'esso crederebbe conveniente. Poco poi con un'altra risoluzione ristrinse le ricompense delle mezze paghe al solo termine di sette anni, facendo tempo dalla conclusione della guerra. Queste risoluzioni, se furono opportune, furono anche di soverchio tarde, nè abbastanza spontanee da parte del governo. Imperciocchè già più di dugento de' migliori uffiziali avevano preso le licenze; e per parlar col proverbio, quei benefizj, che sono stati appiccati un pezzo fra le dita del donatore, non riescono grati a nissuno. Senza di che doveva il congresso considerare, che gli stabilitori degli Stati nuovi non comandano, ma obbediscono ai soldati, e che giacchè si ha un bisogno tanto indispensabile dell'opera loro, e non si può loro contrastare, miglior partito è il vezzeggiargli.

In questo mezzo tempo trovavasi Washington molto coll'animo travagliato, e pieno di amaritudine sì per le cose sopraddette, che per certi maneggi, che contro la persona sua si andavano facendo. Gli uomini impazienti, i quali vorrebbono, che con quella prestezza si terminassero le cose, colla quale si desiderano, e gli ambiziosi, che sono sempre pronti per innalzare sè stessi, ad attribuire altrui le colpe della fortuna, o gli effetti della necessità, andavano via spargendo su pei canti, o nelle gazzette stampando, che le disgrazie avute i due precedenti anni nella Cesarea e nella Pensilvania dovevansi meglio dall'insufficienza del capitano generale, che da tutt'altra cagione riconoscere. Rammentavano le vittorie di Gates, il quale molto a Washington preponevano, ed ivano gloriando, di quanto valore, di quali alte imprese fossero gli Americani capaci, quando da un eccellente capitano gli eserciti loro fossero governati. Nè solo questi schiamazzi si facevano dagli uomini privati, ma anzi il mal umore andava anche serpeggiando fra gli statuali, e già aveva trapelato in alcune assemblee degli Stati, tra mezzo l'oste, ed infine nel congresso medesimo. Pareva, si avesse in mira di voler tanto disgustare Washington, che si mettesse da per sè stesso giù dall'impresa, chiedendo licenza; ed allora voltare tutta la grandezza di lui a Gates. Che poi questi abbia tramato questa pratica cogli altri, la cosa è incerta, e si penderebbe al no, se si considera la rettitudine e la candidezza dell'animo suo, che invero erano molto conspicue. Ma l'ambizione, la quale è un affetto assai sottile, e che penetra in ispecie di virtù, corrompe e contamina troppo spesso gli animi più generosi. Certo è bene, che Gates n'era consapevole, e lasciava fare. Forse ancora credette, e con esso lui credettero alcuni dei promovitori di questo maneggio, che veramente Washington non fosse abile a sostener tanto peso, ed intendevano colla dimessione di questo salvar la patria. Noi però per quel rispetto, che si debbe avere alla verità, siamo in debito di dire, che i principali autori, poco curandosi di patria, o di non patria, ciò facevano pel biasimevole motivo dell'ambizione, avendo in animo di metter sè stessi, o gli amici loro nel luogo altrui. Fra questi il primo era Conway, uno de' più scaltri aggiratori, e de' più inquieti briganti, che dall'Europa siansi a quei tempi trasportati in America. Tempestando egli, e non lasciando vivere, nè tener i piedi in terra ad alcuni membri del congresso, e gridando e schiamazzando, che non vi era nell'esercito americano di nessuna disciplina, che bene fosse, e che non vi si avevano due reggimenti, che armeggiassero di somiglianza, nè due uffiziali in ciascun reggimento, i quali sapessero essi stessi eseguire, o far eseguire agli altri gli armeggiamenti, tanto aveva e detto e fatto, che il congresso lo aveva tratto inspettore e maggior generale. Il ch'era stato cagione di molto scalpore nel campo; ed i brigadieri generali rimostrarono. Questi volendo a' suoi fini arrivare, e uomo audace essendo senza niun freno, o barbazzale avere, diceva di Washington tutto quel male che sapeva e poteva. E come suol accadere nelle disgrazie, facilmente trovava chi gli credea.

L'assemblea della Pensilvania fu la prima a rompere il diaccio; e quando si divulgò, che Washington era per condurre i suoi soldati alle stanze di Valle-fucina, presentò una rimostranza al congresso, censurando fortemente questo consiglio del generale, e con aspre parole dolendosi del modo, col quale aveva governata la guerra. Erano i Pensilvanesi venuti in molto mal umore per la perdita della città capitale della provincia, non ricordandosi della grettezza, colla quale erano proceduti nel fornir l'esercito d'uomini e di munizioni. Si credette altresì, che i deputati massacciuttesi al congresso, e principalmente Samuele Adams, o che non potessero sgozzare che fosse stato nominato a capitano generale di tutti gli eserciti un Virginiano con esclusione dei generali massacciuttesi, che a quel tempo uguale, o forse maggior nome di uomini di guerra avevano, che Washington non aveva; o che i medesimi, siccome quelli, che in questa causa americana ardentissimi erano, non si soddisfacessero di quella pacatezza del capitano generale, e desiderassero per Capo dell'impresa un libertino più vivo e più risentito, avessero in animo di far instanza, acciocchè si ricercassero le cagioni della guerra infelicemente amministrata negli anni 1776 e 1777. Ciò non ebbe effetto. Si creò bene un maestrato sopra la guerra, del quale furono fatti Capi i generali Gates e Mifflin, l'uno e l'altro, se non erano, creduti essere fra gli autori della trama tessuta contro Washington. Lettere anonime andavano attorno, per le quali gli si levavano i pezzi, e gli si attribuiva e l'infelicità della guerra cesariana e pensilvanica, e la misera condizione, alla quale erano ridotte le genti nei quartieri d'inverno. Una ne fu indiritta a Laurens, presidente del congresso, piena di gravi accusazioni contro il generale, ed un'altra somigliante all'Enrico, governatore della Virginia, le quali ambidue inviarono a Washington. Del ch'egli, che era per natura d'animo franco ed assuefatto a resistere alle percosse più gravi della fortuna, mirabile temperanza mostrando, non si alterò nè poco nè punto. Nè maggiormente si passionò ad un altro disegno del congresso, ordito d'accordo col nuovo maestrato sopra la guerra, forse per far vedere, che sapeva far da sè, o perchè avesse veramente molto rimesso di quella fede, che aveva nei tempi andati in lui collocata. Era questo disegno una nuova spedizione contro il Canadà, alla quale avevano in animo di preporre il marchese de La-Fayette, siccome francese, e di tanto nome, dovendosi far la guerra in una provincia stata testè francese. Nel che forse coloro, che mestavano in questa bisogna, ebbero anco per mira, spiccando La-Fayette da Washington, di tôrre al capitano generale questo scudo, che il difendeva contro i colpi loro. Dovevano sotto i suoi ordini militare appunto quel Conway, ed il generale Starke. Washington ricevette ordine senz'altra informazione intorno l'impresa, della quale in nessun modo era stato fatto consapevole, di far marciare il reggimento di Hazen composto di Canadesi alla volta d'Albanìa. Il che eseguì prontamente. Arrivato il marchese in Albanìa, dove le genti dovean far capo grosso, non vi trovò preparamento di sorta alcuna, nè uomini, nè armi, nè munizioni. Ne scrisse al congresso. Fu lasciato cadere il tentativo. Fu fatto abilità a Washington di chiamare al campo il marchese. Quanto a Conway fu lasciato stare. Poco poi, vedutosi caduto in disgrazia dell'universale pe' suoi superbi modi, e per le cose fatte contro Washington, chiese, ed ottenne la licenza. Fu eletto ad inspettor generale in suo luogo il barone di Stuben, uffiziale prussiano di buon nome, il quale ripieno della disciplina di Federigo secondo, imprese ad insegnarla ai soldati del congresso. Quindi ne nacque, che gli Americani ottimamente ammaestrati impararono uniformi ordini di armeggiare, e molto ne profittò la disciplina loro.

Non si potrebbe dire, quanto tutto l'esercito, ed i migliori cittadini si risentissero all'udire di queste pratiche contro il diletto capitano loro. Si levò un romore universale contro gl'intrigatori. Conway non si ardiva più mescolarsi tra i soldati, i quali lo volevano manomettere. Si riparò a Jork di Pensilvania, dove il congresso faceva a quel tempo la sua residenza. L'istesso Samuele Adams, il quale, probabilmente tratto da que' suoi vivi spiriti a prò della libertà, queste cose faceva a fin di bene, girava alla larga dai soldati e dagli uffiziali, temendo anch'egli nol mettessero per la mala via. Il congresso poi, quantunque fosse venuto, a ciò indotto dai maneggi e dalle instanze di coloro fra i suoi membri, che volevano lo scambio del capitano generale, alle raccontate provvisioni, tuttavia, sapendo benissimo, di quanto danno riescono negli affari di Stato i cambiamenti fatti alla leggiera, e considerato anche, che non mai la Francia, l'intervenimento della quale si sperava fra breve, avrebbe in un uomo inglese, quantunque fedele, quale Gates era, quella fede posta, che di già aveva grandissima nell'Americano; e che se forse alcuno uguagliava in fatto di perizia nelle cose della guerra Washington, questi però tutti avanzava in fede, la rettitudine, in bontà, e soprattutto in estimazione presso i popoli e presso i soldati, tenne il fermo, e non fe' nissuna sembianza di voler tôrre il supremo grado al suo provato capitano.

Ma Washington, al quale tutte le narrate pratiche non erano ascose, non solo non se ne sgomentava, ma non se ne alterava; e non che si mettesse in mal umore contro la sua patria, siccome soglion fare in simili casi gli uomini, o deboli di mente, od ambiziosi, nulla rimetteva del suo zelo nel far ciò, ch'egli credeva al debito suo appartenersi. Certamente mostrossi in questa occorrenza molto vincitore di sè medesimo, e diè pruova di animo temperato e costante. Si trovava egli in mezzo ad uno esercito perdente, penurioso di ogni bene, afflitto dalla presente fame. Risplendeva nel medesimo tempo Gates per la fresca vittoria, e per l'antica fama della militare sperienza. I diarj pubblici lo laceravano, le lettere anonime lo accusavano, i Pensilvanesi nelle lettere pubbliche acerbamente il riprendevano, i Massacciuttesi gli puntavano addosso, il congresso stesso nicchiava, e pareva lo volesse disgradare. In tanto impeto dell'avversa fortuna conservava egli non solo la stabilità, ma ancora la serenità della mente sua, e pareva, che tuttavia interamente della patria, nè punto di sè stesso fosse sollecito. Scrisse il dì 23 gennaio da Valle-fucina, che nè l'interesse, nè l'ambizione lo avevano al pubblico servigio condotto; che il comando aveva accettato richiesto, non richiedente, e con quella sfidanza di sè medesimo, la quale in un uomo del tutto ignaro s'ingenera dal conoscere sè stesso inabile a riempir meritevolmente quelle parti, che commesse gli sono; che per quanto era stato in sua facoltà, aveva il debito suo adempiuto, ed alla proposta meta risguardato tanto dirittamente, quanto l'ago calamitato risguarda; il polo che tostochè, o il pubblico più non gradisse i suoi servigj, od altri si trovasse più idoneo di lui per soddisfare all'aspettazione, lascerebbe il timone, ed alla privata condizione ritornerebbe con quel piacere stesso, col quale l'affaticato pellegrino dopo un pericoloso viaggio arriva alla terra santa, od al porto della speranza; che desiderava bene, e santamente, che quegli, il quale dopo lui verrebbe, più prosperevoli venti incontrasse e minori difficoltà; che s'ei non aveva cogli sforzi suoi all'aspettazione del pubblico soddisfatto, nissuno più di lui ciò lamentava; ma che solo di presente voleva aggiunger questo, che verrebbe un dì, in cui il nascondere le circostanze dell'America non gioverebbe più oltre la pubblica causa; e che fin là non sarebbe tra i primi a disvelare quelle verità, le quali la danneggierebbero, quantunque dal suo silenzio potesse il nome suo ricevere nocumento. Queste ultime cose diceva, intendendo di parlare delle segrete mene degli ambiziosi, e dei brutti aggiramenti dei rapinatori, degli sciupatori, e di tutti coloro, i quali l'esercito a sì compiuta inopia, ed a quelle fatali strette ridotto avevano. Da questa compostezza del Washington in sì travaglioso accidente imparino tutti gli statuali, che non si debbono colla stregua dell'amor proprio le ricompense cittadine, ed il favore pubblico misurare; e che se i reggitori delle nazioni sono spesso ingrati, i meritevoli cittadini possono trovare, e conforto, e gloria nel non dispettar contro la patria.

Nè solo nelle presenti difficoltà vinceva Washington sè stesso, ma sovente ancora consultava, e scriveva al congresso sul modo, col quale avesse a maneggiarsi quella guerra, e sulle cose occorrenti per riempir le compagnie, e fare, che alla vicina stagione dell'uscire alla campagna si rifornisse l'esercito di tutto quello che abbisognava. Sapevasi, che il generale britannico aspettava grossi rinforzi d'Europa; ed avrebbe voluto ricominciar la guerra, ed assaltarlo prima che fossero arrivati. Era questa cosa di somma importanza, e perciò non cessava con frequenti lettere al congresso, ed ai governi degli Stati di esortare, che non si perdesse tempo, che si facessero immediatamente le provvisioni. Avrebbero l'uno e gli altri voluto soddisfare ai desiderj del generale; ma le deliberazioni si fanno di necessità lentamente nei governi popolari; e quello che doveva essere apparecchiato nell'entrar della primavera, nol fu, e tuttavia scarsamente, che nel corso della state. La composizione stessa, o sia gli ordini dell'esercito furono stabiliti, acciocchè tutte le membra e parti sue fossero uniformi e corrispondenti, se non sul finir di maggio. Imperciocchè prima vi si osservava una gran difformità tanto nei reggimenti di differenti Stati, quanto nei diversi reggimenti dello Stato medesimo; dal che ne veniva il militare servizio molto danneggiato. Ma per un decreto dei 27 maggio le fanterie, i cavalli, gli artiglieri, e gl'ingegneri giusta una sola e comune norma per tutte le parti dell'esercito furono ordinati. Avrebbero quest'indugiamenti grandemente potuto nuocere alle armi americane, se non che le cose che sopravvennero, impedirono i capitani britannici di poter sì tosto, come avrebbero desiderato, osteggiare. Solo si contentarono di far correre dai soldati leggieri i contorni di Filadelfia, e le vicine terre della Cesarea, a fine di foraggiare, e di aprir le vie. Nelle quali affrontate, nulla, che notabil fosse, succedè, se non che una presa di Inglesi venuti improvvisamente addosso ad una mano di Americani nel mese di marzo ai ponti di Quinton e di Hancock, senza stare altrimenti a dar quartiere a coloro, che si arrendevano, o che non si difendevano, tutti gli ammazzarono barbaramente. Fecero anche gl'Inglesi a questo tempo un'impresa su per la Delawara per guastar i magazzini pubblici a Bordentown, e per pigliare, od ardere il navilio, che gli Americani avevano ritratto su pel fiume tra Filadelfia e Trenton. L'una cosa e l'altra succedette loro felicemente. Vollero finalmente assaltare improvvisamente il marchese de La-Fayette, il quale si era posto a campo a Baron-hill sulla sinistra dello Schuyl-kill con una grossa mano di soldati. Ma riuscì vano il tentativo: poichè egli con mirabile industria e celerità se ne sbrigò, benchè sul principio la fazione fosse succeduta prosperamente agli Inglesi condotti dal generale Grant.

Mentre le cose in terra andavano a questo cammino, molto eziandio si travagliava sul mare, dove ogni dì guadagnavano gli Americani riputazione. Mostraronsi essi nelle imprese marittime sì fattamente arditi ed operosi, che il commercio britannico ne ricevette incredibil danno. Dal 1776 in poi predarono nei mari d'America da cinquecento navi inglesi di diversa maniera e grandezza, cariche di molte e preziose mercanzie. Venne poscia a tanto l'ardimento loro, che le coste istesse della Gran-Brettagna non erano esenti dagl'insulti loro, dove vi facevano ogni giorno ricche prede. Non è però, che le navi del Re non facessero anche esse il debito loro, e le americane non intraprendessero sui mari tanto d'America, quanto d'Europa. Ciò non di manco gli Americani ne stettero in capitale.

In questo frattempo era arrivato a Filadelfia il cavaliere Enrico Clinton, al quale doveva rimanere il governo supremo delle cose del Re in luogo di Guglielmo Howe, il quale se ne ritornava in Inghilterra. Aveva questi chiesto licenza, essendo scontento dei ministri, perchè non gli avessero mandati tutti que' rinforzi, ch'ei credeva alla somma delle cose necessarj; ed i ministri gliel'avevan concessa di buon grado, essendo poco soddisfatti di lui, perchè non avesse più efficacemente cooperato con Burgoyne, nè con quella vigorìa amministrato la guerra, ch'essi avrebbero desiderato. Certamente ei si può lodare piuttosto, come prudente, che come ardito capitano. E se merita commendazione per la prontezza, o perizia, veramente singolari, colle quali quelle fazioni condusse, che imprese a fare, forse non potrà sfuggire il biasimo di non averne tentato maggiori e più rilevate. In sul principio della guerra, quando più ardevano gli animi in America, e quando, non avendo ancora gl'Inglesi tutte le forze loro raccolte, si aspettavano per essi i grossi rinforzi, forsechè quella circospezione, e quel voler menare la guerra lenta erano opportuni; perchè mai non si dee tutta la fortuna cimentare con una parte delle forze, e meglio è assaltare il nemico, quando già i sangui sono raffreddi. Ma allorquando già era in molti fra gli Americani, consumati dalle spese, dalla lunga guerra, dalla carestia di ogni cosa, cresciuta la voglia di ritornare alle prime condizioni, e ch'erano arrivati tutti quegli aiuti, che si potevano aspettare, ei doveva riporre tutta la speranza della vittoria nella celerità, e nel terrore di una subita guerra. Il quale consiglio tanto più volonterosamente doveva, secondochè appare, abbracciarsi, in quanto che oltre la probabilità della vittoria, che in un fatto giusto sempre stava in favore degli Inglesi, la disfatta totale dell'esercito del congresso avrebbe, se non certamente, almeno verisimilmente prodotto la totale soggezione dell'America, mentre dall'altra parte la rotta dell'esercito inglese non avrebbe reso gli Americani più ostinati di quello che erano, e nulla di più, massimamente dopo la capitolazione di Saratoga, avrebbe aggiunto ai consiglj del governo francese, i quali di già manifestamente tendevano alla guerra. Così colla vittoria decisiva si acquistava più, che non si perdesse per la decisiva sconfitta. Era Howe, e voleva essere tenuto molto tenero della vita de' suoi soldati, dovendogli venire di così lontano le reclute; e forse temeva, che, quando avesse combattuto infelicemente in una battaglia campale, i popoli sarebbersi levati a stormo, ed avrebbero spento del tutto le reliquie del rotto esercito. Ma un tale disfacimento non era probabile ad avvenire con tali soldati e capitani; ed oltre a questo in ogni disfavore, che fosse sopravvenuto, avrebbero i suoi potuto avere un sicuro ricetto sul navilio, quando si fosse fatto la massa generale in luogo, al quale questo avesse potuto accostarsi. Ad ogni modo le cose erano a quei tempi giunte a tale, che si doveva mettere una gran posta; poichè nella continuazione della guerra si scorgeva, intervenendo la Francia, pressochè certa la separazione dell'America. Quale però di questo sia la verità, era Howe certamente di animo alto e gentile, e le enormità commesse dalle sue genti aveva più desiderio, che facoltà d'impedire, a motivo di quei oltracotati lanzi, che non si potevan frenare a patto nessuno. Cortese cogli uffiziali, umano coi soldati, moderato e non sanguigno, era da tutti e amato e riverito grandemente. Innanzichè partisse, vollero gli uffiziali fargli una festa, che riuscì molto splendida, la quale chiamarono, consistendo ella in giostre, torneamenti, processioni, addobbi, archi di trionfo, ed onorevoli iscrizioni di ogni maniera, _meschianza_. La sera si arsero panegli, si trassono i razzi, e si accesero i fuochi lavorati assai magnificamente. Partì poi Howe pochi giorni dopo, e portato dalla fregata l'Andromeda, felicemente arrivò il secondo di luglio a Londra, dove i ministeriali lo lacerarono aspramente, gli oppositori lo innalzarono fino alle stelle.

FINE DEL LIBRO OTTAVO

LIBRO NONO

[1778]

Avutesi in Inghilterra le novelle della rotta di Burgoyne, e delle poco profittevoli vittorie di Howe era in tutto l'universale una tacita mestizia e scontentezza; le quali tanto maggiori si dimostravano, quanto più vive erano state le concette speranze, e più grandi le promesse dei ministri. S'erano a questi dal Parlamento concedute tutte quelle cose, che per l'esercizio dell'americana guerra avevano richieste; nè avevano essi mancato di mandarle in America alle fazioni del varcato anno con quella prontezza, che si poteva desiderare. I Capi militari poi stati proposti all'impresa, ed i soldati che vi si erano dentro adoperati, erano de' migliori e de' più riputati, che si avesse non che l'Inghilterra, l'Europa. Quindi si argomentava, che un qualche ostacolo per la natura stessa delle cose insuperabile si opponesse alla vittoria, ed incominciavasi a disperare del fine della guerra. Imperciocchè e migliori, e più grossi eserciti dei passati non si potevano in America mandare; e se gli Americani, nel principio del reggimento loro, avevano le genti inglesi non solo combattute, ma vinte e prese, che si doveva credere, fossero per fare nell'avvenire, più confidenti diventati per l'avute vittorie, confermato lo stato dall'uso e dall'esperienza, e fatti pel conceduto tempo maggiori provvedimenti contro il nemico? E non che si dubitasse di acquistare quello che non si aveva, si temeva grandemente di perder ciò che si possedeva. Temevasi particolarmente del Canadà pei presidj poco gagliardi lasciativi, per la vicinanza e per l'ardire dell'esercito vincitore. Nè non si stava senza apprensione, che pel calore delle parti non vi nascesse qualche tumulto pregiudiziale agl'interessi del Re: perciocchè la independenza sia esca dolce a tutte le nazioni, e massimamente alle lontane; e la fortuna propizia agli Americani causasse un più ardente desiderio di quella. Senza di che, essendo i Canadesi, i più Francesi, dubitavasi, che la nimistà nazionale accrescesse viemmaggiormente questi nuovi desiderj, e gli facesse in atti pericolosi prorompere. Moltissima passione poi dava al governo il vedere, quanto la bisogna del reclutare fosse diventata difficile in America, intimoriti i leali dalle fresche vittorie dei repubblicani, e nell'Inghilterra stessa, essendovi più che mai parziali e scontenti i popoli. Ripugnavano questi assai all'andar soldati in una lontana e male avventurosa guerra, che molti chiamavano ingiusta e crudele, e che tutte le circostanti cose dimostravano a quei dì dover avere infelice fine. Nè migliori speranze si avevano di ottener nuovi soldati dall'Allemagna. Conciossiachè dall'un de' lati i grossi eserciti stanziali tenuti continuamente in piè dall'Imperator d'Allemagna, e dal Re di Prussia facevano sì, che si facessero leve in ogni canto, dimodochè pochi rimanevano, che volessero condursi a pigliare i soldi inglesi; e dall'altro, o questa stessa cagione, o gli uffizj fatti presso quei principi dalla Francia, o que' dei mandatarj americani, o quella benevolenza, la quale verso la causa loro manifestata si era in ogni parte dell'Europa, che sel facessero, alcuni fra i principi tedeschi erano giunti a tale, che avevano proibito il passo per gli Stati loro a quelle poche genti, che con incredibile fatica si erano dagli agenti inglesi raggranellate. Ma una cosa, che principalmente teneva sospesi gli animi di tutti, si era il pericolo, che si vedeva vicino, che la Francia si scoprisse in favor degli Americani, e che non più coi segreti maneggi, o colla tacita protezione del loro corseggiare, ma sibbene coll'armi in mano apertamente e gagliardamente il patrocinio loro intraprendesse. Aveva questa tutti gli suoi apparecchiamenti di guerra, massimamente marittimi, a fine condotti, e le novissime vittorie degli Americani sulle rive dell'Hudson in una colla longanimità loro nelle perdite fatte sulle rive della Delawara facevano certissimo argomento, che chi entrasse a parte con loro non correrebbe pericolo di collegarsi con un amico o troppo debole, o poco fedele, o meno costante. La occasione tanto desiderata dai Francesi di abbassare la potenza e la superbia inglese, e che con tanta gelosia spiavano, e con tanta industria, e da sì lungo tempo fomentavano; era loro adesso posta avanti dalla favorevole fortuna, dalla pertinacia, e dagli errori dei ministri, e dei capitani britannici, i quali misurarono male la importanza e la condizione delle cose, ed infine dal valore e dalla costanza americana. Nè dubitavasi punto in Inghilterra, che la Francia non fosse per usare convenevolmente quella opportunità, che le parava davanti il mezzo di potere le antiche ferite sanare. Queste cose tutte molto travagliavano l'universale, e si vedeva da tutti la necessità o di un accordo poco onorevole con coloro stessi, che mai non si erano voluti udire, e contro i quali tante stranezze prima, e poscia una sì crudele guerra esercitate si erano. E sebbene non mancassero i ministri, e coloro che seguitavano le parti loro, di buone ragioni per giustificar sè, ed i procedimenti loro, tuttavia credevasi dai più, sarebbe stato miglior consiglio, che, dato una volta ascolto alle supplicazioni degli Americani, o seguitando i partiti parecchie fiate posti nel Parlamento dagli oppositori, si fossero posate le armi, ed introdotto un negoziato, il quale avrebbe potuto condurre ad un acconcio componimento. Dolevansi acerbamente, che tante buone occasioni di pace si fossero trasandate; e che si avesse ostinatamente voluto aspettare quel tempo, in cui non si poteva più nè accordare con onore, nè guerreggiare con gloria; e nel quale non che si avesse speranza o di conquistare, o di amicarsi l'America, dovevasi temere di aver a perdere altre parti preziose del Regno. Molto lamentavano specialmente, che dopochè già tante inutili pruove di ridurre gli Americani all'obbedienza col mezzo della forza si erano fatte, e primachè gli estremi sforzi si tentassero, oltre i quali, se vani riuscissero, si doveva del tutto disperare della vittoria, non si avesse voluto udire la proposta d'accordo fatta dal lord Chatam nella tornata del Parlamento addì 20 maggio dell'anno prossimamente trascorso. Dubitando egli delle fatali calamità, che alla patria sua sovrastavano, vedendo, essere risoluti i ministri a voler mettere l'ultima posta, ed accorgendosi benissimo, che ai pericoli della guerra interna si sarebbero di breve aggiunti quei della esterna, quantunque impedito dagli anni, e da una grave malattia, erasi nella Camera dei Pari recato, ed ivi con mirabil eloquenza orando, e stando tutti intentissimi ad ascoltarlo, aveva e pregato, e scongiurato, si sospendessero le ire, si cessassero le armi, ad un tratto si rivocassero tutte le lamentate leggi, s'introducesse una pratica d'accordo.

«Questo, diceva, è un momento, che fugge. Sei settimane forse, e non più lasciate ci sono per arrestare i pericoli che ci attorniano. Il tempestoso nugolo, ch'è sorto buon tempo fa, sta per iscoppiare. Già già si rompe, e trabocca. Da quanto è finora accaduto, difficile cosa è al governo lo strigarsi dagli sfidatori del Re, dagli sfidatori del Parlamento, dagli sfidatori del popolo. Non sono io sfidator di persona; ma se non si pon fine a questa guerra, è posto fine a questa contrada. Nè mi fido io in questo al giudizio fatto nel presente stato della salute mia; ma questo è il giudizio de' miei migliori dì; il risultamento di quarant'anni d'attenzione all'America. Sono eglino ribelli. Ma perchè son essi ribelli? Sicuramente non per difendere i loro incontrastabili diritti. Che cosa han fatto altre volte questi ribelli? e' mi sovviene, quando levarono quattro reggimenti di loro, e del loro, e tolser Luisburgo dai veterani della Francia. Ma trascorsero eglino a gravi eccessi. Vero è ciò, nè voglio io farmi panegirista loro. Ma noterò ciò nondimanco gli erronei ed ostinati consiglj che prevalsero. L'adito alla misericordia, ed alla giustizia stato è chiuso contro di essi. Ma possono ancora esser pigliati nelle parole delle prime protestazioni loro. Sapete voi, quanta sia la importanza dell'America? Ella è un doppio mercato, una piazza di consumazione, ed una di fornimento. Questo doppio mercato di molti milioni di cose marinaresche, voi siete in punto di darlo al vostro ereditario rivale. Se non provvedete in tempo, l'America, che già vi ha condotti ad una guerra di quattro anni, vi condurrà alla morte. Consiglio è di saggio il mutare i pregiudiziali consiglj. Voi avete ogni canto della Bassa Sassonia rovistato. Ma quarantamila villanzoni di Allemagna atti non sono a far istare dieci migliaia di liberi Bretoni. Possono essi devastare; conquistare non mai. Voi dite, vogliam conquistare. Che? la mappa dell'America. Io sto forte, e son pronto ad affrontarmi in questa materia con qualunque uomo di guerra. Che cosa avete fatto voi lungi dalla protezione delle vostre flotte? Di verno, se ammassati, affamano; se dispersi, l'Americano gli spazza. Ho sperimentate le speranze di primavera, e le vernali promesse. Conosco le parole vantevoli dei ministri. Ma sopraggiungono infine l'equinoziali disdette. Diconvi i ministri, che avrete un esercito altrettanto forte, quanto quello dell'anno varcato era, il quale non era forte abbastanza. Non avete in America altro guadagnato, che stazioni. Voi avete insegnato tre anni continui ai coloni l'arte della guerra. Son essi abili scolari stati, e son per dire alle Signorie Vostre, che fra i gentiluomini americani sonvi uffiziali atti a capitanar gli eserciti di tutti i potentati d'Europa. Le genti, che là mandato avete, son troppe per far la pace, troppo poche per far la guerra. Poniamo la conquista, e che ne sarà? Farete voi, che vi rispettino? Farete, che vi amino? Farete, che si vestano delle robe vostre? Certo mai no. Rimeriteranno la crudel guerra con un odio irreconciliabile. Voi state donando l'America alla Francia al costo di dodici milioni all'anno. Ogni cosa profittevole alla Francia, e l'Inghilterra, la vecchia Inghilterra, pagherà per tutti. Il vostro traffico languisce, le vostre tasse s'accrescono, le vostre rendite diminuiscono; e la Francia in questo sta assicurandosi, e traendo a sè quel commercio, che creava i vostri marinari, che alimentava le vostre isole, che era il principale fondamento della ricchezza, della prosperità, e della potenza vostra. Si è fatto lo sperimento dell'assoluta soggiogazione, si faccia quello dell'assoluta emendazione. Ciò dimostrerà l'animo del Parlamento volto alla pace, ed aprirà la via all'accordo. Affermano i ministri, non esservi per ancora trattato colla Francia. Bene sta, l'onore è in salvo. Se domani si ode esistere quel trattato, domani s'ha a denunziare la guerra alla Francia, quand'anche non s'avessero, che cinque navi in porto. Ma la Francia s'indugerà, quanto potrà, per vederci consumare. Siete ora voi posti alla mercè di ogni piccola cancelleria germanica, e le pretensioni della Francia ogni giorno s'accresceranno, finchè infine si discopra, e parte diventi o nella pace, o nella guerra. Parlasi della dignità del regno; ma meno se ne perderà rivocando le leggi, che sottomettendosi alle domande delle cancellerie germaniche. Noi siamo gli assalitori. Gli abbiamo noi sì fattamente assaltati, come l'armata spagnuola assaltava l'Inghilterra. Il compassionare, ed il perdonare non possono danneggiare. Si farà fondamento al trono del Re colla benevolenza dei popoli; e milioni d'uomini, i quali ora malediscono, o ribellano, pregheranno per lui. La rivocazione, e la misericordia causeranno in America le dissensioni, la concordia in Inghilterra. Ponete innanzi all'America una elezione. Finora non ebb'ella elezione. L'Inghilterra le disse: _pon giù le armi_. Ed essa spartanamente rispose: _vieni, prendile_».

Nè l'autorità dell'uomo, nè la forza dell'orazione, nè le disgrazie presenti, nè il timore delle future poterono tanto operare, che fosse accettata la proposta. Si disse dalla contraria parte, che non ne starebbero gli Americani contenti; che fin dal principio avevan essi posto la mira all'independenza. Favellarono della dignità del regno, della debolezza della Francia, del numero dei leali in America pronti a discoprirsi, ove l'occasione si parasse loro davanti, della tirannide del congresso già venuta a noia a tutti, della votezza della Camera sua, del disavanzare precipite dei biglietti di credito, del desiderio nato in ognuno dell'antica tranquillità.

In cotale modo fu ventilata la quistione della pace e della guerra, allorquando era tuttavia incerto l'avvenire, e che peranco non si era fatto un giusto sperimento di tutte le forze inviate nell'America. Ma ora, che si era venuto al cimento, e ch'era riuscito tanto esiziale dall'un de' lati, e dubbio dall'altro, si condannava pressochè universalmente l'ostinazione dei ministri e si levava al cielo la prudenza, e la preveggenza del Chatam. Le quali opinioni, che nate siano in coloro a cui queste cose sì strettamente toccavano, e nei quali erano i sangui riscaldati, non dee far maraviglia. Ma si può affermativamente credere, che il partito posto da quell'uomo, per altro degli affari di Stato intendentissimo, sarebbe riuscito di un esito molto incerto, per non usare parole più gagliarde. Imperciocchè già avevano allora gli Americani chiarita la independenza; e quello, che operato avrebbero le proposte concessioni, accompagnate dai poderosi eserciti, prima dell'anzidetta dichiarazione, del pari non avrebbero potuto operare dopo di questa, e quando già si appresentava alla mente degli Americani per l'effetto della dichiarazione medesima, e per la resistenza fatta all'armi dell'Howe sulle terre della Cesarea, più probabile quello spiraglio degli aiuti della Francia. Oltrechè, se era incerto a quei tempi l'esito di un negoziato, sarebbe stato fuor di dubbio poco onorevole al governo il calar agli accordi senza sperimentare prima quelle armi, che con tanto sforzo, e con sì grave spesa apparecchiate si erano, ed in America mandate. La vittoria poi avrebbe, siccome si doveva credere, prodotto la soggiogazione, od almeno più favorevoli condizioni alla Gran-Brettagna. Essendosi adunque risoluti i ministri a voler continuar nella guerra, facevano ogni più efficace opera loro per ristorare quei danni che o per errore altrui, o per la malvagità della fortuna si erano nel trascorso anno ricevuti. Si voltavano prima di ogni cosa a voler far nuove genti, ed al procacciar pecunia oltre di quelle, che loro stat'erano dal Parlamento concedute. Consideravano, che sebbene molti vi fossero nel regno, i quali la guerra americana condannavano, un certo numero tuttavia, seguendo o la opinione loro, o la aderenza ai ministri, la medesima ed approvavano, e procuravano. A tutti costoro determinarono di far le richieste, acciocchè di buon grado, e di propria volontà gli uomini, e la necessaria pecunia somministrassero. Temendo però in quest'affare le vociferazioni degli oppositori nel Parlamento, perchè questo levar soldati, o pecunia, quantunque volontariamente, senza il consenso di lui era cosa, che se non era, molto si avvicinava ad una violazione della costituzione, mandavano ad effetto questo loro disegno nelle vacanze del Parlamento, che caddero nel principio del vertente anno, le quali a questo medesimo fine furono oltre il solito fatte allungare. Si aveva in questo tanto migliore speranza, quanto che per la dichiarazione dell'independenza, e per la congiunzione colla Francia, della quale ogni dì vieppiù si avevano manifesti segni, molti, che sulle prime si erano favorevoli dimostrati agli Americani, ora avevano da quelli fatto secessione, e si erano ai ministeriali accostati. Si mandarono adunque uomini a posta in diverse parti del regno, ed in quelle, nelle quali avevano essi maggior credito, perchè operassero in modo, che le genti corressero sotto le insegne, e con doni gratuiti venissero in sollievo dello Stato. Rammentavano l'ingratitudine americana, la nimistà della Francia, i bisogni della patria, la gloria e lo splendore del nome inglese, ch'era d'uopo ai posteri immaculato tramandare. La cosa ebbe effetto in alcune città principali, ed in altre minori Terre in nessuna più compiutamente, che in quelle di Liverpool e di Manchester, le quali l'una e l'altra levarono a proprie spese un reggimento di mille soldati. Nella Scozia poi per l'animo guerriero della nazione, e per l'opinione che vi regnava favorevole ai disegni del governo in questa bisogna americana, il desiderio e l'ardore di correre all'armi erano universali. Levò Edimburgo mille uomini, altrettanti Glasgow. I montanari calavano a furia dalle balze loro, e s'accozzavano nelle compagnie, buona, e cappata gente. Nè meno volonterosi si dimostravano nel fornire della pecunia loro il pubblico, ed i doni gratuiti si moltiplicavano. Avrebbe desiderato il governo, che la città di Londra così grossa e così ricca, e capitale di tutto il regno fosse entrata anch'essa in questo andazzo, e che anzi se ne fosse fatta testa. Si sperava, avrebbe levato, ed a proprie spese mantenuto cinquemila uomini per tre anni, o sino al finir della guerra. La cosa non pruovò. Fatto un convento di popolo, ricusarono. Convocati i maestrati, negarono. I ministeriali non se ne sgomentavano. Andavan, gridando su pei canti, ch'era pur vergogna alla città, la quale pochi dì prima s'era accordata a concedere ragguardevoli somme di denaro da impiegarsi in benefizio dei prigionieri americani stati presi coll'armi in mano volte contro l'Inghilterra, ora si ritraesse dal fornire checchessia a sovvenimento della patria. Fu fatta un'adunata dei contenti, i quali si obbligarono a ventimila lire di sterlini. Gli stessi maneggi si facevano a Bristol, e collo stesso evento. Soldati non se ne poterono avere. Si ottenne altrettanta pecunia quanta a Londra. In contado poco prosperamente succedeva il disegno ministeriale, inritrositi i contadini dalla gravezza delle taglie, e dall'essere stati ingannati delle speranze e prese, e date loro a posta, che le tasse americane andar dovessero in diminuzione delle loro. In somma questo consiglio dei ministri di voler levar le buone voglie, e di raccor denari spontanei, se non fu inutile del tutto, non fu a gran pezza altrettanto profittevole, quanto avevano a sè medesimi persuaso. Bene se ne fece poi in Parlamento un grande scalpore; però colla solita riuscita, prevalendo i ministeriali.

Mentre nel modo che abbiam detto si travagliava in Inghilterra circa le cose occorrenti alla guerra, si riscaldavano vieppiù le pratiche, che già buon tempo indietro si erano dal congresso presso la Corte di Francia introdotte. Avevano i commissarj americani a Parigi ogn'ingenio usato, ed ogni opera posta, perchè quella si discoprisse, ed apertamente il patrocinio della causa loro abbracciasse. Ma quantunque eglino entrassero spesso sotto ai ministri francesi per trarre da loro qualche partito terminativo, sempre girarono essi largo, e si andavano schermendo. Imperciocchè ne' primi periodi non voleva la Francia, essendo tuttora troppo incerto l'esito delle cose, venire a parte dei pericoli altrui, e collegarsi con coloro, che non parevano aver forze sufficienti a sostenere tanta mole di guerra. Temevano, che in sul bello non fossero per partirsi dalla lega, e coll'Inghilterra di nuovo non si racconciassero. Non era nascoso a quei che dirigevano i consiglj francesi, che ove la Francia si discoprisse, avrebbe potuto l'Inghilterra col far le addomandate concessioni precipitarsi ad un tratto agli accordi coll'America; nel qual caso la guerra ne sarebbe rimasta addosso a lei tutta. S'aggiungeva a questo, che si volevano, prima di venir a rottura colla Gran-Brettagna, e riassettare le finanze, e ristorar le cose marinaresche, le une e le altre a miserabile condizione condotte dal mal ordine, dalle calamità, e dalle prodigalità del precedente Regno. Egli è vero, che la dichiarazione dell'independenza aveva il pericolo della subita riconciliazione allontanato; ma rimaneva tuttavia quello dell'incertezza della resistenza. Nè si dee tralasciar di dire, che se la Francia amava meglio l'independenza dell'America, che la sua riconciliazione coll'Inghilterra, amava ancora di vantaggio la lunga guerra tra di quelle, che non la independenza. Che anzi anteponeva essa forse la conquista fatta di viva forza, e la susseguente ricongiunzione, che non la independenza medesima; perchè nel primo caso o ne sarebbero le colonie inglesi attritate, e le ricchezze loro guaste e distrutte, ed allora ne perderebbe l'Inghilterra tutti quei frutti, che dal commercio loro traeva a' tempi di pace, e tutti quelli, che a' tempi di guerra ricavava dalla forza e dalla potenza loro. Ovvero le vinte colonie l'antica prosperità conserverebbero, ed allora ne sarebbe l'Inghilterra obbligata a mantenervi una parte delle forze sue per impedir le ribellioni, non potendo quei popoli non conservarsi pieni di sdegno per la memoria delle ricevute offese, e delle commesse crudeltà. Ma nel secondo caso, cioè in quello della independenza si vedeva manifestamente, che l'esempio sarebbe stato pernicioso per le colonie degli altri principi europei; o che per lo meno si sarebbe dovuto lasciar loro con grave danno della metropoli una piena ed intiera libertà di commercio. Queste cose molto ben considerate dai ministri francesi facevano sì, ch'essi, tenendo occulta la cupidità loro alla guerra, non si scoprivano, e portavano il negozio in lungo. Solo si contentavano di dar agli Americani benigne parole, e di concedere loro quegli aiuti sottovia dei quali abbiamo in altro luogo parlato. E questi ancora concedevano più o meno nascostamente, meno o più liberalmente, secondochè la ruota della fortuna girava avversa o favorevole alle armi americane. E tanto era o voleva parere in questo rispettiva la Francia, sia per non inimicarsi prima del tempo l'Inghilterra, sia per metter il piede addosso agli Americani, e più con essi tirarsi in alto colle dimande, che quando arrivarono le novelle della presura di Ticonderoga, e del procedere vittorioso di Burgoyne alla volta di Albanìa, pei quali le cose inglesi in America parevano ricevere sì grande augumento, si mandarono spacciatamente ordini a Nantes, e negli altri porti del regno, acciò non si ammettesser dentro i corsali americani, se non quando ciò fosse loro indispensabile o per racconciar le navi, o per far provvisioni, o per iscampar alle fortune di mare. Così la Francia, seguendo accuratamente quella ragion di Stato, che alla condizione sua ottimamente si apparteneva, iva dall'un canto intrattenendo i ministri inglesi con protestazioni d'amicizia; e dall'altro coi segreti aiuti gli Americani incoraggiava, coll'incertezza e colla grettezza dei medesimi di maggior desiderio gli accendeva, e colle promesse della futura cooperazione gli faceva stare nel proposito loro costanti e fermi. In tal modo stando ella in sui generali, non si strigneva a nissun partito, aspettando di veder prima, qual via pigliasse quest'acqua. Non cessavano ciò nondimanco i commissari del congresso di stringere, e di conquidere il governo di Francia, acciò ne venisse finalmente a capo. Ma i ministri francesi alzavano la testa, e facevano spallucce, pretendendo varie cagioni al loro temporeggiare; ora che la flotta piena di eccellenti marinari, che si aspettava da Terra-Nuova, non era peranco arrivata, ora che i galeoni di Spagna erano tuttavia in mare, ed ora qualche altro sutterfugio o scusa cercando. Così talvolta avanzando, talvolta rinculando, e sempre non lasciandosi intendere, tenevano gli Americani incerti e dubbj. Finalmente i commissarj per ricogliersi una volta, e strigarsi, se possibil fosse, da questo nodo, e vederne il fine, si deliberarono di toccar certo tasto, e di mettere ai ministri francesi tal dubbio, che non potessero non risentirsene; e questo fu di far loro sentire, che, se i Francesi non gli aiutavano tosto, si sarebbero gli Americani, o d'amore o di forza coll'Inghilterra accordati.

A questo fine si appresentaron essi verso la metà d'agosto del passato anno con un memoriale appresso di que' ministri, col quale andarono discorrendo, che se la Francia credeva, che la guerra potesse ancora, senza l'intervento suo, continuar lungo tempo, s'ingannava a gran partito. Imperciocchè il governo britannico aveva ogni cosa a perdere, e niuna a guadagnare nella continuazione della guerra; ch'esso governo si persuadeva di poter nel corso del presente anno l'America conquistare, ed a questo fine faceva gli estremi sforzi suoi; che sperava, che la fortuna avrebbe porta la occasione di alcune poche vittorie, le quali in un coi bisogni ed i disagi dei coloni indurrebbero questi a ritornarne all'antica dependenza più o meno stretta o larga; che s'accorgeva ottimamente il medesimo governo, che se mai gli doveva esser fatto abilità di poter l'America soggiogare, ciò nel presente anno dover luogo avere, o non mai. Imperciocchè, come poter migliori successi sperare nei susseguenti, allorquando saranno le prime difficoltà, in cui si trovavano gli Americani, rimosse, i nuovi governi loro meglio stabiliti, ed i popoli più convenevolmente armati, disciplinati, usi all'armi, e forniti di tutte le cose necessarie alla resistenza? Perilchè era cosa chiara agli occhi dei ministri britannici, che il continuar la guerra oltre quest'anno altro non sarebbe, che prolungare il pericolo, e far nascere per arrota, dell'americana l'europea guerra; che intendevano certamente i medesimi ministri, dopo fatto lo sperimento di quest'anno, qualunque ne avesse ad essere il fine, di far la pace colle migliori condizioni, che ottener potessero; e se non potevano ricuperar le colonie come suddite, riconoscere la independenza loro, e sicurarle con un'alleanza; che perciò nissun mezzo era rimasto alla Francia per impedire, che i coloni non si accordassero di breve colla Gran-Brettagna, o come sudditi o come alleati, se non se quello di contrarre immediatamente coi medesimi tali obbligazioni, che di necessità serrassero la strada a qualunque altra, fermassero per sempre il commercio e l'amicizia loro, e gli abilitassero ed a ributtar gli assalti, ed a sprezzar le offerte del presente nemico. Continuarono con dire, che si doveva la Francia rammentare, che la prima resistenza dei coloni non era già stata per ottener l'independenza, ma sì solamente la riparazione dei torti; che molti fra di loro si ritrovavano, i quali anche adesso starebbero contenti ad una limitata soggezione verso la Corona britannica; che per verità i più si erano scoperti a favor dell'independenza, ma che ciò avevano fatto confidando, che la Francia, attendendo a' suoi più importanti interessi, avrebbe dato pronti, confessati, ed efficaci aiuti. Ma quando si trovavan essi caduti dalle speranze loro, quando vedevano alcuni fra i principi europei fornir genti ad impiegarsi nella soggiogazione loro, un altro proscrivere il commercio (volendo parlare del Re di Portogallo), gli altri starsene, quali indifferenti spettatori, a musare, esser cosa molto probabile, che disperando degli aiuti esterni, e strettamente pressati dai nemici, e dai bisogni loro siano per accostarsi ad accettar quelle condizioni, che sarà per l'interesse, e per l'animo suo il governo britannico per concedere; ciò aver detto lo stesso lord Giorgio Germaine poco fa nella Camera dei Comuni; vale a dire, che la migliore speranza, che si avesse di terminar l'americana guerra quest'anno, quella era, che collocava nell'aontarsi dei coloni al vedere, che nissuna probabile assistenza potevano aspettar dalla Francia; che gli aderenti dell'Inghilterra in America non avrebbero mancato a sè stessi collo spargere ed accrescere vieppiù quest'onta e questo dispetto con acconci rapportamenti; e che già pur troppo andavano essi dicendo a tutti quelli che lo volevano udire, che la Francia, ugualmente nemica alle due parti, la presente guerra solo fomentava per render l'una e l'altra gl'istromenti della vicendevole distruzione loro.

Se con questi, o con altri modi riuscisse la Gran-Brettagna a disciogliere la unione delle colonie, ed a sè stessa ricongiungerle, la Francia irrecuperabilmente perderebbe la più favorevole opportunità, che mai si sia ad alcuna nazione parata davanti di umiliare un potente, arrogante ed ereditario nemico.

Ma non è solo la opportunità di tarpar la Gran-Brettagna, che la Francia perderebbe col presente suo starsene; poichè la stessa sua sicurezza, e le possessioni sue americane pericolerebbero, tostochè l'Inghilterra e l'America riconciliate si fossero. Sanno e sentono il Re ed i ministri della Gran-Brettagna, che ha la Francia incoraggiato ed assistito nella presente resistenza loro le colonie; ed altrettanto sono contro la medesima sdegnati, quanto sarebbero, se loro avesse apertamente denunziata la guerra. Per verità la Francia ha troppo fatto, se non intende fare qualche cosa più. Nissuno potrà non accorgersi, che ogni qual volta che si sarà la Gran-Brettagna pacificata coll'America, qualunque abbiano ad essere le condizioni dell'accordo, tutte le forze inglesi, le quali ora nel continente americano si ritrovano, saranno improvvisamente nelle isole occidentali trasportate, ed adoperate nel soggiogamento delle francesi per ristorare le perdite, e rifar le spese, che la Gran-Brettagna ha sopportate, e fatte in questa guerra; e per vendicare l'insulto e la ingiuria, che la Francia le ha fatto per gl'incoraggiamenti ed aiuti, ch'è riputata avere contro la Gran-Brettagna dato e prestato segretamente ai coloni.

Questo fu il memoriale avanzato a posta per cancellar le dubitazioni. Tutto fu nulla. I ministri francesi non si allargavano, e rispondevano spacciando pel generale, perchè volevano aspettare di veder il progresso di questa guerra. Le nuove della presa di Ticonderoga, ed il timore dell'impressione, che si credeva, dovesse far l'Howe col suo esercito, gli tenevano tuttavia dubbj e sospesi. Nè volevano pigliar briga di ripescar coloro, che sommergevano; ed a tutti è noto l'antico detto, che _alla nave rotta ogni vento è contrario_. Oltreacciò aspettavano gli Americani a qualche stretta per fargli calare alle voglie loro; e desideravano, che vedessero il fondo dei mali, ed avessero l'acqua alla gola per ottenerne per l'utile della Francia migliori condizioni. Prevalendo poi, siccome a quei dì pareva dovesse accadere, le armi britanniche, nessuno o certo minor pericolo vi era di accordo, la qual cosa sopra tutte le altre temevano i ministri di Francia, tra la metropoli e le colonie. Perchè i ministri d'Inghilterra, procedendo prosperamente i disegni loro in America, a nessun accordo, fuori che a quello della totale soggiogazione consentito avrebbero, la quale meglio che l'independenza parevano i Francesi desiderare, purchè succedesse ad una lunga e distruggitiva guerra.

In questo stato di cose, infastiditi i commissarj americani di tante dilazioni, e da quell'essere sì lungo tempo tenuti in sul ponte; ed accorgendosi benissimo a qual fine uccellassero i Francesi, poco mancò, non interrompessero tutte le pratiche, gravemente dolendosi della grettezza di quelli, i quali non riputavano aliene dal benefizio loro le disgrazie altrui.

Non potendo gli Americani l'intento loro ottenere dalla Francia, nè sapendo aiutare altrimenti questa materia, nè restando loro più altro in giuoco, si volgevano all'Inghilterra proponendo a questa, riconoscesse la independenza. La qual cosa ottenuta, avrebbero essi in tutti gli altri capi, che venuti erano in contesa, tutte quelle concessioni fatte, che più conducevoli fossero a salvar l'onore dell'antica patria. Aggiungevano, che se i ministri britannici sapessero usare l'occasione, ogni ragione persuadeva, che si sarebbe fatto tale accordo, che la Gran-Brettagna ne sarebbe in sì felice e fiorente condizione posta, che più desiderar non potrebbe, ed alla quale invano spererebbe, seguitando un diverso consiglio, di poter arrivare. Ma quelli impazzati, perchè improsperiti pei primi successi dell'esercito burgoniano, credendosi di tener la fortuna pel ciuffo, e stando in sulla boria della guerra, non vollero prestar orecchio a nissuna pratica d'accordo, e negarono risolutamente la proposta. In ciò certamente improvvidi, che ricusando gli Americani anche nel corso dell'avversa fortuna, e nella quasi totale disperanza degli aiuti esterni, di volersi dall'independenza discostare, e facendo anzi di questa una indispensabile condizione dell'accordo, non abbiano conosciuto, che la ricongiunzione dei due Stati era diventata impossibile; e che, poichè la necessità delle cose, e l'inesorabile destino volevano che l'America più non fosse suddita, meglio era averla alleata che nemica.

Ma la disfatta e la cattività dei Burgoniani, per le quali sì fattamente era risorta la grandezza dell'America, dando nuovo ardire agli Americani, nuove speranze, e nuovi timori ai Francesi, fecero di modo, che le cose cominciarono a dimesticarsi, e che si mutarono i consiglj degli uni e degli altri. L'Inghilterra stessa, se savj stati fossero, o meno di loro testa il Re od i ministri, o l'uno e gli altri insieme, avrebbe fatto senno, ed abbandonata la non riuscibile impresa, avrebbe quel partito abbracciato, che solo le rimaneva per condursi a salvamento. Ma l'orgoglio, le invasazioni, e le caponerie sono troppo spesso la rovina degli Stati; e lord Bute non cessava dal mettere il Re Giorgio in su questo traino. Gli Americani dopo la vittoria di Saratoga molto acconciamente quella via seguirono, che per le nuove circostanze si era loro parata davanti. Nel che diedero pruove non dubbie, e di molta sagacità, e di non poca pratica negli affari di Stato. Andarono discorrendo, che siccome la prosperevole fortuna rendeva sè stessi più forti, e l'alleanza loro più desiderabile, e che nissun dubbio vi doveva più oltre rimanere nella mente degli uomini prudenti intorno la independenza loro, così opportuna cosa era il dar gelosia alla Francia col fare le viste di volersi allegare coll'Inghilterra, ed il dar timore all'Inghilterra colla sembianza di volersi in tutto recare in sulla lega colla Francia. Credevano in tal modo di poterne venire una volta a conclusione, e di vederne finalmente l'acqua chiara. Per la qual cosa coll'istesso procaccio, che portò in Inghilterra le novelle delle gesta di Saratoga, arrivarono dall'America lettere, colle quali si faceva sentire, che ristucchi gli Americani ai troppo lunghi indugiamenti della Francia, e disgustati al non averne ricevuto, a' tempi dei maggiori infortunj loro, palesi e più efficaci soccorsi, molto desideravano di collegarsi coll'Inghilterra, e di fare con questa un trattato di commercio, purchè riconoscesse la independenza; e per maggiore sprone aggiugnevasi anco, che assai stava loro a cuore il contrar lega coll'antica patria; perciocchè nel contrario caso sarebbero stati obbligati a gettarsi in grembo all'inveterato ed implacabile nemico del nome inglese. A questo medesimo fine il generale Gates, cotanto chiaro per la fresca vittoria, scrisse lettere ad uno dei membri più riputati del Parlamento. Questi motivi facevano i Capi americani anche per soddisfare ai popoli, i quali malvolentieri avrebbero sopportato di esser gettati di punto in bianco alle parti francesi, senza che prima ogni via tentata si fosse per accordarsi coll'Inghilterra. Le opinioni impresse negli animi loro contro la Francia erano gagliarde molto, e l'aver voluto questa, siccome credevano, far mercato delle miserie loro gli aveva grandemente posti in mal umore. Queste pratiche si sapevano in Francia, essendo state notificate a Franklin, il quale molto accortamente le sapeva usare; e se i ministri francesi ne prendessero sospetto, non è da domandare. Nel medesimo tempo si era dall'America significato a Franklin, che convenevolmente instasse presso il governo di Francia, acciocchè finalmente si scoprisse; senza di che si correva pericolo, che l'Inghilterra, veduto manifestamente dalle dannose sconfitte del Burgoyne, e dalle inutili vittorie dell'Howe, che il ridur colla forza dell'armi gli Americani a divozione era cosa del tutto impossibile, riconoscesse la independenza; che questi non vedendosi favoriti dalla Francia sarebbero forzati a gettarsi in grembo agl'Inglesi, ed a pigliar favori, dovunque gli trovassero; e che perciò ne seguisse l'accordo con totale ed irreparabile pregiudizio degl'interessi francesi. I ministri di Francia conoscendo benissimo, ch'era arrivato il tempo, in cui, se non si voleva perdere il frutto di tante arti, era d'uopo finalmente di por dall'un de' lati la persona di volpe, e di usar la natura del lione, credendo e temendo, perciocchè misuravano gli altri alla stregua loro, che i ministri britannici fossero o più savj, o più nel loro procedere liberi, o affatto scevri, come gli uomini di Stato debbon essere da ogni passione e sdegno, deliberarono, raccogliendo la somma dei discorsi loro, di restringere e condurre a conclusione quelle pratiche, che avevano già da tanto tempo cogli Americani incominciate, e tanto astutamente prolungate. Al qual consiglio tanto più prontamente si accostarono, quanto che non ignoravano, che l'universale dei popoli americani, ammessa l'independenza, si sarebbero più volentieri gittati agli accordi cogl'Inglesi, gente consanguinea, della medesima favella; e costumi, e ricordevole ancora dell'antica congiunzione, che coi Francesi, gente strana, rivale, creduta infedele; che gli aveva tenuti sì lungo tempo in pendente, e contro la quale avevano impresse fin dalla più tenera età nelle menti loro poco favorevoli opinioni. Da un'altra parte avevano gli Americani nel corso di tre anni sopportato gli estremi di ogni disagio, senza avere mai fatto vista di volersi dalle prese risoluzioni discostare, durato con mirabile costanza contro l'avversa fortuna; nè smodati si erano nella propizia, e tanto fatto ed operato avevano, che le prime vittorie degl'Inglesi si erano terminate in isconfitte. Le quali cose persuaso avevano i ministri francesi, che l'America sapeva, poteva e voleva serbar la fede. La deliberazione poi di volere, apertamente entrando a parte della guerra, porgere una soccorrevol mano all'America, riusciva generalmente grata ai popoli di Francia, non solo per l'antico odio contro gl'Inglesi, per la ricordanza delle recenti ferite, pel desiderio della vendetta, e per le opinioni politiche, che a quei tempi si erano per ogni dove diffuse in questo regno, ma ancora per molte ed assai gravi ragioni appartenenti alle cose commerciali. Il traffico, che si era andato facendo tra la Francia e l'America dal principio dell'americana querela in poi, e principalmente in quegli ultimi anni, in cui si era rotto la guerra, aveva fatto di modo, che i mercatanti francesi, avendovi fatto dentro grandissimi guadagni, tutti desiderassero, che il nuovo ordine di cose si coronasse coll'independenza, acciocchè fosse allontanato per sempre l'antico, nel quale per le leggi proibitive del Parlamento, e specialmente per l'atto di navigazione, sarebbero stati privi di quell'utile che ne ricavavano. Egli è vero, che questo traffico non era riuscito di tanto vantaggio, di quanto si erano fatti a credere; perchè alcuni fra di loro, essendosi lasciati trasportare alla eccessiva cupidigia del guadagno, massimamente quei delle città marittime, avevan caricate ricche merci sopra navi per alla volta dell'America, le quali in gran parte, e con gravissimo danno loro erano state intercette dai corsari inglesi. Ma queste istesse perdite gl'infiammavano di maggior desiderio di poter il medesimo commercio continuare, e di rintuzzare quell'ardimento britannico, che voleva chiudere quello, che doveva esser aperto a tutto il mondo. Speravano, che il navilio reale nella palese guerra sarebbe venuto in soccorso del navilio mercantile; e che la forza avrebbe protetto ciò, che per la cupidigia del guadagno s'intraprendeva. Avevano altresì i Francesi in questa bisogna la speranza, o per meglio dire la certezza, che la Spagna sarebbe venuta a parte della contesa. Il che gran peso aggiugneva alle ragioni, che già di per sè stessi avevano. Era quel regno molto potente in sull'armi navali, ed ardeva di tale desiderio di farne pruova contro l'Inghilterra, che credevano in mezzo a quelle loro tanto diligenti cautele, che abbisognasse meglio di freno, che di sprone. Non dubitavano punto poi, che tutte le unite armi della Casa di Borbone, che già da sì lungo tempo si forbivano, ed alla proposta meta s'indirigevano, non fossero non che sufficienti, esuberanti per abbassare quel detestato orgoglio, schermir le ricche navi dagl'insulti britannici, e fare in modo, che il commercio dell'Indie occidentali, e fors'anche quello delle orientali, o tutto, o gran parte venisse in mano degli uomini francesi e spagnuoli. In tanta opportunità, e in tanta aspettazione dei popoli, aveva il governo francese maggior bisogno di prudenza, che il rattenesse dal non precipitar le risoluzioni, che di ardire che lo stimolasse a commettersi all'arbitrio dell'incerta fortuna. Certamente non ebbe mai nissun governo nè consiglio più spedito a seguire, nè partito, cui il consenso e l'ardore dei popoli meglio favoreggiassero, nè che più felice fine o maggiori vantaggi pronosticasse. Per la qual cosa, e non si potendo più sostenere la instanza, che ogni dì ne gli era fatta dagli agenti del congresso, si deliberò finalmente di côrre la occasione, concludendo coll'America quel trattato, che già da sì lungo tempo si negoziava. Ma siccome fino a questo dì l'intendimento della Francia era stato d'intrattenere, non di concludere, così gli articoli dell'accordo, quantunque già in lunghe e frequenti consulte ventilati, non erano ancora non che presti, stabiliti. Temendosi però, che infrattanto, se più s'indugiasse, il governo inglese movesse qualche pratica d'accordo cogli Americani, i ministri francesi si risolvettero a significare ai commissarj del congresso i preliminari del trattato d'amicizia e di commercio da stipularsi tra i due Stati. Il che venne eseguito addì 16 decembre 1777 dal signor Gerard, sindaco reale della città di Strasburgo e Segretario del Consiglio di Stato del Re. Consistevan essi in ciò, che la Francia non solo riconoscerebbe, ma con tutte le forze sue sopporterebbe l'independenza degli Stati Uniti, e concluderebbe coi medesimi un trattato d'amicizia e di commercio; che in ciò fare non si gioverebbe in alcun modo della condizione, in cui gli Stati Uniti si ritrovavano, ma che i capitoli ne sarebbero di tal natura, quali si converrebbero, quando tutti e due gli Stati fossero da lungo tempo stabiliti, ed in tutta la pienezza delle forze loro costituiti; che prevedeva benissimo la Maestà Cristianissima, che nel pigliare questo partito, ne sarebbe probabilmente entrata in guerra colla Gran-Brettagna, ma che non desiderava per questo nissun compenso da parte degli Stati Uniti; non che pretendesse in questo operar solo pel proprio interesse loro, poichè oltre la bontà del reale animo suo verso di loro, le era manifesto, che la potenza dell'Inghilterra ne sarebbe diminuita dalla separazione delle sue colonie. Solo richiedevagli, e di ciò pigliava sicurtà, che gli Stati Uniti in qualsivoglia pace, che fosse in avvenire per fermarsi, alla independenza loro non rinunziassero, ed alla obbedienza verso il governo britannico non ritornassero. Fattasi dalla parte della Francia questa dichiarazione, la quale fermò gli animi degli Americani, si continuarono con gran calore le pratiche per tutto il mese di gennaio. Si significò nel tempo medesimo ogni cosa alla Spagna, acciocchè, quando tal fosse l'intento suo, venisse anch'essa a parte dell'accordo; del che non si tardò a ricevere favorevole risposta. Essendo adunque le cose mature, e tutte le condizioni accordate dall'un canto e dall'altro, si stipulò il dì sei febbraio il trattato d'amicizia tra la Maestà Cristianissima e gli Stati Uniti d'America. Fu esso sottoscritto pel Re dal Gerard, e per gli Stati da Beniamino Franklin, Silas Deane, e Arthur Lee. In questo trattato, nel quale il Re di Francia gli Stati Uniti d'America considerò, come una nazione independente, si stabilirono tra l'una parte e l'altra diversi interessi marittimi e commerciali rispetto ai dazj, che le navi mercantili dovevano pagare nei porti dello Stato amico; alla reciproca protezione delle navi a' tempi di guerra; al diritto delle pescagioni, e specialmente di quella, che i Francesi esercitavano sui banchi di Terra-Nuova a norma de' trattati d'Utrecht e di Parigi; al dritto di ubena, dal quale si dichiararono esenti tanto i Francesi in America, quanto gli Americani in Francia; all'esercizio del commercio, e del corseggiare dell'una parte a tempo, in cui l'altra fosse in guerra con un terzo potentato; al quale fine, e per allontanare ogni motivo di dissensione, si determinarono in un capitolo espresso gli oggetti, che debbono a' tempi di guerra riputarsi di contrabbando, e quelli, che deonsi riputare liberi, e perciò da potersi trasportare, e condurre liberamente dai sudditi delle due parti nelle piazze nemiche, eccettuato però quelle, che si trovassero attualmente assediate, bloccate, o investite. Ancora stipularono, che i vascelli e bastimenti loro non potessero andar soggetti ad alcuna visita, intendendosi, che ogni visita e ricerca dovesse farsi prima dell'imbarco delle mercanzie, e che quelle di contrabbando avessero ad arrestarsi, ed a torsi sulla spiaggia, e non più, quando imbarcate fossero, eccettuati però i casi, in cui si avessero indizj manifesti, o pruove di frodo. Si accordarono oltre a ciò, per facilitare il commercio degli Stati Uniti colla Francia, che il Re Cristianissimo concederebbe loro tanto in Europa, quanto nelle isole di sua pertinenza in America parecchj porti franchi. Il medesimo Re si obbligò finalmente ad adoperare i suoi buoni uffizj, e la sua mezzanità presso l'Imperatore di Marocco, e presso le reggenze di Algieri, Tripoli, e Tunisi, ed altri potentati della costa di Barbaria, perchè nel miglior modo, che possibil fosse, si provvedesse alla comodità, ed alla sicurezza dei sudditi, delle navi, e delle mercanzie americane.

In questo trattato oltrechè si riconobbe l'independenza degli Stati Uniti, si vennero anche a sovvertire intieramente quelle regole, le quali in ogni tempo aveva voluto seguitare il Regno d'Inghilterra, e che risguardano od il commercio dei neutrali a' tempi di guerra, od il bloccare i porti di uno Stato nemico dalle navi da guerra inglesi. Per la qual cosa si prevedeva benissimo, che, quantunque la Francia obbligata non si fosse a prestar aiuti di sorta nessuna agli Stati Uniti, tuttavia si sarebbe la Gran-Brettagna, siccome quella che veniva ad esser toccata sì addentro nell'orgoglio suo, e ne' suoi più essenziali interessi, vivamente risentita, ed avrebbe probabilmente denunziato la guerra alla Francia. Quindi è, che fu tra le medesime parti, e lo stesso giorno di febbraio, sottoscritto un altro trattato casuale di alleanza offensiva e difensiva, il quale dovesse il suo effetto avere, allorquando si rompesse la guerra tra l'Inghilterra e la Francia. Si obbligarono le due parti ad aiutarsi l'una l'altra coi buoni uffizj, col consiglio e colla forza. Si stipulò, cosa fino a quei tempi inudita da parte di un Re, che il più essenziale e diretto fine della lega fosse quello di mantenere effettualmente la libertà, la sovranità, e l'independenza degli Stati Uniti. Si fermò ancora, che se le rimanenti province inglesi nel continente americano si conquistassero, o le isole Bermude, avessero a divenir confederate o dependenti degli Stati Uniti; che se si acquistasse alcuna di quelle isole, che sono poste dentro, o presso il golfo del Messico, queste dovessero alla Corona di Francia appartenere. Si accordò, che niuna delle due parti potesse concluder tregua o pace colla Gran-Brettagna senza il consentimento dell'altra. Si obbligarono entrambe a non por giù le armi, finchè la independenza degli Stati Uniti fosse formalmente, o tacitamente riconosciuta nei trattati, che terminerebbero la guerra. Si guarentirono l'una all'altra cioè gli Stati Uniti al Re Cristianissimo le presenti possessioni della Corona di Francia nell'America, siccome anche quelle, che acquistar potrebbe nel trattato di pace, ed il Re Cristianissimo agli Stati Uniti la libertà, la sovranità e la independenza loro assolute, ed illimitate sì in fatto di governo, che di commercio, ed altresì quelle possessioni, addizioni e conquiste, che la lega fosse per fare durante la guerra ne' dominj della Gran-Brettagna nell'America settentrionale. Fu lasciato luogo, ma ciò in un capitolo a parte e segreto, al Re Cattolico di entrare nel trattato d'amicizia e di commercio, come pure in quello dell'alleanza a quel tempo, che giudicherebbe conveniente.

In questo modo la Francia sempre ricordevole delle ferite avute nella guerra del Canadà, e sempre gelosa della potenza dell'Inghilterra aveva prima con astuti maneggi, e lontani incentivi messi su, poscia con soccorsi nascosi, ed all'uopo disdetti, confermati nella resistenza loro i coloni inglesi; ed infine presili manifestamente per mano gli condusse all'independenza. Nel che fare i ministri francesi con grandissima solerzia destreggiarono, molto accomodatamente tutte quelle regole seguendo, che la ragione di Stato insegna; e certo in nissun'altra bisogna, quantunque grave ed importante si fosse, nè in nessuna età tanta sagacità dimostrarono e tanta costanza, come in questa. Lavorarono essi di soppiatto, quando era pericoloso lo scoprirsi, e si levarono la maschera dal viso, quando, prosperando già le cose americane, offerivano i coloni in sè stessi un sicuro alleato; quando già erano abbondantemente apprestate le armi, massimamente le marinaresche; quando già erano universalmente favorevoli i popoli; quando già ogni cosa presagiva la vittoria. Allorchè poi furono pubblicati in Francia i trattati, non si potrebbe agevolmente credere, a quanta esultazione vi si commuovessero le genti. I commercianti già si promettevano nella mente loro quelle ricchezze, che fin là stat'erano confinate nei porti della Gran-Brettagna; i possessori delle terre s'immaginavano di aver a provare in proporzione della maggior frequenza del commercio una diminuzione delle tasse; i soldati e principalmente i marinaj, speravano di potere le passate macchie lavare, e l'antica gloria ricuperare; gli spiriti generosi si rallegravano, che la Francia si fosse fatta, come doveva, l'avvocata degli oppressi; gli uomini liberali applaudivano, perchè diventata fosse la difenditrice della libertà. Tutti poi esultavano, che fosse finalmente nata la opportunità di abbassare quell'abborrito orgoglio. Tutti si davano a credere, che si ristorerebbero le perdite fatte nel precedente regno; tutti andavano dicendo, queste esser le sorti promesse alla Corona di Francia; questi i felici auspicj, coi quali incominciava il regno di un amorevole e dolce principe; assai essersi sofferto; assai sopportato; ora aver principio un più fortunato avvenire. Nè solo in Francia queste cose giravano; che anzi in pressochè tutti gli altri Stati dell'Europa la medesima disposizione d'animi si manifestava. Gli Europei lodavano, e sino al cielo innalzavano la clemenza e la magnanimità di Luigi decimosesto. Tanto, o detestavano gli uomini di quei tempi i consiglj britannici, o questa medesima causa americana affezionavano.

Non andò gran tempo, da che erano stati i trattati sottoscritti, e molto innanzi, che fossero pubblicamente significati, che i ministri britannici n'ebbero le certe novelle. È fama, che alcuni fra i medesimi abbracciando questa causa d'introdurre tra le due parti la concordia, abbiano nelle consulte segrete proposto, che incontanente si riconoscesse l'independenza delle colonie, ed un trattato d'alleanza e di commercio si negoziasse cogli Stati Uniti. Ma o sia che ripugnasse il Re molto testereccio di propria natura, o che Bute in sì fatto modo lo imbecherasse, il partito non si ottenne. Si determinò adunque di procedere per le mezzane vie, le quali, siccome sono le più comode, così sono anche le meno riuscibili. Queste furono non già di riconoscere l'independenza, la quale a quel tempo si poteva piuttosto negare, che impedire, ma sibbene di rinunziare alla facoltà di tassare, di annullare le lamentate leggi, di concedere le perdonanze, di riconoscere per un certo tempo i maestrati americani, e di negoziare con essi. Questo partito, il quale per la diminuzione della dignità del governo equivaleva, e forse superava quello del riconoscimento della independenza, e per l'effetto, che poteva operare a favor dell'Inghilterra, gli era inferiore, fu da tutti gli uomini prudenti, e degli affari di Stato intendenti biasimato. Nissuno non vedeva, che se dubbio era, che fosse per operare il desiderato effetto prima della dichiarazione della independenza, e della lega fatta colla Francia, pareva certo, che dopo sarebbe stato al tutto inutile. L'amore, che si ha di natura a volere portar un nome suo doveva prevalere negli animi degli Americani all'offerta di essere agli antichi termini di soggezione ritornati, qualunque fossero i vantaggi, che da questa ne risultassero. Nè non poteva essere di poco momento presso di loro, e massimamente nei Capi, che mal sicure sono nei casi di Stato le perdonanze de' principi; e che queste medesime proposte da quei stessi ministri procedevano, i quali avevano voluto affamar l'America, e l'avevano riempiuta di feroci soldati, di rubamenti e di sangue. Oltredichè, se avessero rotta la testè data fede alla Francia, avrebbero meritevolmente incontrato le tacce di gente perfida ed infedele, ed abbandonati dalla Francia, che tradito avrebbero, non avrebbero più negli estremi danni loro trovato nessun patrocinio presso alcun potentato del mondo, e sarebbero stati senza scudo nessuno esposti alla rabbia ed alla vendetta della Gran-Brettagna. Ma forse credettero i ministri britannici, che se le proposte provvisioni non fossero andate a terminarsi in un accordo, avrebbero almeno potuto divider le opinioni, e far nascere gagliarde parti, dimodochè dalla dissensione dei coloni fosse fatto opportunità all'Inghilterra di nuovamente soggiogargli. Forse, ed anzi senza forse credettero i ministri, che, ove avessero gli Americani rifiutato le proposte d'accordo, avrebbero essi una colorata cagione per continuar la guerra. Comunque ciò sia, o che il proceder loro in questa bisogna fosse spontaneo, ovvero costretto, lord North nella tornata della Camera dei Comuni dei 25 febbraio molto gravemente orò sulle presenti occorrenze; che Guglielmo Howe nelle combattute battaglie, ed in tutto il corso della pensilvanica guerra era stato, e pel numero dei soldati, e per la bontà loro, e pel fornimento di ogni cosa molto superiore al nemico; che Burgoyne sino al fatto di Bennington aveva comandato ad un esercito due volte più gagliardo dell'americano; che ben sessantamila combattenti si erano in America mandati; nel che si erano piuttosto oltrepassati, che riempiuti i desiderj e le richieste dei generali; ma che la fortuna si era sì fattamente dimostrata contraria, che non si eran potuti raccorre quei frutti, i quali ragionevolmente se ne dovevano aspettare. Concluse con dire, che, qualunque fosse tuttavia abilitatissima la Gran-Brettagna a continuar la guerra sia pel numero dei soldati, e per la potenza del navilio, che per la pecunia pubblica, la quale e per le tasse abbondava, e per un accatto a basso merito si sarebbe potuta aumentare, ciò nondimeno per quel desiderio, che ogni buon governo debbe avere di por fine alle guerre, massimamente civili, si era determinato a sottomettere alle deliberazioni della Camera certe proposizioni d'accordo, dalle quali non si dubitava, s'avessero a ricavare grandissimi vantaggi. Stettero tutti ad ascoltarlo intentissimi. Succedeva per qualche tempo un silenzio profondo. Nissun segno di approvazione si manifestava da niuna banda. Alcuni eran compresi dal timore, tutti da maraviglia; sì diverso era il parlar presente dei ministri da quello che stato era fin là. Argomentavano, qualche grave cagione avergli sforzati a ciò fare. Vociferava intanto Fox, fermato essere il trattato d'alleanza tra gli Stati Uniti e la Francia. E' vi fu grande malinconia, e molto scalpore. Mosse lord North il partito, che il Parlamento non potesse all'avvenire alcuna tassa o gabella nelle colonie dell'America settentrionale porre, quelle sole eccettuate, che sarebbero credute spedienti per avanzar il commercio, il gettar delle quali però avesse a raccogliersi sotto l'autorità delle rispettive colonie, ed impiegarsi in uso e vantaggio delle medesime. Propose inoltre, si creassero cinque commissarj, i quali la facoltà avessero di accordare con qualsivoglia assemblea o persona le differenze nate tra la Gran-Brettagna e le sue colonie, intendendosi però, che gli accordi non potessero aver l'effetto loro, se non quando fossero dal Parlamento confermati. Fossero anche autorizzati a bandire ovunque, e comunque opportuno riputassero, la cessazione delle armi, a sospendere le leggi proibitive, e generalmente tutte le leggi promulgate dai 10 febbraio 1763, a graziare chiunque, o quanti volessero. Fosse fatta loro finalmente autorità di nominare i governatori, ed i capitani generali nelle province pacificate. In cotal modo i ministri britannici ora costretti da bella forza, e quasi tirativi dall'argano, quelle cose concedevano, che per ben quindici anni avevano negate, e per le quali avevano esercitato già da tre anni un'aspra e crudel guerra; soggetti anche in questo, come in tutte le altre deliberazioni loro, colpa della fortuna, o propria, ad ostinarsi in tempo, ed a cedere fuori di tempo. Così seguitavan essi, non guidavano gli avvenimenti. Furono le provvisioni vinte in Parlamento con consenso pressochè universale. Ma fuori nissuno contento. Alcuni dicevano, queste concessioni esser troppo indegne del nome e della potenza britannica; doversi solo venirne là nell'estrema necessità, dalla quale, la Dio mercè, era tuttavia la Gran-Brettagna lontana; scoraggiarsene i cittadini; svigorirsene l'esercito; i nemici più s'ardire; titubarne gli alleati. Altri disseminavano, giacchè si era rinunziato al dritto di tassazione, che stato era l'occasione e la causa della guerra, il meglio essere proceder più oltre, e riconoscer l'independenza. In somma s'accusavano i ministri d'aver fatto troppo, e troppo poco; destino comune degli uomini peritosi, e dei mezzani consiglj, i quali nè per la prudenza riescono, nè per l'arditezza conciliano. Così mordevan l'uno l'altro, ed i ministri non solo gli uomini parziali, ma eziandio i temperati cittadini. Ciò nonostante nominò il Re qualche tempo dopo a commissarj il conte di Carlisle, lord Howe, il cavalier Eden e Giorgio Johnstone in un col capitano generale dell'esercito inglese in America; uomini tutti, o per la chiarezza del sangue, o per la gloria delle cose fatte, o per la molta intelligenza e pratica delle cose americane riputatissimi. Partirono poscia da Sant'Elena per all'America il giorno 21 aprile portati dalla nave il Tridente il conte di Carlisle, l'Eden ed il Johnstone.

In mezzo a questi fortunosi ravviluppamenti, e stando tutta la nazione britannica sollevata alle future cose, il marchese de Noailles, ambasciadore per parte del Re di Francia presso il Re della Gran-Brettagna, presentò, secondo l'ordine avuto dal suo Signore, addì 13 marzo, al lord Weymout, segretario di Stato per gli affari esterni il seguente rescritto:

«Che gli Stati Uniti d'America, i quali sono in piena possessione dell'independenza pronunziata per l'atto loro dei 4 luglio 1776, avendo fatto proporre al Re suo Signore, di consolidare con una formale convenzione i vincoli, che già avevano incominciato ad unire le due nazioni, i plenipotenziarj rispettivi fermato avevano un trattato di amicizia e di commercio, il quale dovesse servir di fondamento alla buona vicendevole corrispondenza. Che Sua Maestà essendo risoluta a coltivare la buona intelligenza sussistente tra la Francia e la Gran-Brettagna in tutti quei modi, che comportar potessero e la sua dignità, ed il bene de' suoi sudditi, credeva, dover far parte di tale accordo alla Corte di Londra, e significarle nel medesimo tempo, che le parti contrattanti astenute si erano dallo stipulare verun esclusivo vantaggio in favore della francese nazione, e che gli Stati Uniti avevano conservato la libertà di trattar con tutte le altre nazioni qualsivogliano nei termini dell'eguaglianza e della reciprocazione. Nel fare questa comunicazione alla Corte di Londra, essere il Re fermamente persuaso, ch'ella vi troverebbe nuove pruove della mente sua costantemente e sinceramente volta alla pace, e che Sua Maestà britannica albergando nell'animo suo il medesimo desiderio sarebbe egualmente per evitare tutto ciò, che alterar potrebbe la buona armonìa, e che particolarmente efficaci ordini darebbe, perchè il commercio dei sudditi di Sua Maestà cogli Stati Uniti dell'America non venga turbato, e per fare in questa materia osservare, e gli usi ricevuti tra le commercianti nazioni, e le regole, che possono riputarsi sussistere fra le Corone di Francia e della Gran-Brettagna. Concludeva, che in ciò giustamente confidando, credeva superfluo l'avvertire, che il Re suo Signore, essendosi risoluto ad efficacemente proteggere la libertà legittima del commercio de' suoi sudditi, e di difendere l'onore della sua bandiera, aveva a questo fine Sua Maestà fatti certi accordi casuali cogli Stati Uniti dell'America settentrionale».

Questo rescritto tanto grave in sè stesso, e presentato anche un poco alla traversa dal marchese toccò sul più vivo l'orgoglio britannico; e se era uno dei soliti tratti, che costumano di usare tra di loro l'un l'altro i principi, esso era ancora uno di quelli, che non si sogliono, nè si possono comportare. Della qual cosa, non che si desse pensiero la Francia, era appunto quello che desiderava e sperava. Lord North lo comunicò il giorno diciassette di marzo alla Camera dei Comuni con un messaggio del Re, il quale conteneva in sostanza, che Sua Maestà, avuto il rescritto francese, aveva dalla Corte di Francia rappellato il suo ambasciadore; che per lei non era stato, che non fosse turbata la tranquillità d'Europa; che credeva, non poter venire incolpata dell'interrompimento di tale tranquillità, se si risentiva ad un'altrettanto non provocata, che ingiusta aggressione fatta contro l'onore della sua Corona, e gli essenziali interessi del suo Reame, e tanto contraria alle più solenni assicurazioni, sovvertitrice delle leggi delle nazioni, ed ingiuriosa ai diritti di ogni sovrano potentato d'Europa. Concluse dicendo, che per quella confidenza, che aveva fermissima nello zelo de' suoi popoli sperava, sarebbe stata in grado di difendersi dagl'insulti, di ributtar gli assalti, di mantenere e conservare la potenza e la riputazione della sua Corona.

La cosa non riuscì nuova nè inaspettata; perciocchè già se ne motivava nel pubblico. Lord North pose il partito, si rendessero le solite grazie al Re, e fosse assicurato dell'appoggio del Parlamento. Mosse il signor Baker, si pregasse il Re, acciò da' suoi Consiglj allontanasse quelle persone, nelle quali il popolo non poteva più oltre alcuna sicurtà pigliare. Molti facevano gran querimonia, dicendo aver il Baker tutte le ragioni; doversi accettare la proposta. Sorse in questo mezzo il governatore Pownal, uomo grave, e delle cose americane assai pratico, e parlò nei seguenti termini:

«Io non credo già, signori miei, e cittadini amantissimi, che in questo solenne dì, in cui dee pigliar principio, od il subito ristoramento, o l'irreparabile rovina di questa nobilissima patria, ricercare da noi si debba, se abbiano i presenti ministri a continuare ad indirigere in sì perigliosa fortuna la sbattuta nave, ovvero se se ne debba ad altri commettere il timone. Altre più gravi cure debbono, se l'opinione mia non m'inganna, le menti vostre, e tutti i pensieri occupare. Imperciocchè, qualunque essi siano questi ministri, dei quali odo mormorarsi all'intorno, se noi abili siamo al far oggidì un'accomodata risoluzione, non dubito punto, che saranno pur anche essi capaci a farla a buono ed utile fine riuscire. Ma se noi, persistendo nei consiglj, che ci hanno in queste fatali strette impacciati, aggiungiamo agli errori antichi un nuovo errore, nè questi nè altri potranno nel desiderato porto ricondurci. Senza di che, coloro i quali son vaghi di ricercar le cagioni delle presenti disgrazie, e che agli attuali servitori della Corona le imputano, potranno a posta loro liberamente discorrerne in quel solenne giudizio, il quale già stato è in cospetto di questa Camera a questo fine introdotto. Di che cosa si tratta, e qual è la occorrente disquisizione? Viene contro di noi l'infedele e superba Francia, e ci minaccia di guerra, se ci risentiamo all'ingiuria, se non accettiamo le insolite condizioni. Qual è quel cittadino amante della sua patria, qual è quel Brettone, che non si muova a sdegno, che non s'infiammi a vendetta agl'inuditi oltraggi dell'implacabile rivale? Scorre anche nelle mie vene il britannico sangue, sento gli stimoli usati, ed i generosi ed alti consiglj approvo. Ma questo bene io condanno e, finchè avrò forza e vita, condannerò, che si voglia due guerre incontrare in luogo d'una sola, che si ami meglio l'aggiungere un nuovo nemico all'antico, piuttosto che, accordandosi con questo, avventarsi di conserva contro di quello. Vincer la Francia e l'America insieme è cosa da doversi tra le impossibili annoverare; superar la prima, accordandosi colla seconda, non che possibile, agevole. Ma per quest'ultimo fine ottenere egli è d'uopo riconoscere ciò, che oggimai impedir non possiamo, voglio dire l'americana independenza. E quali ostacoli si frappongono, o quali ragioni addur si possono contro ad una sì salutare risoluzione? Forse il desiderio della gloria, o l'onor della Corona? Ma oltre che l'onore sta nella vittoria, e la vergogna nella perdita, e che nei casi di Stato l'utile è l'onorevole, il riconoscere l'independenza degli Stati Uniti, egli è un riconoscere non solo quello che è, ma ancora quello che già, se non colle parole, colle opere almeno riconosciuto abbiamo. In quelle stesse provvisioni d'accomodamento testè accettate, se vogliamo dir il vero, ogni sorta di maggioranza è messa in disparte. Se l'intento nostro è di continuare nella superiorità, già abbiamo conceduto troppo; se quello di pacificarsi, troppo poco; ed il nostro tentare stesso di volergli dependenti tenere gli farà procedere più oltre nella via della independenza. Così di leggieri non si cambiano le inveterate inclinazioni, nè così facilmente le risoluzioni prese dopo lunga e matura deliberazione si pervertono. Se guarderem bene addentro, facil cosa sarà il conoscere, che quelle non sono state l'effetto di un trasporto di cadevol ira, o di momentanea escandescenza, ma sì piuttosto il compimento di un antico e molto bene considerato disegno. Tentaron essi prima i guadi, e, trovatigli sicuri, gli passarono; nè diedero avanti un passo, se prima non furono o dalla favorevole fortuna delle battaglie, o dal consenso universale dei popoli assicurati. Fecero essi la dichiarazione dei diritti nel 1774, la quale già poco colla maggioranza inglese poteva consistere. La confermaron poscia col manifesto, col quale si sforzarono le armi loro giustificare; e finalmente dichiararono la independenza, la quale stata è il colmo ed il perfezionamento di quell'opera macchinata già buon tempo fa, dalla stessa natura delle cose favoreggiata, e dai coloni, già son tre anni, con tanta costanza e valore difesa. Se allorquando questi popoli si vedevano dai principi europei abbandonati, e soli lasciati nella sanguinosa contesa; se quando gli estremi sforzi loro prodotto non avevano, se non disgrazie e danni; se quando parevano non che ad essi, a tutto il mondo le cose loro disperate, nissun segno diedero di volersi acchinare; che anzi con una fermezza, da chiamarsi piuttosto ostinazione che costanza, nell'intrapresa via continuarono, come possiam noi sperare adesso, che i fati si son volti a lor favore, che non solo si sono abili trovati a resistere all'armi nostre, ma di più dall'un canto, avuta contro di noi una gloriosa vittoria, fecero le più valorose genti regie cattive, e dall'altro strettamente assediano dentro le mura di una sola città un esercito poco fa vittorioso; quando vedon l'Europa alzarsi in piè al patrocinio loro; quando scorgono le più possenti nazioni, e riconoscer la independenza loro, e tenergli in luogo d'eguali, ed ammettergli come alleati; quando già la Francia si scopre; quando si sa che la Spagna sta per iscoprirsi, quando non si dubita, che la Olanda verrà dietro; come, dico, possiam noi sperare, sian essi per rinunziare al loro franco e nazionale governo per accettar il nostro, soggetto e provinciale? Come possiam noi sperare di poter vincer quel nemico ora unito ad altri, contro il quale solo stati siamo perdenti? Abbonda la Francia d'uomini pugnaci e valorosi, e di questi ne manderà il bisogno nell'americane terre; e se saremo noi abili, non che al conquistare, al resistere, ognuno sel pensi. Senza di che, nissun non s'accorge, che veggendo noi sin di qua le francesi spiagge, e stando quel governo fornitissimo di apparecchj navali, se non abbiam timore, certo dobbiam sospetto avere di un assalto dentro di queste terre stesse, dalle quali minacciamo noi tanto sterminio all'America che ci combatte, ed alla Francia che la soccorre. Quindi è, che quei soldati, che si potrebbero alla guerra americana mandare, dovranno nella Gran-Brettagna ristarsi per difendere le sante leggi, i sacri altari, la patria stessa contro il francesco furore. Già sta pronta a sboccare la numerosa armata da Brest, già le coste della Normandia si empiono di soldati, già fan vista di avventarsi contro di questo felice regno. Noi intanto stiamo qui deliberando, se sia meglio aver più nemici, che un solo; o se sia più profittevole il combattere ad un tempo l'America e l'Europa a nostri danni congiurate, che l'Europa combattere coll'armi dell'America con essi noi confederata. Nè nel partito che io pongo, son io solo a contendere, consistere la salute dell'Inghilterra, ma tutti gli uomini prudenti venuti sono nella medesima sentenza, alla quale s'accosta la voce universale dei popoli, i quali a queste deliberazioni dei ministri, più ventose che animose, s'insospettiscono, e mali irreparabili alla patria presagiscono. Del che non dubbia pruova si ha in questo, che i capitali dei monti non poco disavanzarono, tostochè s'intese di questa nuova pazzia ministeriale, e di questa più scozzese, che inglese ostinazione. Dite su, o ministri, or dolci al credere, or ostinati al deliberare, come facilmente avete riempiuto voi l'accatto dei varcati dì, e l'interesse che ne pagate? Ma voi vi ristate. Ciò non dovrebb'egli farvi accorti della perversità delle risoluzioni vostre? So, che alcuni vanno spargendo, che il riconoscere l'indipendenza, oltrechè sarebbe cosa nel fatto poco onorevole, sarebbe anche nel fine incerta, nissuna sicurtà avendosi, che gli Americani ne vogliano star contenti. Ma come possiam noi credere, siano gli Americani per anteporre alla nostra l'alleanza della Francia? Non son questi quei Francesi medesimi, che già gli hanno voluti soggiogar altre volte? Non son questi quei Francesi, che non istaranno contenti, finchè non avranno spento al tutto il nome e la lingua inglese? Come si può dubitare, che non entri nell'animo degli Americani il pensiero, che, distrutto una volta il propugnacolo dell'Inghilterra, saranno essi posti senza scudo e senza difesa alcuna in balìa della Francia, la quale ne farà il voler suo? Come non si accorgeranno essi di questa insidia francese, non nuova, ma ora dall'imprudenza nostra più vicinamente apparecchiata, la quale consiste nel voler romper l'unione nostra per opprimerci spartiti? Preferiranno eglino certamente l'amicizia e la lega francese alla dependenza; ma questo so, e certo sono che ameran meglio l'alleanza britannica congiunta coll'independenza. Oltreacciò a nissuno è nascosto, essere gli Americani sdegnati contro la Francia per aver essa in questo stesso negoziato fatto mercato dell'avversità loro, e posta a prezzo la independenza. Vagliamci noi, se saggi siamo, degli effetti della francese avarizia, e sì facendo sperimenteremo amici quelli, che oramai sudditi avere non possiamo. Senza di che, passate anche sotto silenzio tutte queste cose, facilmente si vede, che l'interesse solo del vicendevole commercio farà sempre in modo che gli Americani, postergata la francese amicizia, alla nostra s'accosteranno. Ma perchè mi vado io aggirando per persuadervi ciò, di che posso ad un tratto dimostrativamente rendervi certi? Ho io veduto e letto con questi occhi miei proprj una lettera scritta da Beniamino Franklin, uomo, come ognuno sa, d'autorità tanto irrefragabile presso quei popoli, e mandata a Londra dopo che stato era fermato il trattato della lega tra la Francia e l'America, per la quale affermò, che se la Gran-Brettagna rinunziar volesse alla superiorità, e cogli Americani, come con una independente nazione trattare, potrebbe essa tosto aver la pace coll'America. Non son queste le novelle e le baie, colle quali i nostri buoni ministri si lasciano intrattenere dai fuorusciti. Ma s'ella è chiara la probabilità dell'amicizia e della lega coll'independente America, egli è del pari chiaro ed evidente, che invece di diventarne noi più deboli, ne diverremo, malgrado la separazione, e più atti alle offese, e più gagliardi alle difese. Imperciocchè una parte di quei soldati, che ora l'inutil guerra esercitano nelle colonie nostre, potranno allora opportunamente condursi a porre i presidj nel Canadà e nella Nuova-Scozia, e queste province da ogni insulto e pericolo guarentire. Altri potranno recarsi ed a guardare le nostre isole, e ad assaltare le francesi, le quali sopraffatte dall'improvviso impeto, e non sufficientemente munite, in mano nostra verranno. Il nostro navilio poi potremo in tal modo partire, che ne siano le possessioni nostre ed il commercio sì d'America, che d'Europa guarentite e difese. Così liberi del tutto da quelle molestie americane, ci sarà fatto abilità di rivolgere tutti i nostri pensieri e le forze contro di questa inquieta Francia, e farle pagare il fio dell'oltracotanza ed ardimento suo. Per la qualcosa io porto opinione, che, lasciate dall'un de' lati le mezzane vie, ed ampliando il mandato dei commissarj, che in America s'inviano a far le concessioni, sia fatto loro abilità di trattare e consultare, e finalmente accordare e riconoscere gli Americani come una nazione independente colla condizione però, ed in quel punto stesso, in cui concluderanno con essi noi un trattato di commercio, ed una lega difensiva ed offensiva. Per avventura, se della opinion mia non m'inganno, maggior frutto ricaveremo noi da questa sola risoluzione, che non da parecchie vittorie in una disperata guerra. Che per lo contrario, se vogliamo ostinati nell'invasazione persistere, proveremo con nostro irreparabil danno, quanto pregiudiziale consiglio sia il credere più alle apparenze che alle realtà, ed il lasciarsi trasportare alle ingannatrici passioni del dispetto e dell'orgoglio. Siate pur sicuri, che se non avranno i commissarj il mandato libero per riconoscere l'independenza, l'opera loro in America riuscirà di nessun frutto, e meglio saria il non mandargli, che il mandargli all'onte ed agli scherni».

Queste ragioni gravi in sè stesse, e con molta asseveranza dette fecero molta impressione nella mente dei circostanti, e si vedeva chiaramente, che alcuni fra i ministeriali medesimi balenavano. Ma il signor Jenkinson preposto agli affari della guerra, e personaggio di non poca autorità, fece dalla contraria parte la seguente orazione.

«Debbono, onorandi cittadini, le nazioni, come gli uomini, seguire il giusto e l'onesto; il debbon tanto più efficacemente, quando caso è ancora, siccome per lo più è, onorevole e grande; e da un altro canto nessuna cosa più nuoce alla felicità degli Stati, che l'incertezza e l'instabilità dei consiglj. Imperciocchè il volere, ed il disvolere spesso significano da una parte in coloro che reggono, o debolezza di mente, o timidità d'animo; dall'altra sono non di rado cagione, che non si finiscano i disegni. Le quali cose essendo vere, siccome sono verissime, spero io, che non durerò molta fatica a persuadervi, che nella presente causa, nella quale gli uomini parziali corron pur troppo dietro a vane immaginazioni, molto bene si confà alla giustizia del pari che alla dignità nostra, ed ai più gravi interessi di questo regno il non discostarsi dagli abbracciati consiglj. Comunque abbia a girar la ruota sua la fortuna, questa, che facciamo, è una giusta guerra. Così definì la sapienza del Parlamento; così confermò il consenso dei popoli; così vuole la natura stessa delle cose. Perchè poi questa medesima guerra stata non sia fortunata, non è questo il tempo da doversi investigare. Comunque ciò sia, il difetto di prospera riuscita ha fatto in modo, che ora i Francesi c'insultano, e minacciano di assaltarci. Sonci alcuni, i quali vogliono, che in tale condizione la Gran-Brettagna si disperi, che deliberi disonoratamente, che dia per una minaccia francese vinta la causa agli antichi suoi sudditi. Ma che dico? Vogliono perfino, che noi temiamo di noi medesimi, e par loro già di vedere sventolar a rincontro delle porte di questa città le francesi insegne. Ma, lasciate dall'un de' lati le battisoffiole di questi uomini, non so se mi debba dire ambiziosi, o paurosi, io sarò per dimostrarvi, che la via, che sin qui si è seguita, non è solo giusta ed onorevole, ma ancora utile e profittevole. Ed in sul bel principio del mio ragionamento dimanderò io a questi sviscerati amici dei ribelli, se certi sono, che l'America intiera, ovvero solo pochi faziosi, i quali coll'arti, e coll'audacia loro si sono della somma delle cose impadroniti, vogliano l'independenza avere. In quanto a me si appartiene, io avviso, che questa independenza sia piuttosto una visione, la quale appare ai cervelli vaghi di nuove cose al di là, e al di qua dell'atlantico, che un universale desiderio dei popoli. Di ciò fan fede tutti gli uomini prudenti, che hanno lungamente conversato con quella gente invasata; questo medesimo attestano i migliaia di leali, che corsi sono alle reali insegne nella Nuova-Jork, e combattuto hanno pel Re nelle pianure di Saratoga, e sulle sponde del Brandywine. Questo finalmente confermano le prigioni stesse ripiene di uomini, che hanno amato meglio perdere la libertà, che rinunziare alla leanza; e preferito un vicino pericolo di morte all'impresa della ribellione; e se l'opera loro non riuscì di quella utilità, che dal numero e possanza loro aspettar si doveva, ciò non da tiepidezza, ma piuttosto dall'eccessivo zelo, che gli fece prorompere innanzi tempo, si debbe riconoscere. Ogni ragione persuade, che a quest'uomini, stati fedeli sin quando pretendeva l'Inghilterra alla tassazione, molti altri si aggiungeranno, ora che a quella si è rinunziato; poichè già tutti si sono accorti, quanto sia da anteporsi il vivere sotto il moderato imperio d'un giusto principe alla tirannide d'uomini nuovi ed ambiziosi. Qualche cosa ancora si dee concedere alla corrispondenza dei sangui, alla comune favella, agl'interessi vicendevoli, alla medesimità dei costumi, alla ricordanza dell'antica congiunzione. Quello stesso argomento tratto dal mio avversario dall'avarizia e dalle stranezze usate agli Americani dal governo francese nel negoziato della lega, molto mi persuade, che al nuovo, cupido, insolente ed infedele amico anteporranno l'antico, benefico ed amorevole concittadino. Nè debbo io sotto silenzio passare una cosa, che ad ognuno è nota, e questa è la povertà dell'erario americano, la quale fa, che affamano, e van nudi i soldati; che il congresso non si può di nessuna cosa necessaria allo Stato accivire; ed i creditori non hanno a gran pezza l'aver loro dai debitori; cosa di gravissimi scandali, d'ire private, e di molte maledizioni contro il governo loro cagione. Nè vi è nissuno fra gli Americani, il quale non veda, che, accettati i termini dall'Inghilterra proferiti, la Camera pubblica sarebbe ristorata, le proprietà particolari sicure, l'abbondanza in ogni parte del socievol corpo restituita. Verso la quale prosperità con maggior animo concorreranno, quando vedranno la possente Inghilterra, essersi risoluta al tutto a volere far pruova della sua fortuna, e con ogni sforzo suo la guerra continuare. Certamente non crederanno essi, che neanco gli aiuti di questa superba Francia possano di breve costringerci a calare ai vergognosi accordi. Parmi veder correre già fin d'adesso, o m'inganno forte, le americane genti alle nostre insegne, parte per fedeltà verso il Re, parte per amore del nome inglese, parte per la speranza del ristoro, parte per disgusto contro i nuovi ed insoliti alleati, e parte infine per concetta collera contro la tirannide del congresso. Allora è, che ci applaudiremo della costanza nostra, e conosceremo, quanto miglior partito sia stato, l'aver la parte più onorevole e degna di così gran Reame, come questo è, seguitata. Se non che io credo ancora, che la nuova guerra contro la Francia in luogo di sbigottirci, debba a migliori speranze innalzarci. Poichè se finora poco frutto abbiam fatto contro gli Americani, qualunque di ciò ne sia stata la cagione, qual è quell'Inglese, che non isperi, anzi che fermamente non creda, di dover le gloriose vittorie contro i Francesi riportare? Di ciò mi persuade la ricordanza delle passate imprese, l'amor dell'antica gloria, il presente ardire dei nostri soldati, e soprattutto la potenza del nostro navilio. Quindi è, che le cose prosperamente fatte per terra e per mare contro i Francesi compenseranno le perdite avute in America, e mancata agli Americani la speranza, che sì grande han posta nella efficacia degli aiuti del nuovo alleato, isbigottiranno, e preferiranno la sicura pace degli accordi alla futura independenza cotanto incerta renduta dalle nuove sconfitte degli alleati. Oltre a questo chi oserà affermare, che non sia la fortuna per inclinare a favor nostro sulle terre stesse americane? Forse non dobbiam noi sperare, che le armi nostre portate nelle province piane, fertili ed abbondanti di leali, più fortunate saranno, che allorquando nelle contrade delle montagne, e sterili, e selvagge, e piene di ribelli si esercitarono? Per me non dubito punto, che la felicità della guerra giorgiana e caroliniana sarà per ristorarci dell'infelicità della guerra cesariana, e pensilvanica. Ma pongasi, il che Dio non voglia, l'infelicità della guerra, io questo pure mantengo, che noi non dobbiamo però ristarci; imperciocchè se si perderà l'impresa, non si perderà l'onore; ed amo meglio, che l'americana independenza, seppure quest'è colassù prefissa dai fati inesorabili, sia piuttosto il risultamento dell'avverso destino, che della viltà nostra. Così adunque ci troverà dolci la Francia, che noi siamo per abbandonare la nostra fortuna, e per cedere alla fama della nimicizia di lei il possesso di tanta gloria? Noi che tutti ancora ci ricordiamo del tempo, in cui dopo d'avere colle replicate vittorie abbassato l'orgoglio e la potenza sua, correvam trionfanti i mari tutti e le terre americane? Di qual paese adunque sono gli autori di sì timidi consiglj? Inglesi forse? Per me nol credo. Di chi è questa bassezza d'animo, che ci vuol far disperare? Quella forse di donnicciuole, o di fanciulli aombranti? Certo il crederei, se non gli vedessi venire spesso fra queste mura a far le sinistre cornici, a sbizzarrirsi della fantasia di dir male della patria loro, a favellar dilettevolmente della debolezza sua, e la potenza dell'ambizioso nemico magnificare. E qual è poi questa Francia, che ci debba far tremare così molto alla prima? Dove sono le ciurme sue pratiche delle opere navali? Dove i soldati, che abbian vedute le battaglie? Dirò io a coloro che nol sanno, o che fan le viste di non saperlo, ch'ella è a questo tempo da interno male occupata, il quale farà, che verrà meno, quando vorrà muoversi. Chi non sa, che le mancan trenta milioni all'anno per far le spese allo Stato? Chi non sa, che delle prestanze non si può valere, gli uomini abbienti i grossi capitali essendovi e rari, e sfiducciati? E non solo la diffidenza vi è grande; ma l'opinione vi è contraria alla natura del governo. Imperciocchè per le spesse investigazioni, che recentemente si son cominciate a fare in Francia in fatto delle materie di Stato, già vi si va dicendo, che il vigesimo è un dono gratuito; che ognuno ha diritto di potere, e della necessità sua giudicare, e l'uso sopravvederne. Inoltre già s'incominciano a pruovar in Francia i pregiudiziali effetti dello zelo, col quale vi si è questa medesima causa americana favoreggiata; che quelle massime della monarchia con tanta costanza, e per sì lungo spazio mantenute dai Francesi, già sonvi contaminate con quelle della repubblica; e questi semi di libertà sempre diminuiscono la forza del governo, e se vi metteranno radice, e vi pulluleranno, noi vedremo il francese governo, quanto un altro qualsivoglia distratto e disordinato. Odo favellare della difficoltà degli accatti fra di noi, e del disavanzo dei monti. Ma i prestatori già sonsi obbligati, e le prime rate son pagate, e l'interesse è non solo non ingordo, ma moderato molto più là di quello, che il nemico avrebbe desiderato, e questi paurosi predicavano. Quanto al disavanzo stato è di niun momento, e già si son riavuti. Ma che dirò di quell'altro spauracchio dell'invasion francese? Noi abbiamo un formidabile navilio, trentamila stanziali, ottima gente; possiamo ad un tratto fare adunata delle bande paesane sì fattamente, che la Francia si terrà giù dall'impresa al tutto, o che glien increscerebbe, se la tentasse. Così di leggieri non si vincono questi Brettoni; nè questa patria è così facil preda a chicchessia. Dicesi ancora, che gli Americani son pronti a far lega con noi, e che di ciò ne hanno gettato i motti; e questi uomini credevoli già si lascian tirare. Non sappiamo noi, che coloro, i quali muovono queste pratiche, se però si dee prestar fede a questi romori, sono i rompitori dei patti di Saratoga, quegl'istessi, che imprigionano, che tormentano, che uccidono i fedeli sudditi del Re? Per me temo il dono, e ch'il reca; temo le americane insidie; temo gli ammaestramenti francesi; temo, vogliano avvilirci col rifiuto, dopo d'averci ingannati coll'offerta. Fin qui son ito divisandovi ciò, che la ragione di Stato da voi richiede; ora brevemente vi parlerò di quello, che la gratitudine, la giustizia, la umanità ricercano. V'incresca di coloro, i quali in mezzo al furore della ribellione si sono al Re, a voi, alla patria conservati fedeli. Muovetevi a pietà di quelli, i quali tutte le speranze loro han poste nella vostra costanza. Abbiate compassione alle spose, alle vedove, a' figliuoli loro, i quali, esposti ora senza difesa all'americana rabbia, pregano il cielo per la prosperità dell'armi regie, e nissun altro termine traveggono ai martirj loro, che nella vittoria vostra. Vorrete voi tutti questi abbandonare, e far pruovare loro danno della fede, che hanno avuta in voi? Dimostreranno gl'Inglesi minor longanimità nei proprj interessi loro, che i leali americani dimostrato ne hanno? Ah! questi abbominevoli consiglj non furono mai seguìti da questo generoso Regno. Parmi anzi già di vedere i vostri forti petti riempirsi di sdegno, e già le voci gridar vendetta degl'inusitati oltraggi, e già correr le mani alle riparatrici armi. Itene, o padri, a quel destino, al quale il ciel vi chiama. Salvate l'onor del Regno, soccorrete ai miseri, proteggete i fedeli, difendete la patria; e vegga l'Europa con maraviglia, e provi la Francia con danno, che scorre tuttavia nelle vostre vene immaculato e puro il britannico sangue. Per istringere adunque in poche parole ciò, che di questo io sento e penso, dico, che, posto dall'un de' lati il partito del mio avversario, si assicuri il Re, essere i suoi fedeli Comuni pronti a tutti quei mezzi somministrargli, i quali saranno necessarj a mantenere l'onor del suo popolo, e la dignità della sua Corona».

Finito ch'ebbe Jenkinson di parlare, seguì nella Camera un bisbiglio incredibile. Finalmente posto, e raccolto il partito fu quasi con tutti i voti deliberato, che si ringraziasse il Re, si continuasse a combattere contro le colonie, si prendesse la guerra contro la Francia.

Ma nella tornata della Camera dei Pari de' sette aprile, dopochè il Duca di Richmond aveva orato con accomodatissime parole, e con gagliardi argomenti sforzato si era di dimostrare, ch'era ormai tempo di dare un altro indirizzo agli affari del Regno, successe un caso molto lamentevole. Erasi il conte di Chatam, quantunque oppresso da una piuttosto mortale, che grave infermità, nella Camera, sebbene non senza grandissima fatica condotto, ed udite le nuove proposte che andavano attorno, e non potendo sopportare che si volesse la separazione dell'America persuadere, disse queste, che furono per esso lui le ultime parole:

«Signori, io mi sono fra queste mura in questo dì, non so come, certo oltre mia balìa recato per esprimere l'indegnazione, che io sento all'udire della renunziazione alla sovranità dell'America motivare. Mi rallegro io meco stesso, che il sepolcro non si sia ancor chiuso sopra il mio morto corpo; ch'io viva ancora per poter alzar la mia voce contro lo smembramento di quest'antica e nobilissima monarchia. Oppresso, come sono, e quasi del tutto vinto dal malore, poco io posso alla mia patria in sì periglioso frangente soccorrere. Ma, signori, finchè avrò vita e spirito, non consentirò mai, che si privino i reali discendenti della Casa di Brunswich, gli eredi della principessa Sofia, del più bel retaggio loro. Dov'è colui, che s'ardisce dare un tal consiglio? Succedette Sua Maestà ad un impero altrettanto grande in estensione, quanto immaculato in riputazione. Offuscherem noi lo splendore di questa nazione con una ignominiosa renunziazione de' suoi dritti, e delle sue più belle possessioni? Dovrà questo gran reame, il quale tutto ed intiero sopravvisse alle danesi depredazioni, alle scozzesi correrie, ed alla normanna conquista, che stette forte contra la minacciata invasione della spagnuola armata, cader ora prostrato a piè della Casa dei Borboni? Certamente, signori, questa nazione non è più quella ch'era. Potrà un popolo, il quale, son ora diciassette anni, era il terror del mondo, ora tanto abbassarsi, che dir possa al suo inveterato nemico: _te', quanto abbiamo; solo dacci la pace_? è cosa impossibile. In nome di Dio, se sceglier dobbiamo tra la pace e la guerra, e la prima non possa mantenersi, e perchè non cominciam l'altra senza esitare? Non conosco per verità, quali siano gli apparecchiamenti di questo regno; ma spero bene, siano sufficienti a preservare i suoi giusti diritti. Ma, signori, ogni cosa è migliore della disperazione. Facciasi almeno uno sforzo, e se cader dobbiamo, caggiamo com'uomini».

Qui fece fine al suo parlare. Sorse il Duca di Richmond, e cercò con sue ragioni di persuadere, che conquistar l'America per la forza dell'armi era cosa impossibile diventata, e che miglior partito era congiungersela in alleanza, che gettarla in grembo alla Francia. Volle il conte di Chatam replicare e ben tre volte tentò di alzarsi. Tutto fu indarno. Cadde in fine svenuto sul suo seggio. S'affoltarono per soccorrerlo il Duca di Cumberland, e parecchj altri de' principali membri della Camera. Trasportaronlo così fuori di senso com'egli era, nella vicina camera, che chiamano del principe. Successe una confusione, ed un andare e venire incredibile. Il Richmond sollecitava, che, stante questa pubblica calamità, si aggiornasse la Camera al dì seguente, e così fu fatto. L'indomani, ricominciatosi a discutere intorno il partito posto da Richmond, e poscia raccoltolo, non si ottenne.

Addì undici marzo passò da questa all'altra vita nella sua età di settant'anni Guglielmo Pitt, conte di Chatam. Agli otto giugno lo seppellirono con onoratissime, e pubbliche esequie nell'Abbazìa di Westminster, dove gli fu poco poscia rizzata un monumento. Fu egli, ossiachè si riguardi l'ingegno, o la virtù, o le cose fatte in prò della patria, uomo piuttosto da eguagliarsi agli antichi, che da anteporsi ai moderni. Ebbe lungo spazio in mano il governo del ricchissimo reame d'Inghilterra, e recatolo a tanta gloria, che mai ne' passati tempi non che avesse avuto, non avrebbe sperato l'uguale. Morì se non povero, certo sì poco facoltoso, che la famiglia sua non ne avrebbe potuto vivere orrevolmente. Il che non si sarebbe detto senza ragione a quei tempi, e molto manco si direbbe nella presente età. Ma la ricordevol patria riconosceva nei discendenti la virtù del padre. Fece il Parlamento una provvisione annua e perpetua di quattromila lire di sterlini alla famiglia di Chatam, e pagò di vantaggio ventimila lire di sterlini di debiti, che aveva Guglielmo contratti per mantenere il grado suo e la numerosa famiglia. Nessuno fin là, trattone solo il Duca di Malsborough, aveva in Inghilterra ottenuto sì alte e sì liberali ricompense. Fu poi eziandio del pari eccellente oratore, che uomo perito nelle cose di Stato, o integro cittadino. Difendeva in cospetto del Parlamento con ammirabil facondia quei partiti, i quali nelle consulte private aveva e sapientemente deliberati, ed animosamente raffermati. Abbenchè, in quanto al suo modo di dire, alcuni non senza ragione vi riprendessero e l'uso troppo frequente delle figure, ed una certa gonfiezza di stile molto propria di quei tempi. In questo poi principalmente avanzò tutti i reggitori delle nazioni della sua età, che seppe spirare a tutti i servitori dello Stato sì civili, che militari non solo l'animo ed il valore; ma ancora lo zelo e l'entusiasmo. La qual cosa non si concede dal cielo, se non di rado, e solo, agli uomini singolari. In somma, ei fu uomo da non ricordarsi mai senza lode, nè senza ardore d'animo da imitarsi.

Ma ripigliando ora, d'onde lasciammo vedendo i ministri britannici la guerra diventata essere inevitabile contro la Francia, andavano facendo all'incontro tutti quei provvedimenti, che necessarj credevan per esercitarla. Nel che tanto più ardenti si dimostravano, quanto che molto bene si avvedevano, che alla guerra francese ed americana, se fatta si fosse infelicemente, si sarebbe tosto aggiunta la spagnuola, e fors'anche la olandese, mentre che da un altro canto una subita e rilevata vittoria avrebbe queste due ultime prevenute. Per la qual cosa erano intentissimi soprattutto ad avanzar gli apparecchiamenti marittimi nei quali principalmente consistevano la difesa del regno, e la speranza della vittoria. Ma in questo, esaminatosi attentamente lo stato del navilio, si trovò, che non era nè sì numeroso, nè sì convenevolmente provveduto, come si sarebbe desiderato, e come alla gravità delle circostanze era richiesto. Del che se ne fece un gran romore nell'universale, e molte male parole si dissero nelle due Camere del Parlamento dal conte di Bolton, e dal Fox contro il conte di Sandwich, ch'era allora Capo dell'uffizio dell'ammiragliato. Tuttavia nessuna diligenza si ometteva per ristorarlo. Volendo poi in così grave frangente gli animi dei popoli confortare, e specialmente colla confidenza del capitano spirar coraggio, ed ardire ai marinari, elessero i ministri, a Capo di tutta l'armata, che era sorta nel porto di Portsmouth, l'ammiraglio Keppel, uomo nelle bisogne navali riputatissimo, e risplendente di molta gloria per le egregie cose da lui fatte nelle precedenti guerre. I lordi Hawke, ed Anson, quei due sì chiari lumi dell'inglese marineria, lo avevan tenuto molto caro, ed in gran conto; e certamente nissuna elezione d'uomo, quantunquemente celebrato ei fosse, avrebbe potuto altrettanto soddisfare agli animi di tutti, quanto questa dell'ammiraglio Keppel. Non isfuggì egli il carico, quantunque già fosse a quell'età pervenuto, nella quale l'uomo meglio desidera lo starsi, che l'operare, e maggior gloria di quella, che aveva ottenuto fin là, acquistar non potesse; che anzi doveva ripugnar naturalmente al commetterla di bel nuovo alla fortuna delle battaglie. Vi era anche in questo suo affare un'altra disagevolezza, e questa era, che i ministri, come libertino, gli puntavano addosso. Il che poteva riuscirgli nel corso delle cose di molto disgusto. Ma egli, risguardando meglio all'utilità della sua patria, che in così gran bisogno desiderava l'opera sua, che alle proprie comodità, non esitò punto ad accettare quell'uffizio, che con tanta contentezza de' suoi concittadini gli era stato commesso. Furono nominati a militare sotto di lui i due vice-ammiragli Hartland e Palliser, l'uno e l'altro uffiziali molto riputati. Arrivava Keppel a Portsmouth, dove in luogo di una grossa armata lesta al veleggiare trovò, non senza grandissima maraviglia, solamente sei navi di alto bordo pronte a mettere in mare, marinari pochi, ed a gran pezza non sufficienti provvisioni, ed attrezzi mancanti. Allegavano i ministri, le altre navi essere state mandate a diverse fazioni, ma di breve dover ritornare. Comunque ciò sia, l'ammiraglio tanto fece, e tanta diligenza usò, che a mezzo giugno si trovò in grado di salpare con venti navi di fila. Aspettava ancora altri e pronti rinforzi. Diè le vele al vento da Sant'Elena addì tredici. Lo accompagnavano i desiderj ardentissimi dei popoli. I tempi correvano oltre ogni dire stretti e difficili. Sapevasi, che aveva la Francia una grossa armata a Brest pronta a far vela, e fornitissima di ogni cosa. Le conserve, che portavano in Inghilterra le ricchezze dell'Indie, si aspettavano di dì in dì, e potevan diventar preda ai Francesi. Il che sarebbe riuscito di un danno inestimabile, non solo per la perdita delle ricchezze medesime, ma ancora e molto più per quella di un gran numero di marinari, i quali con gran desiderio si aspettavano per fornirne le navi da guerra. A questa cagione già di tanto momento si aggiungevano la difesa di tutte le coste della Gran-Brettagna tanto vaste, la sicurezza della grande e ricchissima metropoli, la preservazione degli arsenali, nei quali si contenevano tutte quelle cose, sulle quali e la presente grandezza dell'Inghilterra, e tutte le speranze avvenire stavano fondate. Tutti questi oggetti piuttosto di totale che di grande importanza erano commessi all'opera di venti vascelli.

Intanto i preparamenti di terra con eguale passo procedevano con quei di mare. La bisogna del reclutare si forniva efficacemente; e le cerne si levavano speditamente, e si ordinavano in bande a mò degli stanziali. Si ponevano parecchj campi ne' luoghi, che si credevano più esposti alle percosse del nemico. In cotal modo si preparavano gl'Inglesi alla vicina guerra. Già il governo aveva ordinato, rappigliandosi contro la Francia, che si ritenessero nei porti tutte le navi francesi, che dentro vi si trovassero.

Ma nella Francia, la quale, siccome quella chiedi che di lungo proposito aveva disegnato di muovere l'armi contro l'Inghilterra, meglio di questa stava fornita in sugli apparecchiamenti necessarj, il navilio era grandissimo, ed ogni cosa in moto. Non prima vi si ricevettero le novelle, le quali pervennero in brevissimo tempo, del nimichevole modo, col quale il Re Giorgio aveva ricevuto il rescritto del marchese di Noailles, che aveva il governo francese spedito ordini in tutti i porti, acciò vi si fermassero le navi inglesi. Abbenchè da questa ritenzione, siccome pure da quella fatta nei porti inglesi delle navi francesi, pochi effetti ne seguissero; perciocchè i padroni pei sospetti di guerra, che già da buon tempo andavano attorno, si fossero ai porti patrj ritirati. Poscia, lasciate in disparte tutte le dubitazioni, ed in quell'attitudine disponendosi, la quale ad una grande e possente nazione ottimamente si conviene, volendo altresì perfezionar quell'opera, che dal rescritto incominciata si era, e fors'anche gli animi dei nuovi alleati confermare col dar quel passo, dal quale più non si poteva, se non con vergogna, tornar indietro, si deliberò a ricever pubblicamente e solennemente riconoscere i commissarj americani, come ambasciadori di una nazione franca ed independente; la qual cosa, se riuscì dura agl'Inglesi, non è da domandare. Adunque addì 21 del mese di marzo i tre commissarj furono introdotti dal conte di Vergennes avanti il trono, su di cui sedeva in mezzo ai Grandi della sua Corona il Re Luigi decimosesto, e quivi ricevuti con tutti quegli usi e cirimonie, le quali soglionsi osservare, ogni qualvolta che i Re di Francia danno audienza agli ambasciadori delle nazioni sovrane ed independenti. Caso memorabile in vero, e tale, che pochi, o forse nissuno se ne trovano nei ricordi delle storie. Imperciocchè gli Americani sperimentarono in questo miglior fortuna, che altre nazioni, le quali acquistarono l'independenza, non provarono, come per cagion d'esempio gli Olandesi e gli Svizzeri, i quali se non a stento, e dopo lungo tempo furono riconosciuti come independenti da quegli stessi potentati, che a levarsi dal collo la superiorità degli antichi signori loro gli aiutarono.

Avendo in tal modo la Francia passato del tutto il guado, ad avvedendosi benissimo, che nella presente guerra si doveva far maggior fondamento sulle armate, che sugli eserciti; che una parte ragguardevole della guerra marittima consisteva di necessità nel predare sia le navi guerresche del nemico per diminuire la sua potenza, sia le commerciali per iscemar la ricchezza, cosa sempre di grandissima importanza, ma di molto maggiore, quando si combatte contro l'Inghilterra, determinò di porre avanti gli occhi degli uffiziali di mare e delle ciurme maggiori incentivi, acciocchè con più animo e diligenza le navi nemiche perseguitassero. Si usava in Francia per aizzar gli uomini al corseggiare a' tempi di guerra di concedere alcune ricompense ai rapitori delle navi di guerra, ed a quei delle navi mercantili un terzo del provento della vendita delle navi medesime. Il Re per un decreto suo dato addì 28 marzo ordinò, che le navi da guerra, ed i corsari nemici venuti in poter de' suoi, cadessero in piena ed intiera proprietà dei comandanti, uffiziali e ciurme, che intrapresi gli avessero, e che medesimamente i due terzi del valore delle navi mercantili, e dei carichi loro divenissero proprj di coloro, che predate le avessero, salvando solo l'altro terzo da essere incamerato nella cassa degl'invalidi di mare. Ma per altro questo decreto, sebbene sottoscritto dal Re e dal duca di Penthièvre, grande almirante di Francia, per esser mandato ad esecuzione il dì quattro del seguente maggio; nondimeno ossiachè il Re, siccome credono alcuni, molto ripugnasse per la benignità della natura sua al dar cominciamento al versar il sangue, ovverochè la ragione di Stato il persuadesse, doversi aspettare, che gl'Inglesi commettessero essi le prime ostilità, fu rattenuto gran pezzo, e non fu pubblicato, nè eseguito prima del cominciar di luglio.

Perchè poi non potesse, temendo di sè medesimo, il governo inglese mandar soccorsi di genti in America si facevan correre da tutte le parti della Francia sulle coste, che prospettano l'Inghilterra, i reggimenti, e già un esercito potente vi si trovava adunato, pronto, come se fosse, ad essere imbarcato a bordo della grande armata di Brest, e sull'opposta spiaggia trasportato. In Brest intanto non si perdeva tempo, e con grandissima assiduità s'insisteva sui marinareschi lavori. Meglio di trenta grosse navi di alto bordo già vi stavano allestite con un gran numero di fregate, queste massimamente per correre contro, e far gran danni al commercio inglese. Un'altra flotta trovavasi pronta a salpar dal porto di Tolone. Questo quasi subito mutamento del navilio francese causò non poca maraviglia a tutte le nazioni, e molta apprensione all'Inghilterra; la quale, solita a tenere la signoria dei mari, non poteva darsi a credere, che ora un altro potentato sorgesse, che potesse di quella con essa lei contrastare. Per verità la debolezza in cui si trovò la Francia al tempo della morte del re Luigi decimoquarto non solo fu causa, che non si potè riparare alla debolezza, in cui fu lasciato il navilio francese a' tempi della guerra della successione di Spagna, ma ancora, che quelle navi stesse, le quali già stavano allestite nei porti, curate non essendo, andarono a male. Le guerre poi d'Italia, delle Fiandre e di Germania, che succedettero nel regno di Luigi decimoquinto, facendo in modo, che tutte le rendite pubbliche, e tutti gli sforzi dello Stato si rivolgessero agli eserciti di terra, produssero una pregiudiziale freddezza nelle opere di mare; e stette la Francia contenta all'armar alcune poche navi, piuttosto per proteggere il suo commercio marittimo, che per turbare quello del nimico. Quindi le sconfitte e le perdite non furon poche. S'aggiunse a tutte queste cose l'opinione impressa nell'animo dei popoli francesi contenti alla ricchezza delle terre loro, ed alla moltitudine delle manifatture, che poco bisogno si avesse di un navilio gagliardo, e del commercio di mare. Ma finalmente l'incremento dei proventi delle colonie loro, e la grandissima utilità, che ne ritraevano dalla vendita di quelli sui mercati esteri, fecero accorti i Francesi, di quanta importanza fosse il commercio d'oltremare. Si avvidero inoltre, che senza un navilio guerresco, che protegga il mercantile, il commercio marittimo è sempre, siccome incerto, povero, e che la guerra distruggerebbe in pochi dì i frutti di una lunga pace. Per la qual cosa si rivolsero i pensieri della Francia al creare, ed intrattenere una possente armata, la quale potesse e tener le guerre lontane, ed esercitarle con prosperità di fortuna, e proteggere il commercio dagl'insulti delle navi nemiche. La presente guerra di America poi, la quale tante speranze appresentava alla mente dei Francesi, dava anche un potente incentivo a questi nuovi disegni; e perchè non mancassero i marinari abili a governar le navi, si chiamarono, imitando in ciò gli Inglesi e gli Olandesi, al servigio delle navi del Re i marinari del navilio mercantile. Ed inoltre, cosa che riuscì di grandissima utilità, si eran fatti uscire negli anni 1772, 1775 e 1776 tre flotte capitanate da tre eccellentissimi uomini di mare, i conti d'Orvilliers, di Guichen e Duchaffault non ad altro fine, se non perchè servissero di scuola pratica ad ammaestrare gli uffiziali e le ciurme in tutte le mosse, esercizj ed armeggiamenti navali. Brevemente tanto fece il governo francese, e tanto trovò consenzienti i popoli in questo voler ristorare il proprio navilio, che in sul principio della presente guerra se non superava, certo uguagliava quello dell'Inghilterra; parlandosi però di quello, che allora avevano in pronto gli Inglesi, o che potevano in poco spazio preparare.

Nè questo navilio si voleva tenere ozioso nei porti. Due erano le imprese, l'una e l'altra di somma importanza, che per mezzo delle apparecchiate navi si proponeva la Francia di voler fare, la prima colla flotta di Tolone, l'altra coll'armata di Brest. Intendevasi, che quella partitasi molto per tempo da Tolone se n'andasse colla maggior celerità, che possibil fosse, in America, ed entrasse improvvisamente nelle acque della Delawara. Dal che ne sarebbero nate due cose, fatali ambedue alla Gran-Brettagna, e queste si erano, che l'armata del lord Howe, la quale era sorta dentro di quel fiume, e molto era inferiore di forze alla francese, sarebbe stata senza dubbio alcuno distrutta, o sarebbe venuta in poter de' Francesi. Distrutta, o presa l'armata, l'esercito di terra sotto gli ordini di Clinton pressato a fronte da Washington, ed alle spalle per la via del fiume dall'armata francese, sarebbe anch'esso stato costretto ad arrendersi, o certamente avrebbe avuto un molto difficile scampo. In tal modo si sarebbe vinta ad un tratto tutta la guerra americana. Quest'era il disegno, ch'era stato discorso ed accordato in Parigi tra i commissarj americani ed i ministri francesi. Nè si mise punto tempo in mezzo all'esecuzione. Partì da Tolone addì 13 aprile la flotta francese condotta dal conte d'Estaing, uomo di gran valore e d'altissimi pensieri, la quale consisteva in dodici navi d'alto bordo, e quattro fregate molto grosse. Portava molti soldati da sbarcarsi ai servigj di terra. Silas Deane, uno dei commissarj americani, il quale aveva ricevuto lo scambio, ed il Gerard eletto dal Re a suo ministro presso il congresso, si trovarono a bordo. Si mostrò la fortuna favorevole a questi primi principj. Viaggiava con vento prospero l'armata; e quantunque i ministri britannici avessero tostano avviso di questa partenza avuto, tuttavia parte pei venti di ponente, che soffiarono per alcuni dì contrarj, parte perchè non sapevano, a qual via s'indirizzasse d'Estaing, non fu, che sul principiar di giugno, e dopo molte irresoluzioni, che ordinarono all'ammiraglio Byron, partisse con dodici navi per alla volta dell'America, il quale doveva scambiar l'Howe, che aveva chiesto la licenza di ritornarsene in Inghilterra. Ma l'armata di Brest più grossa, capitanata dal conte De Orvilliers desideroso di gloria, e di sostentare il cetto, che si aveva della sua virtù, era destinata a scorrere i mari d'Europa per tener vivo sulle coste della Gran-Brettagna il timor di una invasione, e soprattutto col mezzo delle fregate, ch'erano numerosissime, intraprendere le navi inglesi, le quali cariche di ricchissime merci si aspettavano di breve dalle Indie sì occidentali, che orientali. In questa maniera le cose s'incamminavano tra i due Stati a manifesta rottura, e le vicine ostilità si aspettavano, quantunque non ancora la guerra fosse stata denunziata dall'una parte all'altra secondo gli usi e le regole d'Europa. Così la contesa tra la Francia e l'Inghilterra, sì possenti nazioni, era negli occhi di tutti gli uomini, e dependevano gli animi loro da aspettazione di cose di grandissimo momento. Non tardò la fortuna ad offerire la occasione, perchè si accendesse quel fuoco, che doveva quindi in tutte le quattro parti del mondo diffondersi.

Erasi appena l'ammiraglio Keppel partito da S. Elena il giorno tredici giugno, e condottosi nel golfo di Biscaia, che scopriva in poca lontananza due navi grosse con altre due più piccole, le quali facevan le viste di esplorare gli andamenti della sua armata. Eran queste le due fregate francesi chiamate il Liocorno e la Belle-Poule. Quivi si trovava in un frangente molto difficile costituito. Da una parte desiderava molto di impadronirsi delle navi per ricavarne notizie sullo stato e sulla positura dell'armata di Brest; dall'altra la guerra non si era ancora chiarita tra le due nazioni, e si sarebbe potuto riputare l'incominciarla alla sua temerità. Nè trovava egli nelle istruzioni avute dai ministri alcuna cosa, che lo potesse cavare dal dubbio in cui era; poichè erano molto larghe, e tutto lasciavano in balìa ed alla discrezione sua. Aggiungevasi, che essendo egli di una setta contraria a quella dei ministri, poteva la sua condotta, caso ch'egli incominciasse le ostilità, essere a mal fine interpretata, attribuendosi alle parzialità politiche appartenenti alla sua setta quello, che appariva essere la necessità delle cose. In tanta perplessità Keppel, da quel buon cittadino ch'egli era, amò meglio servir la patria con pericolo suo, che, stando, lasciar quella in pericolo. Perilchè il giorno 17 giugno ordinò alle sue navi, dessero la caccia alle francesi. Tra le cinque e le sei della sera la fregata inglese il Milfort venne sopra il Liocorno, ed il suo capitano richiedeva, con termini civili però, il Francese, avesse a recarsi colla sua fregata a poppa dell'ammiraglio Keppel. Il Francese sulle prime ricusò; ma veduto avvicinarsi l'Ettore, vascello d'alto bordo, che gli trasse anche d'una cannonata, cedè alla fortuna, e seguitando l'Ettore si condusse dentro le file dell'armata inglese.

In questo mezzo il capitano Marshall colla sua fregata l'Aretusa di ventotto cannoni da sei, di conserva col giunco l'Alert di dieci cannoni se ne iva contro la Belle-Poule, che portava ventisei cannoni da dodici, ed era accompagnata da una fusta armata di dieci cannoni. L'Aretusa, siccome più veloce, arrivava verso le sei della sera a rincontro della Belle-Poule a tiro di moschetto, ed intimavale, la seguitasse, perchè aveva ordine dal suo ammiraglio di condurla a poppa della capitana. Il Signor Chadeau-de-la-Clocheterie, che comandava la Belle-Poule, rispose animosamente del no. Marshal gli fe' tirar d'una cannonata a traverso, e La-Clocheterie ciò stante gli tirò di tutta una fiancata. Ne seguì tra le due fregate una ferocissima battaglia, nella quale aizzati gli uni e gli altri da emulazione, e volendo ad ogni modo riportare la vittoria di quel primo fatto, combattettero con un valore inestimabile. Durò la battaglia per ben due ore con grave danno delle due parti, essendo il mare ed i venti in calma e sì vicine le due navi. Prevalevano i Francesi per la portata dei cannoni, pel numero della ciurma, e per la vicinanza delle coste loro. Gl'Inglesi dal canto loro erano avvantaggiati dal maggior numero dei cannoni, e dalla presenza di due navi d'alto bordo, il Valente ed il Monarca, le quali sebbene per la bonaccia non potessero tanto accostarsi, che potessero aver parte nell'aiutar i loro, davan ciò non di meno non poco sospetto al capitano francese, e molto le sue mosse circoscrivevano. Infine dopo un ostinato combattimento la fregata inglese trovandosi così vicina alle coste di Francia, disperando di potersi insignorir della francese, ed avendo ricevuto molto danno negli alberi, nelle antenne e nel sartiame, valutasi opportunamente di una leggier brezza, che in quel momento era sorta, cessò, e rimorchiata dal Valente e dal Monarca, si ritirò all'armata. Mentre se n'andava, la salutarono i Francesi con cinquanta cannonate di colpo, senza che ne scambiasse ella una sola. La fregata francese non le diè dietro, sia pei danni avuti, sia per la prossimità delle due grosse navi, anzi di tutta l'armata inglese. Per la qual cosa De-la-Clocheterie deliberatosi di ritrarsi al sicuro andò la notte a por l'ancora in mezzo alle secche presso Plouascat. Vennero all'indomani le due navi inglesi, ed andavano osservando se possibile cosa fosse l'accostarsi tanto alla fregata, che la potessero pigliare. Ma, trovati gl'impedimenti delle rocche insuperabili, si posero giù dall'impresa, ed andarono a ricongiungersi all'armata. Per l'istesse cagioni, e nel medesimo tempo, ma però con diverso evento, si attaccarono l'uno l'altro il giunco inglese, e la fusta francese con molta furia. Ma questa, fatta per più d'un'ora valorosa resistenza, si arrendè. Perdè l'Aretusa in questo fatto da otto uomini morti e trentasei feriti. La Belle-Poule da quaranta morti e cinquantasette feriti. Tra i primi si trovò Saint-Marsault, luogotenente della nave, tra i secondi De-la-Roche di Kerandraon, banderaio, Bonvet, uffiziale ausiliario, e lo stesso De-la-Clocheterie, che rilevò due leccature.

La mattina dei diciotto la fregata il Liocorno, che veleggiava in mezzo all'armata di Keppel, avendo fatto qualche mossa, che diè sospetto agl'Inglesi, gli tirarono avanti prua una cannonata per avvertirla, seguitasse il cammino di conserva coll'altre navi. Al che rispose ella non senza gran maraviglia dell'ammiraglio e dell'armata inglese con una intiera fiancata, e con una generale scarica di archibuseria dentro la nave l'America di settantaquattro, che molto le era vicina, ed alla quale comandava il lord Longford. Ciò fatto, calate le tende si arrendè, come se infastidita di quel mezzano stato tra la pace e la guerra, in cui ella era tenuta, avesse voluto con un'animosa risoluzione porsi, quantunque prigioniera, in sull'aperta guerra. Keppel la mandava a Plymouth.

Nel medesimo tempo un'altra fregata francese di trentadue cannoni chiamata la Pallade s'incontrava nella flotta inglese. L'ammiraglio la fe' ritenere, non senza averne prima marinati gli uffiziali e la ciurma. Queste cose fece Keppel contro le navi da guerra francesi; ma le mercantili, le quali non furon poche a dar di cozzo nella sua armata, lasciò andar liberamente al viaggio loro, non credendo aver la facoltà di arrestarle.

In Francia parve una gran cosa, memorando le passate rotte, questo fatto, e non v'è dubbio, che tanto gli uffiziali, quanto i marinari della Belle-Poule abbian dimostrato non solo molto valore, ma ancora una non ordinaria perizia delle cose navali. Quindi è, che se ne fecero molte esultazioni, ed a ragione, e per dar animo alla nazione in quei principj. Il Re poi procedette assai liberamente verso coloro, che combattuto avevano. Nominò De-la-Clocheterie capitano di nave, Bouvet luogotenente di fregata, e concedette a Roche-Kerandraon la croce di San Luigi. Fece pensioni alla sorella di S.t-Marsault, alle vedove ed ai figliuoli di coloro, ch'erano stati morti nella battaglia. Da un altro canto Marshall e Fairfax, capitano del giunco, non ottennero provvisioni di danaro, ma sì veramente molte lodi dall'ammiraglio e dai concittadini.

Ma il Re di Francia, usando il motivo della battaglia data alla Belle-Poule, e della presura delle altre fregate, credendo, che queste cose gli dessero onesta occasione di mandar fuora quello che aveva conceputo nell'animo, ordinò le rappresaglie contro i vascelli della Gran-Brettagna, ed immediatamente fece pubblicare il suo decreto intorno le prede; come se l'aver mandato il conte D'Estaing in America con quegli ordini, che aveva, non dovesse riputarsi un cominciamento di guerra. Gl'Inglesi fecero il medesimo, autorizzando colle parole quello che già, in quanto alle navi guerresche, coi fatti operato avevano. Così si esercitava ad ogni modo fra le due parti la guerra, quantunque non fosse ancora, giusta le consuete formalità, bandita.

Intanto l'ammiraglio Keppel raccolse fiere novelle dalle scritture trovate, e dagli uomini delle prese fregate; esservi nel porto di Brest trentadue navi di alto bordo con dieci o dodici fregate, l'une e l'altre pronte a far vela, quando che non aveva egli altro, che venti delle prime, e tre delle seconde. Si trovava allora a veggente del capo Ognissanti, e per conseguente vicino alle coste di Francia. Per la qual cosa era a molto stretti termini condotto. Lo starsene era troppo pericoloso in tanta prossimità e superiorità delle forze nemiche; ed il mettersi a rischio di una battaglia, nella quale vi sarebbe andato la salute del regno, era partito piuttosto temerario, che animoso. Da un'altra parte il voltar le poppe alle coste di un insultato nemico gli pareva cosa troppa indegna della propria fama e del nome inglese. Ma infine badando più all'utile che all'apparente, e meglio consigliandosi col debito suo che col puntiglio, volse le prue all'Inghilterra, ed entrò nel porto di Portsmouth il giorno venzette del mese di giugno. Quivi gli uni per le solite parzialità delle Sette, e per iscusar i ministri, gli altri per soddisfare al nazionale orgoglio, aspramente lo laceravano, come se colla ritirata avesse macchiato lo splendore del nome inglese. Ed in questo alcuni si lasciarono tanto trasportare, che all'ammiraglio Byng lo paragonavano. Sopportava Keppel con mirabile costanza queste dicerìe dell'inquieto volgo, e degli impronti setteggianti, ed ogni ingegno poneva, secondato anche in ciò efficacemente dall'uffizio dell'ammiragliato, ad ingrossar l'armata, ed abilitarla a correr di nuovo i mari. Nel che facevasi grandissimo frutto. Ed essendo a quei dì arrivate nei porti le prime squadre delle conserve dell'Indie occidentali e del Levante, si potè di maniera rinforzare di ottimi marinari l'armata, che fu essa in attitudine a scior l'ancore, e mettersi in mare, come fece il giorno nove di luglio. Consisteva in ventiquattro navi di alto bordo, alle quali si congiunsero poi altre sei di uguale portata. Si noveravan fra queste una di cento cannoni nominata la Vittoria, che portava l'ammiraglio Keppel, sei da novanta, una da ottanta, quindici da settantaquattro, e le rimanenti da sessantaquattro, tutte governate da abilissimi uffiziali e marinari. Mancavasi di fregate, non avendosene, che cinque o sei con due brulotti. La flotta era divisa in tre squadre la vanguardia condotta da Roberto Hartland, vice ammiraglio della Rossa; la battaglia dall'ammiraglio Keppel aiutato dal sotto ammiraglio Campbel, uomo pratichissimo nelle cose navali; e che per causa d'antica amicizia e compagnia con quello, aveva voluto accompagnarlo, e faceva l'uffizio di primo capitano sulla nave la Vittoria. Il dietroguardo poi era guidato da Ugo Palliser, vice ammiraglio della Blo, ed uno dei membri dell'uffizio dell'ammiragliato. Vedutisi forti, e credendosi sicuri della vittoria, vennero sopra le coste di Francia, e con ogni diligenza cercavano l'armata francese, ardentissimi nel desiderio di combatterla per preservare il commercio, per levarsi dal viso la macchia dall'aver pochi dì prima volte le spalle alle coste francesi, per mantener l'antico nome, per far inclinare già fin da quei primi principj la fortuna della guerra in lor favore.

Era intanto il giorno otto di luglio uscita dal porto di Brest l'armata di Francia divisa anch'essa in tre squadre, la vanguardia guidata da conte Duchaffault, la battaglia dal conte D'Orvilliers capitano generale, e la dietroguardia dal duca di Chartres, principe del sangue, il quale aveva per guida e moderatore l'ammiraglio De La-Motte-Piquet. Vi si noveravano trentadue navi di tre palchi ciascuna, tra le quali il vascello ammiraglio nominato la Brettagna di cento dieci cannoni, una di novanta chiamata la Città di Parigi, la quale portava il conte di Guichen, due di ottanta, dodici di settantaquattro, una di settanta, dodici di sessantaquattro, e le altre di sessanta con una di cinquanta. Seguitavano una moltitudine di fregate. Era l'intenzione del conte D'Orvilliers di non venire a battaglia affrontata col nemico, se non molto avvantaggiato; non che non gli bastasse la vista, ch'era egli in vero d'animo alto, e delle cose marinaresche intendentissimo; ma perchè voleva, si esercitassero prima ottimamente le ciurme, e perchè sperava, senza mettersi all'incerto rischio della battaglia, prevalendo di navi spedite, potere far un gran danno all'Inghilterra con intraprendere le conserve che a quei dì si aspettavano dall'occidente e dall'oriente. Veleggiava in tanto verso il capo d'Ognissanti, credendosi o che l'armata inglese, siccome già debole, riputandola a venti navi di linea, e non di vantaggio, non si sarebbe osa uscir dai porti, o se uscita fosse, l'avrebbe o cacciata, o sconfitta, ed acquistato ad ogni modo il dominio del mare. Si dimostrò la fortuna favorevole a questi primi conati. Imperciocchè sboccati appena da Brest s'incontrarono nella fregata inglese la Lively mandata avanti a specolare dall'ammiraglio Keppel, ed, accerchiatala, la pigliarono. Stava tutto il mondo attento e sospeso nell'aspettazione delle future cose, mentre le due più potenti nazioni dell'Europa si difilavano in sui mari l'una contro l'altra, desiderosa l'Inglese di mantener l'antica fama della navale superiorità, bramando per lo contrario ardentissimamente la Francese di côrre un'opportuna occasione di cancellar con una nuova vittoria la memoria dell'antica debolezza, e delle passate sconfitte. A questo fine, nè indarno, aveva il governo francese tutti i suoi consiglj indiritti già da parecchj anni addietro. Eran le navi pronte e fornitissime, i marinari pratichi, i capitani molto eccellenti. Restava, favorisse la fortuna i generosi disegni.

Arrivarono le due armate in cospetto l'una dell'altra la sera dei 23 luglio, essendo distanti a trenta leghe dal capo d'Ognissanti, e spirando il vento da ponente. Il conte D'Orvilliers, credendo l'inimico più debole di quello ch'era veramente, desiderava e cercava la battaglia. Ma fattosi vicino all'armata inglese, e scoperto ch'essa era a un dipresso altrettanto forte, quanto la sua, la schivava con altrettanta industria, con quanta dapprima la ricercava. E godendo egli il sopravvento, era impossibile che gl'Inglesi lo venissero malgrado suo ad affrontare. La notte due navi francesi s'erano lasciate trasportare sottovento dell'armata inglese. La qual cosa vedutasi la mattina da Keppel, ordinò ad alcune delle sue, si avventassero contro, e le pigliassero, od almeno le mozzassero fuori dalla restante armata. Sperava in tal modo, che o l'ammiraglio francese si sarebbe per soccorrerle posto al rischio della giornata, ovvero almeno, che si sarebbero potute pigliare, o tagliar fuori di modo, che non potessero raccozzarsi. Preferiva D'Orvilliers il non fare alcun motivo per andare in aiuto loro, in guisa che, sebbene non venissero le due navi in poter degl'Inglesi, furon esse però sì lungo spazio allontanate, che non ebbero più nissuna parte negli avvenimenti che seguirono. Continuarono le due armate a veggente l'una dell'altra pei quattro seguenti giorni, studiandosi con molta industria l'Inglese o di alzarsi al vento, o di talmente accostarsi al Francese, che di necessità si dovesse appiccar la battaglia. Ma per arrivare a questo fine egli era impossibile serbar l'ordinanza intiera, e perciò aveva Keppel comandato si desse la caccia alla spezzata verso sopravvento; con ciò però, che si tenessero le navi ristrette, quanto meglio si potesse. La qual mossa era anche necessaria per non perder di vista l'inimico. Questo partito, il quale non era senza pericolo, perciocchè poteva facilmente accadere, che si offerisse ai Francesi qualche buona occasione di opprimere subitamente con forze superiori qualcuna delle navi inglesi, fu causa, che la mattina dei venzette, giorno in cui seguì la battaglia, l'armata francese fosse con miglior ordine attelata, che non l'inglese, la quale pareva disordinata. La mattina medesima continuando tuttavia il vento da ponente, ed avendo i Francesi il sopravvento, erano le due armate separate l'una dall'altra lo spazio di tre leghe, di tal maniera però, che la dietroguardia inglese si trovasse un po' più indietro sottovento, che la battaglia e la vanguardia. Laonde ordinava Keppel a Palliser, si facesse avanti, e cacciasse verso sopravvento, acciò venisse ad affilarsi coll'altre due squadre dell'armata. Eseguì Palliser gli ordini dell'ammiraglio. Questa mossa fe' credere al D'Orvilliers (e forse non senza ragione, perciocchè Palliser colle sue navi sempre più andava rimontando al vento) che l'intenzione del nemico fosse di assaltare il retroguardo francese, e di girargli dietro per andar a guadagnare il sopravvento. Per prevenir il qual disegno, fatte girar di bordo le navi, iva a porsi, rivoltando l'ordine dell'armata colle navi del centro e della vanguardia dietro quelle della retroguardia. Intanto, e per questa stessa mossa, e per alcune variazioni di vento, delle quali molto acconciamente si giovarono gl'Inglesi, vennero tanto vicine le due armate, che s'incominciò la battaglia, spirando il ponente, e correndo i Francesi da tramontana a ostro, gl'Inglesi da ostro a tramontana. Questo modo di combattere, stando le armate non ferme, ma in mozione, il quale era anche l'effetto della mossa testè fatta dalla francese, molto piaceva al D'Orvilliers, siccome quegli, il quale non avendo potuto schivar la battaglia, ne otteneva almeno, che ella non potesse esser terminativa; poichè ne seguiva necessariamente dal modo sopraddetto, che le due armate si disordinassero durante la battaglia, e quegli, che avrebbe minor danno ricevuto, non potesse immediatamente valersi della fatta impressione sia in una particolar nave del nemico, sia in tutta la sua armata. Adunque, camminando in tal guisa le due flotte nemiche in contrario verso, e molto vicine l'una all'altra, cominciarono ad attaccarsi le prime navi della vanguardia inglese colle prime della dietroguardia francese, la quale, siccome abbiam detto, era succeduta nel luogo della vanguardia, e così continuò la battaglia, finchè tutta la fila inglese fosse passata a petto a petto di tutta la fila francese, di modo che la retroguardia inglese guidata da Palliser, e la vanguardia francese divenuta dietroguardia, e condotta dal Duchaffault, furon le ultime a spiccarsene. Fu in quest'affronto grave il danno da ambe le parti; ma siccome seguendo il costume loro i Francesi avevan tratto al sartiame, e gl'Inglesi, come soglion fare, ai gusci delle navi, così le navi francesi ricevettero in questi maggior danno, che le inglesi, e per lo contrario le vele, le corde, gli alberi, e le antenne in queste molto maggiormente danneggiate furono, che in quelle. I Francesi dopo il fatto non tardarono a riordinarsi, trovandosi le navi loro per la ragione sopraddetta più atte al veleggiare. Medesimamente la vanguardia e la battaglia inglesi non indugiarono molto, quantunque la nave dell'ammiraglio avesse ricevuto molto danno, ad ordinarsi, e presentare di nuovo il viso al nemico. Ma le navi del Palliser con alcune altre non solo non avevano ancora orzato, e non s'erano rivolte di bordo, ma essendo molto danneggiate obbedivano al vento, ed andavano abbassandosi sottovento. In questo stato di cose D'Orvilliers o sia che si proponesse, come scrivono gl'Inglesi, di tramezzare e tagliar fuori dalla restante armata loro queste navi, ovvero che, come affermano i Francesi, intendesse, di recarsi a sottovento, perchè, aspettando una seconda battaglia, volesse tôrre agl'Inglesi, ed acquistar per sè il vantaggio di poter scaricar con frutto anche le artiglierie del ponte di sotto, andava distendendosi in punta per entrar di mezzo tra le navi di Keppel e quelle di Palliser. Accortosi l'ammiraglio inglese del disegno dei Francesi si fece avanti colle sue navi, ordinando nel medesimo tempo all'Hartland, lo seguitasse colle sue per mettersi di traverso tra la vanguardia francese, che incominciava a spuntare, e le navi di Palliser. O sia, che questa mossa di Keppel abbia veramente rotto il disegno ai Francesi di tagliar fuori queste ultime navi, come infatti ottenne, ovvero, che non avessero questi in animo altro che di recarsi al sottovento, certo è, che per queste volte ne rimasero gl'Inglesi al sopravvento, ed i Francesi al sottovento. Stava perciò in balìa dei primi il rinnovar la battaglia, se però tutte le navi loro fossero state a questo bisogno sufficienti. Ciò avrebbe voluto Keppel eseguire. Ma le navi di Palliser, ora che l'ammiraglio, e l'Hartland s'eran frapposti tra lui ed i Francesi, ed a questi avvicinatisi, si trovavano in sopravvento dell'altre, e per conseguente più lontane dall'armata francese, e poco in atto di poter aiutar le compagne nel caso della rinfrescata battaglia. Per la qual cosa Keppel, prima di volerla ricominciare, pose fuori il segnale, che tutte le navi, le quali stavano a sopravvento, venissero ad arringarsi ai luoghi loro nella generale ordinanza. Qui nacque un equivoco, che fu causa, che gli ordini di Keppel non furono eseguiti. Non avendo la nave propria di Palliser ripetuto il segnale, i capitani delle altre credettero, che quello fatto da Keppel volesse significare, andassero a raggiungere la nave del Palliser, e non quella dell'ammiraglio, e così fecero. In questo mezzo continuavano i Francesi ad appresentarsi ordinati alla battaglia a sottovento. Ripetè Keppel il medesimo segnale; ma non con miglior frutto. Mandò poscia alle cinque della sera (Palliser scrive alle sette) il Capitano della fregata il Fox acciò a viva voce comandasse a Palliser quello, che già gli aveva ordinato col segnale. Tutto fu nulla. Nè il Formidabile ch'era la nave propria del Palliser, nè le altre non si muovevano. La qual cosa vedutasi da Keppel, ed essendo già l'ora trascorsa fino alle sette, pose il segnale a ciascuna delle navi di Palliser particolarmente, eccettuato però al Formidabile, forse per un certo riguardo al grado ed all'uffizio, che teneva il vice ammiraglio, venissero a' luoghi loro. La qual cosa si mettevano in punto di eseguire. Ma intanto era sopraggiunta la notte, che pose fine ad ogni speranza di combattimento. Queste sono le cagioni, che impedirono l'ammiraglio Keppel dal rinnovar la battaglia, ossiachè la disobbedienza del Palliser procedesse dalla impossibilità di muoversi pei gravi danni provati nell'affronto, come par probabile, e come giudicò la Corte nel solenne processo che ne seguì, ovvero da alcune sue parzialità, essendo esso ministeriale, contro il Keppel. Comunque ciò sia, questo diè luogo ai Francesi di dire, che da mezzodì fino a sera appresentarono la battaglia a Keppel, ma che questi non la volle accettare. La qual cosa fu vera nel fatto. Ma in rispetto alle intenzioni dell'ammiraglio inglese, volle egli bene, ma non potè per le raccontate ragioni attaccarsi di nuovo col nemico. La notte, o sia che i Francesi contenti al modo, col quale avevano combattuto la battaglia, e del fine di questa, che si poteva, come una vittoria, appresentare ai popoli il che su quei primi principj era una gran cosa, più non volessero tentar l'indomani la fortuna di un'altra giornata, oppure, che talmente fosse danneggiata la flotta loro, che non potessero, valendosi dell'opportunità del vento, che spirava propizio, voltaron le prue verso le coste loro, ed entrarono il giorno seguente a piene vele nel porto di Brest. Lasciaron però al luogo della battaglia per ingannare il nemico col fargli credere, che vi stessero, tutta la notte fermi tre vascelli corridori coi soliti fuochi accesi. La mattina in sul far del dì già ai era dilungata l'armata francese dinanzi all'inglese, che appena si poteva dai calcesi travedere. Solo continuavano a starsene poco lontani a sottovento i tre vascelli. Ordinò Keppel alle navi il Principe Giorgio, il Robusto, ed un'altra, desser loro la caccia. Ma non si fe' frutto alcuno, essendo molto franchi veleggiatori; ed avendo le navi inglesi gli arredi sconciamente rotti e sconquassati. L'ammiraglio Keppel si addrizzò a Plymouth, dove intendeva di rassettare le navi, lasciatene però in crociata alcune delle più intiere, acciò il commercio britannico proteggessero, e principalmente le flotte che si aspettavano.

Morirono nella narrata battaglia degl'Inglesi da cento quaranta con circa quattrocento feriti. La perdita dei Francesi non è certa. Ma è assai probabile, abbia avanzato quella degl'Inglesi. La qual cosa si ritrae da alcune autorità private, dalla moltitudine dei marinari e soldati di mare, coi quali sogliono essi riempir le navi loro, e dal modo del trarre degl'Inglesi, i quali hanno in costume di por la mira, rasentando coi tiri l'acqua del mare, al corpo delle navi nemiche.

Il mese che seguì, uscirono di nuovo le due nemiche armate all'alto mare. Ma o che si cercassero vicendevolmente, come pubblicarono, o che si schivassero l'una l'altra, come alcuni lasciarono scritto dell'inglese, molti della francese, certo è, che più non s'incontrarono. Certo è ancora, che si purgò il mare, e si aprirono i vantaggi alle flotte mercantili d'Inghilterra, mentre dall'altra parte molti ricchi bastimenti francesi con grave danno e querela delle città di Bordeaux, di Nantes, di Saint-Malò, e di Avra di Grazia vennero in poter del nemico.

Tale fu l'esito della battaglia di Ognissanti, la quale incominciò la guerra europea, e nella quale ebbero gli Inglesi ad osservare, non senza maraviglia loro, che i Francesi non solo combatterono col solito coraggio, ma che di più, e molto acconciamente, seppero dell'opportunità dei venti valersi, e con mirabile destrezza e disinvoltura le navi loro maneggiarono, e per ogni verso andaron facendo molto maneschi le volte. Il che diè a temere ai primi, avessero a riuscir più duri gl'incontri di questa guerra, che non quei della passata. In Francia se ne fecero molti rallegramenti per dar animo, e migliori speranze ai popoli; in Inghilterra se ne favellò molto sinistramente. Alcuni si dolsero del Keppel, altri del Palliser secondo i diversi umori delle Sette; tutti della fortuna. Dopo varie vicende ne nacquero due solenni processi l'uno contro l'ammiraglio, l'altro contro il vice ammiraglio. Furono assoluti ambidue, il primo con universale esultazione dei popoli; il secondo con quella dei ministeriali.

FINE DEL LIBRO NONO

LIBRO DECIMO

[1778]

L'infelice successo della guerra canadese, e l'inutilità dei prosperi eventi della pensilvanica avevano convinto la pertinacia dei ministri britannici, che colla forza dell'armi impossibile fosse il ridurre gli Americani a soggezione. Della qual cosa ora tanto più fermamente si persuadevano, che la Francia, tanto possente per terra e per mare, aveva le sue alle armi del congresso congiunte. Nissuno non vedeva, che avendo potuto gli Americani durare contro la guerra fatta loro coll'estremo sforzo suo dall'Inghilterra lo scorso anno, molto più facilmente avrebbero potuto resistere per l'avvenire, confermato lo Stato loro dal tempo, assicurate le speranze dalla prospera fortuna, aiutate le armi da un principe potente. Invano si sarebbe sperato di potere in America mandare nei futuri anni altrettanti soldati, quanti se n'erano mandati nei passati. Perciocchè oltre che de' lanzi pochi o nessuno se ne potevano più oltre ottenere, e che la bisogna del reclutare procedeva tuttavia lentamente in Inghilterra, si aveva ed il timore di un'invasione francese nel cuore stesso del regno, e bisognava di necessità fornire le Antille di grossi presidj per preservarle dagli assalti dei Francesi, i quali si sapeva, che stavano assai forti nelle loro. Non era nascoso nei Consiglj britannici, che la principal mira, che in questa nuova guerra, dopo la separazione dell'America dalla Gran-Brettagna, ponevano i Francesi, era l'acquisto delle ricche isole inglesi; nè ignoravasi, che già avevano prevenute le mosse, e mandato a questo fine molte genti nelle proprie possessioni. Stavano perciò le Antille inglesi quasi senza difesa esposte agli assalti nemici; qualunque fosse di ciò la cagione, ossiachè i ministri avessero creduto, che la guerra colla Francia non si dovesse rompere sì tosto, ossiachè quelle sì vive speranze, che avevano di vincere ad ogni modo la guerra del passato anno gli avessero indotti a pensare, o che la Francia non si scoprirebbe, o che quando pure si scoprisse, la vittoria avuta sulla terra-ferma americana avrebbe pôrta la opportunità di potere inviar per tempo i richiesti aiuti nelle vicine isole. Si temeva eziandio del Canadà, non solo dal canto degli Americani, ma ancora, e molto più, da quello dei Francesi, essendo i Canadesi più francesi che inglesi, e tuttavia ricordevoli dell'antica congiunzione. Perciò vi si volevano lasciare presidj gagliardi e fermi. Ne seguiva da tutte queste cose, che non si potessero rifornire gli eserciti, che militavano contro gli Stati Uniti, e bisognava per lo contrario menomargli per mandarne una parte a tutti gli anzidetti servigj. Ma dall'altro lato non si sgomentavano i ministri, sperando di potere colle offerte d'accordo, e col cambiare il modo della guerra, e fors'anche per le vittorie da aversi contro la Francia, ottenere ciò che colle sole armi fin allora non si era potuto ottenere. Si persuadevano, che gli Americani stanchi dalla lunga guerra, e tanto scarsi di pecunia e di credito pubblico, sarebbero facilmente calati agli accordi; o che almeno, se non il congresso, o tutti, certo una considerabile parte avrebbero accettate le proposte; e speravano, che le parzialità e le dissensioni avrebbero od alla totale ricongiunzione, od al totale soggiogamento aperta la via. A questo fine si era apposta nella provvisione d'accordo fatta dal Parlamento la clausola, che i commissarj avessero facoltà di negoziare non solo con qualunque maestrato, ma ancora con qualunque ordine di persone, e con qualsivoglia privato cittadino che si fosse. Avendo poi trovato sì dura resistenza negli abitatori delle settentrionali province, si eran fatti a credere, stando essi molto alle baie e novelle dei fuorusciti, che troverebbero la materia più tenera nelle meridionali; e perciò si determinarono a volger le armi contro di queste, le quali siccome più abbondanti d'uomini fedeli alla Corona, si sarebbero, come riputavano, più facilmente, e dalla guerra lasciate sbigottire, e dalle offerte degli accordi lusingare. Oltrechè abbondavano esse di grassi pascoli e di feraci terre molto opportune al vivere degli eserciti, e molto più da increscerne agli abitatori, quando andassero guaste dalla guerra. Ma a qualunque fine avessero a riuscire queste speranze, volevano i ministri continuar nella guerra, quando tornassero vani i tentativi d'accordo, per non aver la sembianza di credere alle minacce della Francia; e qualunque avesse ad esser l'esito, che riserbassero i fati alla guerra americana, e' bisognava pure, credevano, se però debbon gli Stati aver cura dell'onore e della propria dignità, sperimentar ancora per un tempo la fortuna dell'armi; e se si aveva in ultimo a riconoscere la independenza dell'America, il che diventato era l'oggetto proprio venuto in contesa, di ciò pensavano, essersi sempre in tempo, e doversi meglio, cedendo all'avversa fortuna, concedere dopo le infelici battaglie onorevolmente, che vilmente acchinandosi alle minacce di un superbo nemico darlo via indifesi ed inonorati. Questi erano i motivi che operavano nei ministri della Gran-Brettagna nel presente periodo della guerra, ai quali accomodaron poscia tutte le risoluzioni loro. Ma siccome si avvedevano benissimo, che quando l'Inghilterra non avesse fatto altre dimostrazioni, non avrebbe mancato il congresso di ratificare al trattato fatto colla Francia, e che dopo ciò molto più difficile diventerebbe, che ed il congresso medesimo ed i popoli dalla presa risoluzione si volessero discostare, così si consigliarono d'inviar tosto e diffondere in America, anche prima che già fossero approvate dal Parlamento, le provvisioni d'accordo, sperando in tal modo, che vedutosi dagli Americani, che l'Inghilterra rinunziava a ciò, ch'era stato la prima e la principal cagione della contesa, vale a dire alla tassazione, avrebbero facilmente preso forma tutte le altre difficoltà, e si sarebbe potuto la ratificazione impedire. Il che ottenutosi, i commissarj, i quali sarebber venuti dietro, avrebbero dato perfezione alla concordia. Arrivarono adunque le copie delle provvisioni alla Nuova-Jork verso la metà del mese di aprile, ed il governator Tryon, persona, come abbiamo veduto, attiva e sagace molto, fattele prima pubblicare nella città, fece opera, che trapelassero in mezzo agli Americani, molto magnificando il buon animo del governo verso l'America. Scrisse nel medesimo tempo al generale Washington, ed al Trumbull, governatore della Cesarea, richiedendogli, cosa nuova e strana, le recassero a notizia, il primo de' suoi soldati, il secondo dei popoli cesariani. Washington avanzò le provvisioni al congresso, perchè provvedesse. Trumbull rispose al Tryon molto gravemente; si maravigliava bene di questo insolito modo di procedere in un negoziato da introdursi tra due nazioni; stantechè in somiglianti casi le domande e le proposte sian solite ad indirigersi non all'universale dei popoli, ma sibbene ai governi loro; che ciò nonostante forse una volta una tale proposta da parte dell'antica patria avrebbe potuto riceversi con allegro e grato animo; ma che quei dì erano trascorsi via irrevocabilmente. Rammentò le petizioni non udite, le ostilità incominciate, la barbarie della guerra esercitata dagl'Inglesi, l'insolenza loro nella prospera fortuna, le crudeltà usate contro i cattivi, posto avere un insuperabile ostacolo alla riconciliazione. La pace solo potersi ottenere coll'independenza. Sperimenterebbergli gl'Inglesi affezionati e profittevoli amici, quanto stati erano risoluti e fatali nemici. Se la pace volevano, non procedessero con insidie, ma apertamente la dimandassero a coloro, che concedere la potevano.

Intanto il congresso, ricevute le novelle, deliberava quello che fosse a fare. Fe' decreto finalmente, già quasi sicuro degli aiuti francesi, ed irritato a questi nuovi tranelli inglesi, che qualunque privato, o qualsivoglia ordine di persone, i quali presumessero di fare qualunque separata, o parziale convenzione, od accordo coi commissarj della Corona della Gran-Brettagna, riputati fossero, e trattati come nemici agli Stati Uniti; che non potevano decentemente essi Stati entrar in nessuna pratica, o trattato con niun commissario dalla parte della Gran-Brettagna, salvochè non incominciassero questi, come preliminare, a ritirar le armate ed eserciti loro; e così ancora l'independenza degli Stati Uniti espressamente, e positivamente riconoscessero. E siccome, risolvettero in ultimo, il disegno del nemico si era, che da questo suono soave della pace quasi addormentati i cittadini d'America manco sollecitamente attendessero alle provvisioni della guerra, così si richiedesse dai diversi Stati, usassero ogni opera, ed ogni sforzo facessero per far genti; tenesserle pronte al campeggiare; le bande paesane allestissero. Volendo poi il congresso dimostrare, in quanto poco conto tenesse, e le raccontate provvisioni del Parlamento, ed i maneggi del Tryon per farle andar attorno, le fece con generoso consiglio nei diarj pubblici stampare in un colle risoluzioni prese. Per altro temendo, che molti di coloro, i quali fin allora avevano seguitato le parti inglesi, disperati di trovar perdono nella patria loro, non solo nell'ostinazione continuassero, ma ancora usando la occasione dei perdoni offerti dal governo britannico non traessero col credito e colle aderenze che avevano, al canto loro anche i fedeli all'America, risolvè, che si raccomandasse ai diversi Stati, acciocchè graziassero da ogni colpa e pena, salve però quelle restrizioni, che credessero necessarie, tutti coloro, i quali avevano portate le armi contro gli Stati Uniti, od in qualunque maniera pôrti avessero aiuti al nemico, ordinando, che a ciascuno fossero perdonati gli errori, ch'egli avesse fatti in fin allora; e che tutte le ingiurie, oltraggi e offese che fossero seguite tra i cittadini si rimettessero l'uno all'altro.

Ma i soldati inglesi, i quali in America si ritrovavano, ignari di quelle mene politiche, colle quali si reggono gli Stati, e fieramente crucciati alla ostinata resistenza degli Americani, non si può dire, a quanto sdegno si commuovessero a queste inaspettate risoluzioni dei ministri. Volevan essi l'assoluta conquista e la totale soggiogazione. Non potevano nell'animo loro comportare queste vituperose calate, e che ora con tanta vergogna si ritrattasse, e concedesse ciò, che detto e negato si era primieramente con tanta asseverazione. Aspettavano; e così si era promesso loro, un rinforzo di ventimila compagni, e ricevevano invece i diplomi delle concessioni. Quindi è, che vi furon nel campo delle male parole e dei brutti fatti, avendo alcuni perfino stracciate a furore le insegne che portavano; ed altri, principalmente Scozzesi, lacerate le provvisioni. E se sì fattamente alterati si mostrarono i soldati inglesi alla ricantazione, nissuno non dubiti, che i fuorusciti americani nol fossero molto più. Vedevan eglino ora tutto ad un tratto svanire quelle speranze, che così verdi concette avevano, di potersene come vincitori alle case loro ritornare; e forse alcuni dispettarono per non poter più, come si avevan proposto, esercitar le vendette loro. Con sì poco frutto si travagliava in America dagli agenti inglesi per riconciliarvi gli animi verso l'antica patria, e con tanta efficacia si affaticava il congresso di contrastargli!

Il giorno due di maggio era quello, in cui doveva essere alzata al colmo l'allegrezza degli Americani, e porsi il sigillo della disgiunzione del vasto e possente Impero britannico. Arrivò in quel dì a Cascobay la fregata francese la Sensibile, capitanata dal signor Marignì, stata a bella posta a quest'uopo allestita, e veleggiatrice molto alla leggiera, la quale partita da Brest gli otto marzo vi aveva levato Simone Deane, fratello di Silas, portatore al congresso dei trattati conclusi colla Francia. Oltre di questo recava felici novelle di tutto il continente europeo, e del consenso ora più, che mai stato fosse, universale dei popoli, e dei principi in favore dell'America. Incontanente si convocò il congresso, e, conosciuta la cosa, se contenti e lieti ne fossero, ciascuno sel pensi. Esaminati i trattati, gli ratificarono. Poscia non potendo capir in sè stessi, e trascorrendo oltre i termini della prudenza, siccome soglion fare gli Stati nuovi, i quali per eccessivo desiderio, e per posare colle speranze gli animi degli uomini, dicono spesso, e fanno di quelle cose che non dovrebbero, in ciò diversi dagli Stati vecchi, i quali cauti sempre ed avviluppati non la svertano nemmeno, quando bisognerebbe, spalancarono di tratto ai popoli il tutto non senza disgusto di varj potentati, e massimamente della Spagna, che non avrebbe voluto prima del prefisso tempo scoprirsi. Parlarono nel bando, che mandaron fuori a questo fine, non solo del trattato di commercio concluso colla Francia, ma ancora di quello di alleanza; annunziarono senza rispetto alcuno, che l'Imperadore di Germania, i Re di Prussia e di Spagna si eran determinati a sostenergli; che il Re di Prussia principalmente non avrebbe permesso, che i lanzi levati nell'Assia, e nell'Hanau per esser condotti ai soldi dell'Inghilterra avessero il passo per le terre di sua dependenza, e che sarebbe stato il secondo potentato d'Europa, che riconoscerebbe l'independenza dell'America; che cinquantamila Francesi marciavano sulle coste della Normandia e della Brettagna, e che il navilio della Francia e della Spagna (come se già fossero sicuri dell'intervento di questa) sommava a ben dugento vascelli, pronti a commettere ai venti le vele soccorrevoli all'America. Composero poi e pubblicarono colle stampe una solenne dicerìa molto diligentemente elaborata, sebbene un poco nuova per lo stile avventato e gonfio, e per le cose religiose che dentro vi tramescolarono; ed ordinarono, che tutti i ministri del Vangelo di qualsivoglia setta si fossero, la leggessero nelle chiese ai popoli convenuti per assistere ai divini uffizj. Andarono ricapitolando, e con vivissimi colori dipingendo le vicende dello Stato dai passati anni sin là; la virtù, la fortezza, la pazienza americane; le insidie, l'ingiustizia, la crudeltà, la tirannide inglesi; l'assistenza da Dio visibilmente prestata alla giusta causa loro, e l'antica debolezza, che aveva fatto luogo alla presente sicurtà. Da questa ultima, continuavano, ne nacque, che un altiero e disdegnoso Principe, ed un Parlamento, che gli disprezzavano e proscrivevano, ora calavansi ad offerire condizioni d'accordo. Ma stessero avveduti contro gli agguati di coloro, che non gli avevan potuti vincere; l'intento loro non poter esser dubbio. Perchè andar essi tuttavia razzolando in ogni canto della Gran-Brettagna per far soldati? Perchè andar vezzeggiando, come fanno, ogni tirannello d'Europa per comprarne a danni dell'America gl'infelici schiavi? Perchè aizzar di continuo contro l'innocente America i barbari Indiani? Destassersi, attendessero, riconoscessero l'inganno. Non istessero solo alle speranze delle leghe esterne. Assicurar esse la independenza, non difender la contrada dalla desolazione, non le abitazioni dal sacco, non le donne dagl'insulti e dalle violazioni, non i figliuoli dalla beccheria. Arrovellati dalla non riuscita, esser gl'Inglesi per esercitar la rabbia della non soddisfatta ambizione. Si alzassero perciò, corressero al campo, si accingessero alle battaglie; tempo essere di far tornar in capo al distruggitore la vendetta. Aver esso colmato il sacco delle sue abbominazioni. Ora volere i macchinati eccidj trarre ad effetto. Molto essersi fatto; molto rimanere a farsi. Non aspettassero la pace, finchè un angolo solo dell'America fosse occupato dai nemici. Cacciassergli via da quella terra promessa, da quella terra ove fluivano il latte ed il mele; implorar tuttavia i fratelli loro dall'estreme parti del continente l'amicizia loro e la protezione. Debito loro esser l'aiutargli. Aver quelli fame e sete di libertà. Fessergli partecipi del celeste dono; averne essi dai favorevoli fati la facoltà.

Pubblicarono eziandio quei capitoli del trattato di commercio e d'amicizia, i quali alle cose commerciali si appartenevano, acciò gli abitatori degli Stati Uniti avessero ad uniformarvisi, esortandogli molto infine a tener i Francesi in luogo di fratelli, siccome quelli, ch'eran sudditi ad un gran principe, il quale avendo negoziato cogli Stati Uniti in sui termini della perfetta uguaglianza e dei vicendevoli interessi, si era dimostrato il protettore dei diritti del genere umano.

Ma le allegrezze furono grandi in tutte le parti degli Stati Uniti; ed il nome di Luigi decimosesto era in bocca di tutti. Ognuno lo chiamava il protettore della libertà, il difenditore dell'America, il salvatore della patria. All'esercito poi, il quale tuttavia era accampato a Valle-fucina, le felici novelle furono annunziale con molta solennità, stando i soldati in armi ed in ordinanza.

Erano intanto sul principio di giugno arrivati nelle acque della Delawara i tre commissarj per la pace, Carlisle, Eden e Iohnstone, i quali il giorno nove si ripararono a Filadelfia. Clinton scrisse a Washington la cosa, pregandolo, mandasse un passaporto al dottor Fergusson, segretario dei commissarj, acciò sicuramente potesse recare al congresso le lettere di quelli. Ricusò Washington il passaporto, ed il suo rifiuto fu poscia grandemente approvato dal congresso. In tale occorrenza spedirono i commissarj le lettere per gli ordinarj procacci. Le ricevette il congresso nella sua tornata dei tredici con una lettera di Washington. Furono lette sino a certe parole della lettera indiritta ad Enrico Laurens, presidente del congresso. Ma, udite quelle, si levò dentro un romore incredibile, vociferando molti, non doversi procedere più oltre, stantechè erano ingiuriose al Re di Francia. Le parole eran quest'esse: _Noi non possiamo far di meno di notare la insidiosa interposizione di un potentato, il quale stato è fin dal bel principio dello stabilimento di queste colonie mosso da nimichevoli mire alle due parti; e nonostanti le date patenti, e le presenti forme delle offerte francesi all'America settentrionale, egli è notorio, che queste furon fatte, perciocchè s'era presentito, ch'era entrato nei consiglj della Gran-Brettagna il disegno di un amichevole componimento, ed a fine di prevenire la riconciliazione, e questa distruggitrice guerra prolungare._ Dopo molto contrasto sostarono, aggiornando la cosa all'indomani. Le contese, ed i dispiaceri non furon pochi anche nei giorni seguenti. Finalmente, avendo da un canto colla precedente contesa dimostrato il rispetto, che all'alleato loro portavano, e dall'altro avvisandosi benissimo, ch'era miglior partito il rispondere, perchè molte cose si sarebbero potute dire atte a persuader i popoli, a non piegarsi alle profferte inglesi, quandochè lo starsi avrebbe fatto nascere mali umori con molto pregiudizio degli Stati, si deliberarono a leggere i dispacci dei commissarj. Consistevan essi nella lettera scritta dai medesimi al presidente del congresso, ed in una copia sì del mandato loro, come delle ultime provvisioni del Parlamento. Nella lettera loro offerivano i commissarj più, che non avrebbe abbisognato per intepidire gli animi degli Americani, e per ottenere la pace nel primi tempi della querela, e meno di quello che sarebbe stato necessario per ottenerla ai presenti. Si sforzarono di persuadere gli Americani, che le condizioni dell'accordo erano non solo favorevoli, ma ancora sicure, e di tale qualità, che le due parti venivano a sapere, come avessero a vivere insieme, e che si salderebbe tra di loro, e terminerebbe l'amicizia, come si conviene fare a due, che vogliono viver chiari, ed osservanti l'uno all'altro. Si avessero a deporre le armi, sì per terra che per mare; si ristorerebbe il libero commercio; si ravviverebbe la vicendevole affezione; si rinnoverebbero i comuni beneficj del cittadinatico fra le diverse parti dell'Impero; si concederebbe al traffico tutta quella libertà, che i rispettivi interessi delle due parti richiederebbero; si gradirebbe, che nissuna forza militare sarebbe fatta stanziare nei diversi Stati dell'America settentrionale senza il consenso del congresso generale, o delle particolari assemblee; si concorrerebbe nei mezzi neccessarj per liberar l'America dai debiti, e per rialzare il credito ed il valore dei biglietti; per istabilire meglio in futuro le cose loro si facesse una reciproca deputazione di uno, o di più agenti dai differenti Stati, i quali avrebbero e seggio, e voce nel Parlamento della Gran-Brettagna, o se mandati dalla Gran-Brettagna, avessero seggio, e voce nelle assemblee dei differenti Stati; e ciò a fine, che attendessero ai diversi interessi dei mandatori loro; e brevemente si stabilirebbero le facoltà delle rispettive assemblee, di modochè regolassero le rendite, siccome pure le cose civili e militari; esercitassero una perfetta e libera facoltà di legislazione e di governo interno, inguisachè gli Stati britannici della settentrionale America operando, sì in pace che in guerra, con quei d'Europa, sotto il medesimo sovrano irrevocabilmente godessero tutti quei privilegj, che stessero al di qua di una totale separazione d'interessi, e potessero con quell'unione di forza consistere, dalla quale dipende la sicurezza della religione e della libertà britanniche. In ultimo annunziarono i commissarj il desiderio loro di convenire, o con tutto il congresso, o con qualcuni mandati da lui alla Nuova-Jork, o a Filadelfia, o a Jork-Town, od in qualunque altro luogo che il congresso proponesse. In tale modo per terminare una guerra già molt'oltre proceduta largheggiavano nelle condizioni coloro, i quali prima, e sul principio di essa, volevano l'assoluto sottoponimento dell'America.

Intanto cominciossi nel congresso a consigliare della somma delle cose. Le discussioni che vi seguirono, furono assai lunghe; non già che volessero porsi giù dall'independenza; perciocchè a questo partito nissuno inclinò, ma sibbene intorno il modo della risposta da farsi ai commissarj. Furono molte cose parlate, e ventilata la materia sino ai diciassette del mese. In questo dì rispose brevemente, e con molta gravità il congresso, già fatto sicuro pei prosperi successi della guerra, e per l'accostamento della Francia, dal quale sì grandemente erano aumentate le cose sue, che gli atti del Parlamento britannico, il mandato stesso dei commissarj, e le lettere loro al congresso supponevano, che i popoli degli Stati Uniti fossero sudditi alla Corona della Gran-Brettagna, e che del tutto si fondavano sulla dependenza, la quale a patto nissuno ammettere si poteva; che pure desideravano la pace, nonostanti le inique cagioni, dalle quali aveva avuto origine la guerra, e la barbarie, colla quale era stata esercitata; ch'eran pronti a praticare di un trattato di pace e di commercio, purchè fosse ai trattati di già esistenti consentaneo, e che il Re della Gran-Brettagna dimostrasse un sincero desiderio in questo proposito, del quale nissun'altra pruova avrebbero ammesso fuori di quella dell'espresso riconoscimento dell'independenza, e del ritrarre dalle terre degli Stati Uniti le armate e gli eserciti. Aggiunsero, che quest'erano le condizioni, con le quali sole erano contenti di convenire. Così gli Americani, tenaci nel proposito loro, determinarono di seguitar piuttosto la propria, e la fortuna francese, quella provata, questa fresca, che la inglese già stanca e sbattuta; e, lasciati i pensieri quieti, si voltarono del tutto alla guerra.

In tal modo furono tagliate le pratiche d'accordo, e vennero meno le speranze, che in Inghilterra si erano concette intorno il negoziato della riconciliazione; nel quale se gl'Inglesi concedevano dopo ch'era trascorsa la occasione, gli Americani molto opportunamente negarono. Imperciocchè, quantunque non si possa di sicuro affermare, che questo fosse un lacciuolo teso dai primi a fine di snodar i secondi tra di loro e dalla Francia, la qual cosa ottenuta, ne avrebber fatto poscia il voler loro, certo è bene, che gli Americani dopo le fatali ire e le crudeli battaglie, dopo gli stupri, i rubamenti e le arsioni innumerevoli, non potevano non dubitare, che i ministri britannici non andassero a malizia, e non volessero usar fraude. La ferita era insanabile, e l'amicizia non si poteva ristorare. La qual cosa era evidente agli occhi di tutti, ed il parere voler credere il contrario, doveva necessariamente dar sospetto d'insidia, e che diversi avessero a riuscire i fatti da quello che risuonavano le parole. Chiunque considera attentamente la lunga tela degli avvenimenti, la quale fin qui abbiamo ordito, troverà, che gli Americani furono ogn'ora costanti nel proposito loro; gl'Inglesi voltabili, incerti e titubanti. Quindi non dee far maraviglia, che quelli abbiano trovato nuovi amici, e questi non solo perduto abbiano gli antichi, ma di più sperimentatigli nemici in quel punto stesso, in cui e meno potevano nuocere loro, e maggior danno riceverne. I risoluti consiglj prevengono altrui; gl'incerti lascian sopraffare.

Ma non istando i Capi americani senza apprensione, che le imbasciate dolci e le larghe concessioni nuovamente avute dall'Inghilterra, e le arti segrete, che i commissarj userebbero, non operassero efficacemente nelle menti dei più impazienti cittadini, con tutto che il congresso altra risposta non avesse voluto dare fuori di quella, che poco sopra è stata raccontata, adoperarono in modo, che molti scrittori popolani la causa americana, e la risoluzione ultimamente presa dal congresso difendessero. Al che fare tanto più volentieri si accostarono, quanto che i commissarj inglesi, vedutisi caduti dalle speranze di poter far frutto appo il congresso, si eran volti a voler persuadere con dicerìe stampate, e largamente sparse nell'universale dei popoli, che l'ostinazione del congresso era quella che traeva al precipizio l'America, allontanandola dagli antichi amici, e dandola in preda all'inveterato nemico. Dal qual procedere dei commissarj un nuovo argomento cavarono i libertini per avvertire i popoli, e convincergli delle insidie e delle soperchierie inglesi. Fra gli scrittori loro merita particolar menzione Drayton, uno dei deputati della Carolina Meridionale, uomo di chiaro sapere, il quale con accomodate scritture, che si facevano nei diarj pubblici stampare, si andò affaticando, e non senza molto probabili ragioni, per dimostrare, che siccome già avevano gli Stati Uniti concluso un trattato colla Francia, come Stati independenti, ed a questo istesso fine di mantener la independenza, il trattar ora coi commissarj sul supposto della dependenza sarebbe un contaminare quella sincerità e generosità dalla quale le operazioni loro dovevano essere accompagnate, un farsi stimare un fedifrago ed infame popolo, ed un perder per sempre ogni speranza di forestieri aiuti; mentre che da un altro lato si troverebbero intieramente nella balìa posti di coloro, i quali finallora ogni fraude usato avevano, ogni crudeltà esercitata contro di loro. E stante che gli accordi fatti coi commissarj non avevano ad esser determinativi, ma abbisognavano ancora della ratificazione, chi gli assicurava, fossero il Re, i ministri, il Parlamento per ratificare? E quando ratificassero, come poter esser certi, che un nuovo Parlamento non fosse per disfare tutta l'opera loro? Si ricordassero, quest'essere quel nemico cotanto infido, cotanto crudele, cotanto frodolento. E come poter credere non dormirci dentro lo scorpione, quando si considera, che i commissarj ci mettevano chiaramente di bocca, più larghe condizioni offerendo, che non concedevano il mandato loro e gli atti stessi del Parlamento? In cotal modo redarguivano i libertini le promesse, le profferte e gli argomenti dei commissarj di modo, che questi non approdarono in alcuna cosa, e ne restò il negozio della concordia imperfetto.

Ma se qualche speranza di prospero successo del presente negoziato fosse rimasta, questa avrebbe intieramente distrutta il votare, che fecero gl'Inglesi in questo medesimo tempo la città di Filadelfia, l'acquisto della quale aveva costato tanto sangue, ed una guerra di due anni. Temendo i ministri inglesi di quello che avvenne, cioè che una flotta francese arrivasse molto per tempo nella Delawara, e ponesse in grandissimo pericolo l'esercito britannico, che alloggiava in Filadelfia, ed avendo anzi stabilito di portar la guerra nelle province meridionali, e mandar una parte delle genti a difender le Antille dagl'insulti del nuovo nemico, il che molto avrebbe scemato l'esercito rimasto nel continente, avevano per mezzo del commissario Eden inviato ordine a Clinton, perchè abbandonasse immediatamente quella città e si riparasse alla Nuova-Jork. Questa risoluzione, la qual era non che prudente, necessaria, apparì però come piena di timore agli occhi degli Americani, e non poteva non nuocere grandemente al successo delle pratiche di concordia. Che bisogno avevano gli Americani di venirne a patti, quando gl'Inglesi, cedendo, inferiori all'armi loro si dimostravano? Comunque ciò sia, Clinton si apparecchiava a mandar ad effetto quello che il governo gli aveva comandato. E siccome prevedeva, che a recarsi per la via di terra alla Nuova-Jork gli era mestiero traversare la Nuova-Cesarea, paese per le ragioni nei precedenti libri raccontate diventato molto avverso, e dalla lunga guerra consumato, e perciò avrebbe difettato di vettovaglie, così prima di partirsene da Filadelfia, ne aveva ammassato a dovizia, e postele sopra un numerosissimo carreggio. Egli è vero, che essendo l'armata di lord Howe in pronto nell'acque stesse della Delawara, si avrebbe potuto trasportare l'esercito per la via del mare alla Nuova-Jork; della qual cosa dubitavano gli Americani, e ne stava Washington molto sospeso. Ma forse le difficoltà e la lunghezza dell'imbarco, ed il timore d'incontrare per quelle piagge l'armata francese molto più gagliarda, stornarono i Capi inglesi dal seguir questo partito. Per la qual cosa fattisi e dal canto di Clinton, e da quello di Howe i necessarj apparecchiamenti, la mattina dei 28 giugno per tempissimo tutto l'esercito inglese varcò la Delawara, e navigato un tratto all'ingiù, sen andò ad arripare alla punta di Gloucester sulle terre della Nuova-Cesarea. Poco stante marciava con tutti gl'impedimenti verso Haddonfield, dove arrivò lo stesso giorno.

Ebbe Washington nel suo campo di Valle-fucina subito avviso, che l'esercito inglese era in sulla levata, e mandò tosto il generale Dickinson a raunare sotto l'insegne le milizie cesariane, e nel medesimo tempo, per confortarle con qualche buon polso di soldati stanziali, comandò al generale Maxwell, si recasse nella Cesarea. Gli uni e gli altri dovevano tutti quegl'impedimenti frapporre in sulle vie da tenersi dall'esercito inglese, che meglio potessero; far tagliate, rompere i ponti, atterrare e traversar alberi. Evitassero nel medesimo tempo le imprudenti mosse o le fazioni improvvise. Questi erano i primi disegni di Washington per ritardar l'esercito nemico, finchè egli medesimo potesse spingere tutto l'esercito nella Cesarea, e veder da vicino quello che fosse a fare. Intanto i capitani americani fecero subito ridurre il Consiglio a Valle-fucina per deliberare, se si dovesse, bezzicando il nemico alla coda, fargli tutto quel male che si potesse, senza però venirne ad una battaglia giusta; ovvero se fosse più accettevole partito il dar dentro a capo all'ingiù, e tentar la fortuna di una giornata determinativa. Stettero un pezzo in questo dibattito, e furon varie le opinioni. Lee, che poco prima era stato scambiato col Prescott, considerata l'egualità delle forze dei due eserciti, e la favorevole condizione degli Stati Uniti da non doversi più senza necessità mettere al rischio delle battaglie, e fors'anche poco confidando nella disciplina delle genti americane, opinava, non si mettesse quell'esercito sul tavoliere, si schivasse il fatto d'armi. Solo voleva, si seguitasse il nemico alla leggiera, spiassersi i suoi andamenti, gli s'impedisse il far danno. A questa opinione si accostavano i più. Gli altri, tra i quali Washington stesso, dissuadevano questo consiglio, e volevano, quando però una buona occasione si appresentasse, si attaccasse la battaglia campale, non potendo nell'animo loro comportare, che il nemico si ritirasse impunemente per sì lungo spazio di cammino, e persuadendosi che a ragione ei potevano ben promettersi di quei soldati, la costanza de' quali non avevan potuto superare la malvagità della stagione, e la inopia di tutte le cose. Consideravano ancora, essere l'esercito inglese molto impedito dalle salmerie, e non dubitavano punto, che in qualcuno dei molti luoghi difficili, pei quali ei doveva passare, qualche buon destro si potrebbe côrre di combattere avvantaggiati. Ciò nonostante prevalse l'opinione dei più, non senza evidente disgusto di Washington, il quale, come uomo molto di sua testa, stette pertinace nella sua deliberazione. Il giorno medesimo, in cui gl'Inglesi abbandonarono Filadelfia, si mosse dal suo campo di Valle-fucina, e varcata la Delawara a Coryell's-ferry, perciocchè Clinton marciava all'insù del fiume, andò il giorno 22 a por gli alloggiamenti a Hopewell. Stava molto incerto intorno il disegno del nemico. Il proceder di lui così lento, il quale però era una necessità prodotta dalla moltitudine delle salmerie, e non uno scaltrimento, lo faceva sospettare, che l'intenzione fosse l'adescarlo in modo, che, passato il Rariton, scendesse nelle parti più piane della Cesarea, ed allora marciando rattamente attorno la sua dritta, rinserrarlo contro il fiume, e costringerlo svantaggiato alla battaglia. Perciò procedeva con molta circospezione, e non si lasciava aggirare a venirne a passar il Rariton. Forse credeva ancora, che il nemico volesse varcar questo fiume per poter marciar difilatamente alla Nuova-Jork, e che perciò fosse necessario volteggiarsi sulla sinistra di lui per poterne impedire il passo a Clinton. Intanto si era questi già condotto a Allenstown, e Washington spedì Morgan co' suoi cavalleggieri, acciò noiasse costeggiando il destro fianco dell'esercito inglese, mentre Maxwell e Dickinson lo infestavano sul sinistro, ed il generale Cadwallader alla coda. Ma Clinton trovandosi in Allenstown andava considerando, qual via dovesse seguire per arrivare alla Nuova-Jork. Poteva egli volgendosi verso il Rariton incamminarsi alla volta di Brunswick, ed ivi passato il fiume correre verso l'Isola degli Stati, e per questa alla Nuova-Jork. L'altra via che gli si appresentava, era quella di volgersi a dritta, e passando per la Terra di Montmouth ripararsi speditamente ai colli di Middletown, pei quali era sicuro il passo a Sandy-hook, per quindi coll'aiuto delle navi dell'Howe, che là si aspettavano, condursi alla Nuova-Jork. Considerato adunque, che il passare il fiume Rariton con un esercito impedito da tanto ingombrìo di arnesi, ed avendo da fronte tutto quello di Washington, il quale sapeva dover esser di breve anche rinforzato dalle genti, che dall'esercito settentrionale conduceva Gates, si consigliò di voler seguire la strada di Montmouth, e già si era messo tra via per mandare ad effetto il suo disegno. Washington, il quale sin là era stato coll'animo sospeso, perchè la via di Allenstown accennava egualmente a Brunswick ed a Montmouth, intesa la cosa, comandò al generale Wayne, andasse, a rinforzar con mille stanziali le squadre del Cadwallader, acciò più sicuramente, e con maggior frutto potessero ritardare, fastidiandolo, il nemico. Prepose poscia a tutte le genti, che sì da presso sotto gli ordini di Wayne, di Cadwallader, di Dickinson e di Morgan seguitavano gli Inglesi, essendo la cosa d'importanza, il maggiore generale La-Fayette. Ma diventando ognora maggiore il pericolo, perchè già la vanguardia americana si era avvicinata alla dietroguardia inglese, giudicando, che all'aiuto de' suoi fossero necessarie altre spalle di ordinanza ferma, spinse il generale Lee con due brigate ad ingrossar le prime. Lee, come anziano, si recò in mano il comando di tutta la vanguardia, rimanendo La-Fayette con quello delle milizie e dei cavalleggieri. Pigliò Lee gli alloggiamenti a English-Town. Seguitava a poca distanza Washington col grosso dell'esercito, e si accampava a Cranberry. Continuavano a ronzare Morgan sulla dritta degl'Inglesi, Dickinson sulla sinistra. Le cose si avvicinavano ad un evento fortunoso. Era l'esercito inglese accampato sui poggi di Freehold, dai quali scendendosi alla volta di Montmouth si entra in una fondura tre miglia lunga, e larga uno, frequente qua e là di rialti, di selve e di paludi. Veduto il generale inglese sì vicino il nemico, e la battaglia inevitabile, fece sgombrar il retroguardo da tutte le bagaglie, mettendole in capo alla vanguardia condotta da Knyphausen, acciocchè, mentr'egli col retroguardo intratteneva il nemico, avesse comodità di difilarsi, e di condurle a salvamento ai colli di Middletown. Egli intanto continuò a starsene la notte dei venzette giugno ne' suoi alloggiamenti di Freehold col retroguardo, il quale consisteva in parecchj battaglioni di fanti inglesi sì di grave armatura, che di leggiere, nei granatieri essiani, ed in un reggimento di cavalleggieri. Il dì seguente allo spuntar dell'alba, Knyphausen coll'antiguardo, e col carreggio calava nella valle, incamminandosi alla volta di Middletown, e già si era difilato buon pezzo avanti. Clinton colla sua schiera, ch'era tutta di gente eletta, continuava tuttavia nei primi alloggiamenti, sia per ritardare il nemico, sia per dar luogo, le salmerie sgombrassero. Washington informato tosto di quello che accadeva, e temendo, che il nemico arrivasse a rintanarsi nelle montagne di Middletown, che erano a poche miglia distanti, nel qual caso sarebbe divenuto cosa impossibile il rompere il disegno di lui dal ritirarsi alla Nuova-Jork, si determinò, a non metter più tempo in mezzo per attaccar la battaglia. Commetteva tosto a Lee, si mescolasse col nemico da fronte, a Morgan ed a Dickinson, si calassero giù dai fianchi dentro la valle, il primo a dritta, il secondo a stanca per assaltar le genti del Knyphausen impedite dagli arnesi e da tanta salmeria. Ivano gli uni e gli altri alla zuffa. Già si era mosso Clinton, e scendeva dai poggi di Freehold dentro la valle, quando s'avvide, che gli Americani scendevano anch'essi a furia per assaltarlo. Ebbe nell'istesso tempo lingua, che Knyphausen stesso e tutte le salmerie si trovavano in grandissimo pericolo, per esser le medesime impacciate dentro le strette, e distese in una fila di parecchie miglia. In così grave frangente, Clinton sopraggiunto da improvvisa necessità di combattere, prese tosto quel partito, pel quale solo poteva sperare con qualche probabilità di potersi sbrigare dal difficile passo, in cui si trovava condotto. Si avvisò adunque di avventarsi rattamente col dietroguardo contro gli Americani, che gli venivano addosso, e con grandissimo sforzo puntando tentare di ributtargli. Si persuadeva, che sopraffatti i medesimi dal gagliardo ed inaspettato assalto, avrebbe richiamato tostamente in dietro, e fatto venire in soccorso loro quelle genti, che minacciavano le bagaglie. Così la dietroguardia inglese guidata da Cornwallis e da Clinton istesso, e la vanguardia americana condotta dal marchese De La-Fayette e dal generale Lee si difilarono l'una contro l'altra con determinata volontà di combattere. Già incominciavano a trarre le artiglierie, ed i corridori della reina attaccatisi coi cavalleggieri De La-Fayette gli avevano risospinti indietro. Lee prevenuto dall'inaspettata risoluzione di Clinton dell'aver voltato il viso agli Americani, e dalla celerità, colla quale mandata l'aveva ad esecuzione, fu costretto a metter le sue genti in ordinanza su di un terreno poco a ciò conveniente, trovandosi alle spalle una grossa palude, la quale, in caso di rotta, gli avrebbe grandemente impedito la ritirata. Forse anche essendo stato confortatore del contrario consiglio, abborriva tuttavia dal voler fare una giornata campale. Sopraggiunti gli Inglesi, dopo leggier conflitto abbandonò il campo, e si ritirò indietro non senza qualche disordine delle sue schiere, forse per la difficoltà del terreno. Sottentrarono gl'Inglesi, e già passata anch'essi la palude, fieramente lo incalzavano, innanzi che avesse tempo di riordinarsi. In questo pericoloso momento sopraggiunse colle sue schiere Washington, il quale, siccome quegli che stava sull'ali, udito il primo romore, era venuto a corsa, avendo comandato a' suoi, lasciassero indietro ogni sorta d'impedimenti, e perfino i zaini soliti a portarsi dai soldati a tutte le fazioni. Veduta la ritirata, e quasi fuga dei suoi, la ebbe molto a grave, e, dette prima alcuna aspre parole a Lee, si accinse con eguali prudenza e coraggio a voler ristorare la fortuna della giornata. Prima di ogni cosa egli era necessario arrestar per un poco d'ora l'impeto degl'Inglesi per dar tempo a tutte le schiere del retroguardo di arrivare. A questo fine ordinò ai battaglioni dei colonnelli Steewart e Ramsay, pigliassero un posto d'importanza sulla sinistra dietro un gomito di un bosco, e là sostenessero i primi empiti del nemico. Lee stesso stimolato dalle parole del generale, e punto dall'amore della gloria, fatto un grande sforzo, riordinava i suoi, e locatigli su di un terreno molto acconcio, si rattestava e difendeva virilmente. Gl'Inglesi furono obbligati a soprastare per isloggiarli. Ma finalmente sia Lee, sia Steewart e Ramsay sopraffatti dal numero e dalla furia del nemico, andarono in volta, ritirandosi però col serbar gli ordini. Andò Lee a porsi in ordinanza dietro Englishtown. Ma in questo mezzo tempo era arrivato sul campo di battaglia il dietroguardo americano, e Washington dispose queste genti fresche, parte in una vicina selva, e parte sopra di un poggio posto sulla sinistra, dal quale alcune bocche da fuoco condottevi dal lord Stirling facevano un danno incredibile agli Inglesi. Le fanterie furono poste di mezzo sotto il poggio a fronteggiar il nemico. Nel medesimo tempo il generale Greene, il quale in quel dì guidava l'ala dritta dell'esercito, e si era condotto molto innanzi, udito il romor dell'armi, e la ritirata della vanguardia, molto prudentemente consigliandosi indietreggiò anch'egli, ed arrivato sul campo, in cui ora si combatteva, pigliò un posto molto forte sulla dritta del lord Stirling. Fece medesimamente condur le artiglierie su di un poggio eminente, le quali molto noiavano l'ala sinistra inglese. Arrestati in tal modo gl'Inglesi e trovato da essi sì duro incontro da fronte, tentarono di girare sul fianco sinistro degli Americani; ma furono ributtati dai fanti leggieri, che a quest'uopo erano stati colà mandati da Washington. Si volsero allora contro la destra di quelli, e si affaticavano di spuntarla. Ma furono sconciamente danneggiati dalle artiglierie del Greene, e costretti a ritirarsi. In questo punto Washington, vedutigli crollare, trasse fuori i suoi fanti sotto gli ordini di Wayne, e diè loro un furioso assalto. Volgevano allora gl'Inglesi le spalle, e ripassata la palude, andarono a pigliare il campo in quel luogo stesso, dove Lee aveva fatta la sua prima fermata. Così rimase vinta la fortuna del vincitore. Ma la nuova positura degl'Inglesi era molto forte. Avevano ai due fianchi selve e paludi profonde, e da fronte quella stessa palude, che aveva disordinate le genti di Lee sul principio del fatto, la quale non lasciava il passo agli Americani per recarsi contro gl'Inglesi se non per una via molto stretta. Ciò non di manco si apparecchiò Washington a sbarbargli, avendo commesso al generale Poor, colla sua brigata, e con una presa di Caroliniani gli assaltasse sulla dritta, ed al Woodfort sulla sinistra, mentre le artiglierie gli fulminavano da fronte. Ivano entrambi facendo il debito loro, con molta costanza affaticandosi per superar gli ostacoli, che i fianchi dell'esercito inglese difendevano. Ma trovarono passi cotanto intricati e difficili, che sopraggiunse la notte, innanzi che potessero far frutto alcuno. Così si distaccò del tutto la battaglia, e fu posto fine al combattimento. Intendeva Washington di ricominciarlo l'indomani molto per tempo, e perciò fece star tutta la notte le sue genti in ordinanza ed in armi. Ei provvedeva a tutte le cose, non rifiutando alcun carico o fatica. Ma diversi da questi erano i pensieri di Clinton. Erano già le bagaglie e la vanguardia arrivate a salvamento presso Middletown; poichè in questo non l'aveva ingannato l'opinione sua, stantechè non sì tosto ebbe egli assaltato le genti di Lee, che questi richiamò a sè le truppe leggieri, che si erano avventate, e pizzicavano da' fianchi dentro la valle le salmerie ed i soldati che le guardavano. Avevano poi questi, mentre si combatteva, continuato a marciare verso Middletown, e la sera già erano arrivati a' luoghi sicuri dei colli; la battaglia era stata onorata dalla parte sua, avendo sulle prime col suo retroguardo superato il vanguardo americano, e sul fine arrestato tutto l'esercito nemico, Prevaleva Washington molto di forze, e sarebbe stato imprudente consiglio, anche ad un esercito uguale, l'avventurarsi alla fortuna di una nuova battaglia, quando una sì gran parte di lui si trovava tanto lontana, ed in una contrada tanto per gli uomini avversa, e pei luoghi malagevole. La perdita della battaglia sarebbe stata seguìta dalla totale rovina dell'esercito. Considerate tutte queste cose, si risolvette alla ritirata. Valendosi adunque dell'oscurità della notte per non esser seguitato, e per ischivare i calori diurni, i quali erano così eccessivi, che sarebbero stati disonesti anche in paesi più caldi, alle dieci della sera (gli Americani scrivono a mezza notte) mosse tutte le sue genti alla volta di Middletown con tanto silenzio, che i nemici, quantunque vicini fossero, e stessero avvertiti e desti a sentire la ritirata, non se ne addarono. Scrisse, che si era a tempo della mossa giovato del lume della luna. Della qual cosa se ne fecero in America le più grasse risa del mondo, stantechè sia stata la luna in quel giorno, ed in quei climi nuova di quattro dì, ed abbia tramontato un po' più prima delle undici della sera. Da un'altra parte, consideratosi da Washington l'eccessivo calore della stagione, la stanchezza delle sue genti, la natura della contrada molto sabbionosa e priva d'acqua, colla distanza, alla quale già si era recato, durante la notte, l'inimico, si scostò dal pensiero di seguitarlo, e lasciò esalar i suoi nel campo d'Englishtown sino al dì delle calende di luglio. Al qual partito tanto più volentieri si accostò, perciocchè credette, che fosse impossibile l'impedire, od il turbare l'imbarco degl'Inglesi a Sandy-hook.

Cotal fine ebbe la battaglia di Freehold, o come gli Americani la chiamano, di Montmouth; nella quale se furono gli Americani perdenti sul principio, acquistarono la vittoria sul fine. E pare molto probabile, che se le genti di Lee fossero state alla dura, avrebbero intieramente rotto l'inimico. Morirono in questo fatto dalla parte inglese da trecento soldati, e ne furon feriti altrettanti. Ne furon fatti da cento prigionieri. Molti ancora disertarono, principalmente essiani. Fra gli Americani si accontarono pochi morti. Dall'una parte e dall'altra molti soldati morirono non di ferite, ma, essendosi combattuto in sulla sferza del caldo, di trambasciamento e di calore. Lodò Washington molto tutti i suoi pel dimostrato valore, magnificamente Wayne. Rendè il congresso pubbliche ed immortali grazie al suo esercito, specialmente agli uffiziali ed a Washington.

Ma Lee non poteva, come quello che sentiva molto di sè medesimo, sgozzare le parole dettegli da Washington in presenza dei soldati. Scrisse perciò al capitano generale due lettere molto risentite, e piene anco di non poca irreverenza. Queste diedero luogo al rivangar un affare, che Washington, siccome prudente, e di posata natura ch'egli era, avrebbe voluto porre in obblio. Per la qual cosa fu Lee sostenuto e tradotto avanti una Corte militare, perchè avesse a scolparsi di tre accuse, le quali furono, di aver disobbedito agli ordini per non aver assaltato il nemico il giorno 28 giugno in conformità delle sue instruzioni; di aver fatto una non necessaria, disordinata e vergognosa ritirata; di aver commesso per le due sue lettere irreverenza verso il capitano generale. Si difese Lee con molto acume d'ingegno, e non senza facondia, dimodochè gli uomini indifferenti, e delle cose militari intendenti, ebbero a rimanere in dubbio, se ci avesse colpa, o no. Nonostante la Corte lo chiarì colpevole di tutti e tre i capi, salvochè fu cassa la parola _vergognosa_, e sentenziò avesse ad essere ammonito per un anno dall'uffizio del generalato; giudizio in vero o troppo mite, se Lee era colpevole, o troppo severo, se innocente. La brigata ne ebbe molto, che dire, lodandolo alcuni, altri biasimandolo. Il congresso, sebbene suo malgrado, il medesimo giudizio confermò.

Washington la mattina del primo luglio mosse l'esercito verso il fiume del Nort per assicurare i passi delle montagne, ora che gl'Inglesi eran così grossi nella Nuova-Jork, lasciando però nelle parti basse della Cesarea alcune frotte leggieri, e principalmente i corridori del Morgan, a fine di contenere i disertori, e frenar le correrie del nemico. Nel mentre che queste cose si facevano dai due eserciti di Washington e di Clinton sulle terre cesariane, Gates con una parte dell'esercito settentrionale si era calato per le rive dell'Hudson, minacciando di molestar le cose della Nuova-Jork. Dalla qual mozione molt'opportuna ne nacque, che il presidio di questa città stando in sospetto di sè stesso, non potè correre in soccorso di coloro, che stavano alle prese col nemico nella Nuova-Cesarea.

Intanto l'esercito inglese era arrivato ai poggi di Middletown l'ultimo di giugno poco distante da Sandy-hook; al quale luogo già era pervenuta la flotta del lord Howe, dopo però di essere stata lungo tempo trattenuta dalle bonacce nella Delawara. Era Sandy-hook per lo avanti una penisola, che a mò di sprone sporgeva dentro la bocca del golfo, pel quale si naviga alla città della Nuova-Jork. Ma nel precedente inverno era stata dalla violenza dei marosi staccata dalla terra-ferma, ed in una isola convertita. L'arrivo tanto tempestivo delle navi liberò l'esercito dal vicinissimo pericolo, in cui si trovava, se non avesse potuto varcar quel nuovo stretto. Ma, fattosi con incredibile celerità un ponte di barche, passò tutto intiero nell'isola di Sandy-hook, e poco poi portato dalla flotta, alla Nuova-Jork; ignari gli uni e gli altri, da quanto pericolo fossero stati da un benigno riguardo della fortuna scampati, e da quanto fatale rovina preservati.

Era il conte D'Estaing con tutta la sua armata giunto nei mari d'America, e dopo di essersi mostrato sulle coste della Virginia era ito a far porto nelle bocche della Delawara nella notte degli otto di luglio. S'egli avesse potuto arrivare a queste spiagge qualche giorno innanzi, e prima che l'armata dell'Howe avesse sgomberato il fiume, ovvero che incontrata l'avesse nel suo tragitto dalla Delawara a Sandy-hook, non è dubbio, che consistendo questa solamente in due navi a tre ponti, parecchie fregate, e molte navi da carico, l'avrebbe da capo a fondo distrutta. L'esercito inglese poi privo del soccorso del suo navilio, trovandosi nell'estreme parti della Cesarea serrato alle spalle da Washington, bloccato dalla parte del mare da D'Estaing, ed impossibilitato a trasportarsi alla Nuova-Jork, avrebbe dovuto arrendersi, e si sarebbero a Middletown rinnovellati i patti di Saratoga. Il quale accidente, quanta parte fosse per avere nella somma della guerra, nissuno è che non lo veda. Ma così lunga e così tediosa, dopo aver provati per alcuni dì i venti prosperi, riuscì al Francese la navigazione dall'Europa in America, e così frequenti furono le bonacce ed i venti contrarj, che non solo non arrivò in tempo per sorprendere l'armata dell'Howe nella Delawara, e l'esercito di Clinton in Filadelfia, com'era stato il disegno, ma ancora toccò le sponde di questo fiume, quando e quella già si era riparata nel porto dietro Sandy-hook, e questo ricoveratosi in salvo dentro le mura della Nuova-Jork.

Ma se le genti da terra erano pervenute a salvamento in questa città, pericolava tuttavia grandissimamente il navilio nel porto stesso di Sandy-hook. D'Estaing, avuto l'avviso di quello ch'era accaduto, non s'era stato a soprastare; ma dato di nuovo le vele al vento, era improvvisamente ed alla non pensata comparso in veduta dell'armata inglese a Sandy-hook il dì undici di luglio. Aveva egli dodici grosse navi d'alto bordo, e molto ben leste, tra le quali una di novanta cannoni, un'altra di ottanta, e sei di settantaquattro con tre o quattro grosse fregate. Da un altro lato consisteva solamente l'armata inglese in sei vascelli di sessantaquattro, tre di cinquanta, e due di quaranta, con alcune fregate e corvette, tutti governati da scarse ciurme, e tardi dal lungo servizio. Si aggiugneva, che allorquando apparve subitamente l'armata francese, le navi dell'Howe non erano in quella ordinanza poste, che si desiderava per la opportunità delle difese. Per la qual cosa, se D'Estaing sulla sua prima giunta si fosse spinto avanti, ed avesse superato la bocca del porto, ne sarebbe certamente, considerato il valore e la possanza delle due parti, seguìta una battaglia delle più aspre e sanguinose, la quale però, veduta la prepotente forza dei Francesi, ogni ragione persuade, si sarebbe tutta in lor favore terminata. D'Estaing faceva le viste di voler entrare; gli Inglesi se lo aspettavano. Ma tal è la natura della bocca del golfo della Nuova-Jork, che, quantunque sia molto larga, ella è però impedita da un renaio, o scanno, che partendo dall'Isola Lunga molto si avvicina a quella di Sandy-hook, dimodochè tra questa e l'estremità dello scanno è lasciato solo un non molto largo passaggio alle navi. Possono però, e per la strettezza di questo varco, e sopra lo stesso scanno, ch'è assai fondo dentro le acque, trapassar comodamente le navi di minore portata, massime a tempo della crescente. Ma delle navi molto grosse, com'erano quelle di D'Estaing, si dubitava. Perciò consigliatosi coi piloti americani assai pratichi, che dal congresso gli erano stati mandati, temendo, che le sue navi, e specialmente la Linguadocca ed il Tonante, le quali, come più grosse dell'altre, pescavano anche molto più, non potessero varcare, si astenne dall'impresa, ed andò por l'áncora sulle coste della Cesarea, a quattro miglia distante da Sandy-hook, poco lungi dalla Terra di Shrewsbury. Quivi attendeva a far acqua e vettovaglie, ed a consultar coi Capi americani intorno l'impresa dell'Isola di Rodi, la quale si aveva in animo di voler fare, dopochè quella della Delawara per la fortuna avversa era venuta meno. Credettero gl'Inglesi, che D'Estaing s'indugiasse solo per aspettar i maggiori flussi del finir di luglio. Stando essi adunque in apprensione del vicino assalto si preparavano gagliardamente alle difese. Nel che fare dimostrarono e le genti di mare e quelle di terra tanto ardore, che non si potrebbero con parole sufficienti lodare. Intanto parecchie navi inglesi, che il corso loro dirigevano alla Nuova-Jork, a tutto altro pensando fuori che a questo, che i Francesi fossero diventati padroni del mare, venivano ogni dì in poter di questi sotto gli occhi stessi dei compagni loro della flotta, i quali a gravissimo sdegno se ne commuovevano; ma non potevano farvi rimedio alcuno. Finalmente il giorno ventidue di luglio comparve alle bocche del Sandy-hook tutta l'armata francese. Il vento le era favorevole; le acque eran molto alte per la marea. Gl'Inglesi aspettavano l'assalto, col quale ne doveva nascere necessariamente od una non più udita vittoria, o la totale distruzione della flotta britannica. Ma D'Estaing volteggiatosi un poco per quell'acque, voltosi poscia improvvisamente verso l'ostro, in poco d'ora dilungatosi, gli liberò dall'imminente pericolo. Ciò fu in buon punto per gl'Inglesi; poichè dai ventidue sino ai trenta di luglio arrivarono alla spicciolata a Sandy-hook sbattute e rotte dalle tempeste, e dal lungo tragitto parecchie navi della flotta di Byron, le quali, se D'Estaing si fosse indugiato alcuni giorni più, tutte sarebbero in suo potere venute. Arrivarono la Rinomea, ed il Centurione di cinquanta cannoni, il Ragionevole di sessantaquattro, e la Cornùallia di settantaquattro. Vistosi in tal maniera Howe con mirabile suo piacere e de' suoi in grado di osteggiare nell'aperto mare, commesse le vele al vento, iva in cerca di D'Estaing, il quale trovò poscia nel porto di Nuovo-Porto nell'Isola di Rodi.

Ma prima di raccontar le cose che avvennero tra i due ammiragli, l'ordine della storia richiede, che descriviamo quelle che accaddero tra i commissarj inglesi ed il congresso innanzi che quelli, abbandonata del tutto l'impresa, dalle terre americane si dipartissero. Era Johnstone, uno di essi, lungo tempo stato sulle coste d'America, dove aveva acquistato non poca conversazione con parecchj principali personaggi della contrada. Essendo poi anche stato governatore di una delle colonie, siccome quelli ch'era persona entrante, manierosa, e non senza lettere, si era facilmente procacciato molto credito e molta dependenza. Oltreacciò, essendo membro del Parlamento, aveva in questo sempre con molto calore la causa americana patrocinata, e gagliardamente contrastato alle risoluzioni dei ministri. Queste cose, le quali forse furono cagione ch'ei fosse tratto commissario, lo persuasero, che potrebbe forse in America colle insinuazioni, e con un carteggio privato fare quei frutti, che il procedere pubblico dei commissarj, sempre pieno di sussiego e di contegno, non avrebbe per avventura potuto fare. O certo almeno si credette, che l'empiere i principali repubblicani di promesse d'onori e di lucro, avrebbe fatto una buona spianata alle pubbliche proposizioni. Se a questo partito si risolvesse di per sè stesso, o consapevoli, o comandanti i ministri, è incerto. Ma chi vorrà considerare la somma delle lettere, ch'ei scrisse in questo proposito, inclinerà facilmente a credere i ministri stessi siano entrati nel disegno; perchè contro tutte le regole di coloro ch'esercitano una potestà delegata, procedendo altamente, lodava la resistenza, che fin là fatto avevano gli Americani contro le ingiuste e superbe leggi dell'Inghilterra. La qual cosa non si sarebbe oso di fare, se non avesse prima accattato la parola dei ministri intorno a quello che far dovesse. In cotal modo scriveva ai principali personaggi e ad alcuni membri del congresso, che l'avresti creduto piuttosto agente di questo, che del governo della Gran-Brettagna; desiderava di poter veder per entro la contrada, e con quegli uomini conversare, le cui virtù ammirava egli meglio, che quelle dei Greci e dei Romani, acciò potesse a' proprj suoi figliuoli raccontarle; che bene avevano usato la penna, e la spada per vendicare i diritti del genere umano e della patria; che gli amava e venerava grandemente, ed altre somiglianti novelle. Ebbe il congresso sentore, anzi certo avviso della cosa. Raccomandò ai diversi Stati, e comandò al capitano generale, ed agli altri uffiziali usassero ogni diligenza per por fine ad ogni commercio di lettere, che venissero da parte del nemico. Poscia procedendo più oltre, decretò, che tutte le lettere concernenti i pubblici affari, che state fossero ricevute dai membri del congresso da parte degli agenti, od altri sudditi britannici, fossero avanti il cospetto suo recate. Allora diventarono palesi tre lettere del Johnstone indiritte a tre membri del congresso, una a Francesco Dana, l'altra al generale Reed, ed una terza a Roberto Morris. Nella prima assicurava, che il dottor Franklin era stato contento ai termini di accomodamento, che si proponevano; che la Francia s'era condotta a stipular il trattato non già per l'interesse dell'America, ma per paura della riconciliazione; che la Spagna era scontenta, e disapprovava la condotta della Francia. Nella seconda, dopo molte lodi date al Reed, continuava dicendo, che colui, il quale avrebbe cooperato a ristorare l'armonia, ed a racconciar tra di loro i due Stati, acquisterebbe maggior merito col Re e col popolo, di quanto fosse stato finallora ad alcun uomo concesso. Nell'ultima, fatti alcuni complimenti con dire, ch'ei credeva bene, che coloro, i quali governavano gli affari dell'America, non si lasciavano smuovere da improprj motivi, continuava colle seguenti parole: «Che in simili pratiche vi era qualche pericolo, e credeva che chiunque vi si avventurasse, sarebbe assicurato; e che nel medesimo tempo gli onori e gli emolumenti naturalmente seguiterebbero la fortuna di coloro, i quali governato avessero la nave durante la burrasca, e condottola sicuramente nel porto; ch'ei portava opinione, che Washington, ed il presidente avevano diritto a tutti quei favori, che una grata nazione conceder possa, quando una volta i vicendevoli interessi loro riunissero, ed allontanassero le miserie e le devastazioni della guerra». Questi furono i bocconi, coi quali, dicevano gli Americani, Giorgio Johnstone tentò la fede dei primi maestrati dell'America; queste le artifiziose parole, che negli orecchi di quelli instillava per indurgli a tradir la patria loro. Ma quello, che più di tutto riempì di sdegno il congresso, e di che questi molto opportunamente si servì per rendere odiosa agli occhi dei popoli la causa, e le proposte britanniche fu, che il generale Reed dichiarò, che una gentildonna lo era venuto a trovare mandatavi dal Johnstone, e molto esortato lo aveva a promuovere la riunione tra le due contrade; nel qual caso si sarebbe rimeritato dal governo con diecimila lire di sterlini, e colla concessione di quel migliore uffizio, che stesse in facoltà del Re di conferire nelle colonie; al ch'ebbe egli risposto, siccome affermava; _ch'ei non era da tanto da esser compro; ma quando pure si fosse, non essere il Re della Gran-Brettagna a bastanza ricco per poter ciò fare_.

Decretò il congresso sdegnosamente, queste esser tente per subbillare e corrompere il congresso degli Stati Uniti d'America; e che l'onor loro non poteva più comportare, continuassero a tenere alcuna pratica, od alcuna corrispondenza avere con Giorgio Johnstone, massime nel negoziar di quegli affari, nei quali era la causa della libertà e della virtù interessata.

Questa deliberazione del congresso diè luogo ad una molto risentita dichiarazione di Johnstone, nella quale, se avesse usato più modeste parole, avrebbe meglio fatto credere quello che voleva persuadere. Disse, che quella deliberazione se la recava ad onore, non ad offesa; che allorquando il congresso contendeva agli essenziali privilegj necessarj alla conservazione della libertà loro, e solo mirava alla emendazione dei torti, la censura loro avrebbe riempiuto l'animo suo di rammarico e di dolore; ma adesso che vedeva il congresso essere sordo alle miserabili grida di tanti cittadini sperperati dalla guerra, contaminare con motivi di privata ambizione i principj della primiera resistenza; ora che gli vedeva far le sberrettate e le genove all'ambasciador francese, allearsi coll'antico nemico delle due contrade, e ciò coll'evidente disegno di abbassar la potenza della patria, qualunque siano le opinioni di tali uomini sul fatto suo, non se ne curare. In quanto poi alle accusazioni cavate dalle lettere non negò, nè confessò. Solo affermò, che la presente risoluzione del congresso non aveva miglior fondamento di quella, che aveva preso per le fiaschette dell'esercito burgoniano. Riserbò però a sè stesso la facoltà di giustificarsi prima che partisse dall'America. Aggiunse, che intanto si sarebbe astenuto dall'operare nella sua qualità di commissario.

Un'altra dichiarazione fecero i commissarj Carlisle, Clinton ed Eden per significare al congresso ed ai popoli, che nissuna notizia avevano avuto delle cose messe in palese da quello; facendo fede nel medesimo tempo dell'integrità e del liberale animo di Johnstone, e del desiderio suo di vedere ridotti a buona via gli Americani, e con termini giusti, ed alle due parti profittevoli, ristorata l'unione tra la metropoli e le colonie.

Ma l'intento dei commissarj nel pubblicar queste dichiarazioni non era solo per iscusarsi, ma ancora, e molto più, per cancellar l'effetto dei trattati fatti colla Francia, e per dimostrare all'universale dei popoli, che il congresso non aveva la facoltà di ratificargli. Questo era il consiglio che avevano abbracciato, sperando di poter far gran frutto. Sapevano, che molti fra gli Americani si erano non che raffreddi, crucciati, dopochè l'aiuto del D'Estaing, con tanta pompa di parole pronunziato alle genti, era riuscito di così poca, anzi di nissuna utilità. Erano anche i commissarj, secondo il solito, messi su dai fuorusciti, i quali dicevan loro le più gran novelle del mondo intorno la moltitudine e la potenza dei leali, ed egli se le credevano. Pubblicarono adunque molte cose sulla perfidia della Francia, sull'ambizione del congresso, e soprattutto molto s'affaticarono per pruovare, che questo, trattandosi d'interessi così gravi, dove n'andava la salute o la rovina di tutta l'America, e giusta le stesse costituzioni loro non aveva la potestà di ratificare ai trattati colla Francia, senza interpellare alla volontà del popolo, massime allorquando notoriamente si aspettavano da parte del governo della Gran-Brettagna quelle proposte d'accordo, e quelle concessioni, che avanzavano di gran lunga non solo le domande, ma ancora l'aspettazione degli abitatori dell'America. Concludevano, la fede loro non essere obbligata dalla ratificazione fatta dal congresso.

Non mancarono dalla contraria parte autori, i quali cogli scritti loro vollero purgare nell'anima dei popoli queste querele dei commissarj, tra i quali più chiaro nome si acquistarono il Drayton sopraddetto, e quel Tommaso Payne che aveva composto il libro del _comun senso_. Checchè si debba di questa controversia pensare, le pubblicazioni dei commissarj furono affatto inutili. Nissuno nicchiò.

Trovatisi adunque i commissarj caduti intieramente dalle speranze della concordia, si consigliarono, prima di partirsene, di pubblicare un manifesto, col quale denunziarono agli Americani gli estremi della più distruggitiva guerra, che l'uomo potesse immaginare. Speravano, che il terrore avrebbe quegli effetti prodotti, che le offerte della pace non avevano potuto. Questa maniera di guerra, della quale molti erano stati autori in Inghilterra, poteva invero tanti e sì gravi danni recar agli Americani, che forse di breve ne sarebbe loro grandemente incresciuta la presente condizione, ed avrebbero volti i desiderj e le speranze loro all'antica pace e congiunzione. La vastità delle coste americane, la frequenza e la profondità dei fiumi navigabili sono causa, che il paese sia esposto e sui confini, e nelle sue più interne parti agl'insulti di un nemico gagliardo in sull'armi di mare. A questo dava eziandio maggior facilità l'esservi colà le città e le ville molto disperse, e poste qua e là in lontani e disparati luoghi. Incominciarono i commissarj nel manifesto loro con rammentar la crudel ostinazione dell'una delle due parti, lamentandosi, essere loro proposte cose troppo esorbitanti per venirne alla pace, e mescolando in ogni parola doglianze gravissime del congresso; da un altro canto magnificavano i replicati sforzi fatti dall'altra per arrivar ad un'amichevole composizione. Annunziarono poscia, essersi risoluti a far di breve la dipartita loro dall'America, non potendo nell'attuale stato delle cose colla dignità loro consistere il rimaner più lungamente; dichiarando però, che durante tutto il tempo in cui tuttora rimanessero, e le medesime condizioni d'accordo offerivano, ed il medesimo animo disposto alla pace conserverebbero. Finalmente informarono, ed avvertirono i popoli, che per l'avvenire si sarebbero usati tutti gli estremi della guerra; e che, poichè l'America apertamente professava di volere non solo diventare straniera all'Inghilterra, ma ancora di dar sè stessa e tutte le cose sue in preda al suo nemico, cambiavasi affatto la natura della controversia, e che ora si trattava di sapere, sino a qual punto potesse la Gran-Brettagna, coi mezzi che aveva in poter suo impedire, o render inutile una connessione stata immaginata a sua rovina, e ad aggrandimento della Francia. Terminarono con dire, che in tali circostanze le leggi della propria conservazione dovevano indirigere la condotta della Gran-Brettagna, e che se le colonie erano per diventare un'accessione alla Francia, dover di quella era il render quest'accessione di così poco frutto, di quanto possibil fosse, al suo nemico.

Questo manifesto, il quale fu poscia con acerbe parole censurato, e come crudele e barbaro condannato da molti oratori del Parlamento, specialmente dal Fox, non operò nella mente degli Americani maggior effetto, che le offerte di pace operato si avessero.

Incominciò il congresso con mandar fuori un bando, col quale avvertì i popoli pei siti loro esposti alle offese, che, poichè così piaceva al crudel nemico loro di voler saccheggiare, ardere e sterminare ogni città e Terra del continente, edificassero capanne a trenta miglia almanco distanti dalle abitazioni, ed al primo romore del nemico là si ritraessero, recando seco le mogli, i figliuoli, i bestiami, le masserizie, e tutti coloro, che atti non fossero a portar le armi. Aggiunsero, ed in questo, se era da biasimarsi la risoluzione dei commissarj inglesi, non è tampoco da lodarsi quella del congresso, che immediatamente, che il nemico avesse incominciato ad ardere o distruggere qualche Terra, dovessero i popoli di quegli Stati por fuoco, saccheggiare e distruggere le case e le proprietà di tutti i Tori nemici alla libertà ed alla independenza dell'America; e sostener coloro fra i medesimi, che credessero necessario aver in mano, perchè non aiutassero l'inimico. Solo si avesse cura di non maltrattare inutilmente nè essi, nè le famiglie loro, non volendo, che in questo imitassero gli Americani i nemici loro, nè gli alleati di questi o Germani, o Neri, o Bronzini, che si fossero. A tali esorbitanze si lascian trasportare gli uomini del rimanente civili, quando da quella peste dell'amor delle parti sono invasati. Gl'Inglesi minacciavano di voler far quello che già avevano fatto, gli Americani quello, che non avrebbero dovuto fare, e che precisamente tanto in quelli, e con tanta ragione, condannavano. Ma molto più ama l'uomo appassionato imitar il male in altrui, che lo spassionato il bene.

Qualche tempo dopo, per impedire che pel rigore delle parole inglesi non germinassero nei popoli nuovi pensieri, pubblicarono un manifesto, col quale rammentaron prima, che poichè non avevan potuto prevenire, avevano essi almeno cercato di alleviare le calamità della guerra. Poscia si fecero coi più vivi colori a descrivere quelle enormità, delle quali accusavano la contraria parte. Ricordarono le devastazioni delle campagne, le arsioni dei non difendevoli villaggi, e le beccherie fatte dei cittadini d'America. Chiamarono le prigioni britanniche pesti dei soldati loro, i vascelli dei marinari. Essersi aggiunti gl'insulti alle ingiurie; gli scherni alle crudeltà. Esclamarono, che poichè gl'Inglesi non avevano potuto rintuzzare quei generosi spiriti della libertà, si erano volti agl'inganni, ai corrompimenti, alle servili adulazioni. Han fatto, continuarono, scherno all'umanità con una fantastica distruzione degli uomini; han fatto scherno alla religione con empie appellazioni a Dio, mentrechè i suoi sacri comandamenti violavano; han fatto scherno alla ragione stessa, sforzandosi di provare, che sicuramente potesse la libertà e la felicità dell'America confidata essere a coloro, i quali la loro avevano venduto, senza ristarsi nè a' precetti della virtù, nè agli stimoli della vergogna. E siccome, terminarono dicendo, nè amorevolezza alcuna gli tocca, nè la compassione gli muove, così avrebbero gli Americani rappigliato e vendicato i diritti dell'umanità, un tale esempio ponendo, che ne sarebbero sgomentati coloro, che avessero in animo di usar per l'avvenire tanta barbarie. E ciò giurarono di voler fare scevri d'ira e di vendetta, in presenza di quel Dio, che ricerca e vede addentro negli umani cuori, ed il quale chiamarono in testimonio della rettitudine delle intenzioni loro.

In questo mentre sdegnatosi il marchese De La-Fayette al modo, col quale i commissarj inglesi nella lettera loro dei 26 agosto avevano parlato della Francia, e dell'intervento suo nella presente querela, il quale attribuirono all'ambizione, ed al desiderio di veder attritarsi le due parti col prolungamento della guerra, mandò un cartello al conte di Carlisle, sfidandolo a venir render ragione in singolar battaglia della offesa fatta alla sua patria. Fuggì il conte la tela con dire, che, siccome in ciò, di che si trattava, aveva egli operato in qualità di commissario, e che la sua condotta, siccome le sue parole stat'erano pubbliche, così a nissun altro averne a render conto fuori che alla patria sua ed al suo Re. Terminò dicendo, che rispetto alle nazionali differenze, sarebber elleno meglio decise, quando l'ammiraglio Byron ed il conte D'Estaing si sarebbero incontrati sui mari.

Poco tempo poi partirono i commissarj disconclusi in tutto per alla volta dell'Inghilterra, e, svanita ogni speranza di pace, restarono vie più accesi i pensieri della guerra.

Ma mentre le legazioni discorrevano, era il congresso ritornato a Filadelfia pochi giorni dopo che gl'Inglesi avevano questa città abbandonata, e a dì sei agosto ricevè pubblicamente, e con tutte le cirimonie usate in simili casi, il signor Gerard, ministro plenipotenziario del Re di Francia. Questi, consegnate prima le sue lettere di credenza, le quali erano sottoscritte dal Re Luigi, ed indiritte _ai suoi cari e grandi amici ed alleati, il presidente ed i membri del generale congresso dell'America settentrionale_, orò molto acconciamente intorno al buon animo della Francia verso di quegli Stati, della obbligazione, in cui si trovavano le due parti, considerati i preparamenti, ed i disegni ostili del comune nemico, di mandar ad effetto tutte le condizioni stipulate nel trattato casuale, e che già dal canto suo il Re Cristianissimo aveva mandato in soccorso loro una fiorita e possente armata. Sperava, che le massime, le quali abbraccerebbero i due governi, sarebbero sì fatte, che quella unione si consoliderebbe, ch'era stata dal vicendevole interesse delle due nazioni originata.

Rispose con molto accomodate parole Enrico Laurens presidente, che bene dai presenti trattati si dimostrava la sapienza e la magnanimità del Re Cristianissimo, che l'aver trovato un sì possente ed illustre amico riputavano ad un benigno riguardo della Provvidenza verso i virtuosi cittadini dell'America. Non dubitasse punto, che tale sarebbe la condotta loro, che l'amistà ne sarebbe confermata; e che giacchè l'Inghilterra, per la scellerata ambizione del dominare, voleva si prolungassero colla presente guerra le miserie degli nomini, si eran essi risoluti a riempir tutte le condizioni del trattato casuale, avvengadiochè ardentemente desiderassero, deponendo gli sdegni e l'armi, il sangue umano risparmiare. Che speravano, l'assistenza del generoso e saggio alleato avrebbe fatto rinsavir la Gran-Brettagna, ed avviatala su i sentieri della giustizia e della moderazione. Furono presenti a questa audienza molti gentiluomini, i maestrati della Pensilvania, molti forestieri di conto, e gli uffiziali dell'esercito. Le esultazioni e le allegrezze pubbliche in questo dì non furon poche. Nascevano in tutti le speranze non solo dell'independenza, imperciocchè di questa già più non si dubitava, ma ancora della futura prosperità; tutti credevano essere coll'intervenimento francese solidato l'impero americano. Così un Re porgeva la mano aiutatrice ad una repubblica contro di un altro Re; così la lingua francese veniva in soccorso di una lingua inglese contro di un'altra simil lingua; così le nazioni europee, le quali fin allora riconosciuto non avevano altre nazioni independenti nell'America fuori delle selvagge e barbare, tenendo tutte le altre in luogo di suddite incominciarono a riconoscere come independente e sovrana una nazione civile, e con essa lei trattare e concludere alleanze. Avvenimento al certo cotanto grave, che, dopo la scoperta fatta dell'America da Colombo, un eguale, nè un somigliante non s'era perancora agli occhi degli uomini appresentato. Tanto poterono in America, o l'amor della libertà, od il desiderio dell'independenza, ed in Europa una cieca ostinazione, od un necessario orgoglio da una parte, la gelosia della potenza, e le brame della vendetta dall'altra.

Addì quattordici settembre il congresso trasse ministro plenipotenziario alla Corte di Francia il dottor Beniamino Franklin.

Già si è da noi raccontato come, e per quali ragioni la spedizione della Delawara, per la quale se erano proposto, ed avevano sperato gli alleati di opprimere ad un tratto, e l'armata e l'esercito britannici, non aveva avuto effetto. Perciò, volendo tentare qualcun'altra fazione d'importanza, dalla quale, e le armi loro ricevessero riputazione, e qualche gran vantaggio si ricavasse, si risolvettero a voler far quella dell'Isola di Rodi. Parve loro questa più d'ogni altra opportuna; perciocchè tal era in quella provincia la natura dei luoghi, che gli Americani coi soldati loro di terra, ed i Francesi coll'armi da mare potevano gli uni gli altri aiutare, e congiunte le forze loro al medesimo fine cooperare. Questo disegno era stato ordito tra i Capi americani e D'Estaing a tempo della sua stazione presso Sandy-hook; e già si era mandato nei contorni dell'Isola di Rodi il generale Sullivan, acciocchè comandasse a quella parte dell'esercito, che doveva tentar l'impresa, ed intanto facesse adunate delle bande paesane della Nuova-Inghilterra. Fu ivi fatto andare medesimamente il generale Greene, il quale, come nato in quell'isola, vi aveva grandissima dependenza. Non istava il generale inglese senza sospetto di questo disegno degli alleati, e perciò aveva mandato dalla Nuova-Jork grossi rinforzi al maggior generale Pigot che governava l'isola, di maniera che i presidj erano gagliardi, sommando bene a seimila combattenti. Aveva Sullivan posti gli suoi alloggiamenti poco distante dalla Terra della Provvidenza, e si noveravano nel suo campo da diecimila soldati, incluse le milizie. Era il disegno, che, mentre Sullivan sarebbe venuto sopra l'isola da tramontana, entrasse D'Estaing nel porto di Nuovo-Porto da ostro, e quivi distrutto il navilio inglese, che si trovava, desse un feroce assalto alle mura della città di questo nome, di maniera che il presidio inglese, assalito nell'istesso tempo da due contrarie parti, non avrebbe potuto, speravasi, reggere a tanta furia, ed avrebbe dovuto arrendersi.

Lo Stato dell'Isola di Rodi è composto di molte isole adiacenti l'una all'altra, delle quali la principale e la più vasta è quella che dà il nome a tutta la provincia. Tra la spiaggia orientale di questa ed il continente s'insinua il mare, e correndo a tramontana va a dilagarsi, ed a formare il golfo di Montesperanza. Questo braccio di mare chiamano Seacannel, o passaggio orientale. Tra l'Isola di Rodi e quella di Conanicut entra pure il mare, e chiamano questo passo il canale di mezzo, il quale è molto stretto. Fra la riva occidentale poi dell'Isola di Conanicut ed il continente s'interpone un altro braccio di mare, il quale nominano il passo occidentale o Naranganset. Giace la città di Nuovo-Porto sulla sponda occidentale dell'Isola di Rodi a rimpetto di quella di Conanicut, e poco distante dall'estremità sua australe una giogaia di monti si distende a traverso l'Isola di Rodi dal canale orientale sino a quello di mezzo dietro la città. Questi monti avevano gl'Inglesi affortificati molto diligentemente per assicurarsi dagli assalti degli Americani, i quali dovevano venire dalla parte settentrionale dell'isola.

Il generale Pigot con eguale prudenza ed ardire si preparava alle difese. Spogliò con ottimo consiglio di presidj l'isola di Conanicut, e gli ritrasse tutti a Nuovo-Porto. Così fece anche sgombrare dentro a questa città le artiglierie ed i bestiami. Le poste disperse qua e là per l'isola, e massimamente quelle che stanziavano presso la sua punta settentrionale, tenevan ordine di andar tosto a ricongiungersi colle altre nella città, tostochè s'accorgessero dell'approssimar del nemico. Le mura che prospettano il mare, si bastionarono con ogni diligenza; le navi da carico si affondarono ne' luoghi più opportuni, ovvero si arsero; le fregate si ritirarono, quanto possibile fosse, a luoghi sicuri. Ma però, dubitandosi delle medesime, furon tolte le artiglierie e le munizioni; i marinari appartenenti alle navi affondate, od arse si fecero venire a governar le artiglierie sulle mura della città. Della qual cosa e molto si dilettavano, e molto s'intendevano.

In questo mezzo tempo, D'Estaing partitosi da Sandy-hook dopo di aver segato il mare vers'ostro sino ai capi della Delawara, rivolte le prue, ivasene poggiando a greco verso l'Isola di Rodi. Addì 29 luglio arrivò alla punta di Giuditta, e col grosso dell'armata diè fondo presso Brenton's-ledge, cinque miglia distante da Nuovo-Porto. Due vascelli però, passato il Naranganset, gettaron l'ancora a tramontana di Conanicut. Alcune fregate entrarono pel Seacannel; il che fu causa, che gl'Inglesi arsero una corvetta e due galere armate, che in questo luogo si trovavano. Non fece D'Estaing per alcuni giorni verun'altra dimostrazione per entrare col grosso dell'armata nel canale di mezzo a fine d'andare all'assalto contro la città, secondochè si era cogli Americani indettato. Perciocchè Sullivan non aveva ancora tutti quei rinforzi ricevuti, massimamente di milizie, che aspettava, e che abbisognavano alla sicurezza dell'impresa. Finalmente gli otto agosto, essendo ogni cosa in pronto, ed il vento favorevole, entrò D'Estaing nel porto, traendo contro le batterie inglesi, e contro la città, le quali anch'esse trassero contro i Francesi, però con poco danno dell'una parte e dell'altra. Andò ad afferrare poco sopra la città tra le isole di Goat e di Conanicut, più vicino però a questa, dove già avevano gli Americani posti i presidj. Arsero gl'Inglesi in questo mentre, non le potendo salvare, molte fregate e parecchj legni minori. L'indomani Sullivan, il quale da Provvidenza si era già condotto su quella parte del continente, che guarda da levante l'Isola di Rodi, varcato con tutte le sue genti il Seacannel al passo di Howland, sbarcò sull'estremità settentrionale di quella. La qual cosa non era passata senza mala contentezza di D'Estaing, il quale voleva esser egli il primo a por le genti a terra. Sperava Sullivan, che non si sarebbe indugiato ad andar all'assalto, quando ecco l'istesso giorno nove apparire in vista tutta l'armata dell'Howe, il quale, udito che D'Estaing si era avviato contro l'Isola di Rodi, si era mosso in aiuto del generale Pigot. Era egli, nonostante l'accostamento delle navi ultimamente arrivate, tuttavia inferiore di forze ai Francesi, se si considera la portata, e dei vascelli e delle artiglierie; quantunque avesse più navi di questi, consistendo la sua armata in una nave da settantaquattro, sette da sessantaquattro, e cinque da cinquanta con parecchie fregate. Sperava però, che la fortuna gli avrebbe appresentato qualche occasione di poterne venire alla battaglia avvantaggiato, o pel favor del vento, o per altre circostanze. E certo, se tostochè ebbe fatto la risoluzione di correre sopra l'Isola di Rodi, avesse provato i venti prosperi, vi sarebbe arrivato sì per tempo, che avrebbe trovato l'armata francese dispersa nei varj canali dell'isole adiacenti, ed il grosso fuori del porto, sicchè ne avrebbe facilmente avuto la vittoria. Ma soffiaron quelli sì fattamente contrarj, che non potò arrivare, se non il giorno dopo che D'Estaing si era riparato con tutta la flotta a luogo sicuro dentro il canale di mezzo. Consideratasi da Howe ottimamente la natura de' luoghi ed il sito delle navi francesi, e tenuto anche a questo fine qualche pratica col Pigot, soffiando per sopra mercato il vento contrario, venne in questa sentenza, che non vi era modo alcuno di soccorrer la città. Il porto era così fatto, la gola sì stretta, le difese apparecchiate sull'isola di Conanicut sì gagliarde, che non che un'armata inferiore, come l'inglese era, ma una di gran lunga superiore non avrebbe potuto, se non temerariamente, tentar la impresa. Per la qual cosa, se l'ammiraglio francese, secondo ch'era rimasto d'accordo con Sullivan, avesse voluto continuarla di presente, e non isnidare di là fino a tanto che fosse stata compiuta, ogni ragione persuade, che la città di Nuovo-Porto sarebbe venuta in poter degli alleati. Conciossiachè le circondanti acque fossero occupate dai Francesi. Ma D'Estaing, uomo, siccome Francese, impaziente ed animoso, essendosi la mattina del giorno dieci vôlto il vento improvvisamente a greco, e diventato perciò propizio all'uscita, entrò in tanta fantasia di combattere, che non potè temperar sè medesimo, ed uscì fuori a trovar l'armata inglese nell'alto mare. L'ammiraglio Howe, vistasi venir all'incontro una sì poderosa armata, stando anche a sottovento, il che rendeva grandemente avvantaggiati i Francesi, evitava la battaglia, ed iva volteggiandosi con gran maestrìa per riuscir a sopravvento. Ma quanto s'ingegnava egli per guadagnarlo, tanto si studiava, e non con minor industria, D'Estaing per conservarlo. In tali volteggiamenti si consumò tutto il giorno dieci. L'indomani continuando tuttavia il vento contrario agl'Inglesi, si risolvette, non ostante, l'Howe a voler far la giornata, e perciò dispose le sue navi in ordinanza, dimodochè potessero esser raggiunte da tre brulotti, che venivano a rimorchio dietro le fregate. I Francesi ancor essi si prepararono alla battaglia, e già si doveva definire, a quale dei due forti avversarj dovesse la signoria dei mari americani rimanere. Ma in questo punto cominciò a trarre una brezza gagliarda, la quale crescendo appoco appoco diventò un vento furiosissimo. Il mare cominciò fortemente a turbarsi ed a tempestare, sicchè gittatosi in una fiera burrasca, che durò ben quarantott'ore, non solo separò e disperse le due flotte nemiche, ma ancora sì forte le ruppe, che non potendo più mareggiare furono costrette ambedue a cercar di rifuggirsi nei porti. La francese ricevè maggior danno dell'inglese, principalmente negli alberi e negli attrazzi. La Linguadocca di novanta cannoni, vascello ammiraglio, che portava il conte D'Estaing, perdette il timone e tutti gli alberi. Così disarborato e malconcio, andando vagando a seconda del marosi, fu incontrato dalla nave inglese la Rinomea di cinquanta cannoni padroneggiata dal capitano Dawson, il quale gli diè un furioso assalto, che durò sino alla notte. Si difendeva a mala pena la Linguadocca, non potendo usare che sette, o otto cannoni. Ma l'oscurità, ed il mare, che continuava tuttavia molto fresco, preservarono il Francese da una perdita, che pareva inevitabile. La mattina comparivano a veduta parecchie navi francesi, le quali si cacciaron dietro al Dawson senza però poterlo raggiungere. Ma liberarono intanto l'ammiraglio dal presentissimo pericolo che correva. Nelle medesime circostanze, e colla medesima speranza di vittoria incontratasi lo stesso giorno la nave inglese, il Preston, di cinquanta cannoni, colla francese, il Tonante, di ottanta, priva dell'artimone e del trinchetto, la assaliva. Ma ebbe l'incontro l'istesso fine, e per le stesse cagioni, che il precedente. Gl'Inglesi si ricoverarono parte a Sandy-hook, e parte alla Nuova-Jork, dove attendevano con molta diligenza a racconciarsi. I Francesi si ripararono all'Isola di Rodi.

Erasi intanto Sullivan, quantunque impedito dai cattivi tempi e dalle difficoltà trovate nel far venir a sè le munizioni e le artiglierie, condotto vicino alle mura di Nuovo-Porto; e già aveva sboccato sull'Honeyman's-hill, e dava opera a piantar le batterie con molla ed attività ed industria. Nè quei di dentro mancavano a sè stessi, rizzando nuove fortificazioni, e nuove batterie per rimboccar le americane. Ma con tutto ciò, se ritornato, che fu D'Estaing dalla sua più dannosa, che utile fazione sul mare, a Nuovo-Porto, si fosse messo a voler cooperare cogli Americani, le cose di Pigot si sarebbero trovate in grandissimo pericolo. Avendo il presidio di Nuovo-Porto gli Americani, che lo serravano alle spalle, se i Francesi, oltre del dar l'assalto dalle navi loro alle mura della città dalla parte del mare, avessero sbarcato un buon numero di soldati, il che poteva agevolmente loro venir fatto, verso la punta australe dell'isola, e fossero corsi sul sinistro fianco della città, il quale era il più debole, poca speranza poteva rimanere agl'Inglesi di potersi difendere. Ma molto diversi da questo erano i disegni di D'Estaing. Significò egli a Sullivan, che per obbedir agli ordini del suo Re, e per conformarsi al parere concorde de' suoi uffiziali, si era risoluto a ridursi nel porto di Boston per ivi rassettar le navi malconce dalla precedente tempesta. Per verità le sue istruzioni eran sì fatte, che, ove accadesse qualche sinistro, o si avessero le novelle dell'arrivo di qualche armata nemica superiore alla sua, dovesse in quest'ultimo porto subitamente ripararsi. Si avevano gli avvisi, ch'era arrivato, quantunque colle navi assai malconce per aver incontrato la stagione molto sinistra, l'ammiraglio Byron ad Halifax, e pareva altresì, che l'evento della battaglia, e principalmente i danni causati dalla burrasca, lo mettessero in quella condizione, di cui si erano avvisati i ministri nelle istruzioni date all'ammiraglio. Gli Americani, i quali evidentemente scorgevano, che l'allontanamento di D'Estaing da Nuovo-Porto era la perdita totale dell'impresa, rimostrarono, e molto pregarono per isvolgerlo da questa sua risoluzione. Greene e La-Fayette assai si adoperarono per piegarlo a non voler colla sua partenza lasciar intiepidire le cose della lega. Rappresentarono di quanta importanza fosse alla Francia ed all'America l'incominciata impresa; che già era essa a tal termine condotta, che non si poteva dubitar dell'evento; che riuscirebbe di vergogna l'abbandonarla in sul compirla, e d'infinito disgusto agli Americani, i quali confidatisi nella promessa cooperazione dell'armata francese, là erano concorsi a folla, e raunatovi con incredibile fatica e dispendio una quantità inestimabile di munizioni; che sarebbe un dar vinta la causa agli scontenti, i quali non avrebbero mancato di vociferare, questa esser la fede francese, questi i frutti dell'alleanza; che la nasata avuta della Delawara, poi quella di Sandy-hook, e finalmente questa di Nuovo-Porto avrebbero posto il colmo al mal umore. Aggiunsero, male con una flotta sì sdruscita potersi navigare per le secche di Nantucket per alla via di Boston; meglio potersi fare i concieri a Nuovo-Porto che a Boston; e finalmente da una superior flotta nemica poter del pari venir bloccata la francese, ma più malagevolmente difendersi in Boston, che in Nuovo-Porto. Tutto fu nulla, D'Estaing, collate le vele, si avviò il dì ventidue a Boston, nel qual porto diè fondo tre giorni dopo.

Che che si debba pensare di questa risoluzione del D'Estaing, nella quale ebbe non solo consenzienti, ma richiedenti tutti gli suoi uffiziali, certo è che perturbò essa grandemente l'animo del repubblicani, e se ne fece un grande scalpore in tutta l'America. Le milizie, le quali con tanto zelo erano concorse a trovare Sullivan nell'Isola di Rodi, vedutesi in tal modo abbandonate dagli alleati, si disbandarono, dimodochè in poco d'ora gli assediatori diventarono si fievoli, e di sì poca possanza, che non arrivavano di dieci, che erano, a cinquemila combattenti, mentre gli assediati sommavano a molti più. In tanto cambiamento di fortuna, e trovandosi dentro di un'isola coll'armata alleata lontana, e la nemica vicina, si accostò l'Americano tostamente al partito di ritirar le sue genti alla terra-ferma. Per la qual cosa il giorno 26 agosto incominciò ad avviar dietro verso la punta settentrionale dell'isola le grosse artiglierie e le bagaglie; poi si mosse egli stesso il dì 29 con tutta l'oste. Ed ancorchè fosse perseguitato aspramente dagl'Inglesi e dagli Essiani arrivò senza danno a questa punta medesima. Quivi, sopraggiunti in maggior numero gl'Inglesi, si attaccò una feroce scaramuccia nelle vicinanze di Quaker-hill, nella quale tra morti e feriti mancarono da ambe le parti molti soldati. Tuttavia gli Americani con maraviglioso valore ributtarono gli assalitori. La notte dai trenta passarono i Sullivani sul continente pei guadi di Bristol, e di Howland alla sicura. Questo fine ebbe un'impresa, la quale non solo fu incominciata con grandissima speranza della vittoria, ma che già era stata ad un pelo condotta al totale compimento. Fu la ritirata di Sullivan eseguita in assai buon punto. Imperciocchè l'indomani il generale Clinton arrivò con quattromila soldati e molti legni sottili in soccorso di Nuovo-Porto. Se avesse avuti i venti più prosperi, o fosse stato meno pronto Sullivan a ritirarsi, assalito questi dentro dell'isola da un nemico di lui più gagliardo il doppio, e chiusagli la via al continente dalle navi, avrebbe portato grandissimo pericolo. Lodò il congresso la prudenza di Sullivan, e molto lo ringraziò.

L'ammiraglio Howe, racconce con maravigliosa prontezza le sue navi, di nuovo diè le vele al vento, avviandosi verso Boston. Sperava di arrivarvi prima del Francese, e per conseguente tagliarlo fuori di quel nido, od almeno di assaltarlo, quando già vi si fosse ricoverato. Arrivò invero nella cala di Boston il dì trenta agosto. Ma non gli riuscirono nè l'uno nè l'altro disegno; poichè e già vi era giunto D'Estaing, e le batterie rizzate negli opportuni luoghi dagli Americani su tutti i punti del Nantucket, rendevano ogni assalto impossibile a tentarsi. Ritornò pertanto alla Nuova-Jork, dove avendo trovato, essere arrivate parecchie altre navi da guerra, inguisachè l'armata inglese superasse allora di forza la francese, usando la licenza, che poco prima aveva ottenuto dal governo, rassegnò il comando all'ammiraglio Gambier, perchè lo tenesse sino all'arrivo di Byron in quell'acque; il che fu poi ai sedici di settembre. Egli poco poscia se ne ritornò in Inghilterra. L'opera di questo nobilissimo capitano, e delle cose marine spertissimo, riuscì di molta utilità alla patria sua nella guerra pensilvanica, jorchese e rodiana, e sarebbe riuscita di maggiore, se uguale alla sua fosse stata la prudenza dei capitani di terra. Poichè passando anche sotto silenzio i trasporti da lui operati da un paese all'altro assai lontano della terra-firma americana di un grosso esercito, com'era quello del suo fratello Guglielmo, l'industria e la costanza da lui mostrate nel rimuovere gl'impedimenti della Delawara sono degne di grandissima commendazione. Arrivato poi che fu D'Estaing con una sì poderosa armata, e tanto superiore alla sua, gli tenne con tutto ciò il fermo a Sandyhook; poscia invitandolo a combattere gli disordinò il disegno di Nuovo-Porto, e fattolo venir fuori causò, che furono talmente guaste e rotte le navi sue da una furiosa tempesta, che fu costretto a cercar rifugio nel porto di Boston, donde non uscì, se non per andarsene alle Antille, abbandonando in tal modo tutti quei disegni, che gli alleati s'erano accordati di voler eseguire in quell'anno sulle coste dell'America.

Clinton, veduto Nuovo-Porto libero, se ne tornò alle stanze della Nuova-Jork. Mandò però dalla Nuova-Londra il generale Grey ad una fazione verso levante che non fu di poca importanza. Annidavano nel golfo di Buzzard, e nelle adiacenti riviere molti corsari, i quali e pel numero loro, e per l'ardire recavano gran danno al commercio inglese della Nuova-Jork, dell'Isola-Lunga e dell'Isola di Rodi. Clinton si risolvette a volersi levare quello stecco d'in sugli occhi, ed assicurare i mari dalle correrie loro. Quest'era il fin e della spedizione di Grey. Arrivò egli colle navi da carico, e, sbarcate le genti, distrusse da sessanta navi grosse con molti legni minori. Procedendo poscia a Bedford ed a Fair-haven sulla riviera di Acushinet, a guisa più di latroncolo che di soldato operando, guastò od arse magazzini di considerevole valuta pieni di zucchero, di rum, di mielata, di tabacco, di medicamenti e di simili altre mercanzie. Nè contento a questo, recatosi sulla vicina isola, che chiamano Vigna di Marta, nido di arditissimi corsali, e di suolo mollo fertile, pose un taglione, agli abitatori, di bestiame sì grosso che minuto; soccorso graditissimo, e necessario ai presidj della Nuova-Jork. Ne levò ancora di molte armi e munizioni.

Lo stesso Grey ritornato che fu dalla precedente fazione alla Nuova-Jork, ne intraprese un'altra, avendo sorpreso nel villaggio di Old-Taapan, e manomesso non senza grave nota di crudeltà un reggimento di cavalleggieri. Fecero gl'Inglesi pochi giorni dopo a questa un'altra correria contro Little-egg-Harbour sulle spiagge della Cesarea, dove distrussero molto navilio, e menaron molta preda. Corsero poscia contro la legione di Pulaski alla non pensata, e vi commessero grande uccisione. Maggiore strage sarebbe seguìta, se non che Pulaski, da quell'uomo valoroso che egli era, risentitosi subitamente, corse co' cavalli in aiuto dei suoi. Gl'Inglesi, rimbarcatisi, se ne tornarono alla Nuova-Jork.

In questi tempi i Capi americani e francesi si disponevano a voler fare di nuovo l'impresa del Canadà. Speravasi, oltre la possessione di una sì importante provincia, che si sarebbero potute rovinare le pescagioni britanniche sugli scanni di Terra-Nuova, e, ridotte a divozione le città di Quebec e di Halifax, por fine alla potenza marittima dell'Inghilterra su per quelle spiagge. I Francesi erano i principali stimolatori di questo consiglio. Gerard e D'Estaing forse artatamente, il marchese De La-Fayette, siccome giovane, e di queste mene politiche non avvisantesi, nettamente, e per amor della gloria. Doveva egli uno dei primarj capitani essere all'acquisto di quella provincia. D'Estaing pubblicò un manifesto indiritto ai Canadesi in nome del suo Re, col quale, ricordato prima, ch'eran nati Francesi, rammentate eziandio le antiche glorie e prosperità sotto il modestissimo Imperio dei Borboni, dichiarò, che tutti gli antichi sudditi del Re nell'America settentrionale, i quali più oltre non riconoscessero la superiorità della Gran-Brettagna, sarebbero protetti ed assicurati. Ma Washington si dimostrò contrario alla fazione, e ne scrisse le sue ragioni al congresso. L'impresa fu posta dall'un de' lati. Allegarono, non essere l'erario loro, le armerìe, le canove, i soldati in grado di poter fornire una tanta impresa; e che troppo increscerebbe loro, quando per la necessità delle cose non potessero poi dal canto loro quelle condizioni adempire, che promesse avessero. Quest'era il loro ragionare aperto. Ma invero temevano, che vi fosse sotto materia, e che il Canadà si acquistasse non all'America, ma alla Francia.

L'avere il conte D'Estaing abbandonata in sul compirla l'impresa di Nuovo-Porto, aveva non poco alterato gli animi degli Americani, massime nelle province settentrionali; e molti incominciavano a star di malavoglia contro i novelli alleati, sospettando che questi facessero seco loro a mal giuoco. A questa cagione aggiungevasi la ricordanza, ch'era tuttavia molto viva, spezialmente nella minutaglia, dell'antiche gare e gelosie nazionali, che la fresca lega, e la necessità dei soccorsi francesi non avevan potuto spegnere. Si sforzava Washington, e gli altri Capi americani di mitigar questi maligni umori, i quali dubitavano, non prorompessero in manifesta discordia. Nè minore attenzione usava il conte D'Estaing durante la sua fermata nel porto di Boston, non sol per ischivar ogni occasione di scandali, ma di più per conciliarsi gli animi dei nuovi alleati. E certamente sì fatta fu la condotta non che degli uffiziali francesi, dei semplici marinari, che non si potrebbe con parole sufficienti lodare. Questa circospezione non potè tanto operare, che non nascesse la sera dei tredici settembre una forte baruffa tra alcuni Bostoniani e Francesi con danno di questi ultimi. Il cavaliere di San Salvatore, uffiziale francese, vi perdè la vita. I maestrati della città, volendo levare ai Francesi l'occasione di ogni sdegno con mostrar loro segno di buona e pronta volontà a punire i colpevoli, bandirono, avrebber dato un guiderdone a chi avesse svelato gli autori della rissa, e nel medesimo tempo pubblicarono, i cittadini non avervi avuto colpa, ma sibbene i marinari inglesi fatti cattivi nelle navi, ed i disertori dell'esercito burgoniano, i quali avevan preso soldo su quelle degli armatori bostoniani. La cosa quietò. D'Estaing, o fosse soddisfatto, o come prudente il paresse, non fece altra dimostrazione. Nissun colpevole si scoprì. I Massacciuttesi decretarono, si facesse un monumento al San Salvatore.

Ma troppo più grave di questa si fu la rissa nata la notte de' sei di questo stesso mese di settembre a Charlestown di Carolina tra i marinari americani e francesi, la quale si terminò in una formale battaglia. Incominciarono i primi ad ingiuriare con brutte parole i secondi, i quali se ne risentirono. Dalle parole si venne ai fatti, e brevemente i Francesi furon cacciati di forza dalla città, e costretti di rifuggirsi alle navi. Trassero quindi coll'artiglieria e colla schioppetteria contro la città, e gli Americani medesimamente contro le navi francesi dalle case e dalla spiaggia vicina. Vi si perdettero di molte vite da ambe le parti. Si promise, ma invano, una taglia di mille lire di sterlini a chi scoprisse gli autori. Il capitano generale della provincia esortò con pubblico bando i suoi cittadini a tener i Francesi in luogo di buoni e fedeli alleati, ed amici. Si fecero nel medesimo tempo provvisioni contro il mal uso dello sparlare. Così finirono le due riotte di Boston e di Charlestown, delle quali furono universalmente accagionati, se non con verità, certo con prudenza, i bocconi ed i maneggi britannici. Perciocchè temettero i Capi americani, che per questo sdegno non girassero loro sotto i Francesi, siccome quelli che gli conoscevano facili a dar la volta.

In quest'anno si rinfrescò più feroce che prima la guerra indiana; poichè sebbene i selvaggi fossero stati intimoriti dai prosperi successi di Gates, ed avessero mandato ambascerie a congratularsene seco lui e cogli Stati, ciò nondimeno tante furono l'industria degli agenti inglesi presso i medesimi, e l'efficacia dei presenti, che ne ricevevano, e tante e sì fatte le promesse e le instigazioni dei fuorusciti, i quali colà rifuggiti si erano in un colla naturale e propria sete del sacco e del sangue, che poterono tanto operare, che andavano facendo correrie qua e là sull'estreme frontiere settentrionali con infinito danno e terrore dei popoli. I Capi più operativi, che gli guidavano a queste sanguinoso fazioni erano il colonnello Butler, che già si era acquistato nome nelle precedenti guerre indiane, ed un Brandt nato di sangue misto europeo ed indiano, avventato e feroce bestione sopra quanti abbia mai prodotto l'umana natura, troppo spesso vaga di somiglianti mostri. Non la perdonavano nè a età, nè a sesso, nè a condizione, nè a consanguinità; ma tutto, e tutti traevano indistintamente a rovina ed a morte. La pratica che avevano i fuorusciti de' luoghi, la radezza delle abitazioni sparse qua e là nei deserti, la lontananza del governo, e la necessità del difendersi in altre rimote parti erano cagione, che i Barbari potessero, e facilmente rompere i confini, e sicuramente ritirarsi. Nè alcun rimedio efficace sin là s'era potuto fare contro l'impeto di sì crudeli nemici. Ma in mezzo a questa piuttosto orribile devastazione che guerra, ne nacque un caso degno di grandissima compassione, e che per me non saprei, se nelle storie degli uomini disumanati, e venuti al mondo con anime di fiere bestie, s'incontri od il maggiore, od il peggiore di questo. Erasi stabilita sull'orientale riva del fiume Susquehanna nell'estremo confine della Pensilvania, ed in sulla via per Oswego dai popoli connecticuttesi la colonia di Viomino popolosa, ricca e profittabile oltre qualunque altra, che a quei tempi fiorisse in America. Consisteva ella in otto villaggi, a ciascun dei quali era stato circoscritto un territorio di cinque miglia quadrate, che distendevansi da una parte e dall'altra del fiume. Non si potrebbe immaginare nè più felice cielo, nè più fertile terra di questi. Gli uomini poi simili a loro ignoravano, e le troppe ricchezze, che inorgogliano ed inviziano, e la povertà che tribola ed avvilisce. Tutti vivevano nell'aurea mediocrità, nè il proprio prodigalizzando, nè l'altrui desiderando. Occupati di continuo nei camperecci lavori fuggivano l'ozio e la noia, i malori ed i vizj, che lo seguitano. Eravi là insomma una vera immagine o rappresentazione di quell'età, che gli antichi poeti favoleggiando chiamato hanno col nome dell'oro. Ma la domestica felicità, di cui godevano, tanto non gli potè trattenere, sì fatta era l'ardenza dei popoli in questa causa loro, che non pigliassero le armi, ed in soccorso della patria volonterosamente non concorressero. Dicesi, abbiano mandato all'esercito un migliaio di soldati; cosa maravigliosa tra mezzo a sì poca e sì fortunata gente. Eppure nonostante la privazione di sì fiorita e sì frequente gioventù non iscemava a modo nissuno l'abbondanza delle ricolte; essendo tuttavia le masserie sì fattamente ripiene di ricche messi, ed i pascoli sì gremiti di grassi bestiami, che con abbondanti provvedimenti non cessavano di sopperire all'esercito.

Ma nè la felicità del cielo, nè la fertilità della terra, nè la longinquità del sito potettero impedire, che non entrasse tra di loro la scellerata rabbia delle Sette. E sebbene i Tori, come gli chiamavano, altrettanto numerosi non fossero, quanto coloro, che facevano professione della libertà, ciò nonostante la possanza loro non era da aversi in dispregio; e molto ancora si ajutavano colla pertinacia e coll'ardire. Quindi è, che non solo le famiglie stavano contro le famiglie, ma ancora spesso i figliuoli contro i padri, i fratelli contro i fratelli, e perfino le mogli contro i mariti. Tanto è vero, che non v'è bontà che resista all'opinione, nè felicità alla discordia cittadina. I Tori poi erano stati asperati dai danni sofferti nelle correrie fatte in compagnia dei selvaggi nel precedente anno contro Viomino, ma molto più, e massimamente, perchè molti Tori forestieri non conosciuti, i quali usando l'ospitalità tanto famosa degli Americani di quei tempi, e particolarmente dei Viominesi, erano venuti a piantar le sedi loro dentro la colonia, dati alcuni motivi di far sospettare di sè stessi, furono arrestati, ed alcuni mandati nel Connecticut, perchè ivi fosser loro fatti i processi, altri cacciati dalla colonia e banditi. Gli odj perciò si rincappellarono. Giurarono i Tori, e meditavano la vendetta. Si accozzarono cogli Indiani. Il tempo era prospero, perciocchè la gioventù viominese era ita alla guerra. E perchè non venisse meno il disegno, che tramavano, desiderando, che riuscisse improvviso, perchè gli avversarj non avessero tempo di provvedersi, deliberarono di voler usar gli inganni, simulando l'amicizia e la pace, quando ad altro non pensavano che alla vendetta ed alla guerra. Parecchie settimane prima che intendessero d'andar all'assalto, mandarono più uomini a posta per protestare con efficacissime parole, ed a chieder la pace. Queste lustre dall'un canto addormentavano i popoli di Viomino, dall'altro davan comodità ai Tori ed agl'Indiani di accordarsi cogli amici loro, e di considerare lo stato delle cose nella colonia. Ciò nonostante malgrado la presente sicurezza, e che le parole dei selvaggi sonassero tanto in contrario, avevano i Viominesi, siccome suole per l'ordinario avvenire, allorquando gravi calamità sovrastano ai popoli, un non so quale presentimento di quello, che doveva avvenire, avuto. Mandarono perciò lettere a Washington, pregandolo, gli soccorresse. Le lettere non pervennero, perchè furono tolte dai leali pensilvanesi; e quand'anche fossero arrivate, non era più tempo. Già erano i Barbari insorti contro l'estreme parti della colonia, e vi avevano fatto alcuni rubacchiamenti poco importanti per la grandezza loro, molto per le crudeltà; infelice preludio a quei mali più terribili che dovevano di breve seguire.

Era giunto il presente anno al principio del mese di luglio, quando i Barbari forti e gagliardi comparirono alla non pensata sulle rive della Susquehanna. Guidavangli quel Giovanni Butler e quel Brandt con altri Capi selvaggi molto ben noti per le crudeltà usate nelle precedenti fazioni. Erano in tutto sedici centinaia di guerrieri, un quarto Indiani, gli altri Tori travestiti, e dipintisi la pelle in modo, che il parevano. Gli uffiziali però portavano gli abiti dell'uffizio e del grado loro, e somigliavano stanziali. Avevano i Viominesi per sicurezza loro, e stante la lontananza dei consorti, e la prossimità dei selvaggi, piantato quattro Forti, ed avevano forse da cinquecento soldati sparsi qua e là per le frontiere, od alloggiati nei Forti medesimi. Governava tutta la colonia un Zebulone Butler, cugino a Giovanni, e uomo, se di qualche valore, certo di poco cervello. Alcuni lo accusarono di fede dubbia; il che è incerto. Certo è bene, che uno dei quattro Forti, ch'era più vicino ai confini, era guardato da soldati infetti delle opinioni dei Tori, i quali sul primo apparire dei nemici lo diedero in poter loro. Un secondo, ricevuto un furioso assalto, si arrendè a discrezione; dove quantunque i Barbari risparmiassero le donne ed i fanciulli, i rimanenti crudelmente ammazzarono. Si ritirò in questo mezzo Zebulone con tutti i suoi nella Fortezza principale chiamata Kingston, dove concorrevano a calca, come in luogo di salute, spaventati e con miserabili grida le donne, i vecchi, i fanciulli, i malati, e tutti coloro, che inabili erano a portar l'armi. Era la Fortezza assai difendevole, e quando Zebulone avesse tenuto il fermo, si poteva sperare, che vi si sarebbe rotto l'impeto dei nemici, sintantochè fossero arrivati gli aiuti. Ma Giovanni piaggiandolo e promettendogli ogni cosa, operò si, e talmente, che lo trasse fuori della Fortezza sotto colore di un accordo, il quale fu, che se venisse a parlamento alla campagna, ci ritirerebbe i suoi dalla Fortezza, e si concluderebbe la pace. Infatti diè indietro Giovanni con tutti i suoi soldati. Uscì poscia Zebulone per andar al luogo accordato pel parlamento, assai distante dal Forte; e per non esser solo si fece seguitare da quattrocento soldati armati, quasi la totalità del presidio. Il che se non è stato un tradimento, stato è certamente una molto strana ed inescusabile semplicità. Arrivato Zebulone al convenuto luogo non trovava anima vivente, ed increscendogli di ritornarsene senza conclusione, procedeva verso le falde di certe montagne, ch'erano poco lontane, sperando di trovarvi qualcuno, con cui potesse favellare. Mentre marciava per quell'orrida solitudine, nissun segno se gli appresentava, od ombra di vestigio umano. Avrebbe dovuto ristarsi; ma il destino lo tirava; e di continuo si sospingeva avanti. La contrada intanto incominciava a diventare scura e selvereccia. Discoprì finalmente tra mezzo le macchie e gli arbusti di lungi un drappello, che pareva lo invitasse a seguitare. E quei, che lo portava, come se temesse egli stesso di tradigione, si ritirava, sempre drappellando, in dietro con quel passo, col quale Zebulone camminava avanti. Intanto gl'Indiani, che sapevano il paese, essendosi molto opportunamente valuti dell'oscurità di quelle boscaglie, già lo avevano accerchiato da ogni banda, mentre egli, ignaro del tutto del suo pericolo, tuttavia andava innanzi per convincere i traditori ch'ei non gli voleva tradire. Ma infine gl'Indiani lo svegliarono ben essi dal forte sonno, i quali saltati fuori dalla imboscata, che fatto avevano nelle vicine foreste, furiosamente, e con tremendi urli lo assalirono. Fatto un gomitolo dei suoi si difendeva gagliardamente, mostrando migliore animo nella battaglia, che mente nelle pratiche precedenti. E nonostante che la cosa fosse tanto improvvisa, menavano i suoi soldati così fieramente le mani, e con tanta costanza serbavano gli ordini, che la battaglia non solo rimaneva dubbia, ma già incominciava a favor loro inclinare. In questo punto, ecco un soldato del Zebulone o per tema, o per tradimento gridare improvvisamente: _indietro; il colonnello ha comandata la ritirata_. Tosto balenano, si rompon gli ordini, i Barbari entrano tra le file. Segue una strage orribile. I fuggenti sono trafitti dalle trascorrevoli armi, i contrastanti ammaccati dai mazzeri, o abbocconati dai coltelli. Sani con feriti, moribondi con boccheggianti si abbaruffano in ogni strana attitudine. Felice chi muore prima, o tosto; imperciocchè gl'Indiani scotennavano i viventi, ed i Tori indragati, quando non potevan coll'armi, colle mani gli sbranavano. Nissuno si pensi, che alcuna rotta sia mai stata più lagrimevole di questa, nè che tanta crudeltà siasi usata da feroci vincitori sopra i vinti. La maggior parte morirono. Da settanta col Zebulone scampati dalla beccheria si ricoverarono sbandatamente in un Fortino dall'altra parte del fiume.

I vincitori di nuovo investivano Kingston, e per ispaventar con orribile spettacolo il già debole presidio vi briccolaron dentro dugento zaccagne tuttavia grondanti di sangue dei loro parenti, amici e compagni. Il colonnello Dennisson, comandante del Forte, veduta l'impossibilità del difendersi, mandò chiedendo a Butler, quali condizioni concederebbe, se si arrendessero. Rispose con ferità più che barbara e bestiale, e con una sola parola l'_Ascia_. In un frangente tanto spaventevole difendevasi Dennisson per un tempo, come meglio sapeva e poteva. Infine morti, o feriti quasi tutti i suoi, si arrendè a discrezione. Entrarono i Barbari, ed incominciarono a trar fuori dal Forte i vinti, i quali già si credevano di esser menati ad una certa morte. Ma infastiditi dall'impaccio e dalla lunghezza delle particolari morti si ravvisarono di stivargli, uomini, donne, vecchi e fanciulli alla mescolata dentro le case e le baracche, alle quali posto il fuoco, gli arsero dentro tutti, dilettandosi essi nell'udire le compassionevoli grida di tanta moltitudine di morenti.

Rimaneva in poter dei Viominesi il Forte Wilkesborough. Sopraggiungevano i vincitori, e quei di dentro, sperando di trovar mercè, si arrendettero senza resistenza alcuna ed a discrezione. Ma se la resistenza irritava quegli uomini feroci, o piuttosto quelle fiere avide del sangue umano, la cessione non gli disasprava. La rabbia loro si esercitò principalmente contro i soldati del presidio, i quali eran piuttosto stradieri da confini, che stanziali o milizie. Tutti gli ammazzarono con inudita barbarie, e con nuovi ed inusitati martorj. Gli altri, uomini, donne e fanciulli, i quali non parevan loro meritare una speciale attenzione, arsero, come quegli altri, nelle case e nelle baracche, tutti comprendendo in un universale incendio.

Prese le Fortezze, ivano i Barbari alla sicura disterminando la contrada. Adoperavano il ferro, il fuoco, ogni stromento di distruzione. Le messi e le ricolte, l'une e l'altre abbondantissime, ardevano. Le case, gli arredi, le masserizie, preziosi frutti e cari dell'umana industria e della civile società, si guastavano, come più veniva a grado, o come meglio sapevano studiarsi i distruggitori. Ma eglino spietati e snaturati, com'erano, non si ristavano ai volti umani; anzi contro le bestie stesse rivolgevano il furor loro. Tagliate le lingue ai cavalli, alle pecore, ed ai boccini gli lasciarono poscia andar vagando per quelli testè sì pieni e lieti, ed ora distrutti pascoli, contenti al veder prima i tormenti loro, che la morte.

Noi siamo stati lungamente in forse, se raccontare dovessimo i particolari esempj della barbarica crudeltà; imperciocchè solo nel rammentargli ci sentivamo raccapricciare. Ma considerato, che forse se ne potrebbero i buoni Principi ritrarre dalle guerre, ed i cittadini dalle civili discordie, non abbiam voluto, che la memoria di quelli a queste nostre storie mancasse. Essendo il capitano Bedlock stato spogliato nudo, gli si piantarono nel corpo suo fuscelletti di pino, poscia posto sopra una catasta di rami del medesimo albero, datovi il fuoco, fu arso vivo miserabilmente. I capitani Ranson e Durgee furon gettati anch'essi viventi nelle fiamme. I Tori non che non eguagliassero, forse superavano la crudeltà dei selvaggi. Uno fra gli altri, la cui madre si era ad un secondo marito sposata, e questa, ed il padrigno, e le sue proprie sorelle ed i bambini loro ammazzò. Un altro uccise colle sue mani stesse il proprio padre, e tutta la sua famiglia disterminò. Un terzo si bruttò le mani nel sangue dei fratelli suoi, delle sorelle, del cognato e dello suocero. Queste furono una parte delle dispietanze usate dai selvaggi, e dai fuorusciti nell'eccidio di Viomino. Altre, se possibil sia, più orribili, passiamo sotto silenzio.

Nè meno lamentevole era la condizione di coloro, la più parte donne e fanciulli, i quali avanzati a tanto sterminio, si eran rifuggiti nelle selve in quell'ore, in cui i Barbari infuriavano contro i mariti e padri loro. Dispersi e vaganti per le foreste, dove il caso o la paura gli guidava, senza cognizione de' luoghi, senza vestimenta, senza vettovaglie, ogni estremo di miseria dovettero sopportare. Parecchie partorirono fra boschi, troppo lontani dai luoghi abitati, perchè potessero sperar soccorso. Le più forti di mente e di corpo scamparono; le altre perirono; ed i corpi loro e quei delle innocenti creature diventarono preda alle crudeli fiere. In cotal modo fu ad un totale subbissamento condotta la più fiorente colonia, che allora in America si ritrovasse.

La distruzione di Viomino, e le crudeltà che l'accompagnarono, riempirono d'orrore, di sdegno e di compassione gli Americani tutti; e si proponevano bene tra loro medesimi di volerne fare un dì un'adeguata vendetta. Ma di ciò nelle presenti occorrenze della guerra avevano meglio il desiderio, che la facoltà. Tuttavia furon fatte quest'anno alcune spedizioni contro gli Indiani, le quali se non riuscirono di molto momento alla somma delle cose, furono però molto memorabili per la prudenza, e per l'ardimento, co' quali furono eseguite. Partì dalla Virginia il colonnello Clarke accompagnato da una forte schiera per recarsi contro le colonie poste dai Canadesi sulle superiori rive del Mississipì nella contrada degl'Illinesi. Intendeva Clarke di opprimere con un improvviso impeto fino nei più reconditi ridotti e serragli loro questa gente impronta e crudele. Costeggiata prima la Monongahela, poscia l'Ojo, si volse a tramontana per alla volta di Kaskakias, capitale villata di que' stabilimenti. I repubblicani giunti in quel luogo, ed entrati dentro quasi senza resistenza niuna, essendo i terrazzani occupati dal sonno, se ne fecero padroni. Poscia cavalcarono il paese vicino, e ridussero a divozione altre terre. Gli abitanti spaventati correvano a giurar obbedienza agli Stati Uniti. Di là poi si volse Clarke contro altri Barbari più vicini, e penetrando nei più segreti ricettacoli e caverne loro, tutto pose a fuoco ed a sangue. Così sperimentarono i selvaggi nelle proprie case quei mali, che avevano portati nelle altrui. Il che operò di modo, che per l'avvenire diventarono timidi all'assaltare, e gli Americani animosi al difendersi.

Un'altra spedizione somigliante a questa fu qualche mese dopo intrapresa da un altro colonnello Bluter contro i Tori e gl'Indiani abitatori delle rive della Susquehanna, quegli stessi, ch'erano stati gli autori dell'eccidio di Viomino. Arse e distrusse parecchie villate, ed i ricetti degli odiati Tori. Le messi, le ricolte, le case, i mulini, tutto fu guasto e sperperato. Gli abitatori, avuti gli avvisi per tempo, si eran recati in salvo, e di ciò molto bene glien incolse loro; poichè sarebbero stati pagati a misura di carbone del macello di Viomino. Compitasi dagli Americani la bisogna, se ne tornarono sani e salvi a' luoghi loro, non senza però aver sopportati infiniti disagi e pericoli. In questo modo si terminò quest'anno la guerra indiana.

Nè solo erano gli Americani assaliti da fronte dagl'Inglesi, ed in sospetto da tergo per gl'Indiani e fuorusciti, ma ancora davan loro non poca noia gli scontenti di dentro. Fra questi, più vivi degli altri si dimostravano i Quaccheri, i quali, quantunque da principio abbracciato avessero, o paruto abbracciare il partito della rivoluzione, e che anche a' presenti tempi si annoverassero fra di essi alcuni de' più cospicui libertini del paese, quali erano per cagion d'esempio i generali Greene, e Mifflin, ciò nondimeno la maggior parte parteggiavano per l'Inghilterra, o sia perchè fosse loro venuta a noia la lunga guerra; o che avessero voluto solamente la emendazione delle leggi, non la independenza, o che creduto avessero, che dopo la conquista di Filadelfia fossero del tutto le cose americane spacciate, ed intendessero, colla sottomessione dimostrata a buon'ora, placare il vincitore, e nella futura signoria britannica procurare a sè quei vantaggi, che ai più ostinati negati sarebbero. Quindi è, che servivano di spie, di guide, di rapportatori agl'Inglesi molto volentieri. Alcuni di loro, siccome già abbiam narrato, erano stati confinati in paesi strani, altri sostenuti nelle prigioni. Di parecchj furon prese a Filadelfia le dovute pene, siccome di quelli, che furon convinti di aver insidiato alla libertà coll'aver avuto intendimento col nemico. Speravano i repubblicani con questi esempj fare star fermi tutti quelli, che sentivano diversamente. Ma però l'opera di questi scontenti poco importava alla somma delle cose; perciocchè l'ardire aperto ed il consenso degli uni grandemente prevalevano alle arti ed alle segrete macchinazioni degli altri.

In questo mezzo tempo il marchese De La-Fayette desiderando di servire al proprio Re nella guerra, ch'ei non dubitava, fosse anche per esercitarsi in Europa, e sperando oltreacciò di avanzar colle rappresentazioni, ed esortazioni sue la causa di quegli Stati presso il governo di Francia, chiedeva al congresso licenza di potersene ritornar in Europa. Washington dal quale il marchese era grandemente amato, e considerando eziandio, di quanta importanza fosse il nome di lui, avrebbe desiderato, che gli si concedesse solamente un temporale congedo; ma non già, che cessasse dagli stipendj, e di ciò scrisse al congresso. Abbracciò questi molto volentieri il partito posto da Washington, ed inoltre scrisse a La-Fayette, immortali grazie rendendogli dello zelo, col quale si era mosso a salute ed a pro dell'America, e dei servigj da lui renduti a quegli Stati in tante occorrenze. Ordinò ancora al dottor Franklin, lo presentasse con una spada figurata con quegl'intagli, che meglio potessero le azioni sue ricordare. Raccomandavalo finalmente molto al Re Cristianissimo. Pigliò il marchese commiato dal congresso, e partissi, per ritornarvi però a tempo opportuno, dall'America nell'entrare del seguente anno. Giunto in Francia fu veduto con allegra fronte dal Re e dai popoli. Franklin gli presentò la spada istoriata. Eranvi intagliate le battaglie ed i fatti egregi del giovine francese. V'era egli scolpito in atto di ferire il lione britannico. Riceveva in questo un ramo d'alloro per le mani dell'America sciolta dalle sue catene. L'America stessa era raffigurata per mezzo di una luna crescente con questo molto: _crescam, ut prosim_. Dall'altro lato si leggevano queste parole: _Cur non?_ le quali erano la divisa, ch'egli aveva portato, partendo di Francia. Questo fu dono di mirabile artifizio, e di grata ricordanza al valoroso aiutatore dell'America.

Intanto continuava D'Estaing a stanziare nel porto di Boston, dove attendeva a vettovagliar la sua armata. La quale cosa gli sarebbe con difficoltà venuta fatta per la scarsezza delle biade, in cui si trovavano le province settentrionali; perciocchè era stato interrotto dalla guerra il commercio colle meridionali, che ne abbondavano, se non che le navi predate dagli arditi armatori della Nuova-Inghilterra furono in sì gran numero, che non che si fornisse copiosamente la flotta, gli abitatori tutti del Massacciusset e del Connecticut ne provarono infinito giovamento. L'ammiraglio Byron non sì tosto fu arrivato alla Nuova-Jork, che attese diligentemente a racconciar le sue navi per farle leste al mareggiare. Finalmente avendo ogni cosa in pronto, sciolte le ancore, se ne iva a Boston per ivi osservare gli andamenti di D'Estaing. Ma quella stessa fortuna, che lo aveva accompagnato dall'Inghilterra sino nell'America, si manifestò di nuovo contro di lui in quelle spiagge. Levatasi una furiosa burrasca, venne sospinto in alto mare, dove furono talmente rotte un'altra volta, e fracassate le sue navi, ch'ei fu costretto a porre, per rassettarsi, nel porto dell'Isola di Rodi. Colse l'ammiraglio francese la occasione, e salpò ai tre di novembre dal porto di Boston per andarsene alle Antille, dove lo chiamavano gli ordini del suo Re, e le vicende della guerra. Nel medesimo giorno, avendo gl'Inglesi conosciuto ottimamente, quali fossero i disegni di D'Estaing, e quanto deboli fossero i presidj loro nelle isole Antille di loro pertinenza, partì da Sandy-hook alla volta delle isole medesime il comandante Hotham con sei navi da guerra, le quali portavano cinquemila soldati da sbarcarsi, capitanati dal maggior-generale Grant. Lo seguitò l'ammiraglio Byron con tutta la sua armata il giorno 14 di decembre.

Quasi nel medesimo tempo partì dalla Nuova-Jork per andar alla conquista della Giorgia il colonnello Campbell con un buon nervo d'Inglesi e di lanzi. Gli faceva l'accompagnatura l'almirante Hyde-Parker con un'armatetta di navi da guerra. Così la guerra dopo d'aver lungo tempo incrudelito nelle province settentrionali e mezzane, si trasportava tutto ad un tratto nelle vicine isole, e nelle meridionali province della Lega.

FINE DEL LIBRO DECIMO

LIBRO UNDECIMO

[1778]

Non erano ancora D'Estaing ed Hotham arrivati alle Antille, che il comandante inglese Evans s'era recato sopra le due isole di San Pietro e di Michelone, l'una e l'altra molto opportune alle pescagioni di Terra-Nuova, le quali per esser poco o nulla difese, ottenne facilmente. Quivi egli, come se spegner volesse in quei luoghi tutti i vestigi della signoria francese, con barbarici modi procedendo distrusse e guastò i fondachi e le baracche, che stat'erano costrutte ad uso delle pescagioni, rovinò gli edifizj, e rimandonne tutti gli abitatori, che sommavano coi presidj a duemila persone, in Europa.

Di questa perdita assai bene si ristorarono i Francesi coll'impadronirsi, come fecero poco dopo, dell'isola Domenicana, la quale essendo posta tra la Guadaluppa e la Martinica, era in quelle spiagge di somma importanza alle future operazioni della guerra. Di ciò si era benissimo accorto il governo inglese, il quale l'aveva diligentemente affortificata e munita di grosse e copiose artiglierie. Ma nè il presidio, nè la quantità delle munizioni corrispondevano a tanto apparato, ed all'importanza del sito. I magazzini pubblici vi si trovavano pressochè vuoti, e la guernigione se arrivava, certo non passava cinquecento soldati, la maggior parte milizie. Avevano molto per tempo gli oppositori del Parlamento britannico ed i mercatanti di Londra gravi querele mosse, perchè si lasciassero spogliate di più sicuri presidj, e quasi esposte all'appetito de' nemici le isole delle Indie occidentali. Ma tutto fu nulla, ossiachè i ministri per la guerra americana non abbian voluto, o che non abbian potuto convenientemente presidiarle. I Francesi per lo contrario stavano molto forti nelle loro, ed apparecchiati non che a difendersi, ad offendere. Aggiungasi, che furono questi i primi a ricever le novelle della rottura della guerra in Europa; perchè le fregate inglesi, che stat'erano mandate per annunziarla, eran venute in poter dei Francesi sulle coste di San Domingo, dimodochè la prima notizia, che ne pervenne all'ammiraglio Barrington, il quale con due navi di alto bordo e due fregate stanziava alle Barbade, si fu per mezzo del manifesto di guerra stato pubblicato alla Martinica dal marchese di Bouillé, che n'era governatore. La cattura poi delle fregate aveva avvertito Barrington e tutti gli altri Capi inglesi in quelle parti, che la guerra non solo era chiarita, ma ancora incominciata. Stava questo ammiraglio molto sospeso di quello ch'egli avesse a farsi; perciocchè non che ricevuto avesse novelli ordini, teneva tuttavia gli antichi, pei quali gli era stato commesso, continuasse nella stazione delle Barbade. Il marchese di Bouillé, uomo attivo, e che gli bastava la vista, volendo giovarsi dell'incertezza e della debolezza degl'Inglesi, si determinò a dar cominciamento alla guerra con una rilevata fazione. Imbarcatosi con due migliaia di soldati da porre in terra a bordo di diciotto navi da carico, e scortato dalle fregate la Tortore, la Diligente e l'Anfitrite arrivò sopra l'isola Domenica il giorno sette di settembre in sul far del dì. Sbarcava con tutte le genti. Il signor Fontaneau, protetto anche dalla fregata la Diligente, corse contro il Forte Cachacrou, e senza fatica se ne impadronì. Traevano gagliardamente gl'Inglesi dal Forte Roseau e dalla batteria di Lubiera. Ciò nondimanco il signor de la Chaise coi primi feritori del reggimento oxerrese non solo si andava avvicinando alla batteria, ma giuntovi con mirabile coraggio vi entrò dentro per le cannoniere, aggrappandosi alle gioie dei cannoni, e se ne fece padrone. In questo mezzo tempo il visconte di Damas era proceduto sulle alture, le quali stanno a sopraccapo al Forte Roseau, ed il marchese di Bouillé col grosso delle sue genti era entrato nei sobborghi. Fulminava parimente contro il Forte la fregata la Tortore. Tuttavia si difendevano gl'Inglesi valorosamente. Ma finalmente, essendo così pochi contro tanti, e vedendo i Francesi pronti a dar la scalata, Stuart, ch'era il castellano, chiesti i patti, si arrendè. Il marchese, o sia che volesse colla clemenza adescar i governatori delle altre isole inglesi, che intendeva di assalire, ad arrendersi anch'essi più facilmente, o che temesse di Barrington, ch'era vicino, ovvero che tale fosse, come si dee credere, la sua natura volta alla generosità, concedette termini molto onorevoli allo Stuart. Uscissero con tutti gli onori della guerra, ritenessero le armi, fossero salve le antiche leggi ed ordinamenti dell'isola, la quale se al fine della guerra avesse a rimanere in potestà della Francia, potessero ad elezione loro gli abitatori la maniera del reggimento francese accettare, o la propria ritenere. Fosse loro lecito ancora in tal caso andarsen essi, e tutte le robe loro trasportare, dove meglio volessero o piacesse loro; quelli che rimanessero, non avessero ad avere verso il Re di Francia maggiori obbligazioni, di quanto verso quello della Gran-Brettagna si avessero. Trovarono i Francesi in quei differenti Forti da centosessantaquattro pezzi di grosse artiglierie con ventiquattro bombarde ed una certa quantità di munizioni da guerra. I legni da corseggiare, che si trovavano nei porti dell'isola, furon tutti o guasti o presi; furon le case e le robe preservate dal sacco; e le persone dall'insolenza della soldatesca con immortale gloria del vincitore. Concedette a' suoi, perchè non fossero scontenti, un caposoldo. Dopo breve posata, lasciati nella Domenica quindici centinaia di soldati di presidio, e creato il marchese Duchilleau governatore, se ne tornò Bouillé alla Martinica. Ma se fu memorabile e degna di eterna lode la continenza e la generosità sua, non fu minore la sfrenatezza e la inumanità del Duchilleau, il quale ogni cosa comportava a' suoi soldati, e tutte quelle stranezze usò ai Domenicani ch'esercitar si sogliono dai superbi ed insolenti vincitori contro i vinti. Tanto possono nei mortali o una sfrenata natura, od i rancori o gli odj nazionali. Nè furono quegl'isolani liberati dall'imperio insolente di Duchilleau, se non quando fu fermata la pace tra i due Stati.

Non così tosto ebbe l'ammiraglio Barrington ricevuto gli avvisi dell'invasione della Domenica, che prevalendo nell'animo suo la gravità del fatto alle commissioni che teneva, partì incontanente per andar colla sua armatetta a soccorrerla, e sturbar, se ancor fosse in tempo, quell'acquisto al nemico. Ma arrivò quando Bouillé già si era ritirato alla sua sicura stazione della Martinica. Tuttavia la presenza sua contribuì non poco a confortare gli animi degli abitatori delle vicine isole inglesi spaventati all'improvviso caso, ed al quasi totale disarmamento, in cui allora si trovavano.

Ma queste cose non furono che il principio di quelle maggiori, che seguirono poco dopo. Erano partiti, come già abbiam narrato, lo stesso giorno il conte D'Estaing da Boston, ed il comandante Hotham da Sandy-hook per recarsi l'uno e l'altro all'isole Antille, il primo alla Martinica, ed il secondo alle Barbade. Viaggiavano le due flotte, senza che il sapessero, l'una vicino all'altra, ancorachè l'Inglese, avendo qualche sospetto, molta industria usasse per tener la sua, la quale siccome consistente in navi più picciole, era anche più numerosa, raccolta e rannodata, quanto meglio sapesse e potesse. Imperciocchè se D'Estaing avesse avuto sentore di quello ch'era, siccome molto più potente, avrebbe tostamente potuto opprimere la flotta inglese, tanto le navi da guerra, quanto quelle da carico, che in grandissimo numero portavano le genti da sbarcare, nelle quali sole consisteva la speranza di poter quelle ricche isole conservare alla Corona della Gran-Brettagna. Finalmente però una grossa folata avendo disperse le due armate, tre bastimenti inglesi diedero dentro a quella di D'Estaing, e vennero in poter suo. Avendo egli avuto per questo mezzo notizia della cosa, quantunque non potesse dar la caccia agl'Inglesi, perciocchè non aveva ancor potuto raccor le sue navi disperse qua e là dalla forza del vento, tuttavia si determinò a disviarsi dal suo cammino, ed in luogo di continuare a correre verso la Martinica, volse le prue verso Antigoa, persuadendosi che a quest'isola, e non alle Barbade s'indirigessero gl'Inglesi. Sperava di poter arrivare prima che sbarcati fossero, o riparatisi nei porti, e perciò tutta quella forza inglese sì da terra che da mare ad un tratto opprimere e conquistare. Dalla qual cosa quanto danno fossero per ricevere gl'Inglesi, nissuno nol vede. Certamente avrebbe D'Estaing dopo una tanta vittoria posto al tutto fine alla signoria inglese nelle Antille. Ma la fortuna non favorì il disegno. Gl'Inglesi continuando tuttavia di camminare alla volta delle Barbade, vi arrivarono felicemente il giorno dieci di decembre, dove Hotham si accozzò con Barrington, che già vi era ritornato. D'Estaing pervenuto con grandissima celerità nelle acque di Antigoa, vi si andò volteggiando per alquanti dì, ed in fine non vedendo comparire l'inimico, e riputando avesse posto altrove, si volse, ed arrivò alla Martinica.

I capitani inglesi in niun modo sospettando di aver vicino un sì possente nemico si risolvettero senza sovrastamento alcuno ad assaltar l'isola di Santa Lucia, la quale, siccome forte per natura e per arte, e posta tra la Martinica e la Domenica, era di non poco momento alle operazioni della guerra. Posti adunque sopra le navi da quattro migliaia di soldati valentissimi, si condusse l'ammiraglio Barrington dalla Barbada a Santa Lucia, dove arrivò il giorno tredici decembre. Il generale Meadows sbarcato con una buona presa di genti iva tostamente per occupare i poggi, che sovrastano alla settentrionale riva di quella cala, che i Francesi chiamano il _Grand-Cul-de-Sac_. Stava alla difesa di quelli il cavaliere di Micou, comandante dell'isola, con alcuni pochi stanziali, e colle milizie del paese, che con alcune artiglierie molto noiavano e lo sbarcar degl'Inglesi, ed il proceder loro verso i poggi. Micou, fatta una valorosa resistenza, non potendo con sì poche forze reggere, cedè il luogo, ritirandosi alla città capitale, che chiamano _Morne-Fortune_. Sottentravano gl'Inglesi, e s'impadronirono dei poggi. Nel medesimo tempo il generale Prescott era sbarcato con cinque reggimenti, ed aveva occupato tutti i luoghi circonvicini alla cala. L'indomani mattina Meadows co' suoi, ch'erano la vanguardia, guidando Prescott la dietroguardia, marciava contro la città di Morne-Fortune, nella quale entrò, superata dal superior numero degl'Inglesi, la resistenza del Micou. Si ritirò questi più in su a luoghi più aspri e difficili, muniti però d'artiglierie. Prescott intanto con mirabile prudenza assicurava e forniva d'artiglieria e di soldati tutti i luoghi abbandonati dal nemico. Ma Meadows non contento a questo, e desiderando di rendersi padrone anche della cala del Carenaggio, che giace più in là a tramontana a tre miglia dal Grand-Cul-de-Sac; perciocchè in essa avrebbono i soccorsi francesi potuto sbarcare, e ferir da fianco gli Inglesi, sprezzata la difficoltà de' luoghi, e l'ardore cocente del sole, andò a piantarsi sul posto detto della Vergine, il quale è situato sulla settentrionale riva della cala del Carenaggio, e ne signoreggia intieramente la bocca. Altri pigliarono luogo sull'austral punta di questa, e vi piantavano le artiglierie. Il generale Calder poi colle restanti genti andava a porsi sull'austral riva del Grand-Cul-de-Sac, dimodochè da questa sino alla settentrionale spiaggia del Carenaggio tutti i posti furono in poter degl'Inglesi ridotti. La flotta di Barrington stanziava nel Grand-Cul-de-Sac, le navi da guerra alla bocca, e quelle da carico dentro. Il cavaliere di Micou teneva tuttavia un Forte munitissimo posto sulle montagne.

Erano le cose in questo stato, già tenendo gl'Inglesi quasi l'intiera vittoria in mano, e nissun'altra speranza avendo i Francesi, che nel pronto soccorso di D'Estaing, quando comparì questi improvvisamente in cospetto dell'isola con tutta la sua armata, accompagnata da una moltitudine di fregate, di corsali, e di legni da carico, che portavano da nove migliaia di soldati. Aveva egli ricevuto subito avviso dell'assalto dato dagl'Inglesi a Santa Lucia. Del che si era mostrato assai contento; perciocchè se gli scopriva la occasione di affliggere con una compiuta vittoria, e con poco rischio, essendo molto avvantaggiato di forze, tutta la potenza britannica nelle Antille. Per la qual cosa non aveva posto tempo in mezzo all'imbarcarsi, e correre contro il nemico, che non l'aspettava. E per verità, se fosse arrivato sopra Santa Lucia ventiquattro ore prima, gli veniva tosto fatto il disegno. Ma, e già gl'Inglesi s'eran fatti padroni dei posti principali, ed affortificativisi; ed essendo l'ora tarda, quando arrivò, fu obbligato ad indugiar la batterìa sino all'indomani. Intanto la notte l'ammiraglio Barrington con grand'animo, e con non minor industria si apparecchiava contro il futuro e molto pericoloso assalto. Le navi da carico e tutti gl'impedimenti rimuoveva all'indentro del Grand-Cul-de-Sac, e le navi da guerra disponeva in modo alla bocca, che potessero più vantaggiosamente, che possibil fosse, reggere contro l'impeto del nemico, ed impedirgli d'entrar dentro la cala. Aveva seco il vascello detto il Principe di Cornovaglia di 74 cannoni, il Boyne di 70, il Sant'Albano ed il Nonpari di 64, il Centurione e l'Iside di 50 con tre fregate.

Il conte d'Estaing, non credendo, che la cala del Carenaggio già fosse venuta in poter del nemico, si volse la mattina dei 15 a quella per entrarvi, proponendosi quindi di recarsi per la via di terra contro il fianco destro degl'Inglesi, i quali, secondochè si era assicurato cogli occhi suoi proprj, occupavano il Grand-Cul-de-Sac. Ma non sì tosto fu pervenuto alla bocca del Carenaggio, che le artiglierie inglesi poste sulle due punte trassero furiosamente non senza grave danno delle sue navi, massime della capitana la Linguadocca. Da ciò fatto certo l'ammiraglio francese, che non v'era modo alcuno di poter entrar da quella parte, si difilò con dieci navi delle più grosse contro Barrington con evidente disegno di sforzar il passo, ed entrar nella cala; il che stato sarebbe l'ultima rovina degl'Inglesi. Si attaccava una battaglia molto aspra, nella quale sostennero questi con inestimabile valore, protetti anco dalle batterie di terra, la carica di un nemico ad ogni modo sì superiore. D'Estaing si tirava indietro; poscia verso la sera rinnovava la battaglia con dodici navi, più feroce che prima, dirigendo di maniera i colpi delle sue artiglierie, che andassero principalmente a ferire contro il sinistro corno dell'armata inglese. Ma nè questo consiglio, nè l'aggiunta delle nuove navi, nè il valore e la perizia singolari, che dimostrarono i suoi, poterono tanto operare, che si rompesse la fila delle navi inglesi. Continuaron queste a difendersi con tanta costanza, che D'Estaing non potè farvi dentro impressione di sorta alcuna, e fu obbligato a ritirarsi non senza qualche disordine, e notabil danno delle sue navi. In tale modo acquistò Barrington a sè stesso una gloria immortale, e confermò alla patria sua la possessione di una isola, la quale, venuta in poter suo non più di ventiquattr'ore prima, aveva corso un vicinissimo pericolo di ritornarne tosto sotto il dominio del suo antico padrone.

Ma D'Estaing avendo veduto, che gli assalti dati coll'armi di mare gli eran successi infelicemente, si volse a quelle di terra, delle quali anche molto abbondava. Per la qual cosa la notte dei sedici, e la mattina del giorno seguente sbarcò le sue genti a Choc-baye, piccolo seno di mare, che si trova tra il Carenaggio ed il Gros-islet. Intendeva di assaltar Meadows, il quale con tredici centinaia di soldati stava accampato nella penisola della Vergine posta tra la cala del Carenaggio ed il seno di mare sopraddetto. Aveva molta speranza di poterlo opprimere e tagliar fuori del tutto dai compagni, sia per la difficoltà dei luoghi, pei quali questi avrebbero dovuto passare per soccorrerlo, sia perchè aveva disegnato di far le viste di voler scendere a terra anche negli altri luoghi; il che avrebbe, dando loro diversi riguardi, tenuti sospesi e fermi nei posti loro gl'Inglesi. E come aveva divisato, così eseguì. Spuntava dal Choc-baye contro la penisola della Vergine con cinque migliaia di soldati scelti, ed andava ad assaltar gli alloggiamenti di Meadows posti a traverso della medesima penisola. Aveva diviso le sue genti in tre schiere, la dritta guidata da lui medesimo, la mezzana dal signor di Lovendal, e la stanca dal marchese di Bouillé. Muovevansi da prima i Francesi con mirabil ordine, sinchè già avvicinatisi, erano grandemente noiati per l'iniquità del sito, in cui si trovavano, da fianco dalle artiglierie del Morne-Fortune, che Micou nell'abbandonarle non aveva fatto chiodare. Ciò nonostante procedevano innanzi, e con una furia incredibile assaltarono gli alloggiamenti del nemico. Ricevettero gli Inglesi l'urto loro con eguale costanza, e lasciatigli approssimare, scaricati una sol volta gli archibusi, si avventaron contro con le baionette. Avevano i tiri degl'Inglesi fatto un terribil danno, e molto diradate le file dei Francesi. Tuttavia questi sostenevano la battaglia con incredibile valore, e non che cedessero, sempre più si avvicinavano agli alloggiamenti. Che anzi da settanta di loro già vi erano saltati dentro, ed aspramente vi menavano le mani. Ma gl'Inglesi fatto un estremo sforzo, gli risospinsero. I primi entrati furono morti tutti. I Francesi, raccolto fiato, e pigliati di nuovo gli ordini, ritornarono più feroci che prima alla battaglia. Gli ricevevano gl'Inglesi colla medesima ostinazione e fermezza. Una seconda volta gli ributtavano. Ma D'Estaing avvolontato di combattere, ed avendola presa in pruova, e non potendo comportare, che una presa di sì poca gente sgarassero i suoi, uomini tutti valorosissimi e numerosi, ordinò, gissero ad un terzo assalto. L'obbedirono prontamente. Ma questa fiata fecero debole prova; imperciocchè stracchi ed assottigliati nei due primi affronti, dopo leggier conflitto si ritirarono. Lasciarono i morti loro ed i feriti in poter dei vincitori. Fatto però tosto un accordo, i primi furon lasciati sotterrare, ed i secondi ritirare; avendo D'Estaing dato la fede sua, che sarebbero compresi nel numero dei prigionieri. Comportossi in questo fatto Meadows da quell'uomo prudente e valoroso ch'egli era; e comechè fosse ferito dal bel principio, mai non vi fu modo, che abbandonar volesse il campo di battaglia. Fu assai grave la perdita dei Francesi. Ebbero da quattrocento morti, cinquecento sì sconciamente feriti, che diventarono inabili al servire. Cinquecento altri furon feriti leggiermente. La perdita degl'Inglesi, avendo essi combattuto da luogo sicuro, fu di poco conto.

Lasciò D'Estaing ancora, per alcuni giorni dopo la battaglia, le sue genti a terra, ed egli coll'armata andava bordeggiando a veduta dell'isola, sperando forse, che qualche nuova occasione gli si offerisse di far maggior frutto. Ma finalmente la notte dei 29, imbarcati di nuovo tutti i suoi, se ne tornò al Forte Reale della Martinica, deposto il pensiero delle cose di San Vincenzo e della Grenada, le quali isole aveva avuto in animo di assaltare. Il giorno seguente De Micou con cento uomini di presidio pattuì. Le condizioni furon molto onorevoli. Uscissero con tutti gli onori della guerra, serbassero le bagaglie, ma non le armi; gli abitanti, e specialmente i parrochi, fossero protetti nelle robe e persone loro, e nella religione. Pagassero al Re della Gran-Brettagna le medesime tasse, e non più, che al Re Cristianissimo erano soliti di pagare; non potessero venir obbligati a portar le armi contro il Re di Francia. Trovarono gl'Inglesi cinquantanove cannoni, molta archibuserìa con un'insigne quantità di munizioni da bocca. In cotal modo venne in poter dell'Inghilterra l'Isola di Santa Lucia. Fu questo agl'Inglesi un acquisto di molta importanza. Oltrechè quivi fecero poi il capo grosso di tutte le forze loro navali delle Antille, e la riposta di tutte le armi e munizioni, potevano spiar da vicino, e senza pericolo gli andamenti dei Francesi dentro la cala del Forte Reale della Martinica, ed intraprendere i rinforzi e le conserve, che pel canale di Santa Lucia a quella si avviavano. Infatti e molto la fortificarono, e sempre vi mantennero gagliardi presidj, non senza però gravissimo danno loro per l'insalubrità di quel clima.

Pochi giorni dopo la ritirata di D'Estaing, arrivò in quelle spiagge con nove vascelli l'ammiraglio Byron, e diè fondo a Santa Lucia. Ne seguitava quasi come una tacita tregua tra le due parti, prevalendo dall'un canto troppo gl'Inglesi d'armi navali, i Francesi dall'altro delle terrestri. Questa sospensione, la quale durò ben cinque mesi, non fu rotta, se non quando già si era congiunto coll'armata del Byron quella del comandante Rowley, ed all'armata di D'Estaing quella di La-Motte-Piquet e del conte di Grasse, partita l'una e l'altra dall'Europa sul finir del presente anno, o nell'entrar del seguente per alla stazione delle Antille; perciocchè avevano ambidue i governi conosciuto di quanta importanza fosse lo esser forte in sugli apparati marittimi in mezzo a quelle isole molto ricche, le une alle altre vicine, e tra di loro le nemiche frammescolate.

Tornando ora alle cose che si facevano sulla terra-ferma americana, è da rammentare, che i ministri, ed i capitani britannici si eran risoluti ad assalire con grandissimo sforzo di guerra le parti meridionali della Lega. Al qual partito accostati si erano, non solo perchè speravano, credendo eglino, che i popoli generalmente di quel nuovo Stato non si contentassero, e fosse diventato loro molto grave l'imperio dei libertini, colle spalle dei leali farle rivoltare all'obbedienza del Re, ma ancora per molte altre, e tutte assai gagliarde ragioni. Sono le province meridionali, e massimamente la Giorgia e la Carolina abbondanti di feraci terre, le quali producono in gran copia le biade, e soprattutto il riso tanto utile alle armate sì da terra, che da mare. Del quale tanto maggiore bisogno si aveva, che queste si trovavano sì gran tratto lontane dai luoghi, da cui potevan esse, e dovevano trarre i viveri necessarj al loro logorare. Conciossiachè le province americane, che sin là erano venute in poter degl'Inglesi, non potevano una quantità sufficiente somministrarne; ed era loro mestiero far venire il rimanente dalla lontana Europa; cosa molto incerta in sè stessa per l'instabilità del mare, e pericolosa per l'ardimento dei corsari americani, i quali spesso le navi, che portavan le vettovaglie, intraprendevano. Nè è da passarsi sotto silenzio, che il riso della Giorgia e della Carolina Meridionale serviva ad alimentar le flotte francesi ed i soldati, che stavano in presidio nelle isole di loro pertinenza. E non solamente i proventi dell'agricoltura giorgiana e caroliniana, la quale per la quiete non mai quasi interrotta, della quale avevano gli anni addietro queste due province goduto, era fioritissima, i nominati vantaggi arrecavano agli alleati; ma ancora portati essendo in Europa, servivano molto convenevolmente di materia ai commercio degli Americani in questa contrada, e gli abilitavano a far gli scambj per quelle cose che ne traevano, necessarie ed agli usi della guerra, ed a quei della pace. Considerarono oltreacciò gl'Inglesi, che siccome la Giorgia confina colla Florida orientale, così era questa non di rado vessata dalle armi del congresso; e prevedevano benissimo che non si sarebbe posto fine alle correrìe loro, ed assicurata la quiete in quella provincia, se non quando le armi britanniche cacciato avessero dalla Giorgia e dalle Caroline le americane. Non dubitavano poi, che la conquista della prima riducesse prontamente in loro arbitrio anche le cose delle seconde; e particolarmente molte speranze collocavano nella possessione di Charlestown, città grossa, ricca e di molta importanza per l'opportunità del sito e del porto. Tutti questi vantaggi speravano di acquistar gl'Inglesi, se avessero cacciato gli avversarj dalle province meridionali, e, levatele dall'obbedienza del congresso, sotto la propria ridotte le avessero.

Per le quali cose tutte, e non potendosi per la stagione, che allora correva molto rigorosa, altre fazioni tentare nelle province montagnose poste a tramontana, aveva Clinton, siccome nel libro precedente abbiam narrato, inviato alla volta della Giorgia forza di navi passeggiere, scortate dalle navi da guerra di Hyde-Parker, le quali portavano da duemila e cinquecento soldati parte inglesi, parte essiani, e parte bande di leali e fuorusciti. Col favore di questi ultimi, e degli amici ed aderenti loro, sperava di poter entrar facilmente in quella provincia. Obbedivano tutte queste genti agli ordini del colonnello Campbell valoroso, e molto esperto capitano di guerra. Nel medesimo tempo aveva Clinton commesso al generale Prevost, il quale comandava alle Floride, che, raccolte tutte quelle genti, che per la difesa di quelle province necessarie non fossero, marciasse anch'esso contro la Giorgia, dimodochè essa fosse assalita da fronte per la via del mare da Campbell, e da fianco sulle sponde del fiume Savanna da Prevost. Ordinatosi in tal modo dagl'Inglesi il disegno della conquista della Giorgia, la quale giudicavano aver ad essere scala a quella delle due Caroline, arrivarono sul finir di decembre Campbell e Hyde-Parker all'isola di Tybee situata presso le bocche del fiume sopraddetto. Le navi da carico non penaron molto a trapassar lo scanno, e ad entrar nel fiume. Seguivano pochi giorni dopo quelle da guerra, sicchè tutta la flotta addì venzette si trovò sorta nelle acque di quello, e pronta a far i comandamenti dei capitani per l'invasion della provincia. Ignorando questi, quali fossero le forze, i provvedimenti, e le intenzioni dei repubblicani, fecero dar una scorribanda per le vicine rive e spiagge da alcuni fanti leggieri, dai quali presi due Giorgiani, s'intese da loro, non essersi avuta nella provincia contezza alcuna del disegno dei regj, niuna nuova difesa essersi apparecchiata, le batterie che proteggevano i fiumi rovinate, le galere starsene a mala guardia, e sì fattamente poste da poter essere facilmente intraprese. Si ricavò ancora essere debole il presidio di Savanna, città capitale della provincia; ma però aspettarvisi di breve i rinforzi. Avute queste notizie, non metteva l'Inglese verun tempo in mezzo per incominciar l'impresa. Le due rive del fiume Savanna, partendo dall'isola di Tybee prossimana alla sua foce per un buon pezzo all'insù, non essendo altro che un continuo tratto di maresi, pei quali scorrono lentamente lo due fiumane di Sant'Agostino e di Tybee, non offeriscono nissun luogo, che servir possa di porto per isbarcare. Quindi furon costretti gl'Inglesi di salir più in su per irsene a dar in terra al solito luogo dello sbarco, dal quale ha principio un dicco molto stretto, che conduce poscia alla città. Questo luogo, siccome molto difficile per sè stesso, avrebbero gli Americani potuto difendere agevolmente. Ma parte perchè la cosa era riuscita loro improvvisa, parte perchè non avevano forze sufficienti, non se ne avvisarono. Gl'Inglesi, senza ostacolo veruno incontrare, sbarcarono, i fanti leggieri i primi, poscia quei della grave armatura. Corre il dicco sopraddetto tra mezzo una risaia paludosa, ed è fiancheggiato da ambe le parti da un fosso assai fondo. Più addentro a secento passi dal luogo dello sbarco s'incontra a capo del dicco un poggetto, sul quale è posta una magione, che chiamano la casa di Gerido. Stavanvi a guardia una banda di repubblicani. Non sì tosto ebbero i fanti leggieri, la maggior parte montanari condotti dal capitano Camerone, afferrato, che, postisi, in ordinanza, corsero, camminando sul dicco, contro quella masnada di Americani. Non mancaron questi a sè stessi, ed il nemico ricevettero con tiri molto fitti di archibuserìa, dai quali rimase morto Camerone. Ma i montanari spinti dai proprj spiriti generosi, e grandemente irritati all'uccisione del capitano, si avventarono con tanta rattezza contro la casa di Gerido, che non ebbero tempo gli altri di scaricar una seconda volta, e si posero in fuga. Sottentrarono i montanari, e s'impadronirono del poggio. Salito Campbell sopra di questo, e prospettando il paese all'intorno, discoprì l'esercito nemico posto in ordinanza davanti, ed un po' a levante di Savanna, il quale governato essendo dal maggior-generale Roberto Howe, stava aspettando l'incontro dei reali, e faceva la vista di voler gagliardamente difendere la città capitale della provincia. Consisteva esso in una grossa schiera di stanziali e di bande paesane. Era sì fattamente attelato, che le sue due ali si distendevano dentro nel paese dall'una parte e dall'altra della strada maestra, che guida a Savanna, la dritta capitanata dal colonnello Eugee, e composta di Caroliniani a dritta di quella; ed era il fianco suo verso l'aperta campagna protetto da una fitta selvosa, e dalle case di Tatnal. La stanca poi si appoggiava col suo destro fianco alla strada medesima, e col sinistro a terreni limacciosi. Erano questi la maggior parte Giorgiani comandati dal colonnello Elbert. Le due punte eran guardate ciascuna da una bocca da fuoco, ed il mezzo sullo stradone da due. A cento passi poi innanzi, laddove questo passa tra due profondi maresi, avevan fatto una tagliata, ed un buon tratto avanti questa, rotto un ponte soprapposto ad un rio anch'esso paludoso. Alle spalle finalmente erano assicurati dalla città stessa di Savanna, la quale era affossata. Il capitano inglese, lasciato prima una grossa guardia al luogo dello sbarco, ed una altra simile ad una strada vicinale, che attraversa lo stradone a fine di assicurarsi alle spalle, iva avvicinandosi al nemico, ed andava considerando del modo, che più accomodato fosse per assaltarlo nella forte positura, nella quale si trovava. Non tardò ad accorgersi dalle mosse e dall'ordinanza del nemico, che questi si aspettava e desiderava, ch'egli assalisse il corno sinistro. Per la quale cosa non lasciò indietro nissuna di quelle diligenze, che in simili occorrenze soglionsi usare dagli esperti capitani per intrattenere l'inimico nella concetta opinione. Traeva fuori sulla sua dritta una parte de' suoi, ed andava anche distendendosi verso questa medesima parte coi fanti leggieri. Si risolvette intanto ad attaccar la battaglia coll'ala dritta degli Americani. Mentre andava tra sè stesso rivolgendo le diverse maniere d'assalto che praticar si potevano, la fortuna gli condusse tra le mani un Nero, dal quale seppe, esservi un sentiero poco conosciuto, il quale a traverso di quella palude selvosa, che abbiam detto trovarsi alla destra punta dell'esercito americano, andava a riuscir loro alle spalle. Offerivasi il Nero di far la guida, e molto confortava il capitano britannico a farne impresa. Deliberatosi Campbell ad usar la occasione, che la favorevole fortuna gli parava davanti, comandò a Jacopo Baird, che coi fanti leggieri si mettesse a quella via, acciocchè girato intorno all'ala dritta degli Americani gli assaltasse poscia per di dietro là, dove meno se lo potevano aspettare. Lo faceva seguitare, acciocchè all'uopo potesse essere soccorso dai volontarj jorchesi, condotti dal colonnello Tumbull. Mentre Baird e Tumbull, guidati dal Nero, procedevano alla disegnata fazione, Campbell piantava le sue artiglierie a sinistra accanto lo stradone in modo, che non potevano esser vedute dall'inimico. Questo fece, perchè quando fosse venuto il tempo di fulminar i Caroliniani, si potessero impedire, non si avventassero contro i fanti leggieri del Baird. In questo mezzo traevano furiosamente colle artiglierie loro i repubblicani contro i regj. Questi non fiatavano. Il che avrebbe pur dovuto far sospettare gli altri di qualcosa, se stati fossero, o più esperti o meno invasati. Infine Campbell, quando si pensò, che Baird fosse pervenuto al luogo suo, diè tutto ad un tratto fuoco alle artiglierie, e mosse spacciatamente i suoi contro il nemico, che tuttavia ignorava il pericolo, in cui si trovava. Tale fu l'impeto degl'Inglesi e degli Essiani, che gli Americani, non sostenendo la carica, si volsero tostamente in fuga. I vincitori gli seguitarono. Intanto erano già i fanti leggieri del Baird, dato una giravolta, arrivati dietro le spalle dell'ala destra americana, ed attaccatisi con alcune milizie giorgiane, che stat'erano poste alla guardia dello stradone, che guida a Ogeechee, dopo breve contrasto le fugavano, e si difilavano ratti contro il grosso delle genti americane, che già erano andate in volta. Dal detto al fatto si mettevano a trabocco dentro le fila dei fuggiaschi; e se qualcheduno rimasto vi era, che serbasse tuttavia gli ordini ed il coraggio, questi coll'inaspettato e velocissimo impeto loro ebbero subitamente disordinati e disanimati. La vittoria fa compitissima. Trent'otto uffiziali, meglio di quattrocento tra sotto-ufficiali e gregarj, 48 pezzi di buone artiglierie, 13 bombarde, cento bariglioni di polvere, un Fortino con entrovi tutte le munizioni, il navilio, ch'era sorto nel fiume, una molto notabile quantità di provvisioni d'ogni sorta, e la città stessa di Savanna vennero, prima che si facesse notte, in poter dei vincitori. Degli Americani a cagione della pronta fuga loro non morirono più che cento, parte nella battaglia, parte nelle paludi, mentre si sforzavano di scampare. Fra gl'Inglesi i morti ed i feriti non arrivarono a venti. Tanto lieta fu la vittoria partorita dagli opportuni ordinamenti di Campbell. Nè minore fu la umanità sua, tanto più da lodarsi, quanto che non poteva non ricordarsi dei mali trattamenti ricevuti nelle prigioni di Boston, che fossero state la sua accortezza e la prudenza. Non solo la città di Savanna fu preservata dal sacco; ma quantunque vi entrassero i vincitori, come in una città presa d'assalto, ed alla mescolata coi fuggiaschi, nissuno di quelli, che non avevano le armi in mano, o che si arrendevano, furon posti a morte. Dal che si può argomentare, che le enormità commesse ai tempi di guerra sono meglio dalla rilassatezza o complicità dei capitani, che dal furor de' soldati da riconoscersi.

[1779]

Impadronitisi, nel modo che abbiam detto, gl'Inglesi della città di Savanna, si distesero coll'esercito per tutto il paese; poscia mandaron fuori un bando, pel quale e graziavano i disertori, ed esortavano gli amatori del nome inglese a correre alle insegne del Re, e coll'armi in mano difendere la causa sua, promettendo loro protezione e aiuto. La cosa non restò senz'effetto. Venivano in buon numero, ed i capitani britannici gli ordinavano in un reggimento di cavalleggieri. Ma i più risoluti repubblicani, preferendo l'esilio alla soggezione, si rifuggirono nella Carolina. Posero anche gl'Inglesi ogni ingegno, ed ogni arte usarono per indur i soldati repubblicani fatti cattivi a pigliar soldo nelle truppe del Re; ma in questo fecero poco o nissun frutto. Furon perciò stivati a bordo delle navi, dove e pel fetore dell'aria, e pel calore della stagione durante la state che seguì, morirono un gran numero. Gli uffiziali però furon mandati sulla fede loro a Sunbury, Terra la quale solo nella Giorgia teneva ancora pel congresso. Solo fu ritenuto, e sostenuto prigione sulle navi, in mezzo agli altri gregarj, Moisè Allen, cappellano dei Giorgiani, il quale non solo colle esortazioni sui pulpiti aveva acceso i popoli a seguir questa impresa loro, ma ancora colle armi in mano la difese egli stesso in mezzo alle battaglie, dando un mirabil esempio di fortezza e d'amor cittadino. Venutagli a noia la sua lunga e schifa cattività, gettossi un dì a capo all'ingiù nel fiume, sperando di potersi salvar a nuoto in un'isola vicina. Ma annegò con infinito rincrescimento dei popoli, i quali e le sue virtù veneravano, ed il coraggio suo grandemente desiderarono. I vinti scombuiati del tutto, varcato il fiume al passo di Zubly, si ritirarono nella Carolina. I vincitori si distendevano, e riducevano a divozione del Re la maggior parte della Giorgia, accrescendo le scolte sulle rive della Savanna per la gelosia dei nemici, che tuttavia erano padroni della Carolina.

Nel medesimo tempo il generale Prevost si era messo nella Florida orientale in punto per eseguir ciò, che stato gli era comandato da Clinton. Nel che incontrò gravissime difficoltà, sia per la stranezza de' luoghi, come per la disagevolezza delle vettovaglie. Arrivato finalmente dopo incredibile fatica nella Giorgia, pose l'assedio al Forte ed alla Terra di Sunbury. Vi eran dentro dugento soldati di presidio, i quali mostravano di volersi difendere, dimodochè l'Inglese già aveva incominciato a far le trincee. Ma poco stante, perduta ogni speranza di soccorso, si abbandonarono e diedero la Terra a discrezione. Furon trattati umanamente. Questo accadde nel tempo, in cui Campbell già si muoveva dal canto suo contro Sunbury. S'accompagnarono l'uno coll'altro congratulandosi del salvo arrivo i due eserciti, e Prevost giunto in Savanna pigliò il governo di tutte le genti regie, che venute dalla Nuova-Jork e da Sant'Agostino avevano conquistato al Re tutta la provincia della Giorgia. Avuta così lieta vittoria, andavano i Capi inglesi considerando quello che fosse a fare. Conoscevano benissimo di non esser abbastanza gagliardi per poter fare una grande impressione nella Carolina, provincia potente, molto concorde, almeno nelle parti più basse, e che aveva al governo suo uomini di ottima mente, e di non poca autorità nell'universale. Per verità l'unico e solo fine, che fin là si era proposto Clinton, quello era della conquista della Giorgia, avendo tra sè stesso deliberato di assaltar la Carolina, allorquando arrivati fossero i rinforzi, che se gli annunziavano dall'Inghilterra, e che dovevan esser tragittati dall'ammiraglio Arbuthnot. Ciò nondimeno, discorrendo molto bene di quanta importanza fosse all'esito delle future cose il recarsi sulla guerra offensiva, piuttostochè tenersi sulla difensiva, si risolvettero a far certe correrìe nella Carolina, per tener vivo in quella provincia il timore delle armi regie, e per dar animo ai leali. Per la qual cosa mandarono una buona presa di genti condotte dal maggior Gardiner a pigliar possessione dell'Isola di Porto-Reale. L'impresa non solo non riuscì, ma ebbe pessimo fine; perchè assaliti là entro aspramente da una banda di Caroliniani, ne furon cacciati di forza con perdita di molti ed uffiziali e soldati.

Venuto meno questo disegno volsero l'animo a voler far muovere coloro, i quali erano di sinistro animo contro il nome del congresso, ed abitavano in gran numero, siccome in altro luogo fu da noi raccontato, le parti diretane della Giorgia e delle due Caroline. La quale speranza era stata una delle principali cagioni, che aveva fatto intraprendere l'invasione delle meridionali province. Di cotesti leali ve n'erano di diverse maniere. Alcuni, più avventati e più nimichevoli degli altri, non solo avevano la patria loro abbandonato, ma si erano rifuggiti in mezzo agl'Indiani, e congiunti con questi facevano ai consorti loro colle solite correrìe tutto quel male, che sapevano e potevano. Altri poi se ne vivevano sfuggiaschi e solitarj ne' luoghi disabitati posti sull'estremo confine delle Caroline, aspettando, che la fortuna offerisse loro qualche buona occasione di ripatriarsi. Altri finalmente, o meno avversi, o più astuti, continuavano a dimorare in mezzo ai libertini, facendo le sembianze di essersi soggettati, e di accomodarsi al volere dei più. Deposte le armi avevan dato di mano alla zappa ed alla marra, pronti però a ripigliare quelle, ove qualche spiraglio di mutazion di cose si appresentasse. Intanto non potendo giovarsi dell'armi, usavano le arti, tenendo con molta diligenza ragguagliati gli usciti di tutto ciò, che accadeva nella contrada, e specialmente di tutti i motivi dei libertini. Queste cose non ignoravano i generali del Re; e per ciò per metter cuore ed al punto i leali, procedettero molto in su pel fiume Savanna, e pigliaron posto nella città d'Augusta. Quivi niuna cosa lasciavano intentata per adescare e piccare quelli, acciocchè corressero all'armi. Mandavan fra di loro frequenti messi, accrescevano molto colle parole le forze regie; ponevan loro innanzi gli occhi, che se essi si riunissero, diventerebbono di gran lunga superiori al nemico; facevan promesse, abbondavano in presenti; stimolavano gli animi già inviperiti colle vive rappresentazioni delle crudeltà dei libertini. Di queste opinioni empievano i Capi britannici gli amici del Re. Queste instigazioni operaron di modo, che i leali si levarono in armi, e postosi sotto la condotta del colonnello Boyd, uno dei Capi loro, scendevano a dilungo per le occidentali frontiere della Carolina per andarsi a congiungere colle genti regie. Erano i più piuttosto malandrini che soldati, gettatisi alla strada, e vogliosi del logorar dell'altrui. Devastavano perciò ogni cosa, ovunque passavano, e quello che consumar non potevano, ardevano. Già avevano tanto fatto, che, varcata la Savanna, si avvicinavano agli alloggiamenti inglesi, quando furono sopraggiunti dal colonnello Pickins, il quale guidava una grossa smannata di Caroliniani raggranellati nel distretto di Ninety-six. Dal detto al fatto si mescolarono ferocemente gli uni cogli altri combattendo con grandissima rabbia per l'ira civile, e pel timore dei mali, che i vinti avrebbero avuto a sopportare dai vincitori. Durò la battaglia per bene un'ora. Finalmente i leali si disordinarono, ed andarono in volta. Boyd restò ucciso sul campo. Tutti furono dispersi. Molti vennero in poter dei vincitori. Settanta furono sentenziati a morte; però solo cinque furono giustiziati. Questo successo fermò le cose della Giorgia, le quali già erano in manifesto movimento contro il congresso; frenò del tutto le correrìe dei leali, e diè luogo ai libertini di potere con maggiore sicurezza attendere ai preparamenti da farsi contro le armi regie. Dal medesimo ne nacque ancora, che gl'Inglesi, abbandonata Augusta, si ritirarono più ingiù, restringendosi tutti nelle vicinanze di Savanna.

A questo partito tanto più volontieri si appigliarono i regj, in quanto che il generale Lincoln, creato dal congresso capitano generale di tutte le genti nelle province meridionali, era arrivato, ed aveva posto il campo a Black-swamp sulla sinistra riva della Savanna, non molto distante da Augusta. Avevano i Caroliniani, come prima ebbero le notizie del disegno, che gl'Inglesi avevano fatto sopra le meridionali province, chiesto al congresso, concedesse loro per Capo di tutta la difesa, che intendevano di voler fare, il generale Lincoln massacciuttese, che si era acquistato il nome di animoso ed esperto capitano nella guerra settentrionale. Alla quale richiesta si era molto volentieri inclinato il congresso, avendo esso medesimo collocato gran fede in Lincoln, e conoscendo di quanta importanza sia nelle cose della guerra la confidenza che hanno i soldati nei Capi loro. Il presidente Lowndes tutte quelle cose faceva che all'uffizio suo si convenivano, per dar animo agli abitatori dell'australe Carolina, e per fargli correre all'armi in difesa della patria. Usava le pubbliche e le private esortazioni, ed ordinava, che tutti i bestiami delle isole e delle terre poste sulla marina si ritirassero all'indietro a' luoghi sicuri. Le bande paesane si adunavano, ed andavano a congiungersi cogli stanziali. Nè minore zelo della cosa pubblica si manifestava al vicino pericolo nella Carolina Settentrionale, dove in pochi dì furono ammassate due migliaia di cerne, alle quali vennero preposti i generali Ashe e Rutherford; e se non fosse stato, che non poterono sì tosto, come era il bisogno, ottener le armi, e che perciò furon obbligate ad indugiare, sarebbero arrivate in tempo, e, congiuntesi prima della sconfitta colle genti di Roberto Howe, avrebbero forse fatto inclinare a favor loro la fortuna della giornata di Savanna. Il calore era grande fra i libertini caroliniani a quei dì; l'esercito loro s'ingrossava. Del che invero avevano grandissimo bisogno. Perciocchè Washington era lontano, e prima che i soccorsi arrivassero, le cose loro potevano essere spacciate. Inoltre stava quegli in molta gelosia dei passi delle montagne, ed il suo esercito ogni giorno si assottigliava per quella peste, non del tutto ancor sanata, della brevità delle ferme. Per la qual cosa non si poteva sperare, fosse per inviare grossi rinforzi. Ma questo stesso interno male, che indeboliva l'esercito washingtoniano, era cagione ancora, che non si potesse far gran fondamento su quello di Lincoln, quantunque già si fosse raccozzato coi rimasugli di Howe. Perciocchè, trattone seicento stanziali, i rimanenti erano milizie poco use alle guerre, e poco stabili avendo solo le ferme per pochi mesi. Tuttavia Lincoln non si perdeva d'animo, e molto col buon voler suo si aiutava. Volendo mostrare il viso al nemico, si era condotto a Black-swamp sulle rive della Savanna. La quale mossa in un colla rotta data dai libertini ai leali aveva causato, che il generale inglese avesse ritirato i suoi all'ingiù del fiume, tenendo le prime scolte al passo di Hudson. Ma ciò non bastando a Lincoln, e disegnando di restringere vieppiù il nemico, confinandolo del tutto sulla costiera, acciocchè e dell'opportunità di quelle grasse terre non si potesse valere, e segrete od aperte pratiche intrattenere coi leali delle regioni superiori, comandò al generale Ashe, che, lasciate indietro le bagaglie, andasse a por gli alloggiamenti sulla destra riva della Savanna dietro il rivo, che chiamano Briar-creek. Eseguì Ashe diligentemente gli ordini del capitano generale, ed in sì fatta guisa pose il campo, che n'era diventato fortissimo. Da fronte lo difendeva il rivo sì profondo a molte miglia in su, che non era guadoso, da stanca la Savanna ed un'altra palude. Si era poi assicurato a destra con una torma di cavalleggieri. Aveva seco da due migliaia di combattenti.

Ma nonostante la fortezza degli alloggiamenti dell'Ashe si deliberarono gl'Inglesi di assaltargli. Il colonnello Prevost, il quale stava al passo di Hudson, si mosse a questa fazione. Divise i suoi in due schiere. Colla dritta munita di due cannoni procedeva dirittamente contro il rivo, facendo le viste di volerlo passare per tener a bada i repubblicani. Colla stanca consistente in novecento soldati tra quei di grave armatura, ed i corridori sì a piè che a cavallo andava girando distendendosi a sinistra, affine di passare nei luoghi superiori il rivo, e di potersi quindi avventare contro il retroguardo nemico. Nel medesimo tempo il generale Prevost per intrattenere Lincoln, acciò non pensasse ai casi dell'Ashe, iva movendosi tra Savanna ed Ebenezer, come se volesse varcar il fiume in quei luoghi. Ashe, il quale in tanta vicinanza del nemico avrebbe dovuto stare a buona guardia, invece di mandar avanti i suoi cavalli, come speculatori della contrada, gli aveva inviati a qualcun'altra fazione di poca importanza. Per la qual cosa arrivarono a dì alto gli Inglesi sì improvvisi, che le prime novelle, che ne ricevettero gli Americani, furono le grida, il rimbombo e lo scricchiolar dell'armi degli assalitori. Le milizie spaventate non istettero a badare, ma tosto si mettevano in fuga alla dirotta. Molti però trovarono, fuggendo, quella morte, che, combattendo valorosamente, avrebbero potuto schivare. La viltà dell'animo non apportò loro sicurtà maggiore. Sopraffatti dalla paura alcuni annegarono nel fiume, altri affogarono nella palude, diventando ora istromenti della rovina loro quegl'impedimenti stessi, che prima riputati avevano i più saldi fondamenti della sicurezza loro. Gli stanziali giorgiani e caroliniani guidati ed incuorati dal generale Elbert fecero miglior pruova. Ma abbandonati dalle milizie, ed assaliti da tanta moltitudine di nemici andarono anch'essi in volta. Questa fu la rotta di Briar-creek, che seguì a dì tre di marzo. Perdettero gli Americani sette pezzi di artiglieria, tutte le armi e munizioni, con non pochi morti e prigionieri. Il numero degli annegati ed ammemmati non è noto. Ma e' pare, sia stato maggior di quello di coloro che morirono per le ferite. Di tutte le genti di Ashe pochi più di quattrocento si ricongiunsero con Lincoln, il quale per l'effetto di questo infortunio, trovò il suo esercito avere scemato meglio della quarta parte. Questa vittoria impadronì di nuovo i regj di tutta la Giorgia, ed aperse loro la via a poter comunicare coi leali delle parti diretane sì della Giorgia che delle Caroline; e questi, che ancora non avevano deposto il timore della fresca percossa, si riconfortarono, e potevano a man salva recarsi ad ingrossare l'esercito regio.

A tante disgrazie si risentirono vivamente i Caroliniani; ma però non si sgomentarono; e per impedire il nemico vittorioso, che non venisse ad osteggiare sulle ricche terre loro, facevano ogni opera per ravvivar gli animi, e per far nuove genti. Posero severe taglie a coloro, che richiesti negassero di andar soldati, o ricusassero di obbedir agli ordini dei capitani; promettevano caposoldi; levavano cavalli; creavano uffiziali fra i più riputati uomini del paese. Nominavano a governatore della colonia Giovanni Rutledge, uomo di grandissim'autorità, dandogli facoltà di fare ogni e qualunque cosa, che credesse al ben pubblico necessaria. Tanta fu la diligenza che usarono, e tante, e sì possenti le persuasioni sì pubbliche che private dei più vivi libertini, i quali, e per amor della patria, e perchè si vedevan ridotti in mal termine, se gl'Inglesi s'insignorissero della provincia, non cessavano di andare e venire a questa bisogna, che verso la metà di aprile aveva Lincoln con sè meglio di cinque migliaia di soldati.

Mentre queste cose si travagliavano nelle Caroline, il generale Prevost attendeva a ricomporre nella Giorgia le cose guaste dalla guerra. Ordinava il reggimento interno della provincia, ed allettava i leali continuamente a venirlo trovare. Non si attentò di passar la Savanna, perchè ella era per le precedenti pioggia molto cresciuta, perchè non aveva forze bastanti ad assaltar la bassa Carolina tanto avversa, e perchè Lincoln, non ostante la rotta di Briar-creek, continuava tuttavia a starsene sull'opposta riva pronto a combatterlo, se volesse varcare. Lincoln poi dal canto suo, innanzichè ricevesse i nuovi aiuti, non era in grado di poter offendere, e stimava sua gran ventura fosse, che il nemico non l'offendesse. Ma ingrossato finalmente, siccome abbiam detto, fece una mossa, dalla quale ne nacque un'altra molto importante del suo avversario. Marciò egli sul principiar di maggio verso Augusta, sia per proteggere non so quale adunata dei deputati della provincia, che in quella città si doveva fare, sia per pigliar qualche Forte posto nella Giorgia superiore, affine d'impedire che in essa le cose non facessero qualche variazione, e che i leali non mandassero più oltre genti e vettovaglie agl'Inglesi. Già era arrivato nella Giorgia, ed attendeva diligentemente a recar ad effetto il suo disegno. Aveva però lasciato il generale Moultrie con mille cinquecento uomini rimpetto a Prevost, acciò gl'impedisse il passo del fiume. La qual cosa in un colla grossezza del medesimo, le paludi prossimane alle sue rive dalla parte della Carolina, e gli spessi torrenti e fiumane che la intersecano, aveva creduto sufficiente ostacolo fosse, perchè il generale inglese non si movesse a varcare per correre la provincia, e minacciar la metropoli, che è Charlestown.

Ma Prevost faceva diversi pensieri da questi. Si era il suo esercito ingrossato per l'accostamento dei leali. Sperava, che la presenza sua nella Carolina ve gli avrebbe fatti romoreggiare; difettava di vettovaglie, delle quali era sicuro di potervisi abbondantemente fornire, ed in ultimo l'invasione di questa provincia avrebbe rivocato Lincoln dalla Giorgia, e forse quindi appresentata qualche conveniente occasione di venirne alle mani. Per la qual cosa determinatosi al tutto a voltar la fronte alla Carolina, varcò con tremila uomini tra Inglesi, leali ed Indiani il fiume Savanna ed i vicini stagni, comechè non senza grandissima difficoltà. Le milizie del Moultrie maravigliate a tanto ardire, spaventate si disbandarono, e quasi tutte, dopo fatta leggier resistenza, si ricoverarono a Charlestown. Quelle che rimasero con Moultrie, alle quali si accostarono i cavalleggieri di Pulaski, facevan ogni sforzo per ritardar l'impeto del nemico, ma troppo eran deboli per poter ciò fare efficacemente.

Veduta Prevost la facilità, colla quale aveva superato gli ostacoli de' luoghi, e la debole resistenza del nemico, innalzava l'animo a concetti e speranze maggiori; e quel motivo che aveva fatto nel principio non per altro, che per foraggiare, volle estendere ad una più alta, ed onorata impresa, e quest'era l'assedio della ricca città di Charlestown; presupponendo, che questa, acquistato ch'egli avesse la campagna, fosse prontamente per riceverlo. A ciò lo stimolavano ancora i leali, ai quali secondo il solito non lasciando lume la troppa cupidità, credon essi, e voglion far credere agli altri quello che desiderano. Lo assicuravano, che avevano intendimento coi più, e coi principali cittadini di Charlestown, e che quando una prima bandiera del Re sventolasse sotto le mura di quella città, le genti avrebbero tosto fortuneggiato dentro, e fatto di forza, che ella venuta sarebbe senza dubbio alcuno in poter suo. Si offerivano poi anche prontissimi a stradar le genti, e dar sulla qualità de' luoghi tutte quelle informazioni che sarebbero del caso. Dava inoltre a quest'opinione qualche peso, che Lincoln comunque non potesse non esser informato, che gl'Inglesi avevano passato il fiume, e minacciavano la città capitale della Carolina, tuttavia nissuna sembianza faceva di volerne venire al soccorso suo; sì fattamente era persuaso, che i reali fossero venuti non per conquistare, ma per buscare. Per la qual cosa s'incamminava Prevost molto alla sicura verso Charlestown, sperando nella trepidazione della città avere qualche occasione di entrarvi dentro. Quando però Lincoln s'accorse dal continuo avvicinarsi del nemico alle mura di quella, che la cosa non era da finta, avviò rattamente in aiuto una buona squadra di fanti leggieri, i quali fece anche montare in groppa sui cavalli, perchè potessero arrivare più speditamente. Egli intanto gli seguitava col rimanente dell'esercito. Arrivarono gl'Inglesi sulle rive del fiume Ashley, il quale bagna le mura di Charlestown dalla destra parte, e subito passatolo, pigliarono gli alloggiamenti quasi a gittata di cannone dalle mura, tra il medesimo e l'altro fiume chiamato Cooper, che scorre a sinistra della città. Avevano i Caroliniani fatto per la difesa di questa tutti quei provvedimenti, che per la brevità del tempo potuto avevano maggiori. Avevano arsi i sobborghi, e fatto uno stecconato, che correva dietro la città da un fiume all'altro; i baloardi furono rassettati, e le artiglierie piantate sopra tutta quella tela di fortificazioni, che tra quei due fiumi è frapposta. Due giorni prima erano arrivati dentro la città il governatore Rutledge con cinquecento cerne, il colonnello Harris coi fanti leggieri mandati da Lincoln, i quali avevano corso più di quaranta miglia ad ogni alloggiamento. Eravi giunto eziandio il conte Pulaski coi corridori della sua legione, la quale chiamavano la legione americana. La presenza di tutte queste genti assai confortò i cittadini, i quali, se non fossero arrivate, o che gl'Inglesi senza aver badato per via, come fecero, non ricordandosi forse del proverbio volgare che _chi vuol far non dorma_, fossero comparsi due giorni prima, avrebbero avuto carestia di buoni partiti. Stettero tutta la notte i Caroliniani dentro la città a diligentissima guardia, avendo accesi i fuochi nelle case, e sulle mura tutto all'intorno. Il giorno seguente il generale inglese intimò la resa, offerendo favorevoli condizioni. Mandaron fuori gli Americani i commissarj loro per negoziare, e si appiccò una pratica d'accordo, la quale essi, avendo conosciuto, che gl'Inglesi non erano nè in numero, nè armati di maniera, che potessero sforzare la città, e credendosi di sicuro, che Lincoln non avrebbe pretermesso di venir tosto in soccorso loro, ivano tirando in lungo meglio che sapevano. Proposero, stesse Charlestown neutrale durante la guerra, ed alla pace si definisse, a chi dovesse appartenere degli Stati Uniti, o dell'Inghilterra. Fu risposto dagl'Inglesi, i capitani britannici non esser venuti là con potestà legislativa, e che, poichè il presidio stava armato, dovevano arrendersi a prigionieri di guerra. Si fecero da ambe le parti altre proposte, che non si accettarono, ed in queste pratiche si consumò inutilmente dagl'Inglesi tutto il giorno. Non furon rotte, se non la sera. La notte i cittadini aspettavano l'assalto, non rallentata a niun patto la diligenza del guardare.

Caduto Prevost dalla speranza che preso aveva che si muovesse qualche cosa di dentro a suo favore, andò considerando, che le mura della città erano munitissime di artiglierie, e protette da molte navi armate, massimamente galee; che il presidio era più numeroso del suo esercito stesso; ch'ei non aveva artiglierie, se non poche e da campo, tali, che non potevano fare sufficiente passata; che non aveva navi da guerra che lo potessero aiutare; che già i primi feritori dell'esercito lincolniano erano comparsi, ed il rimanente si avvicinava con presti alloggiamenti; e che se l'assalto avesse avuto infelice fine, con una guernigione vittoriosa da fronte, e con un esercito più grosso del suo alle spalle, con una contrada da trascorrere frequente di fiumi e di fiumane, sarebbero le sue genti, quando il sole le avesse trovate in quell'alloggiamento, in un presentissimo pericolo poste di venir oppresse, ed intieramente distrutte. Laonde valendosi dell'opportunità della notte si levò da campo, e si ritirò di verso la Giorgia. Ma invece di avviarsi per la via di terra, che troppo era pericolosa, traghettò i suoi nelle isole di San Jacopo e di San Giovanni, poste ad ostro di Charlestown, fertili e grasse da potervi ristorar dentro l'esercito comodamente. E siccome una seguenza d'isolette vicine alla costiera si continua dà Charlestown sino a Savanna, tra le quali scorrendo il mare va formando qua e là, e canali da navigare, e porti da fermarvisi entro alla sicura, così Prevost non istava più in pensiero di potersi, quandochè fosse, senza pericolo a questa ultima città riparare. Ma il suo disegno per allora si era di andar a porre gli alloggiamenti nell'isola di Porto-Reale, ferace e sana molto, posta poco distante dalla Savanna. Le stanze poi dentro di quest'isole erano altrettanto più accettevoli, che già era giunta sul continente della Carolina e della Giorgia la stagione insalubre, e pressochè pestilente, dalla quale i soldati inglesi, non avvezzi, avrebbero gravissimo danno ricevuto.

Mentre si travagliava Prevost nel muover il suo esercito da un'isola in un'altra, Lincoln, che aveva seguitato d'in sulla terra-ferma le mosse degl'Inglesi, credette di poter assaltar con frutto il colonnello Maitland, il quale con una mano d'Inglesi, di Essiani e di leali caroliniani stava accampato a cavallo di quello stretto braccio di mare, che chiamano riviera di Stono, e che l'isola di San Giovanni divide dalla terra-ferma vicina. Vi si erano affortificati con puntoni muniti d'artiglierie, e circondati da stecconati. Andarono gli Americani all'assalto con grande virtù. Si difenderono i regj valorosamente. In fine essendo i repubblicani sconciamente danneggiati dalle artiglierie inglesi, non potendo le loro, siccome minute, far sufficiente impressione contro le fortificazioni, e veduto venire un rinforzo, si ritirarono. Dopo questo fatto tutto l'esercito britannico, lasciate le guardie ne' luoghi più opportuni, arrivò alle stanze nell'isola di Porto-Reale. Gli Americani se ne ritornarono, i più agli alloggiamenti loro; e la malvagità della stagione pose fine ad ogni ulterior impresa da ambe le parti. Così rimasero gl'Inglesi quietamente in possessione di tutta la provincia della Giorgia; e gli Americani, avuto quello rimescolamento di Charlestown, si riconfortarono, comechè non fossero del tutto sgombri dal timore di una novella invasione nella Carolina, avendo i nemici acquistato quel nido della Giorgia.

Questa gualdana nella ricca ed intiera provincia della Carolina meridionale riuscì non che di nessun giovamento, di danno alle faccende del Re, di non poca utilità agli uffiziali e soldati, e di grave pregiudizio agli abitatori, e ciò per cagion del sacco, che vi fecero strabocchevolmente i reali, e della guerra iniquissimamente esercitata contro le donne, i fanciulli, gl'infermi, e le mura stesse delle più conspicue città. In ciò avevan essi per ispie e per compagni i Neri, i quali trovandosi in grand'abbondanza in que' luoghi, pei quali passavano gl'Inglesi, concorrevano, sperando di recuperare la franchigia, e per acquistar grado con essi tutto mettevano a bottino; e se qualche cosa di valuta avevano i padroni loro nascosa, questa discoprivano, e davano in mano ai rapitori. Tanta fu la rabbia di costoro, che non contenti di spogliar le case della più ricca suppellettile, e le persone dei più cari ornamenti, non perdonando nemmeno alla quiete de' morti, andaron rovistando le tombe per la gola di trovarvi entro i tesori. Quello, che transportar non potevano, sformavano. Quanti ameni giardini furon disertati e guasti! Quanti nobili abituri rovinati od arsi! Quanti preziosi arredi rotti e fracassati! Gli animali stessi, o grandi, o piccoli, o necessarj, o diletti che si fossero, furon messi a morte. Non si potrebbe con meritevoli parole ridire il barbarico furore delle sfrenate soldatesche, e massimamente di quei feroci, o dai mali loro inferociti Africani allora allora spastoiati. Ma il maggior danno che abbiano avuto a sopportare i Caroliniani quello fu di questi stessi schiavi, dei quali se ne perdettero ben quattromila, o condotti via dagl'Inglesi nelle isole, o venuti meno di stento nelle selve, o morti di una pestilenziale malattia, che poco dopo si era ad essi appiccata. Insomma, se pieno di barbarie si fu il manifesto pubblicato dai commissarj inglesi in sull'accomiatarsi dall'America dopo gl'infausti negoziati, nissuno non dubiti, che non ne sia stata la esecuzione fattasi nella Carolina assai conforme, e risuonò di nuovo per tutto il mondo la ferita degli eserciti britannici. In cotal modo le cose della Giorgia travagliate con varj progressi erano ridotte in grandissime turbolenze.

In questo mezzo tempo iva Clinton maturando nella Nuova-Jork, ove si trovava, una deliberazione, il cui fine si era di rapinare sulle coste opime della Virginia, o che intendesse con questa crudele ed inutile guerra eseguire i comandamenti dei ministri, ovvero, che volesse concordare coll'impresa della Carolina, credendo, che facesse alle cose di questa provincia non poco momento il tener sulle brighe la Virginia.

Apprestato avendo un sufficiente navilio, e messi in punto duemila soldati, prepose a quello Collier, ed a questi il generale Matthews. Sbarcavano, e pigliavano posto in Hampton per interchiudere quel porto e la navigazione del fiume James; altri, posti a terra sulle rive del fiume Elisabetta, rattamente procedevano contro la Terra di Portsmouth, nella quale senza ostacolo alcuno entrarono. Collo stesso impeto pigliarono il Forte Nelson abbandonato in sui primi romori dal nemico. Si impadronirono medesimamente della Terra, o per meglio dire delle reliquie di Norfolk situata sull'opposta sponda del fiume. Usando poscia la medesima celerità corsero, ed occuparono la Terra di Suffolk posta sulla destra riva del fiume Nansemondo. In tutti questi luoghi, ed in quelli ancora di Kempe, di Shepperd's-Gosport, di Tanner's-creek, siccome in altri circonvicini, procedendo gli Inglesi in ogni cosa con nimicissimo animo, fecero tutto quel male, che seppero e potettero. Distrussero i fondachi, guastarono o rapirono le munizioni, arsero o tolsero gran numero di navi. Una grossa quantità di misalta apprestata ad uso dell'esercito di Washington, e molte altre munizioni vennero in poter dei vincitori. Di tabacco poi ne trovarono e rapirono più oltre di quello che avrebbero voluto; e brevemente quelle sì ricche e prosperevoli Terre furono in pochi dì arse e distrutte. Se ne risentirono gravemente i Virginiani, e mandaron dicendo agl'Inglesi: _Qual modo di guerra fosse quello?_ Al che risposero; _aver essi commissione di così fare a tutti coloro, che il Re obbedire non volevano_. I capitani britannici standosene alle novelle dei fuorusciti, i quali mai non cessavano d'insinuare, che fra i Virginiani eranvi molti leali, i quali nulla più desideravano, che di far rivoltare lo Stato, quando vi si fosse fatto in qualche acconcio luogo un capo grosso, avrebbero voluto più lungamente dimorare su quelle Terre, e disegnavano specialmente di farsi forti in quella di Portsmouth. Ne scrissero al generale Clinton. Ma questi, al quale già erano venute a noia quelle guerre di ladroni, e che siccome non tanto precipitoso, come Collier, non prestava tanta fede alle baie dei fuorusciti, se n'era messo giù, e commise loro, che, assicurata la preda, venissero a ricongiungersi con lui alla Nuova-Jork. Questo fece egli ancora, perciocchè aveva in animo di fare una fazione sulle rive dell'Hudson di non poca importanza. Così fu posto fine per allora alle espilazioni ed alle taglie della Virginia.

Avevano gli Americani con molta industria e dispendio rizzato notabili fortificazioni sui posti di Verplank e di Stoney-point, l'uno situato rimpetto all'altro sulle opposte rive del fiume sopraddetto, il primo sulla sinistra, ed il secondo sulla destra. Guardavan questi due posti il passo del fiume molto frequentato, che chiamano del Re, il quale se venuto fosse in mano degl'Inglesi, sarebbe stato causa, che i coloni avrebbero dovuto dare una giravolta di novanta miglia all'insù per recarsi dalle meridionali nelle settentrionali province, o da queste a quelle. Aveva Clinton disegnato d'impadronirsi di questi due posti. Washington, il quale si trovava allora col suo esercito a Middlebrook, troppo era lontano, perchè potesse impedir la fazione. Perilchè in sul finir di maggio ivano gl'Inglesi a questa impresa, guidando Collier le navi che salivano pel fiume, il generale Vaughan la destra schiera, la quale sbarcò poi sulla sinistra riva poco sotto di Verplank, Clinton la sinistra, la quale arrivò sulla destra del fiume in un luogo poco inferiore a Stoney-point. Gli Americani, veduto sì vicino il nemico, non essendo apparecchiati contro un sì repentino assalto, abbandonarono Stoney-point, nel quale entrarono tosto i reali. Ma a Verplank vi fu maggiormente che fare. Avevano i repubblicani fatto su di questa punta un'assai forte bastita, che avevano fornita di presidio e di artiglierie. La nominarono il Forte La-Fayette. Ma ella era signoreggiata dai poggi di Stoney-point, sopra i quali gl'Inglesi non senza grave difficoltà avevano condotto la notte le artiglierie ed alcune bombarde. La mattina incominciarono a fulminar il Forte La-Fayette. Nell'istesso tempo Collier colle galere, e coll'altre navi munite di cannoni gli tirava di punto in bianco, e Vaughan colla sua schiera girava ed arrivava infine alle spalle del Forte. Accerchiato in tal guisa il presidio, disperato di soccorso, e di poter far più lunga resistenza, essendo già levate le difese, tutte le mura intronate dalla furia delle artiglierie, e molti morti o feriti, si arrendè la mattina seguente a discrezione. Furon trattati umanamente. Ordinò Clinton, si finissero le fortificazioni di Stoney-point, ed andò a porsi a campo a Filippoborgo, Terra posta a mezza via tra Verplank e la città della Nuova-Jork, per esser ivi lesto ad esercitar la guerra, ove l'occasione si discoprisse. Ma nè egli, nè Washington volevano mettersi al rischio delle battaglie, aspettando l'uno i rinforzi dalla Inghilterra, l'altro quei degli alleati. Questa fu la cagione, per la quale le cose della guerra in questo anno nelle province del miluogo procedettero tanto rimessamente, e che niente vi si fece, che avesse nervo.

Non potendo i reali conquistare, venivano in sul volersi liberare dalle molestie dei corsari, ed in sul devastare. Abitavano le coste del Connecticut che bagna il Sound, arditissimi corsari, i quali correndo esso Sound, e predando le navi avevano fatto di modo, che tutto il commercio della Nuova-Jork per quella via ne era stato distrutto con gravissimo detrimento dell'esercito e dell'armata inglesi, ch'erano stati soliti di trarre in gran parte da quei luoghi le provvisioni. Per levarsi quel bruscolo di sugli occhi, mandò Clinton a quella volta il generale Tryon con due cantari di soldati. Sbarcarono a New-Haven, e superate le milizie, che volevano difendere la Terra, la pigliarono, e guastaronvi ogni cosa. Procedettero di là a Fairfield, ed entrati dentro, l'arsero tutto. In simil modo furon consumate dalle fiamme la grossa Terra di Norwalk, e la piccola di Greenfield. Il danno degli Americani fu inestimabile tra per le case distrutte, i fondachi rovinati, le munizioni guaste o involate, le navi sì grosse, che sottili bruciate e predate. Tryon, non che gl'increscessero simili enormità, se ne vantava, ed andava dicendo, aver fatto molto bene, ed utilmente in servizio del Re, come se nelle guerre che si fanno contro un intiero popolo non si trattasse piuttosto di vincere, che di gastigare, e le arsioni e distruzioni, le quali nulla importano alla somma delle cose, non fossero, e non siano da condannarsi. Ma se quest'errore di mente o questa stemperatezza d'animo in un uomo del rimanente civile, non debbon far maravigliare, non avendo mai questa natura umana avuto penuria di simili generazioni d'uomini, bene parrà strano ad ognuno, ch'ei si facesse a credere, che con quel modo di guerreggiare potesse far venir gli Americani a porsi sotto le insegne del Re. Imperciocchè è da sapersi, che in mezzo a quegl'incendj e devastazioni ebbe mandato fuori un bando, col quale esortò gli abitatori a ritornare all'antica leanza ed obbedienza. Ma, o sia che questi modi fossero dispiaciuti a Clinton, il quale forse voleva solamente ai depredassero, o bruciassero le navi, non le case ed i tempj, o per qualunque altra più vera cagione, comandò a Tryon, cessasse, e venisse speditamente a ritrovarlo alla Nuova-Jork. Ma rimasero miserabili vestigi della rabbia degl'Inglesi, ed il nome loro per le molte estorsioni fatte, divenne vieppiù grave ai popoli.

Mentre in tal modo le rive del Connecticut erano vessate dall'armi britanniche, fu fatta dagli Americani una fazione piena di grandissimo ardimento, la quale dimostrò non solo non mancare, ma ancora abbondare in essi quel coraggio, pel quale tanto sono celebrati gli uomini europei. Eransi gl'Inglesi molto diligentemente affortificati a Stoney-point, e già avevan ridotto quella rocca nella condizione di un'assai buona e stabile Fortezza. Vi avevano posto dentro una guernigione pel luogo assai gagliarda, e tutta composta di soldati valentissimi. Nè mancavano le munizioni, ed ogni cosa necessaria alla difesa. Tutte queste cose però non poterono tanto trattenere Washington, il quale, udita la presura di Stoney-point e di Verplank, era venuto a porsi ne' luoghi superiori delle montagne dell'Hudson, che non facesse il disegno di correr contro l'una e l'altra di queste rocche, sperando d'impadronirsene con una battaglia di mano. Commetteva al generale Wayne, assaltasse Stoney-point, al generale Howe Verplank. Fu data al primo una presa di gente eletta, usa ai pericoli ed alle più difficili imprese. Partivano addì 15 luglio, e camminando per erte montagne, per profonde paludi, per istrette difficili, per sentieri disagiosi arrivarono alle otto della sera ad un miglio distante da Stoney-point. Fatto alto, andava Wayne a riconoscere il sito dei luoghi, ed a squadrare la condizione della Fortezza e della guernigione. Gl'Inglesi tuttavia non se ne addavano. Poscia partì le sue genti in due colonne. La dritta intendeva di guidar egli stesso; precedeva una vanguardia di cento cinquanta soldati scelti, uomini arrisicatissimi, ai quali prepose quell'animoso e destro Francese il colonnello Fleury. A quest'istessa vanguardia poi camminava avanti una piccola frotta di fanti perduti, guidati dal tenente Gibbon. La sinistra, la quale era condotta dal maggiore Stewart, aveva anch'essa somigliante vanguardia, ed una squadra di fanti perduti, che obbedivano agli ordini del tenente Knox. Dovevano i fanti perduti fare ogni sforzo per rimuovere i primi intoppi delle sbarre e degli stecconati, affine di agevolare la via alla vanguardia, che da vicino gli seguitava. Comandò Wayne a tutti i suoi, camminassero ordinati, cheti, cogli archibusi scarichi, colle baionette appiccate. Arrivarono a mezzanotte sotto le mura della rocca. Le due colonne andavano all'assalto sui fianchi, il maggiore Murfee minacciava il presidio da fronte. Incontravano l'ostacolo impensato di una profonda palude, che s'interponeva tra essi e la Fortezza. Gl'Inglesi traevano furiosamente a scaglia. Ma nè l'impedimento della palude, nè quello di un doppio stecconato, nè le mura di magnifica opera, che torreggiavano da fronte e da lato, nè la tempesta delle archibusate e delle cannonate poterono la virtù americana sormontare. Facevansi i waynesi la via a forza di baionette, sinchè finalmente, superati tutti gli ostacoli de' luoghi e dei difensori, espugnarono la Fortezza, e le due colonne si ricongiunsero dentro la piazza principale di quella. Wayne rilevò una leccatura nella testa da una palla di moschetto. Fleury spiantò colle sue mani proprie lo stendardo reale d'in sulle mura. Dei fanti perduti, di venti, ch'erano con Gibbon, morirono diecisette. Perdettero gl'Inglesi fra morti e prigionieri meglio di seicento soldati. La Terra fu preservata dal sacco, e da ogni ingiuria dei soldati. Nel che tanto più sono gli Americani da lodarsi, quanto che si ricordavano dei freschi ladronecci, e delle uccisioni commesse nella Carolina, nel Connecticut, e nella Virginia; mirabile vittoria, e pel valore di chi l'ottenne, e per l'umanità che l'accompagnò.

Da un altro canto non avvenne bene il disegnato assalto contro la Fortezza di Verplank per gl'impedimenti trovati fra via da Howe. Ma intanto erano le novelle pervenute a Clinton della disgrazia di Stoney-point; e non volendo, che il nemico si annidasse su quelle mura, senza soprastamento alcuno mandò i cavalli ed i fanti leggieri in aiuto della Fortezza. Ma Washington, che aveva disegnato di venire, e non di stare, abborrente dalle occasioni di mettere per una parte sola tutta la somma delle cose in potestà della fortuna, e che altro non aveva avuto per mira, che d'impadronirsi delle artiglierie, e delle munizioni del Forte, guastar le opere, e catturar il presidio, ottenute tutte queste cose, aveva ordinato a Wayne, si ritirasse. Il che eseguì, dopo di avere smantellato il Forte, felicemente. Di questa impresa tanto gloriosa alle armi americane si fecero molte allegrezze in tutte le parti della Lega. Il congresso rendè pubbliche grazie a Washington ed a Wayne, a Fleury, a Steewart, a Gibbon ed a Knox. Presentò con una medaglia di oro gettata a posta, e rappresentante con acconci intagli il fatto, il generale Wayne, e con un'altra somigliante d'argento Fleury e Stewart. Per non lasciare senza premio la virtù de' suoi soldati, fatto fare una stima del valore delle munizioni da guerra trovate a Stoney-point, le partì tra di loro.

Fatti i repubblicani più arditi dal prospero successo di questa impresa, andavano spesso infestando le prime scolte dell'esercito regio, e ne seguivano frequenti avvisaglie con diverso evento tra le due parti. Una più grossa delle altre se ne fece a Paulus-hook, luogo posto rimpetto alla Nuova-Jork sulla destra del fiume. Ma poco frutto vi fecero i soldati del congresso.

Un'altra fazione di maggiore importanza si fece sulle rive del fiume Penobscot presso l'estremo confine della Nuova-Inghilterra e della Nuova-Scozia. Erasi partito da Halifax il colonnello Maclean con un grosso squadrone di stanziali per recarsi a pigliar posto sulle bocche di questo fiume in mezzo a quella contrada, che chiamano la contea di Lincoln. Arrivatovi si affortificava. Intendeva di noiare da quel luogo molto acconcio i confini orientali della Lega, e tenendo quel calcio in gola al Massacciuttesi, sperava non si sarebbero i medesimi osi di mandar molta gente in aiuto dell'esercito washingtoniano. Saputasi la cosa in Boston, non si può dire, quanto vi si commuovessero gli animi, ed in quanta gelosia entrassero sui futuri disegni del nemico. Determinarono di fare un grande sforzo per cacciarlo da quel nido, che gli poteva servir di scala a cose maggiori. Allestirono con grandissima celerità un'armata; ed affinchè non mancassero le navi da carico, ordinarono, si ritenessero tutte quelle che nei porti loro si ritrovavano; le fornirono di soldati e di ciurme, ed in poco tempo fu ogni cosa pronta alla spedizione. Preposero all'armata il comandante Saltonstall, alle soldatesche il generale Lovel. Fecero vela alla volta di Penobscot.

Aveva intanto Maclean udito prima i romori, poscia avuto le certe novelle degli apparecchiamenti, che si facevano nel Massacciusset. Ogni opera usava, per quanto la brevità del tempo il comportava, per viemmeglio assicurar le difese del luogo. Arrivarono i repubblicani, e dopo parecchj tentativi per isbarcare, riusciti vani a cagione della risoluta resistenza de' regj, finalmente tanto fecero, che fu loro fatto abilità, ributtati i difenditori, di porre in terra. Lovel, invece di andar tosto all'assalto, il che gli avrebbe dato la vittoria certa, si pose in sul trincerarsi. Ripresero animo gl'Inglesi. Vi fa un trarre di artiglierie continuo per quindici dì. In ultimo, essendo già levate in parte le difese, deliberarono gli Americani di voler dar la batteria. Ne ebbe Maclean lingua, e si apparecchiava a ributtargli. La mattina ogni cosa in pronto; ma un profondo silenzio nel campo degli assedianti. Non san che dirsi. Finalmente fatta l'esplorazione, trovarono, maravigliandosene ognuno, i nemici aver del tutto abbandonato gli alloggiamenti, le opere loro esser rimaste nude di guardia, e ritirati uomini, armi e munizioni alle navi. Nè stettero gran pezzo ad accorgersi di ciò, ch'era stato la cagione di sì strano accidente. Era Collier comparso improvvisamente alle bocche del Penobscot, il quale, avuto avviso del pericolo di Maclean, era prestamente partito per soccorrerlo da Sandy-hook con una sufficiente armata. Fe' le viste Collier di assalir il navilio massacciuttese. Si disordinarono i repubblicani, i regj gli sfolgorarono. Tutto quel navilio sì da guerra, che da carico fu arso o preso con danno inestimabile dei Bostoniani, i quali in quest'impresa avevano posto l'occhio. I soldati ed i navicellai viaggiando con incredibile disagio tra vasti deserti e profonde selve, si condussero a luogo di salvamento. Saltonstall e Lovel, ma principalmente il primo diventarono in odio a tutti, e le botte che furon date ad ambidue d'ignoranza e di codardìa non furon poche. Questo fine ebbe l'impresa fatta alla foce del Penobscot, nella quale i Massacciuttesi provarono con grave danno loro, quanto improvvido consiglio sia negli Stati confederati l'operare spartitamente dai compagni. Imperciocchè e' pare, che i Capi loro non abbian voluto in rispetto a questa fazione non che accordarsi, consigliarsi coi capitani del congresso. Così della conquista della Giorgia in fuori si travagliavano in quest'anno freddamente le armi, e non succedevano, se non effetti di piccolo momento.

Ma però nel mese di luglio fu fatta addosso gl'Indiani una terribile rappresaglia dai repubblicani condotti dal generale Sullivan. Le spedizioni l'anno scorso contro di quelli eseguite da Buller e Clarke non avevano ancora potuto soddisfare agli animi dei Capi della Lega, i quali tuttavia ardentissimamente desideravano di fare un'adeguata vendetta della distruzione di Viomino. Oltreacciò pareva loro necessario di frenar le correrìe, che sugli estremi confini non cessavano di fare que' sfrenati selvaggi resi più arditi dall'impunità, ed instigati dagli agenti britannici, i quali con denari e con presenti, in pubblico ed in privato avevano tutto quel paese avvelenato. Tra quelli si mostravano più vive e più moleste le sei tribù più possenti di tutte per la lega contratta fra di loro, per gli ordini già avvicinatisi a quei di uno Stato civile, e pel gran numero dei venturieri europei, che alle medesime tramescolati si erano, e dai quali avevano già in qualche modo le fogge degli armeggiamenti, e dei militari scaltrimenti d'Europa imparato. A queste si erano accostate altre nazioni selvagge meno rilevanti, eccettuati però gli Oneidiani, i quali, standosene di mezzo ad osservare, tennero il fermo al congresso. Per la qual cosa si deliberarono i Capi americani a volere con uno sforzo rilevato liberarsi del tutto da quella rangola; e siccome Dio, secondo il detto del volgo, non paga il sabbato, far pagar il fio a quella gente spietata delle crudeltà di Viomino. Alla qual risoluzione altrettanto più volentieri si accostarono, perciocchè le cose della guerra procedevano, come abbiam veduto, assai freddamente nelle province più vicine al mare. Fu ordito talmente il disegno di questa fazione, che il generale Sullivan, il quale doveva guidare tutta l'impresa, salendo con circa tremila soldati su per le rive della Susquehanna arrivò a Viomino, e quivi aspettava il generale Jacopo Clinton, che veniva pel fiume Moacco con sedici centinaia di soldati. Seguivano un gran numero di guastadori, di bagaglioni, di saccardi, di galuppi, ed altra simile bordaglia per far le strade, portar le vettovaglie, devastar il paese. Le vettovaglie erano copiosamente fornite, sebbene non tante, quante Sullivan avrebbe desiderato. Doveva l'esercito passar lungo spazio per paesi, che non ne somministravano. Di cavalli se ne avevano in copia; delle artiglierie da campo sei con due obici. I due generali congiunsero le genti loro a Viomino il giorno 21 d'agosto. Messisi all'ordine, di nuovo si ponevano in via verso le parti superiori della Susquehanna. Alla fama di questa venuta avevano gl'Indiani fatti tutti que' sforzi, che meglio per loro si potevano per difendersi, ed allontanar dal paese loro l'imminente rovina. Guidati da quei Johnson, Butler e Brandt nominati nei precedenti libri, si erano assembrati in numero assai ben grosso, e si accozzarono con essi loro da dugentocinquanta leali. Credutisi forti, erano venuti sopra la Terra di Newtown, per la quale doveva Sullivan passare, e quivi, aspettandolo, avevan construtto una grossa e lunga trincea, che assicurarono vieppiù con un palancato, ed alcuni imperfetti bastioni alla foggia europea. Arrivato Sullivan tosto attaccò la battaglia. Si difesero gl'Indiani molto francamente per ben due ore, quantunque non avessero artiglierie. Per isloggiargli più facilmente da quel riparo commise Sullivan al generale Poor, andasse allargandosi sulla dritta per andar a riuscir loro alle spalle. Veduta questa mossa, ed assaliti anche aspramente da fronte, si perdettero gli Indiani di animo, e si diedero precipitosamente alla fuga. Pochi furono uccisi, nissuno venne in poter dei vincitori. Sottentrarono questi, e s'impadronirono di Newtown. Si sentirono talmente questi uomini selvaggi a questa rotta, che più non si rattestarono. Ora altro ostacolo non rimaneva da superare ai sullivani, per correre il paese indiano, fuori di quello delle vettovaglie e della difficoltà, la quale era grandissima, delle strade. L'uno e l'altro superarono con incredibile pazienza. Arrivarono finalmente, e ne seguì una intiera distruzione della contrada, la quale gli abitatori, uomini e donne, vecchi e fanciulli intanatisi ne' deserti e foreste più selvagge, abbandonato avevano. Arsero le case, guastarono le messi, mandarono a male ogni sorta di biade, tagliarono gli alberi fruttiferi. Nel che fu tanta rabbia usata, ch'era la cosa venuta a vergogna a parecchj ufficiali non avvezzi a fare, come dicevano, quel mestier di ladroni. Ma Sullivan era inesorabile, volendo eseguire le commissioni, ed i soldati volentieri l'obbedivano, avendo mal animo addosso agl'Indiani, perchè si ricordavano di Viomino. Guastarono da centosessanta mila moggia di biade. Rovinarono in fondo da quaranta villate, tagliarono un numero infinito di alberi sì fattamente, che in un solo verziere ne furono atterrati da quindici centinaia tra pomi, peri e persici. I bestiami ancora, quelli, ch'erano rimasti o trasportarono, o uccisero. Nulla si lasciò che intatto fosse o di ciò, che vegetasse sopra la terra, o di ciò, che vivesse nelle stalle od in sui pascoli, o che l'industria umana prodotto o provveduto avesse.

Questa spedizione non solo fu notabile pel rigore, col quale fu mandata ad effetto, ma ancora per le nozioni, che si acquistarono intorno la condizione di quelle società selvagge. E' pare che quelle nazioni, le quali ora furono ad un tanto sterminio condotte, più oltre fossero nella civiltà procedute, che prima si credesse, o che si sarebbe potuto giudicare. Le case loro erano nei più ameni e salutevoli luoghi poste, spaziose, pulite, e non senza qualche eleganza, che poco più si sarebbe potuto desiderare. I campi poi, nei quali così grasse e prosperevoli eran cresciute le biade, dimostrarono, non esser ignota a quelle genti l'arte di coltivar la terra. L'antichità e la maravigliosa grandezza degli alberi fruttiferi, e la frequenza de' bruoli davano certo indizio, che non di recente, ma già da lungo tempo fossero ad un tal grado di civiltà salite. E siccome il seminar le biade, ed il piantar gli alberi sono non dubbj argomenti, che l'uomo guarda nell'avvenire, così si venne a conoscere, esser falso quello che si credeva vero degl'Indiani, cioè non aver essi previdenza. Le quali cose si debbono dalla frequenza della popolazione loro riconoscere, dalla famigliarità degli Europei, e massimamente dagli uffizj de' Missionarj, i quali ne' tempi andati, e forse ancora a quei medesimi erano fra di loro vissuti o vivevano. Furono gl'Indiani dalla presente battitura sì fattamente sbigottiti, che non fecero più dopo in alcun tempo verun motivo d'importanza. Compiuta l'opera, ritornò Sullivan a Easton nella Pensilvania. I suoi uffiziali e soldati molto lo ringraziarono, e seco lui si congratularono con pubbliche dicerìe, che andarono anche per le stampe, del prospero successo della spedizione, ciò facendo o spontaneamente, o perchè Sullivan, siccome uomo anzi leggieri e glorioso, ch'egli era, che no, così volesse, facessero. Poco tempo dopo, essendo diventato cagionevole, chiesta licenza dal congresso, l'ottenne facilmente; perciocchè erano i membri di quello disgustati con lui, o fosse per le sue superbe vantazioni, o perchè, siccome quegli, ch'era assai largo di bocca, sovente gli cardava.

Raccontate nel modo fin qui scritto le cose, che accaddero sul continente americano tra i reali ed i repubblicani, o tra questi e gl'Indiani, l'ordine della storia richiede, che ci facciamo a descrivere quelle che avvennero tra gl'Inglesi ed i Francesi nelle isole Antille, dopoch'erano arrivati ai primi i rinforzi di Europa condotti dal Rowley, ed ai secondi quelli del conte di Grasse. Dall'accostamento di queste novelle forze erano le due flotte nemiche divenute a un dipresso egualmente gagliarde. Avrebbero gl'Inglesi voluto venirne ad una battaglia giusta. Ma D'Estaing, il quale, siccome molto più forte di soldati di terra, che Byron non era, aveva in animo principalmente di conquistare le vicine isole inglesi, fuggiva la battaglia, la quale se avesse infelice fine avuto, avrebbe renduta la superiorità sua nell'armi terrestri infruttuosa. Perciò se ne stava quietamente nel Porto-Reale della Martinica, aspettando una favorevole occasione per far qualche onorata impresa in servizio del suo Re. Questa non tardò molto la fortuna a parargli davanti. Erasi partito addì sei di giugno l'ammiraglio Byron da Santa Lucia per recarsi all'Isola di San Cristoforo, dove avevan fatto la massa le conserve delle Antille, pronte a far vela per alla volta dell'Europa. Intendeva di conviarle con tutta la sua armata per un grande spazio, sia perchè, se ne avesse lasciato una parte in qualche porto di quelle isole, non avendovene nissuno, che del tutto sicuro fosse, sarebbe stata esposta agli assalti di un nemico molto più forte, sia perchè si sapeva, ch'era partito di Francia, ed era tra via con un altro grosso rinforzo per D'Estaing il conte de La-Motte-Piquet. Era cosa evidente, che se questi si fosse abbattuto in sui mari nelle conserve, le avrebbe prese con inestimabile danno dell'Inghilterra, quando non fossero state da una forza sufficiente accompagnate. Partito Byron da Santa Lucia non furon tardi i Francesi ad usar la occasione, che loro si scopriva. Commise D'Estaing al cavaliere di San Rumain, andasse con cinque navi armate, e quattrocento uomini di sopraccollo tra soldati stanziali e milizie ad assaltare l'isola di San Vincenzo. Faceva ottimamente il cavaliere i comandamenti del capitano generale; e nonostante le correnti che lo sviarono, e la perdita di una nave, sbarcò le sue genti sopra l'isola. Dal detto al fatto si insignorì coll'armi in mano di un colle, che sta a ridosso di Kingston, borgo capitale dell'Isola. I Caraibi, o sia i naturali abitatori, gente armigera e bellicosa, venivano a torme a congiungersi cogli assalitori. Il governatore Morris, quantunque avesse sotto di sè più gente da difendersi, che non aveva San Rumain per offenderlo, forse per paura dei Caraibi grandemente irritati all'avarizia e crudeltà degl'Inglesi, si arrendè a patti. Furono essi assai onorevoli e somiglianti a quei, che ottenne il governatore della Domenica, quando venne quell'isola in poter dei Francesi.

In questo mezzo era arrivato al Forte Reale della Martinica l'ammiraglio La-Motte-Piquet, che aveva condotto sei navi di alto bordo, le quali, congiunte alle diciannove, che già aveva D'Estaing, componevano una fioritissima armata di venticinque grosse navi di fila. Si annoveravano fra di esse due di ottanta cannoni, ed undici di settantaquattro. Queste forze erano superiori a quelle di Byron, il quale non aveva altro che diciannove, tra le quali una di novanta, undici di settantaquattro, le altre minori. Aveva inoltre La-Motte-Piquet recato un rinforzo di stanziali con molte munizioni sì navali, che da guerra. Elevato per queste cose D'Estaing a maggiori speranze, si risolvette a far l'impresa della Grenada, difficile assai per la fortezza dei luoghi, ma di non poco momento per la situazione, e pei proventi dell'isola. Aveva egli già buon tempo posto il capo a questa fazione; ma sempre andò indugiandosi, aspettando il tempo, in cui fosse per prevalere di armi navali. La quale cosa avendo conseguìto per l'arrivo di La-Motte-Piquet, la mandava ad effetto. Salpò addì 30 di giugno dalla Martinica, ed il secondo giorno del seguente mese dato fondo nel Molinier, che è un seno di mare così detto nell'isola di Grenada, pose in terra da duemila e trecento soldati, la maggior parte Irlandesi condottisi ai soldi della Francia, e capitanati dal colonnello Dillon. Occuparono incontanente i posti circonvicini. Era tutta l'isola governata dal lord Macartney con un presidio di circa ottocento soldati, dugento stanziali, i rimanenti milizie. Erano questi alloggiati sopra un poggio, che chiamano Morne dell'Ospedale, il quale oltrechè si è naturalmente di una salita assai ripida, resa anco più difficile dalle more, che vi avevano alzate qua e là, era stato affortificato da parte delle falde con una grossa palificata, e più insù con tre trincee, l'una posta a sopraccapo dell'altra. Signoreggia questo poggio la città di Giorgio, il Forte ed il porto. D'Estaing intimò la resa a Macartney. Rispose, che per verità non conosceva le forze di D'Estaing, ma che conosceva bene le sue, e si voleva difendere. Sapeva benissimo il capitano francese, che se v'era modo alcuno di conquistare l'isola, questo si era per una battaglia di mano. Imperciocchè non dubitava punto, che indugiandosi, sarebbe sopravvenuto Byron in soccorso, e gli avrebbe rotto il disegno. Per la qual cosa non mise tempo in mezzo, ed ordinò i suoi all'assalto. Vennero la notte seguente approssimandosi al poggio, ed a due ore dopo mezzanotte da ogni parte lo accerchiarono. Eran divisi in tre colonne per dare all'inimico diversi riguardi, la dritta guidata dal visconte di Noailles, la manca da Dillon, la mezzana tra le due dal conte D'Estaing medesimo, il quale s'era animosamente posto a capo ai granatieri. Gli artiglieri, non avendo cannoni da governare, chiesero, ed ottennero di marciare i primi. Incominciavasi la battaglia per un assalto simulato dato sotto l'ospedale dalla parte del fiume San Giovanni. Non così tosto ebbe principio, che le tre colonne con grand'ordine, e con maggior ardire inarpicandosi per l'erta ivano all'assalto. Sostennero gli assaltati l'urto loro con molta costanza. Parvero esitare un istante. Gl'Inglesi scrivono, avergli ributtati. I Capi gl'incoraggiavano. Si avventavano più fieri che prima. L'uno serrava l'altro e lo spigneva avanti. Nè le palificate, nè la difficoltà della salita, nè le trincee, nè la furia dell'armi nemiche tanto poteron operare, che non riportassero una gloriosa vittoria. D'Estaing il primo coi granatieri saltò armatamente dentro gli alloggiamenti inglesi. Lo seguitarono gli altri. In un momento gl'inondarono. Gl'Inglesi chiedevano la vita, i Francesi la concedevano. L'oscurità della notte ebbe accresciuto orrore alla cosa, gloria ai vincitori. Trovarono undici cannoni di diversa gittata e sei bombarde. La mattina, fatto dì, voltarono le conquistate artiglierie contro il Forte, che tuttora si teneva per gl'Inglesi. Fatto il primo colpo, mandò Macartney un trombetto, chiedendo i patti. D'Estaing gli concedeva un'ora e mezzo, perchè facesse le proposte. Mandata una bozza di capitolazione a D'Estaing, questi ricusò le condizioni. Ne mandò il Francese un'altra del suo all'Inglese, contenente sì nuovi e strani capitoli, che Macartney e gl'isolani stessi amarono meglio rimettersi senz'alcuna condizione nell'arbitrio dei vincitori, che accettargli. E così fu fatto. Se grandi e meritevoli di eterna memoria furono le virtù ed il coraggio degli assalitori durante la battaglia, non furono minori la temperanza e l'umanità loro dopo la vittoria. La città fu preservata dal sacco, al quale avrebbe potuto esser posta giusta le consuete regole della guerra. Furon protetti gli abitatori nella roba e nelle persone, e le salvaguardie concedute a tutti coloro che le domandarono. Dillon specialmente meritò la lode di mansueto e civile guerriero. S'impadronirono i Francesi di cento pezzi di artiglierie e di sedici bombarde. Fecero settecento prigionieri. Vennero anche in mano loro da trecento bastimenti mercantili di ricco carico, che si trovavano nel porto. Tra morti e feriti perdettero poco più di cento soldati.

La prudenza di D'Estaing nell'aver voluto con tanta celerità compir l'impresa della Grenada gli tornò bene. Imperciocchè il giorno sei di luglio compariva a veduta del porto di San Giorgio tutta l'armata inglese condotta da Byron, seguitata da molte navi da carico, le quali portavano un buon nervo di soldati da sbarcare levati da Santa Lucia. Aveva quest'ammiraglio accompagnato buona pezza le conserve delle Antille nel viaggio loro verso l'Europa, e poscia concessa loro la scorta, che credette necessaria fosse per conviarle sino nei porti d'Inghilterra. Se n'era poscia tornato colle diciannove navi di tre palchi, che gli rimanevano, e con una fregata a Santa Lucia. Quivi ebbe le novelle della perdita di San Vincenzo, e perciò si era recato in un col generale Grant sul volerla ricuperare. A questo fine aveva imbarcate le genti, e veleggiava alla volta di quell'isola. Durante il viaggio gli sopraggiunse la notizia, che D'Estaing aveva assaltato la Grenada. Perilchè ebbe tosto rivolto il suo cammino per andarsene all'aiuto di questa. Aveva D'Estaing avuto avviso per mezzo delle sue fregate mandate fuori a speculare dell'approssimarsi dell'armata inglese, ed aveva perciò comandato ai capitani delle sue navi, salpassero e si discostassero da terra. Alcuni avevano di già questo comandamento eseguito, altri erano in punto per eseguirlo, quando comparì a piene vele l'armata di Byron, che correva sopra quella di D'Estaing, e le presentava la giornata. Spirando il vento di levante, e da greco levante, e venendo quegli di Santa Lucia sulla Grenada lo aveva in poppa. Veduto D'Estaing sì vicino il nemico, ordinò a quelle navi che ancora salpato non avevano tagliassero i cavi, e si mettessero tosto in mare in ordine di battaglia colle altre, e così fu fatto. Ma siccome in questo mentre sopraggiungeva l'inimico, ciascuna nave si recò in fila, come più presto potè, senz'andare a cercar i luoghi loro nella solita ordinanza. Gl'Inglesi godevano il sopravvento, ed ivano poggiando verso la Grenada, credendo, che Macartney tuttavia si tenesse. Seguitavano più ancora in fuori a sopravvento le navi da carico. I Francesi avevano il sottovento, ed orzavano verso l'armata inglese. I primi desideravano molto di venire ad una stretta battaglia, perciocchè speravano colla rotta dell'armata francese ricuperar la Grenada. I secondi, siccome quelli, che là erano venuti principalmente per conquistare questa isola, e che questo fine ottenuto avevano, non volendo più mettere in arbitrio della fortuna ciò, che di già aveva ella posto in mano loro, ripugnavano ad una battaglia giudicata, ed intendevano di combattere alla larga, e solo quando necessario fosse per romper agl'Inglesi il disegno di ricuperar la Grenada. Con questi diversi fini andavano l'uno all'incontro dell'altro i due ammiragli. Da principio solamente quindici navi dell'armata francese si appresentarono alla battaglia; perciocchè le altre per la forza delle correnti erano state risospinte a sottovento. Arrivava il vice ammiraglio Barrington, che guidava l'antiguardo colle tre navi, il principe di Cornovaglia, il Boyne ed il Sultano, e si attaccava colla vanguardia francese. Si combattè da ambe le parti con grandissimo furore. Ma le tre navi inglesi, avendo contro di loro molte più francesi, perchè le compagne non avevano ancora avuto tempo di arrivare, ricevettero gravissimo danno, massimamente negli attrazzi, sia perchè tal è la maniera del trarre dei Francesi nelle battaglie navali, sia perchè si combatteva di lungi, e sia finalmente perchè i Francesi tiravano da sottovento, e perciò le palle loro andavano più alte. Barrington ne rimase ferito. Arrivarono intanto le altre navi inglesi, e dal canto suo D'Estaing aveva fatto di modo, che quelle fra le sue, le quali erano rimaste indietro a sottovento, fossero venute a trovarlo, e postesi in fila colle prime quindici, che incominciato avevano la battaglia. Gl'Inglesi si difilavano continuamente verso la Grenada, viaggiando di conserva le navi da carico sulla sinistra loro verso l'alto mare, trovandosi la fila delle navi da guerra tra esse navi da carico e l'armata francese. Scorrendo in tal guisa le due armate l'una a riscontro dell'altra per contrario verso si combattè senza cessare, finchè entrambi ebbero trapassato. Ma siccome le navi inglesi erano venute contro le francesi cacciando, e però un po' disordinate, e che da un altro canto erano queste molto più destre a vela, e perciò in piena potestà di serbar a posto loro quelle distanze che volevano, ne seguì, che poche delle prime ebbero a sopportare tutto il peso delle artiglierie di molte, o di tutte le seconde. Quindi è, che furono grandemente danneggiate, e più di tutte il Grafton, la Cornovaglia ed il Lione; massimamente quest'ultima, la quale fu rotta di modo, che pareva vicina a naufragare. Il Montmouth altresì, il quale si era ravvisato per indur i Francesi a combattere più manescamente, di mettersi di traverso della vanguardia loro per arrestarla, fu malconcio di modo, che il Lione stesso non l'era di vantaggio. Ma la testa della vanguardia inglese continuando a camminare era pervenuta alla bocca della cala di San Giorgio nella Grenada, dove veduto le bandiere francesi sventolare sulle creste dei Forti, e ricevuto anche i colpi delle batterie più vicine, furono fatti certi gl'Inglesi di quello ch'era, la Grenada venuta essere in poter del nemico. Per la qual cosa conoscendo ottimamente l'ammiraglio Byron, che nella presente condizione della sua armata, e con quella dei Francesi tanto superiore a ridosso, era diventata cosa impossibile lo snidargli, commise tostamente al capitano Barker, ch'era preposto alle navi da carico, facesse altri pensieri, e più che velocemente le conducesse in salvo in Antigoa o a San Cristoforo. Egli intanto rivoltò le prue verso tramontana affine di proteggere le navi da carico nel viaggio loro pure a quella volta, acciò non venissero in mano del nemico. Ma le tre navi, il Grafton, la Cornovaglia ed il Lione, le quali pei gravi danni sofferti non potevano acconciamente governarsi, non solo rimanevano indietro, ma ancora si lasciavano cadere a sottovento, e perciò più vicine ai Francesi, ed in pericolo di esser mozzate fuori e prese. Infatti accortosi D'Estaing dello stato loro aveva voltati i bordi, e poste le prue a ostro per eseguir ciò, che Byron temeva, cioè di tagliar fuori, e pigliar quelle tre navi. Ma l'ammiraglio inglese per impedir questo disegno rivoltò anch'esso i bordi, e veleggiò di nuovo vers'ostro. Mentre in tal modo le due armate nemiche, dopo d'aver orzato buona pezza, correvano poscia l'una e l'altra poggiando vers'ostro, il Lione arrancandosi, così scassinato com'egli era, il meglio, che potesse, e pigliando il vento da poppa, s'incamminò verso ponente, ed arrivò qualche giorno dopo alla Giamaica. Avrebbe potuto facilmente D'Estaing, se avesse voluto, pigliarlo. Ma non volle sparpagliar la sua armata per non correr pericolo di cadere a sottovento della Grenada. Perciocchè intendeva di raccorla tutta nei porti di quest'isola. Le due altre navi delle tre trovaron modo, prima che i Francesi s'interponessero, di ricongiungersi colla restante armata. Il Montmouth non potendo più mareggiare, fu mandato speditamente ad Antigoa. Le due armate nemiche continuarono a stanziar nelle medesime acque a veduta l'una dell'altra fino alla seguente notte, e standosene gl'Inglesi tuttavia a sopravvento per protegger le navi da carico, che se ne andavano, e non osando assaltar l'inimico, perchè inferiori di forze, e molto danneggiati. I Francesi se ne stettero anch'essi oziosi a sottovento, non potendo rappiccar la battaglia, appunto perchè si trovavano a sottovento, e forse ancora probabilmente non volendo D'Estaing fare l'ultima sperienza della virtù de' suoi, perciocchè quello, che sin là s'era fatto, si poteva, come se fosse una vittoria, rappresentare, oltre i motivi che gli facevano desiderare di schivar l'estreme battaglie. La mattina seguente rientrò D'Estaing nella cala di San Giorgio con infinito plauso dei soldati e degli abitanti francesi, i quali erano stati spettatori della battaglia. Le onerarie inglesi, eccettuata una, che venne in mano dei Francesi, arrivarono tutte a salvamento nell'Isola di San Cristoforo. Byron dopo di essersi tenuto in sul mare alcuni dì dopo il fatto, andò finalmente a porre anch'esso nei porti dell'isola medesima.

Ebbero gl'Inglesi in questa giornata, che si combattè il dì sei di luglio, 183 morti, e 346 feriti; ma grandissimo fu il danno loro negli attrezzi navali. Mancarono dei Francesi molti più, sia a cagione del modo del trarre degl'Inglesi, sia perchè le navi loro erano ingombre non che di ciurme, di soldati da terra. Ebbero perciò molti uffiziali di conto, da dugento marinari o soldati uccisi, e pressochè ottocento feriti. Questa fu la battaglia della Grenada, per la quale si fecero molte allegrezze in Francia, ed il Re Luigi scrisse all'arcivescovo di Parigi, seguendo in ciò il costume solito ad osservarsi nelle occasioni delle vittorie, cantasse l'inno delle grazie nella chiesa metropolitana. Pretendeva infatti D'Estaing la vittoria, per aver tenuti accesi i lumi tutta quella notte, che venne dietro al giorno della battaglia, per averla Byron ricusata lo spazio di molte ore, quantunque avesse il sopravvento, per non aver fatto l'Inglese nissuna dimostrazione per preservar il Lione, mentre andandosene a mala pena verso ponente si trovava in tanto pericolo, per aver il medesimo abbandonato il campo di battaglia, ed essersi ritirato; per aver esso D'Estaing catturato una nave da carico al nemico, conquistato la Grenada, e reso vano il disegno fatto da Byron a fine di riconquistarla; per aver infine recato in mano sua la signoria di quei mari. Imperciocchè l'ammiraglio inglese, ricevuto nelle vele, negli alberi e nel sartiame sì grave detrimento, il qual era tanto più da lamentarsi, quanto che in que' luoghi poco si poteva risarcire, si era ritirato a San Cristoforo, risoluto a non uscirne, se non quando o si fosse il nemico infievolito, o egli stesso ingagliardito. La qual cosa riuscì d'infinito terrore a tutti gli abitatori delle Antille inglesi, i quali da lungo tempo, e forse non mai si erano incontrati a veder i Francesi padroni del mare. Pochi giorni dopo la battaglia, D'Estaing, rabberciate le navi, commise di nuovo le vele al vento, ed andò a mostrarsi in cospetto dell'Isola di San Cristoforo, davanti la cala di Bassa-Terra, dove s'era Byron appiattato, e ciò a fine d'invitarlo e tirarlo a combattere. Ma tutto fu nulla. L'Inglese non si mosse. La qual cosa vedutasi dal Francese, si avviò a San Domingo, dove fatta un'adunata di tutte le navi mercantili di diverse isole ordinò, partissero alla volta d'Europa con un convoglio di due navi da tre coperte e di tre fregate.

In questo stato di cose, essendovi ancora buon tempo al poter operare per la stagione che correva, andava il conte D'Estaing fra sè stesso considerando, a quale impresa più vantaggiosa al suo Re dovesse volger le armi. Gli pervennero in questo mezzo lettere dall'America, le quali recavano, avere i repubblicani gli animi pieni di mala soddisfazione, poichè la lega fatta col Re di Francia non era riuscita, in quanto alle cose fatte in su quel continente, nè all'aspettazione loro, nè alla potenza sua; che le grosse spese fatte nella fazione dell'Isola di Rodi erano state indarno; che il pronto vettovagliar l'armata regia dai Bostoniani altro non aveva prodotto, che un allontanamento della medesima dalle terre loro, e la gita sua a lontane spedizioni; che non era stata l'alleanza fin allora di nissun frutto all'America, stantechè la perdita fatta, per cagione della lontananza dei Francesi, di Savanna e di tutta la Giorgia uguagliava pur troppo il benefizio della ricuperazione di Filadelfia operata dalla presenza loro, in congiunzione però colle armi americane, e che finalmente questa istessa perdita della Giorgia, provincia così lontana dal centro della Lega, e tanto esposta agli assalti di mare poteva, e doveva presagir danni ancor più gravi per l'opportunità offerta al nemico di conquistar le Caroline; l'inimico vivere e trascorrere danneggiando per le viscere dell'America; starsene intanto, si dolevano, i capitani francesi correndo i mari delle Antille, facendo il lor pro di quelle ricche isole inglesi, e lasciando gli Americani soli a travagliarsi nell'aspra e perigliosa contesa. Accrescersene il numero degli scontenti, sgomentarsene i contenti. Lo pregavano perciò, ed instantissimamente il richiedevamo, volgesse l'animo suo al soccorso del fedele e pericolante alleato. D'Estaing si lasciò smuovere, quantunque avesse commissione dal suo Re di ritornarsene tosto in Europa colle dodici navi grosse e le quattro fregate, che componevano la flotta di Tolone, lasciando però alcuni vascelli e fregate sotto i comandamenti di La-Motte-Piquet alle stanze di San Domingo, ed altri otto vascelli con altri legni minori ad invernare nei porti della Martinica, intendendosi, che questi condotti dal conte di Grasse cooperassero col marchese di Bouillé alla conquista di altre isole inglesi. Tali erano in quei tempi i pensieri della Francia; perciocchè, riscaldandosi allora vieppiù le pratiche colla Spagna, avrebbe essa voluto veder gli Americani coll'acqua alla gola per ottenerne nel prossimo trattato della Lega col Re Cattolico, e per l'uno e per l'altro Re più favorevoli condizioni. Ma D'Estaing seguendo meglio la generosità dell'animo suo, che gli ordini del suo Re, e volendo con ogni studio fuggire ogni occasione di dare agli Americani alcun sospetto d'animo poco verso di loro sincero, partì alla volta dell'America con ventidue navi di alto bordo e otto fregate. Due erano le imprese, le quali aveva in pensiero di voler fare, accordatosi prima in ciò coi Capi americani, l'una e l'altra di grandissima importanza. La prima si era quella di opprimere le forze del generale Prevost, e, spazzata in tal modo la Giorgia, liberar questa dalla presenza, la Carolina Meridionale dal pericolo degl'Inglesi. Non credeva, fosse disagevol cosa ad esser mandata ad effetto. L'altra, di maggior importanza e difficoltà, consisteva nell'assaltare congiuntamente col generale Washington per terra e per mare la città di Nuova-Jork. Dalle quali due fazioni, se avessero avuto felice fine, ne sarebbe stata la guerra del tutto terminata sulla terra-ferma americana.

Compariva egli il dì delle calende di settembre sulle coste della Giorgia con venti navi delle più grosse, avendone tra via mandato due a Charlestown di Carolina per darvi avviso del suo arrivare in su quelle spiagge. La cosa riuscì affatto improvvisa agl'Inglesi, i quali a tutt'altra cosa avrebbero pensato, fuori che a questa. Il che fu cagione, che la nave inglese lo Sperimento di cinquanta cannoni, governata dal capitano Wallace, non senza però aver fatto una valorosissima, e quasi disperata resistenza, si arrendette alle armi francesi. Tre altre fregate inglesi vennero parimente in poter di D'Estaing; siccome pure cinque chiatte annonarie, preziosa preda pel fallimento delle vettovaglie, in cui erano, ai vincitori. Trovavasi allora Prevost nella città di Savanna con una parte solamente delle sue genti; le migliori, se non le più, avendo tuttavia gli alloggiamenti loro nell'Isola di Porto-Reale, situata presso le coste della Carolina. Conosciuto l'inaspettato e grave pericolo in cui era, mandò spacciatamente ordine al colonnello Maitland, il quale era al governo di quelle, non mettesse tempo in mezzo per venire a ricongiungersi seco lui dentro le mura della città. Gli stessi ordini spedì tosto ad un'altra presa de' suoi, che stanziavano a Sunbury. Nell'istesso tempo gl'Inglesi quelle navi, che avevano nel fiume Savanna, e nelle circonvicine acque o ritirarono in su ne' luoghi più sicuri, o affondarono per impedir il passo a quelle del nemico. Steccarono allo stesso fine il fiume. Guastarono le batterie piantate nell'Isola di Tibee. Fecero con fatica incessabile lavorare i Neri alle fortificazioni. I marinari scesi a terra si congiunsero coi soldati, e specialmente si accinsero a voler ministrare le artiglierie.

Ma intanto tostochè si ebbero nella città di Charlestown le novelle dell'arrivo di D'Estaing, se le genti si rallegrassero, non è da domandare. Tosto il generale Lincoln si metteva in via con una buona mano di soldati per alla volta di Savanna. Si spedirono all'ammiraglio francese piccoli legni in gran numero, perchè gli servissero ad uso di sbarcare i suoi soldati, non potendo le grosse navi molto avvicinarsi a quelle spiagge. Avute queste D'Estaing, ed accostatosi allo scanno, che è posto alla foce della Savanna, traghettò appoco appoco, passando sopra di questo, le sua genti e le sbarcò a Beaulieu a tre miglia distante dalla città. Nel medesimo tempo le sue fregate entrarono ad occupar le diverse fiumane, ed i bracci di mare, che sono in quei contorni assai frequenti, approssimandosi quanto meglio e più potessero a Savanna. Il dì quindici settembre comparivano sotto le mura della città i Francesi, accompagnati dalla legione di Pulaski, la quale, fatta grandissima diligenza, già era venuta ad accozzarsi coi medesimi. Prevost dopo alcune leggieri avvisaglie ritirò dentro tutte le sue genti, essendo, poichè Maitland non era ancora arrivato, poco sufficiente a difendersi, non che atto ad offendere. D'Estaing con parole alte intimò la resa a Prevost; che quelle genti, ch'egli aveva guidato sotto le mura di Savanna, non erano, che una parte di quelle, che avevano conquistato per assalto la Grenada; che l'umanità sua l'obbligava a rammentarglielo, e che ciò fatto non potrebbe venir imputato, se non potesse poi la furia de' suoi soldati raffrenare. Chiedeva, e ciò non senza grave querela e sospetto degli Americani, si arrendesse all'armi del Re di Francia.

Prevost, considerato che le genti di Maitland non erano arrivate, e che le fortificazioni, che intendeva di fare, non erano ancor compite, dava del buono, e s'ingegnava di logorar tempo con far le viste di voler introdurre una pratica d'accordo. Rispose pertanto a D'Estaing, non potere, nè dovere arrendersi, se prima non conosceva le condizioni. Aggiunse, proponessele. Dopo varie pratiche, Prevost fu tanto astuto, e D'Estaing tanto dolce, o tanto confidente, che conchiusero una sosta di ventiquattr'ore. In questo frattempo arrivò dall'Isola di Porto-Reale con tutte le sue genti Maitland, dopo di aver superato con molta sua lode tutte le difficoltà opposte tra via da' luoghi e dal nemico. Ricevuto questo rinforzo, nel quale per verità consisteva la principale speranza della difesa, Prevost fece intendere a buona cera a D'Estaing, che si voleva difendere. Ma due giorni prima era arrivato nel campo degli assedianti il generale Lincoln con circa tremila soldati tra stanziali e milizie. Sommavano i Francesi al novero di quattro o cinque migliaia. Il presidio tra soldati, marinari e leali arrivava bene a tre migliaia di soldati. Pigliarono i Francesi il campo a dritta, gli Americani a sinistra. Non avendo gli alleati potuto insignorirsi della città di queto, nè credendosi poterla pigliare d'assalto per la gagliardìa del presidio e delle fortificazioni, le quali già fatto avevano, e tuttavia facevano gl'Inglesi con grandissima diligenza, si risolvettero a volerla pigliare per oppugnazione. Per la qual cosa, incominciarono a lavorar di forza alle trincee, e già il giorno ventiquattro avevano sboccato a trecento passi dalle palificate sulla sinistra della città. Fecero gli assediati ogni sforzo per impedir l'opere degli assedianti, sebbene con poco effetto. Finalmente avendo gli alleati condotto a fine le trincee, e piantatovi le batterie, incominciarono la notte dei tre ottobre, a briccolare in gran copia le bombe dentro la città, ed in sul far del dì dei quattro trassero furiosamente con trentasei bocche da fuoco dalle batterie di terra, e con nove bombarde. Nel medesimo tempo fulminavano di fianco con sedici cannoni posti sulle navi. Per accrescer terrore alla cosa non cessavano dal gettar dentro carcasse, le quali appiccarono il fuoco a parecchie case. Questa tempesta di tant'istromenti da guerra, che durò bene cinque giorni, siccome causò un danno infinito alla città, così fece poca impressione dentro le mura, le quali non erano sì tosto in qualche luogo danneggiate, che non fossero più presti gli Inglesi a rassettarle. Quindi invece di perdere della forza e solidità loro in mezzo a tanta furia di cannonate e di bombe, pareva che nuove ne acquistassero. I soldati poi del presidio, e molti ancora fra gli abitanti, siccome quelli, che stavano sulle mura per difenderle, ne ricevettero pochissimo danno. Ma bene fu assai grave quello delle donne, e dei fanciulli, e delle altre turbe inermi, le quali disseminate qua e là per le case che diroccavano od ardevano, non trovavano contro tanto furore rifugio alcuno. Molti perirono, altri furono sgabellati a doverne increscer loro la vita. Mosso dalle miserabili grida loro Prevost mandò pregando d'Estaing, fosse contento, che le donne ed i fanciulli fossero mandati sopra di una nave giù pel fiume, e posti sotto la protezione di una nave da guerra francese, e là stessero, finchè la bisogna dell'assedio fosse terminata. Aggiunse, che ove per sua cortesia concedesse la domanda, gli faceva a sapere che la sua moglie stessa, i figliuoli ancor fanciulli, e tutta la famiglia l'avrebbero usata. Alla quale richiesta piuttosto da desiderarsi da un generoso nemico per concederla, che da apprendersi per negarla, trattandosi, come invero si trattava di un'impresa da doversi terminare colla forza, non colla fame, rispose superbamente D'Estaing, o di per sè stesso, o messo su da Lincoln, il quale siccome Massacciuttese, era uno dei più risentiti libertini del paese, che non poteva acconsentire, perchè Prevost lo aveva ingannato colla tregua; che nella presente domanda vi poteva esser sotto materia (sospettando, che il generale inglese volesse con questo stratagemma cansare le ricche spoglie della Carolina); che finalmente lamentava bene l'infelice condizione di quelle persone, ma che se non poteva fare altro, lo imputasse Prevost a sè stesso, ed a quella illusione che gli offuscava l'animo.

Qualunque fosse la perizia degl'ingegneri inglesi, e specialmente quella del capitano Moncrieff, l'opera del quale fu di grandissimo comodo in quest'assedio, nel racconciar le mura rotte dall'impeto delle artiglierie nemiche, ed il valore, col quale gli assediati le difendevano, poca speranza potevano avere di poterle tenere ancora lungo tempo, e minor eziandio di ottenere la vittoria, quando gli assedianti avessero perseverato nell'assedio. Ma si trovava D'Estaing oppresso da gravissime difficoltà. Non si era egli persuaso, che fosse per trovare sotto le mura di Savanna un sì duro incontro; ed era venuto in tanta confidenza di una prossima vittoria, che si era fermato con tutta la sua flotta su quelle spiagge poco sicure in ogni stagione dell'anno, ma molto pericolose in quella, che allora correva. Aveva anzi significato agli Americani, che non poteva fare in terra più lunga dimora, che di otto o dieci giorni. Già ne erano trascorsi venti, dacchè era venuto a oste sopra Savanna, e questa città nissuna sembianza faceva di volersi arrendere. La stagione diventava ogni dì più infedele, ed i suoi uffiziali non cessavano di mostrargli, in quanto pericolo esporrebbe l'armata del Re, e tutti i suoi, se più lungamente si ostinasse nell'incominciata impresa. Poteva anco un'armata inglese fresca, e fornita di ogni cosa arrivar in quelle spiagge, e dar la battaglia alla francese mancante allora di tutti i soldati e marinari, e di tutte le artiglierie sbarcate alla fazione di Savanna. Onde è, che quantunque le trincee non fossero a quella perfezione condotte, che era necessaria, nè le mura della città altrettanto danneggiate, quanto si sarebbe desiderato, si deliberò D'Estaing a volerle dar l'assalto; tratto ora dalla necessità delle cose a quella risoluzione, la quale avrebbe dovuto mandar ad effetto, allorquando in sul principio poco era la città difendevole, e gli aiuti di Maitland non arrivati. Fatta la risoluzione, consultò con Lincoln del modo di eseguirla, ed ambidue si fermarono di voler assaltar la città sul fianco destro da quella parte stessa, dove si erano gli Americani accampati. Da questo lato una strada fonda e paludosa poteva condurre gli assalitori, senza che potessero essere non che danneggiati, veduti dagli assediati, sino distante solo a cinquanta passi dallo sdrucciolo della Fortezza, ed in qualche luogo anche più presso. La mattina dei nove ottobre, prima del dì, D'Estaing e Lincoln, raccolto il fiore dei soldati loro, andarono per la strada coperta a riconoscere la batteria. Ma a cagione del buio s'innoltrarono più in là nella fondura, che non avrebbero voluto, avendo dato una più gran giravolta a sinistra. Il che fu causa, che ci si perdè tempo, e si disordinarono i soldati. Tuttavia, ripigliato tosto le ordinanze, si affacciarono alle mura, e diedero con incredibile ardire un ferocissimo assalto. Gl'Inglesi, i quali, come scrivono alcuni, ne avevano avuto qualche fiato la sera precedente, e che perciò stavano sull'intesa, con quel medesimo valore si difendevano, col quale erano assaliti. Si attaccarono principalmente, con un furore inestimabile gli uni gli altri intorno un bastione posto sulla via per Ebenezer, facendo gli alleati un incredibile sforzo per ispuntar di quello gl'Inglesi. Si combatteva anche nelle altre parti con uguale valore, e non si poteva conghietturare, da qual parte fosse per inclinar la vittoria. D'Estaing e Lincoln in capo alle file dei loro, ed esposti ad un grandissimo pericolo gli animavano. Da un altro canto Prevost, Maitland ed il Moncrieff non mancavano a lor medesimi, continuamente aizzando i loro, cacciassero da quelle mura i ribelli al Re, i nemici inveterati del nome inglese sfolgorassero. Durò l'ostinatissima contesa per ben un'ora. Ma infine cedendo il valore degli assalitori alla costanza dei difensori, ed essendo quelli grandissimamente infestati dalle artiglierie, le quali poste con mirabile industria da Moncrieff nei luoghi più opportuni piovevan loro addosso continuamente, e da tutti i lati palle e scaglia; incominciò l'impeto degli alleati a raffreddare; poscia balenarono. Della qual cosa accortisi quei di dentro, e conoscendo benissimo, quello essere il momento, il quale se bene usassero, doveva dar loro la vittoria compiuta in mano, saltaron fuori, granatieri massimamente e marinari, e spintisi a trabocco nei fossi e nei ripari, in men che non si dice, gli spazzarono, cacciatine di forza tutti i nemici. Nè contenti a questo, avventati pel calor della battaglia, e gonfiati all'aura della vittoria, gli perseguitarono sì ferocemente e sì precipitosamente, che gli ributtarono fuori delle palificate dentro la fondura. Il quale cacciamento fu così subito, che quelle insegne, che Prevost aveva mandato dietro i suoi alle riscosse, non ebbero tempo di arrivare ad aver parte nell'impresa. Non è da passar sotto silenzio, che mentre più ardeva la battaglia, il conte Pulaski postosi alla testa di dugento cavalleggieri tentò galoppando a tutta briglia di entrare tra mezzo i ripari nella città per assalir poscia alle spalle, e scombuiar i nemici. Ma ferito in quel punto mortalmente, fu costretto a ritirarsi; ed i suoi, perduto il capitano, disanimatisi si tolsero dall'impresa. Dissipata la nebbia ed il fumo, che avevano ingombrato l'aria nell'ora dell'assalto, si scoperse uno spettacolo orribile a vedersi. Mucchi di morti misti coi viventi qua e là, ma principalmente intorno il puntone di Ebenezer; armi rotte, sangue sparso, grida lamentevoli, ogni cosa degna di compassione. Chiedevan gli alleati una tregua per seppellir i morti, e raccorre i feriti. Fu concessa, con restrizione però rispetto a quei che si trovavano in un certo spazio vicino alle mura.

Fu molto grave in questo fatto la perdita degli alleati. Dei Francesi morirono, o furono feriti meglio di settecento, tra i quali più di quaranta uffiziali. Tra i feriti si annoverarono lo stesso D'Estaing, i visconti di Fontange, e di Bethisì, ed il barone di Steding. Degli Americani tra morti e feriti mancarono da quattrocento. La perdita degl'Inglesi fu di poco conto, avendo combattuto da luoghi sicuri. Ora si facevano dai vinti le invenie per la risposta data a Prevost rispetto alla moglie e figliuoli di lui. Davano la colpa, come dicevano, a quell'avventato Lincoln. Offerivano adesso, imperciocchè facevano tuttavia le viste di voler continuare l'assedio, quello che prima tanto rigidamente avevano negato. Gissero pure la donna, ed i figliuoli del generale col seguito loro; sarebbero ricevuti a bordo della nave la Chimera dal cavaliere di San Rumain. Rispondeva con sopraccigli levati Prevost, che quello che stato era negato una volta con insulto, non francava la spesa di accettare.

Pochi giorni dopo passò da questa all'altra vita il conte Pulaski, uomo polacco di chiaro sangue, il quale non trovando più nella patria sua modo alcuno di adoprarsi in questa causa della libertà di cui ei faceva professione, s'era con generoso consiglio condotto ad aiutarla presenzialmente in America. Nel che fare se perdette la vita, acquistò non poca laude presso gli uomini valorosi. Raccontasi, che quando fu al Re di Polonia annunziata la morte di Pulaski, abbia esclamato: _Pulaski sempre bravo, ma sempre nemico ai Re_. E certo, se il Re Stanislao si doleva di Pulaski, ne aveva ben anche il perchè. Il congresso decretò, gli si rizzasse un monumento.

Il giorno 18 ottobre, gli alleati, aperto del tutto l'assedio, si levarono da campo, e tale fu la diligenza che usarono nel ritirarsi, che non fu fatta agl'Inglesi veruna abilità di poter far loro danno. I regolari di Lincoln si ripararono sulla sinistra riva della Savanna; le cerne si disbandarono. I Francesi si ritrassero alle navi. D'Estaing, posti di nuovo sopra di queste i soldati, le armi e le munizioni, abbandonando del tutto le spiagge dell'America, commise le vele ai venti, intendendo di recarsi egli stesso con una parte dell'armata in Europa, e di rimandar la rimanente alle Antille. Ma una grossa folata disperdè le navi, le quali penarono poi gran pezza prima che si potessero, raccozzare.

Questo fine ebbe la spedizione di D'Estaing sulle coste dell'America settentrionale, nella quale avevano gli alleati tante liete speranze collocate. Rottogli prima dall'avversa fortuna il disegno della Delawara, abbandonò poscia due volte in sul bel compirla l'impresa di Nuovo-Porto; e finalmente sotto le mura di Savanna, dopo d'essere stato troppo rispettivo nel principio riguardando all'assalto, tanto lo affrettò sul fine, che ne ricevette una grave sconfitta. Acquistò per altro alla Francia due ricche isole nelle Antille, e combattè con non poco frutto una onorevol battaglia contro un'armata inglese esercitatissima, e governata da capitani espertissimi. Era D'Estaing, del pari precipitoso nel risolversi che animoso nell'eseguire; e se la fortuna avesse, siccome amica agli audaci, aiutato l'audacia sua, o voluto favorire gli ottimi consiglj presi dai ministri francesi nelle cose ordinategli, avrebbe fuor di dubbio grandemente afflitta la possanza navale dell'Inghilterra, ed un grande aiuto porto all'America, che dal suo operare aveva sperato il pronto fine della guerra. Con tutto ciò, sebbene l'opera dell'ammiraglio francese non sia riuscita in America di quella utilità, che si aspettava, fu però di non poco vantaggio agli Americani. Imperciocchè la sua presenza contenne gl'Inglesi, che non si recassero sì tosto, come disegnato avevano, contro le province meridionali. Inoltre i ministri britannici, temendo non solo dell'Isola di Rodi, ma ancora della Nuova-Jork, quando le genti loro continuassero ad alloggiare spartitamente in quelle due province, ed in altri luoghi, comandarono a Clinton, volasse speditamente la prima, e tutto il presidio ritirasse alla Nuova-Jork; il che eseguì il giorno 25 di ottobre. Così la provincia dell'Isola di Rodi, la quale era venuta di queto in mano dei reali, tornò nel modo stesso in poter dei repubblicani. E siccome era allora D'Estaing sulle coste della Giorgia, così temendo i generali inglesi, venisse tosto sull'Isola di Rodi, questa votarono sì all'inviluppata, che vi lasciarono le grosse artiglierie, ed una gran quantità di munizioni. Ne pigliarono gli Americani possessione immantinente. Vi lasciarono per alcuni dì sventolare le insegne inglesi; al quale inganno prese molte navi del Re entrarono in Nuovo-Porto altrettanto ricca, che sicura preda ai repubblicani.

Raccontato avendo sin qui gli accidenti della guerra, che nacquero in quest'anno, sia nel continente d'America, sia nelle isole occidentali, ci è ora mestiero descrivere quelle cose, che nel medesimo frattempo avvennero, e che risguardano, o l'erario pubblico, o le opinioni, i moti e le sette di quei popoli agitati da sì gravi e sì spessi rivolgimenti. La congiunzione delle armi di Francia a quelle del congresso, se dall'un dei lati era stata di non poca utilità agli Americani e per dar loro migliori speranze dell'avvenire, e per difendergli effettualmente dagli assalti britannici, dall'altro riuscì di notabil danno rispetto alla comune opinione dei popoli. Questa stessa possente tutela, e quelle speranze che ne furono l'immediato e necessario effetto, furono causa, ch'eglino si dessero a credere, che la contesa fosse ormai vicina al suo fine; che l'Inghilterra fosse per calare; e che altro non rimanesse a farsi, che aspettar quietamente il termine dei mali loro, ed attendere a godersela, e a darsi buon tempo. Quella causa stessa, la quale avrebbe dovuto per l'emulazione verso il possente alleato stimolargli a comportarsi da valorosi, ed a concorrere efficacemente alla comune meta, gli faceva per lo contrario impoltronire, proponendosi eglino di volere anticipatamente, e quando tuttavia durava il pericolo quel riposo godersi, che non avrebbero dovuto desiderare, se non quando avessero ottenuto l'intento loro. In mezzo a quelle vivaci immagini di non lontana felicità, che la vaga immaginazione continuamente rappresentava alle menti loro, non si ricordavano, che il negozio poteva ancor venir guasto in sul compirsi, e che poteva tuttavia, siccome si suol dire, cader loro la gragnuola in sul far della ricolta. La Francia, vedutigli così trasandati, avrebbe potuto far altri pensieri, servendo la trascuraggine loro di pretesto apparente, e d'accrescimento di forza alla ragione di Stato sempre pronta a pigliar le occasioni di fare il suo interesse a spese degli alleati. La Spagna ancora avrebbe potuto starsene, e non si discoprire con grave danno di tutta la Lega, la quale dall'accessione di lei sperava la vittoria certa. Nè pensavano gli Americani, che se le buone armi ed i forti eserciti sono causa, che più presto si finiscono le guerre, così lo sono ancora per ottenere le più favorevoli condizioni della pace. Tutte queste cose nissuna, o poca impressione facevano negli animi dell'universale, e contenti a quello che fin là fatto avevano, e grandi assegnamenti facendo sugli aiuti francesi, si stavano, e parevano voler lasciare tutto il peso del fornire la bisogna all'alleato loro. Questa rilassatezza, la quale era entrata in tutti gli ordini di persone, era altrettanto più grande, quanto era stato più vivo l'entusiasmo degli anni precedenti. La qual cosa era anche maggiormente di sinistro augurio; imperciocchè l'esperienza dimostra potersi bene facilmente concitar i popoli la prima volta, ma risvegliargli da quel torpore che tien dietro all'ardore, difficilmente. I Capi americani più prudenti, e massimamente Washington, conosciuto ottimamente il male, ne stavano di malissima voglia, e vi facevan contro tutti quei rimedj, che migliori e più efficaci immaginar potevano e sapevano. Usavano le esortazioni, gli argomenti della passata gloria, la necessità di non iscomparire in paragon dell'alleato, i pericoli, che tuttora soprastavano, la possanza e le arti dell'Inghilterra. Tutto era nulla. Se ne stavano tuttafiata a gambe larghe, e lasciavano portare al caso le cose di maggior momento. Non vi era modo che si volessero risentire. La bisogna del reclutare procedeva peggio che lentamente. I soldati, che si trovavano all'esercito di Washington, alcuni, perchè avevano finite le ferme, altri, perchè eran loro venute a noia le guerre, lo desertavano, ed alle case loro ritornavano. Nè il riempire le compagnie assottigliate era facil cosa a conseguirsi. Pochi, o nissuno volevan obbligarsi giusta le provvisioni del congresso a tre anni, o sino al finir della guerra. Il condurgli per un più breve spazio, oltrechè riusciva di poco profitto, non era anche concesso per la torpidezza dei popoli. Il trar le sorti, ed obbligargli per forza ad andar sotto le insegne era creduta, ed era in vero in mezzo a quelle opinioni che regnavano, cosa troppo pericolosa. Dormiva ogni cosa nell'esercito, avendo per grazia, che gl'Inglesi non l'assaltassero. Queste state sono le cagioni per le quali così freddamente procedettero in quest'anno le cose della guerra, e per cui Washington, oltre la sua naturale prudenza di non volere, se non avvantaggiatissimo, riporre nel rischio delle battaglie una impresa, che già credeva vinta, non che assaltar volesse, recava a sua gran ventura il non essere assaltato. Che se le cose fossero avvenute, non come andarono, ma come avrebbero dovuto andare, gli si sarebbe scoperta qualche buona occasione di fare un gran fatto in servigio e gloria della patria sua; e forse gl'Inglesi non se ne sarebbero stati nella Nuova-Jork così quieti, come fecero tutto l'anno, e l'Isola di Rodi non avrebbe penato sì lungo tempo a ritornare alla divozione dell'America; poichè si trovavano i reali in quei primi mesi molto indeboliti per cagione dei soldati mandati alle fazioni delle Antille e della Giorgia. Ma in mezzo ai popoli tumultuanti, presso i quali il governo, siccome nuovo, è più debole, e la volontà dei particolari uomini, siccome con minor freno, più forte, e le comuni opinioni, che solo nascono dagli ordini stabili, non ancora fermate, non è raro che si perdano le migliori occasioni. E se l'imprese loro riescono qualche volta a buon fine, ciò più spesso dalla buona ventura, che dalla costanza loro si dee riconoscere. Tal era la condizione a questi dì dei popoli americani, e se nella Giorgia e nella Carolina si fe' qualche sforzo per ributtar l'inimico, ciò fu massimamente per mezzo delle bande paesane di quelle due province, alle quali la cosa toccava sì strettamente. Le altre non si mossero, o fecero provvisioni assai fredde; perciocchè, rilassato il nodo della comunanza, non riputavano proprio il pericolo altrui.

Nè solo, ferme quelle prime caldezze, vi era grande la tiepidità delle menti, ma non vi era minore la cupidigia del guadagno, e lo sfrenato desiderio delle ricchezze, fossero qualsivogliano i mezzi di acquistarle; o buoni, o cattivi, o leciti, od illeciti, di ciò poco si curavano. Nata vi era fra gli Americani di quei tempi, siccome pur troppo suol avvenire nei rivolgimenti politici delle nazioni, una generazione d'uomini che convertivano in lor prò, e nel privato interesse loro le miserie del comune. Costoro poco curandosi di dependenza o di non dependenza, di libertà o di non libertà attendevano a far sacco con popparsi e succiarsi lo Stato; e mentre i buoni cittadini, o si logoravano nelle fazioni militari, o si travagliavano nelle consulte, dando alla patria non solo il tempo, ma ancora le sostanze, il sangue e la vita loro, questi impronti ladroni le facoltà sì pubbliche, che private senza vergogna alcuna manomettevano ed arraffavano. Quindi non v'era contratto privato, ch'essi non vi usureggiassero su, e non vi facessero dentro i disonesti guadagni, nè endica pubblica, che lo Stato facesse per uso degli eserciti, nella quale non si ficcassero dentro. Dal che ne nasceva, che si spendeva assai, e poco si otteneva. Nè anco nissuno si pensi, che mai si sia da modesti e virtuosi amatori della patria loro tanto romor menato, o tante dimostrazioni fatte d'amor della patria, come costoro menavano e facevano. E' pareva ch'essi soli fossero i zelatori, essi gli ottimi cittadini; e coloro i quali erano in grado, e tenevano i maestrati, e che non volevano alle tresche loro prestar le mani, tosto sì eran chiamati dai medesimi tiepidi, leali, reali venduti all'Inghilterra; come se stato fosse debito di coloro, i quali si erano abbattuti al governo della repubblica in circostanze sì calamitose, l'arricchirgli. Che poi queste cose dicessero essi, non è da far maraviglia; perciocchè non v'è mai stato ladro che non sia mai stato prima ingannatore; ma quello, che era più strano e poco credevole, questo era, che trovavano, chi loro credeva. Questa peste andava serpendo, e già già s'era insinuata nel cuore stesso della repubblica. Quindi i buoni si ristavano, i malvagi alzavano la cresta. Ogni cosa minacciava una prossima rovina. Quest'erano le speranze dell'Inghilterra. Del quale sì gran mutamento in quelle genti, altre volte di sì lodevoli costumi dotate, se si vogliono ricercar le cagioni, troveremo, che oltre quella generale rilassatezza, che sogliono produr le guerre nelle opinioni morali dei popoli, i reggimenti nuovi, i quali penuriano di pecunia, sono costretti ad accattar questa, o le robe dagli usurai. L'esempio è pernizioso, e si diffonde largamente anche fra i privati. Sono anche i reggimenti medesimi obbligati per la necessità delle cose a conceder molto, e a dar i preferimenti a coloro, che seguitano o paiono seguitar le parti loro, accettando per buono e risponsivo negli affari pecuniali il solo zelo del bene pubblico, o vero o simulato ch'esso sia; e se agevoli debbon essere per forza nel concedere a simil sorta d'uomini, quando si appresentano, debbono per le medesime cagioni esser rispettivi nel castigargli, quando fan mancamento. Brevemente in tali circostanze i buoni debbono per necessità dar la passata ai tristi, e questi vedutisi, non che impuniti, tollerati, non che tollerati, usati, non che usati, spesso incoraggiati, si moltiplicano; e siccome i cadaveri addossati ai corpi sani e viventi gl'infracidano ed uccidono, così essi l'onestade altrui guastano e corrompono. Ma una delle prime e più possenti cagioni di sì strano cambiamento nei costumi americani quello si era dello scapitamento dei biglietti di credito, il quale era venuto a tale in sul principiar del presente anno, che con otto dollari di quelli non si poteva avere, che un sol dollaro di conio. Questo disavanzo andò crescendo continuamente in tutto il corso del medesimo anno, sia per le continue gittate, che ne faceva il congresso, sia pel poco frutto, che sin qui s'era ricavato dall'aiuto delle armi francesi, sia finalmente per le infelici novelle della Giorgia. Nel mese di decembre appena che quaranta dollari di biglietti si potessero spendere per un dollaro d'argento. Una cena, od una coppia di scarpe non si avevano, se non con dugento o trecento lire tornesi in biglietti. Del che non si dee pigliar maraviglia. Imperciocchè oltre l'incertezza dello Stato, correvano nel mese di settembre 159,948,882 di dollari del congresso nelle tredici province confederate. Alla qual somma, se si aggiungeranno quelle dei biglietti gittati dai particolari Stati, si verrà a conoscere, quanto smisurata fosse la totale somma di questa sorta di pecunia, che allora sopraffaceva ed aggravava gli Stati Uniti. Oltre di questo, molto efficace cagione dello scapito dei biglietti erano i contraffacimenti assai frequenti, che fatto ne avevano, e tuttavia facevano i leali e gl'Inglesi. Di questi biglietti così falsificati, ma sì finamente lavorati a guisa dei buoni, che difficilmente si potevano distinguere, ne arrivavano spesso le casse piene dall'Inghilterra; ed i capitani britannici, e specialmente Clinton sebbene questi, come pare, a malincorpo, e costretto a bella forza dai ministri, ogn'industria usavano per fargli trapelar nel paese. Certo è, ch'essi ministri un principal fondamento alla ricuperazione delle colonie ponevano in queste falsificazioni dei biglietti di credito. Perciocchè sapevano ottimamente che quella era la sola pecunia, che potessero spendere il congresso e gli Stati per le provvisioni della guerra; e che se fosse loro venuto meno quel principal nervo, sarebbero di necessità cadute di mano le armi agli Americani. Il qual modo di far la guerra, se non era usato allora la prima volta, nè stato lo è l'ultima, sarà però sempre dagli uomini diritti e dabbene grandemente, ed a buon diritto biasimato ed abborrito. Imperciocchè la fede pubblica si debba serbar anche tra nemici, e la fraude delle falsificazioni delle monete sia di tutte le altre non solo la più dannosa, ma la più vile. A tutte queste cose si aggiungeva, che siccome da una parte il commercio, che gli Americani andavano altre volte facendo coi proventi loro in Inghilterra, ed in parte anco presso le estere nazioni, era interrotto, e dall'altra il suolo e l'industria loro non davano parecchj oggetti indispensabili all'uso della guerra, così questi dovevano procacciare a suon di monete d'oro e d'argento dall'esterno. Dal che ne nacque, che la quantità di queste, che si trovava negli Stati Uniti, la quale di già molto non era abbondante prima della guerra, a' tempi di questa andò appoco appoco scemando, e diventando in proporzione della scarsezza sua più preziosa. Perciò i biglietti divennero anch'essi proporzionatamente di minor valore nell'opinione degli uomini. Da questo smisurato disavanzare dei biglietti non solo accadeva, che le borse si serrassero ed i mercati si sfornissero con gravissimo danno e querela dei popoli, ma ancora, che la fede dei contratti si rompesse, e la rettitudine dei privati si contaminasse. I debitori con poco si liberavano di molto verso i creditori; e se questo nel principio si faceva da pochi, siccome il male si appicca più facilmente che il bene, molti poscia diventarono macchiati della medesima pece; e funne quasi un generale andazzo. Nè in questo i debitori infedeli ed avari risguardavano più a questa persona che a quell'altra, poichè di questi tratti ne furono usati allo stesso generale Washington, il quale i suoi denari aveva prestato generosamente a chi ne aveva bisogno. Vi era anche nata un'altra generazione d'uomini, i quali ad altro non badavano, che al mercanteggiare continuo in sul disavanzo dei biglietti, accortamente valendosi dell'aggio, secondochè quelli acquistavano, o perdevano di riputazione. E questo acquistare, o perdere di riputazione dei biglietti meno procedeva dalle circostanze più o meno favorevoli, in cui si trovasse il pubblico, che dalle novelle, dai raggiri, dai maneggi, dagl'inganni e dai monopolj di costoro. Quindi le arti utili, i traffichi onorati si abbandonavano per correr dietro a questa ghiottornìa dell'aggio. I più tristi ed i più malvagi arricchivano; i buoni ed onesti impoverivano; ogni avere, sì pubblico che privato, in confusione. Nè il male si ristava all'avarizia; ma la contagione di questa scellerata peste più oltre si divulgava nelle menti umane, e siccome suol fare, corrompeva anche tutte le altre virtù. L'avarizia dei privati perturbava le cose pubbliche. Guardavasi da troppi più, che non si potrebbe credere, sopra l'amor della patria, come se una fola fosse, in cui molto più vi fosse da perdere, che da guadagnare. Non volevasi andar soldato, se non con ingordi caposoldi; non dar gli appalti pubblici, senza averne le palmate; non pigliargli, senza smisurati profitti; non entrar negli uffizj o maestrati, se non con disonesti salarj, o per farvi entro la penna. E questa corruttela procedè tant'oltre, che ne fu con troppo manifesto esempio l'antico proverbio riconfermato, che _quando l'ottimo si guasta, e' scende del tutto verso la parte più rea_.

Ma all'ingorda sete dell'oro si aggiungeva per arrota il furor delle Sette, dal quale invasati erano gli stessi membri del congresso. Il ch'era causa, che pur troppo spesso disputassero tra di loro d'interessi privati e di personalità, piuttosto che delle faccende gravi ed importanti dello Stato. Allorquando una nazione debole si mette sotto il patrocinio di una potente, e che di questa si trova in gran bisogno, vi sorgono di necessità in mezzo della prima le Sette e le fazioni. Alcuni risguardando molto più agli interessi della patria loro, od alla propria ambizione, che alla necessità di conservar la buona armonia colla nazione più possente, seguendo meglio il diritto, che la ragione di Stato, fanno spesso, e dicono di quelle cose, che agli agenti di essa nazione arrecano non poco disgusto. Altri, o perchè così credano, che sia il meglio della patria loro, ovvero per arrivar ai fini loro particolari, si dimostrano più arrendevoli, e concedono largamente, e piaggiano offiziosamente, e fanno le invenie bassamente. Quelli chiamansi independenti, questi dependenti. Errano i primi; perciocchè non si possono usar in tutto le maniere dell'independenza, laddove s'ha un indispensabile bisogno del patrocinio altrui. Errano i secondi; perciocchè il conceder troppo accresce la gola altrui, e fa anche venir voglia di addomandar troppo; e serbar in questi casi un giusto mezzo è cosa più malagevole, che taluno potrebbe immaginare. Questi ultimi sono per l'ordinario, o debbon esser più accetti agli agenti sovrannominati, perciocchè ne fanno essi più facilmente il voler loro, e servon loro (quando i dependenti sono di quei, che vogliono conseguir i proprj fini d'avarizia e d'ambizione) di calunniatori, di rapportatori e di spie, astenendomi anche per amore della modestia dall'usar parole più gravi. Ma tra di loro son gagliardi i contrasti e le impronte dicerìe. Gli uni rimproverano agli altri, volere dei proprj interessi la patria loro intiera ed avvinta dare in preda ai protettori; far mercato di quella: esser più del paese dei protettori, che del loro; gli chiamano vile e disprezzabil gente. Gli altri rimproverano agli uni, volere per un intempestivo orgoglio far capitar male lo Stato, perdendo la protezione; doversi prima acquistare l'independenza, poscia far gl'independenti; in tutte le azioni loro gli uomini prudenti, e massimamente gli statuali andar pei tragetti, quando la dritta via conduce al precipizio; non doversi governar gli affari di Stato coi moti dell'amor proprio degli uomini privati; in quelli il più profittevole essere il più onorevole; e nessuno mettervi dell'onor suo, quando ottiene il fine, che si era proposto. Queste cose dicevano i più temperati fra i dependenti; ma i più scatenati fra i medesimi, e quei, che non eran netti, gridavano a testa, quest'independenti esser nemici alla Francia, amici all'Inghilterra; essere traditori; intendersela cogl'Inglesi; a questi disvelare i segreti dello Stato; volere il rompimento della fede pubblica data nel trattato d'alleanza; desiderare ed operare, che posta dall'un de' lati l'alleanza francese con tanta solennità giurata, si dia ascolto alle proposte di pace fatte dall'Inghilterra, e si faccia con questa la lega. Conciossiachè a questi tempi i ministri britannici non cessavano di tentar gli animi dei Capi americani con nuove offerte di pace, anche riconoscendo la independenza. Ciò facevan essi, o per ingelosir la Francia, o per far nascere le Sette in America, o per ottener invero la pace e l'alleanza dagli Stati Uniti. Che che si debba pensare delle intenzioni loro, queste tente avevano in America l'effetto, che forse si erano proposto, operato, e non vi mancando neanco delle male zeppe desiderose di veder male, che le aiutavano, le parti e gli umori vi bollivano gagliardamente. Per verità non solo i particolari cittadini, ma ancora quelli, che tenevano i gradi, attendevano meglio a proverbiarsi, ed a bisticciarsi tra di loro, che alle faccende dello Stato. Questi semi di discordia cittadina, che già eran pullulati, e cresciuti gran tempo prima, crebbero ancora vieppiù, quando colla flotta di D'Estaing arrivò in America Silas Deane, prima agente del commercio americano in Europa, poscia uno dei tre commissarj, che avevano fermato il trattato d'alleanza a Parigi. Costui scontento nell'animo all'esser stato rivocato, e volendo fare un gran romore in testa agli altri, perchè gli altri nol facessero a lui, e parere il buono ed il bello coi Francesi, andava pria seminando, poscia stampò, che il congresso non voleva udire in sulla relazione della sua missione a Parigi; che non voleva aggiustar i suoi conti; che Arthur Lee, uno dei tre commissarj, e Guglielmo Lee, agente pel commercio del congresso in Europa, ed i due fratelli loro membri del congresso parteggiavano per l'Inghilterra, e con questa tenevano pratiche segrete; ch'essi, e tutti quelli, che tenevano con loro, volevano la Francia disgustare in varj modi, e specialmente col non volere, si rimborsassero a quei Francesi, i quali avevano sul principio della guerra fornite le armi e le munizioni all'America, lo somme che speso vi avevano dentro; che volevan ora tôrre il grado a Franklin, come una volta l'avevano voluto tôrre a Washington; cambiare in somma gli uomini e le cose, e dare un altro indirizzo agli affari dello Stato. La diceria, che Silas fe' stampare in questo proposito, e diffondere largamente per gli Stati nel mese di decembre del 1778, causò un grandissimo romore; le parti vieppiù si riscaldavano, ed i rancori s'inviperivano. I Lee risposero modestamente. Ma gli fu bene arrovesciato da Tommaso Payne, e da Guglielmo Enrico Drayton tal ranno addosso, che non ne rimase in capitale. Si rivoltarono eglino al Silas Deane dicendogli, che non solo il congresso lo voleva udire, ma che di già lo aveva udito, e scrittogli di volerlo ancora udire; che se non aveva ultimato i suoi conti, questo era, perchè le partite non erano provate, avendo esso Deane, o a caso o a studio, lasciato in dietro in Francia i ricordi; che se Arthur Lee teneva pratiche segrete in Inghilterra, questo faceva, perchè lo doveva fare, essendo ambasciadore; e che potevan essi bene affermare, che il congresso aveva da Lee durante l'ambascerìa di lui in Parigi migliori lettere, e di gran lunga più grasse d'avvisi ricevute, che non da Deane, il quale non ne scrisse mai, che vane non fossero; che l'amicizia della Francia, siccome generosa, si poteva meglio conservare coll'altezza d'animo, che coll'andar bassamente a' versi, e col confettar i suoi agenti; che se non si eran volute far le rimesse per rimborsar quei Francesi, che somministrato avevano le armi e le munizioni, ciò era, perch'egli stesso, il Deane, in un coi due altri commissarj aveva scritto, che per quelle somministrazioni nissuna rimessa si doveva fare, essendo quelle doni gratuiti, presenti generosi di gente bene inclinata a favor dell'America; che non si aveva un pensiero al mondo di voler tôrre il grado a Franklin, perciocchè si era ottimamente conosciuto, quanto le notizie mandate, ed i contratti fatti in Francia da quell'uomo onorando fossero differenti da quelle e da quelli, che mandate, e fattivi aveva Deane; che si ricordavano bene, quanto quei Francesi, ch'erano stati in detta con Franklin per condursi agli stipendj dell'America diversi fossero, e di costumi e di pretensioni da quelli, che avevano fatto le parole con Deane. Nelle quali cose tutte, se vi fosse entro materia poco onorevole a lui medesimo, nissuno meglio di lui poterne giudicare; che poco si conveniva a Deane il rammentar i maneggi o veri, o falsi fatti contro Washington, perchè egli stesso, quando si trovava agente pel congresso in Parigi, aveva mosso parole, considerassero molto bene, se non sarebbe utile stato il condurre a capitano generale delle genti americane qualcuno dei più riputati generali d'Europa, come per cagione d'esempio il principe Ferdinando, ed il maresciallo di Broglio; che si doveva finalmente, e si voleva serbar la fede data alla Francia, ma che si dovevano, e volevano, seguendo l'uso di tutti gli Stati, udire le proposte, ed intrattenere le pratiche, da chiunque, o con chiunque procedessero, e ciò per farne il buon prò in benefizio della patria. Queste cose pubblicate da Payne, e da Drayton assai dispiacquero al Gerard, ministro di Francia, insospettitosi all'udir rammemorare di quelle pratiche coll'Inghilterra, e quel non voler pagare le somministrazioni. Ne fe' querela con molto romore al congresso. Questi, per acquetarlo, decretò, ch'ei disapprovava le cose contenute nei memoriali stampati di Payne e di Drayton; ch'era persuaso, le somministranze state non esser un presente. Per verità il congresso n'era stato fatto debitore in sulle partite, o che realmente non fossero elleno un presente, del che molti dubitarono, o che Deane pei beveraggi ingordi così avesse operato, si facesse, come alcuni eziandio portaron opinione. Decretò ancora, che gli Stati Uniti non avrebbero mai concluso nè pace, nè tregua colla Gran-Brettagna senza il formale, e precedente consentimento dell'alleato loro. Tommaso Payne chiese, ed ottenne licenza dall'uffizio che teneva di segretario del congresso per gli affari esteri; perciocchè questo era, o si mostrava scontento di Payne, per aver esso in questa gara scoperto qualche embrice più, che non avrebbe abbisognato.

Tale quale abbiamo fin qui raccontato era la corruzione delle Sette, e lo stato delle parti in America, le quali si sarebbero forse rotte in attuale discordia, se meno quei popoli stati fossero usi alla libertà, o se il gravissimo pericolo, in cui si trovarono poco dopo le due Caroline per l'assedio fatto dal generale Clinton alla città di Charlestown, siccome pure i negoziati prima, ch'ebbero luogo colla Spagna, poscia l'intervento suo nella guerra non avessero tenuto sospesi gli animi, e rivolti ad un'altra parte. Ardeva, come già abbiamo detto, la Spagna di desiderio di venir a parte della contesa sia per l'odio immortale, che si portavano vicendevolmente le due nazioni spagnuola ed inglese, sia affine di abbassare quel detestato orgoglio, sia ancora, e principalmente per acquistare a sè Gibilterra, l'Isola Giamaica e le due Floride, tant'opportune per ottenere l'intiero dominio del golfo del Messico. A questo partito era anche stimolata la Francia, la quale oltre l'interesse comune, ch'ella aveva in questa causa, ogni dì la stringeva e gravava, eseguisse le condizioni del patto di famiglia. Ma da un altro canto ella stava in ponte, e procedeva molto rispettiva. Perciocchè non le andava troppo a sangue l'independenza americana, pensando, se si fosse lasciato prender piede a quell'esempio, non le desse cagione di temere per le sue colonie. Oltre di ciò iva facendo le viste di non volersi discoprire, in ciò forse intendendosela colla Francia, per ottener in suo prò più profittevoli condizioni dagli Americani. Era alla Francia incresciuta la necessità, in cui era stata ridotta di scoprirsi avanti il prefisso tempo dall'inaspettata vittoria di Gates, la quale aveva indotto il vicino pericolo, che l'Inghilterra si acconciasse, riconoscendo l'independenza, coll'America. Avrebbe essa voluto più lungo tempo indugiarsi, e che gli Americani avessero provato i più estremi danni, perchè calassero ad accordi più a sè vantaggiosi, che non erano stati quelli, che furon fatti pei due trattati di commercio e d'alleanza. Ma giacchè la fortuna tanto favorevole a quelli aveva guasto l'occasione e rotti quei disegni, si voleva almeno far pagare caro ai medesimi l'intervenimento della Spagna, l'utilità e la necessità del quale molto accrescevano a bello studio, intendendo ora in tal modo con una tempestiva ritrosìa ottenere ciò, che per la pressa avuta a tempo della dichiarazione della Francia non si era potuto impetrare. L'oggetto finale di tutti questi maneggi era di fare assicurare nel futuro trattato di pace ai sudditi della Francia le pescagioni di Terra-nuova con esclusione dei sudditi degli Stati Uniti, ed alla Spagna la possessione delle due Floride, la privata navigazione del fiume Mississipì, esclusine gli Americani, coll'acquisto di quelle contrade, che sono poste sulla sinistra riva del fiume medesimo, e dietro i confini delle province degli Stati Uniti. A questo fine il Re Cattolico per far vedere agli Americani, quanto si recasse a cuore gl'interessi loro, agli Spagnuoli, ed a tutta l'Europa, siccome si suol fare, la pace, e per parer anche entrar più giustificato nella guerra, offerì la sua mediazione, la quale sapeva benissimo, che l'Inghilterra non avrebbe accettata. Imperciocchè non era nascoso all'Inghilterra, che la Spagna congiunta con sì stretti vincoli alla Francia non poteva essere un mediatore indifferente, ed inoltre, che i mediatori parziali finiscono sempre per diventare scoperti nemici. Ancora avendo il Re di Spagna in animo di proporre, come mediatore, che nel negoziato per la pace si avessero dall'Inghilterra le colonie a trattare come independenti, non era da presumersi, che ad una tale condizione, la qual era precisamente il punto principale della contesa, fosse quella per acconsentire. Propose adunque il marchese d'Almodovar, ambasciadore pel Re Cattolico alla Corte di Londra, oltre della sovrascritta, le seguenti condizioni d'accordo; che, acciocchè potesse più facilmente acquetarsi la guerra, le due Corone di Francia e della Gran-Brettagna ponessero giù le armi, e consentissero ad una universal tregua; che i plenipotenziarj rispettivi convenissero in un accordato luogo per ivi le differenze loro terminare; che la Gran-Brettagna concedesse anch'essa una simil tregua alle colonie americane; che quella e queste posassero le armi; che si regolassero tra queste due parti i confini, i quali nè l'una nè l'altra, durante la tregua, potessero trapassare; che uno, o più commissarj del Re britannico, e delle colonie convenissero nella città di Madrid per acconsentire agli anzidetti patti, ed a tutti quegli altri, che potessero confermare la tregua. All'offerta di questa mediazione si andaron divincolando i ministri britannici, interponendo varie dilazioni; perciocchè accettarla non volevano per non riconoscere l'independenza, e rifiutarla neppure, sia per non mettere così alla dirotta i popoli della Gran-Brettagna in mal umore, sia per aver tempo intanto d'introdur le pratiche loro presso le Corti d'Europa. Intendevano di offerir favorevoli condizioni alla Francia per separarla dall'America, ed all'America per isbrancarla dalla Francia. Ed in caso, che, come presumevano, questi trattati non avessero ottenuto l'effetto loro, volevano fare ogni sforzo presso altri potentati perchè si muovesse qualche scacco in Europa a' danni della Francia, sperando, che, occupata questa nella guerra terrestre, sarebbe resa meno potente alle cose di mare, e ne avrebbero facilmente conseguito la vittoria. Consideravano ancora, che quando si fossero scoperte in Europa nuove armi contro la Francia, sarebbero meglio gli Americani stati inclinati a dar ascolto alle proposizioni dell'Inghilterra, ed a calar agli accordi. Sì fatti erano i consiglj dei potentati, ch'erano in guerra, e di quei che ci volevano entrare. Intanto la Francia e la Spagna per ottener dagli Stati Uniti quei patti, i quali dopo la separazione dell'America dall'Inghilterra, erano la principal mira di queste mene, avevano operato di modo, che il Gerard, ministro francese a Filadelfia, si rappresentasse, come fece, avanti il congresso, dandogli contezza della mediazione offerta all'Inghilterra dal Re Cattolico, ed osservando, che siccome il fine della mediazione era la pace, così era molto probabile, che si appiccasse qualche pratica per negoziarla e concluderla. Esortava, creasse il congresso plenipotenziarj autorizzati a venir a parte di questi negoziati sia coll'Inghilterra, sia colla Spagna. Prescrivessero nel medesimo tempo i termini, coi quali intendevano di concluder la pace. Nel che aggiungeva, che portava opinione, s'appartenesse al dover suo di avvertire, che sarebbe stato il meglio, che non portassero l'animo più alto di quello, che si convenisse alla loro presente fortuna, e ch'essi termini fossero modesti, affinchè l'Inghilterra non si ritraesse, e fosse la Spagna abilitata a proseguir la sua mediazione sino alla conclusione della pace. Che in quanto al riconoscimento dell'independenza da parte della Gran-Brettagna, era da credersi, ch'essa avrebbe per quell'orgoglio, che hanno, e debbono avere i sovrani, grandissimamente ripugnato al farlo espressamente; che per questo si era provveduto nel trattato d'alleanza coll'avere stipulato, che lo scopo di questa fosse l'ottener agli Stati Uniti l'independenza espressa, o sottintesa; che sapeva la Francia per propria sperienza, quanto ostica cosa sia, e dura ai monarchi lo sputar fuori quelle parole, di riconoscere per independenti coloro, che avuto avevano in luogo di sudditi; che la Spagna ne' tempi andati non aveva l'independenza dell'Olanda riconosciuta, se non se tacitamente, e dopo una guerra di trent'anni, ed espressamente dopo una resistenza di settanta; che sino a quei tempi medesimi la repubblica di Genova, ed i tredici Cantoni svizzeri non avevano ancor potuto impetrare un espresso riconoscimento degli Stati loro, e della sovranità ed independenza da parte degli antichi signori. Proseguiva il ministro dicendo (imperciocchè voleva egli aver la sembianza di persuader questa cosa con molta efficacia, sapendo benissimo, che gli Americani non l'avrebbero acconsentita, e che perciò per indur la Francia e la Spagna a voler anche esse l'espresso riconoscimento dell'independenza ottenere dall'Inghilterra, avrebbero quelli fatte loro tutte le concessioni, che desideravano), che purchè si avesse in fatto la cosa, poco si doveva rimanere alle parole. Faceva anche sentire, e ciò per fargli star duri a non concedere ciò, ch'ei domandava, ch'ei credeva però, che gli Stati Uniti, e per la situazion loro, e pel modo, col quale avevano governato la resistenza erano in diritto di pretendere migliori condizioni, che l'Olanda, la repubblica di Genova ed i Cantoni svizzeri non avevano. Ma temendo, che tutte queste cose non bastassero per muover gli Americani a far le concessioni, andava Gerard tuttavia avvolgendosi in parole, dicendo, che non solo era necessario l'abilitar con moderati termini il mediatore a poter piegare l'Inghilterra alla pace, ma che di più era mestiero tali condizioni offerire al mediatore per sè medesimo, che, ove la pace non si potesse ottenere dalla Gran-Brettagna, potesse gl'interessi e le armi sue a que' della Francia e dell'America accoppiare, compiendosi in tal modo quel triumvirato, che si aveva in mira, e che solo dar poteva la vittoria certa. Imperciocchè, sebbene le armi della Francia e dell'America erano sufficienti per tener a bada, e per resistere a quelle del nemico, solo la congiunzione di quelle della Spagna poteva renderle prepotenti, ed allontanar quei mali, che seguirebbero da un solo sinistro avvenimento; che infatti si vedeva, che la bilancia sin là era stata uguale dalle due parti, e che un nuovo peso era necessario per farla traboccare. Così andava Gerard battendo intorno le buche per far uscir gli Americani. Motivava poscia delle pescagioni di Terra-nuova, della possessione delle Floride, della navigazione del Mississipì, dell'occupazione da farsi dalla Spagna delle terre di ponente, che sono quelle, le quali ora compongono quel paese, che chiamano lo Stato di Kentucky.

Il congresso, avute queste comunicazioni, andava riflettendo quello che fosse da farsi. Da una parte considerava, che mettesse molto conto a loro l'intervento della Spagna; dall'altra gli pareva, ch'ella ne volesse troppo, e ripugnava grandemente al far tutte quelle concessioni, che la Spagna e la Francia desideravano. O fosse questa ripugnanza, od i dispareri, che ne nacquero fra i suoi membri, poichè al guarentire la possessione delle Floride alla Spagna tutti consentivano, alla rinunziazione della navigazione del Mississipì tutti ripugnavano, a quella della possessione delle terre occidentali molti, a quella delle pescagioni la maggior parte, massimamente quei della Nuova-Inghilterra, ovvero che avessero conosciuto, che qualunque avesse ad essere la volontà loro intorno le cose venute in disputazione, tanta era la bramosìa della Spagna al venirne alle mani coll'Inghilterra, e tanta la pertinacia di questa a non voler riconoscere la independenza, che in qualunque modo si sarebbe tra le medesime rotta la guerra, indugiarono tanto a dar le risposte, al crear i plenipotenziarj, ed al fermar le instruzioni, che già si erano tra quei due potentati incominciate le ostilità non solo in Europa, ma altresì in America. Già fin dal principiar d'agosto Don Bernardo Galvez, governatore spagnuolo della Luigiana, si era recato ad una fazione contro le possessioni inglesi del Mississipì, la quale ebbe prospero fine. Ricevute queste novelle, e quelle ancora, che lo stesso Don Galvez aveva nel medesimo tempo pubblicamente a suon di tamburo riconosciuta la independenza degli Stati Uniti nella città della Novella-Orleans, se prima esitavano, ora fatti più arditi negarono di voler fare le concessioni. Per la qual cosa, siccome nonostante la guerra che si era accesa tra la Spagna e l'Inghilterra, Gerard non cessava di dire che quest'ultima si dimostrava inclinata alla pace, e che la Francia e la Spagna vi erano inclinatissime, commettevano nell'istruzioni al loro ministro plenipotenziario alla Corte di Francia, ed a quello che sarebbe creato per negoziar il trattato di pace colla Gran-Brettagna, insistessero, acciocchè siccome il primo, ed il più grand'oggetto della guerra difensiva, che facevano gli alleati, quello era di stabilir la independenza degli Stati Uniti, così si avesse a porre per articolo preliminare in ogni negoziato da introdursi coll'Inghilterra, ch'essa trattasse con essi Stati Uniti, come con Istati sovrani, liberi ed independenti; e che la independenza fosse assicurata e guarentita diligentemente giusta la forma e gli effetti del trattato d'alleanza fatta col Re Cristianissimo. In rispetto poi al diritto della pesca sugli scanni di Terra-nuova, instassero, perchè fosse conservato ai sudditi degli Stati Uniti; e che se l'Inghilterra turbasse loro quelle pescagioni, fosse questo tenuto dalla Francia caso d'alleanza. Commettevano inoltre ai plenipotenziarj, ponessero ogni ingegno, e facessero ogni sforzo per ottener dall'Inghilterra a favor degli Stati Uniti la cessione del Canadà e della Nuova-Scozia (essendo queste pretensioni mosse dai Massacciuttesi ed altri deputati della Nuova-Inghilterra); ma che però se questa proposta non si potesse vincere, non fosse un ostacolo alla conclusione della pace. Vollero ancora, che fossero autorizzati ad accordare una sospension d'armi durante il tempo delle pratiche, con patto però, che l'alleato loro anch'egli consentisse, e tutte le genti nemiche intieramente votassero i territorj degli Stati Uniti. Queste eran le instruzioni date ai plenipotenziarj. Nel rimanente, si governassero giusta la propria prudenza i capitoli della lega ed i consiglj dell'alleato.

Essendo già incominciata effettualmente la guerra tra la Spagna e la Gran-Brettagna, non poteva più il cavaliere de La-Luzerne, il quale era venuto a Filadelfia ad iscambiar il Gerard, presso il congresso addurre, affine di piegarlo a far le concessioni alla Spagna, la utilità e la necessità della congiunzione delle armi spagnuole a quelle degli alleati. Andava perciò ponendo loro sotto gli occhi il vantaggio, che ne risulterebbe grandissimo agli Stati Uniti, se avessero seco loro congiunto il Re Cattolico con trattati d'alleanza e di commercio, coi quali si regolassero i comuni e vicendevoli interessi loro, sia presenti che avvenire. Egli era chiaro, diceva, che la Spagna avrebbe giuocato di migliore contro l'Inghilterra, ove conosciuto avesse gli utili, che doveva ricavare da una guerra intrapresa principalmente in vantaggio e benefizio degli Stati Uniti. Da un altro canto nissuno non vedeva, quanto importasse a ben confermare le forze e la riputazione di essi Stati, se la independenza loro fosse specificata e solennemente riconosciuta da un sì grande e sì possente monarca, quale il Re Cattolico si era, e se con esso lui si congiungessero con un trattato d'amicizia e d'alleanza. Quest'alleanza, continuava esser in cima dei pensieri di sua Maestà Cristianissima, la quale stretta al Re Cattolico con tanti sacri vincoli, ed all'America con quelli della più tenera amistà, non poteva non desiderare ardentissimamente la più intima e durevole congiunzione fra ai loro. Molto si allargò il ministro medesimo in tutta questa materia, aggiungendo anche altri argomenti tratti dal diritto.

Ma tutto fu indarno. Il congresso, avvisandosi, che la Spagna entrava a parte della guerra, non già per gl'interessi di lui, nè per istabilire la independenza dell'America, la quale nella condizione delle cose di allora doveva meglio stimarsi una cosa fatta, che da farsi, ma sibbene pe' suoi proprj, e massimamente per disfare la potenza navale dell'Inghilterra, stava in sul tirato, e non voleva salir questo nuovo scaglione. Tuttavia per dimostrare il desiderio ch'egli aveva di fermare il piè col Re Cattolico, creava ministro plenipotenziario presso il medesimo Giovanni Jay, al quale comandò, che insinuatosi con esso lui vedesse d'indurlo a contentarsi di far un trattato d'amicizia e di commercio cogli Stati Uniti. Gli commettevano, che se il Re Cattolico entrasse nella lega contro la Gran-Brettagna, avrebbero gli Stati Uniti consentito, che egli assicurasse a sè stesso la possessione delle due Floride; che anzi, quando avesse nei trattati ottenuto il consentimento dell'Inghilterra, gliele avrebbero gli Stati Uniti guarentite, con questa condizione, che godessero la libera navigazione del fiume Mississipì dentro, e sino al mare. Aggiungevano, che non potevano consentir alla rinunziazione dei territorj situati sull'oriental riva del fiume. Gli comandavano ancora, richiedesse il Re di Francia, siccome quello, ch'era la guida e l'indirizzatore di tutta l'impresa, fosse contento di esser il mediatore, acciocchè i trattati colla Spagna potessero aver luogo. Aggiunsero parecchie altre domande da farsi al Re Cattolico. Ma per aver il congresso negato di accondiscendere a quelle condizioni, che più stavano a cuore alla Spagna, non solamente di tutte queste cose non se ne ottenne nissuna, ma di più, neanco quando il Re Cattolico denunziò la guerra alla Gran-Brettagna, volle l'independenza degli Stati Uniti riconoscere, nè accettare, nè mandar ambasciadori. Nello stesso tempo, in cui fu eletto Jay plenipotenziario alla Corte di Spagna, fu tratto Giovanni Adams ministro plenipotenziario per negoziar un trattato di pace e di commercio coll'Inghilterra.

Mentre nel modo che abbiamo detto, si travagliava in America, le cose in Europa si avvicinavano a quella riuscita, la quale tutti gli uomini prudenti avevano preveduta, e che desideravano coloro stessi, che facevano le viste di volersi ad un affatto contrario fine incamminare. Aveva la Spagna tutti gli suoi apparecchiamenti marittimi a compimento condotti, ed era giunta a quel termine, nel quale aveva deliberato di por giù la maschera dal viso. Voleva ella apertamente venire a parte della guerra, e, congiungendosi colla Francia, fare improvvisamente tal danno all'Inghilterra, che, battuta la potenza navale troppo eminente di questa, ne diventassero i Borboni signori del mare. A questo fine volendo trovare colorata occasione di giustificar le azioni sue, si determinò a ravvivar di modo le pratiche della mediazione introdotte in Inghilterra, ed a stringer sì fattamente il governo inglese, che non potesse, non venirne a capo. Per il che il marchese d'Almodovar, ministro spagnuolo a Londra, fece nel mese di giugno una gran pressa ai ministri britannici, perchè si discoprissero, e dessero finalmente una risposta terminativa. Quest'uffizio fece con tanto miglior animo, che già si sapeva, che il conte D'Orvilliers era uscito con tutta l'armata francese da Brest, e si era volto vers'ostro per andarsi a congiungere presso l'Isola di Cisarga colla spagnuola, la quale fornitissima di ogni cosa stava pronta a salpare, tostochè l'altra fosse pervenuta in quell'acque. A questa deliberazione dava altresì molto favore il considerare, che il navilio dell'Inghilterra, colpa della necessità o dei ministri, non era a gran pezza in tale condizione posto, che potesse fronteggiare quelle due possenti armate accozzate insieme. Risposero i ministri britannici, la condizione dell'independenza, anche modificata secondo le proposizioni di Spagna, non potersi ammettere. Il ministro spagnuolo allora partì da Londra, dopo di aver presentato al lord Weymouth, segretario di Stato, una dichiarazione, la quale conteneva, oltre il rifiuto dell'offerta mediazione, molti altri motivi di guerra, come sarebbero insulti fatti sui mari alla bandiera spagnuola, correrìe nimichevoli sulle terre del Re, instigazione ai Barbari di correre contro i sudditi spagnuoli della Luigiana, violazioni dei diritti del Re Cattolico nel golfo di Honduras, ed altri di simil fatta. Rispose la Corte di Londra con un altro manifesto, col quale secondo, che si suol fare in tali casi, ribatteva le accusazioni di quella di Madrid. Il Re d'Inghilterra rivocò da Madrid lord Grantham suo ambasciadore. Poscia mandò fuori un bando di rappresaglie contro la Spagna, ed un altro per regolar le partizioni delle prede. Pubblicò eziandio la Francia a questo tempo, siccome quella, ch'era la guidatrice ed il capo principale della lega, un manifesto, col quale espose agli occhi degli uomini d'Europa i motivi, pei quali le due Corti alleate erano state costrette a pigliar l'armi ed a far la guerra. I quali motivi lungamente detti possonsi ai seguenti ridurre: per vendicar le ingiurie, e per por fine (in questo parlando sinceramente) a quel tirannico dominio, che l'Inghilterra aveva usurpato, e pretendeva di mantenere sopra l'Oceano. Nè il Re di Spagna se ne stette tacendo con questi manifesti. Anzi dopo d'aver pubblicato due reali cedole, come le chiamano, atte a persuader a' suoi sudditi la necessità e la giustizia della guerra, mandò fuori un assai ben lungo manifesto, nel quale dedusse cento motivi di guerra, la maggior parte de' quali sono dell'istessa sorta di quelli, che il marchese d'Almodovar aveva nel suo primo manifesto annoverati. Aggiunse, ed a grande ingiuria si recò, che i ministri britannici nel medesimo tempo in cui rifiutavano le proposte alla scoperta fatte dalla Spagna, come mediatrice nei negoziati della pace, erano andati di nascosto insinuandosi alla Corte di Francia per mezzo di segreti agenti, e facendo larghissime offerte, acciò le colonie abbandonasse, e fermasse la pace coll'Inghilterra; e che nel punto stesso erano iti segretamente praticando per mezzo di un altro agente col dottor Franklin a Parigi, al quale fecero diverse proposte per ismembrar l'America dalla Francia, e perchè gli Americani gli affari loro racconciassero colla Gran-Brettagna, profferendo loro condizioni non pure somiglianti a quelle, che avevano e ricusate e disdegnate, quando procedevano da parte del Re Cattolico, ma più larghe ancora e più favorevoli. Delle quali cose le prime, vale a dire gl'insulti fatti alle insegne spagnuole, le ostili correrìe sui territorj del Re, le ingiuste sentenze delle Corti dell'ammiragliato sarebbersi potute riparare, se le due parti avuto avessero a quei tempi animi meno inimichevoli l'una contro l'altra. La seconda, cioè la duplicità dei ministri britannici a tempo dei negoziati della mediazione, se non è in loro da lodarsi, il che non ardiremmo di affermare, non è tampoco da biasimarsi, e non sapremmo dire, come possa addotta essere quale motivo di guerra. Imperciocchè queste aggirandole nelle faccende politiche siano non solo non nuove, ma nemmeno rade, e da tutti riputate, e massimamente da quei, che le usano, mezzi se non onorevoli, certo tollerabili per arrivar ai fini loro. Ma il primo e principal motivo della guerra, al quale tutti gli altri non servivano poco altro, che di coperta, quello si era del volere la superiorità marittima dell'Inghilterra atterrare. Nel che procedette il Re Cattolico anzi candidamente che no, imitando anche in ciò il Re di Francia. Perciocchè nel manifesto dichiarò, che per ottener il fine di una sicura pace egli era d'uopo temperare l'immoderata grandezza dell'Inghilterra sui mari, e quelle massime ch'ella soleva usare; per ottener il quale oggetto tutti gli altri potentati marittimi, ed anzi tutte le nazioni erano grandemente interessate. Il quale argomento, se era giusto e lodevole, sarebbe stato anche più onorevole, se il tirannico dominio dell'Inghilterra sui mari, del quale allora si facevano le querele, non fosse stato sì lungo tempo alla medesima non solo comportato, ma ancora con ella accordato. Replicò il Re della Gran-Brettagna con un altro manifesto, nel quale non senza molt'arte si studiò di ribattere gli argomenti dei due Re nemici, facendo anche molto instantemente le solite protestazioni di umanità, delle quali si può dire, che dopochè sono venute in uso presso i civili reggitori delle europee nazioni, non si vede, che le guerre siano diventate o meno frequenti, o meno distruggitive.

Intanto mentre le due parti in ciò si adoperavano, che la nuova guerra, che imprendevano, fosse agli occhi degli uomini giustificata, l'uno e l'altro Re protestando, che non erano stati i primi turbatori della pace, le due armate francese e spagnuola congiuntesi insieme nei mari di Spagna, spaventevoli molto all'apparenza, si appresentavano sulle coste della Gran-Brettagna. Consistevano in sessantasei grosse navi di alto bordo, tra le quali se ne annoveravano una spagnuola, che chiamavano la Santa Trinità di 114 cannoni, la Brettagna di 110, e la città di Parigi di 104, sette altre di ottanta, quindici di settantaquattro, e le altre minori. Seguitavano una moltitudine di fregate, di giunchi, di corvette, di fuste armate e di brulotti. Governava le due armate, come capitano generale il conte D'Orvilliers portato dalla Brettagna, essendo la vanguardia guidata dal conte di Guichen, e la dietroguardia da Don Gastone. La vanguardia stessa poi era preceduta da una squadra leggiera condotta da Latouche-Preville, consistente in cinque navi delle più sparvierate, ed accompagnate da tutte quelle fregate, che non appartenevano alle prime schiere. Era l'uffizio di questa squadra di sopravvedere, di sopraccorrere, e di spazzare i mari. Teneva dietro al retroguardo una squadra destinata anch'essa a speculare, ed alle riscosse capitanata da Don Luigi di Cordova, e composta di sedici grosse navi. Era, siccome pareva, il disegno degli alleati di fare una scesa nella parte, che trovato avrebbero più opportuna, della Gran-Brettagna, a ciò stimolati dalla grandezza dell'impresa, dalla possanza loro, dalla condizione poco difendevole dell'Irlanda, dall'inferiorità del navilio inglese, dalla debolezza degli eserciti stanziali dell'Inghilterra, di cui non poca parte era stata mandata a guerreggiar nell'America e nelle Antille. Per la qual cosa oltre quell'armata, della quale una più formidabile non aveva mai il mare Oceano solcato, trecento navi atte a trasportar soldati stavano apparecchiate nei porti di Avra di Grazia, di San Malò, ed altri su quelle coste. Ogni cosa in moto nelle province settentrionali della Francia. Meglio di quarantamila soldati già si trovavano assembrati sulle coste della Brettagna e della Normandia, e molti altri reggimenti marciavano a quella volta dalle altre parti del Regno. Creava il Re i generali, che dovevano governar la spedizione. Le genti, che già erano raunate nei porti e sulle coste che guardano l'Inghilterra, ogni giorno si esercitavano nelle diverse maniere d'imbarcarsi e di sbarcare, e tutte dimostravano un ardentissimo desiderio di recarsi sulle opposte rive per ivi combattere ed atterrare la potenza dell'antico rivale. Avevano seco moltissime ed ottime artiglierie; e cinquemila granatieri, il fiore degli eserciti francesi, trascelti con diligente cura da diversi reggimenti, dovevano servire d'avanguardia e di cominciatori alla segnalata impresa.

Erano pervenute in Inghilterra molto per tempo le novelle dei preparamenti della Francia, e della disegnata invasione. Nè avevano mancato i ministri a sè medesimi nell'apparecchiar tutte quelle difese, che e per la brevità del tempo, e per la presente condizione del Regno meglio avevano e saputo, e potuto. Avevano adunato sotto la condotta dell'ammiraglio Carlo Hardy trent'otto navi di alto bordo, e mandatele a mareggiare nel golfo di Biscaja a fine d'impedire, se ancora possibil fosse, la congiunzione delle due flotte nemiche. Ed è cosa maravigliosa, che le due armate, inglese ed alleata, le quali entrambe, ma principalmente l'ultima, si distendevano per un sì largo spazio di mare, non siano venute, incontratesi le navi mandate avanti a speculare, in cognizione l'una dell'altra. Mandò il Re un bando, pel quale annunziando ai popoli della Gran-Brettagna, che l'inimico intendeva di invadere il Regno, comandava agli uffiziali, che guardavano le coste, stessero a diligentissima guardia, e tostochè quello comparisse, facessero sgomberare dai luoghi interiori e più sicuri i cavalli, i boccini, le pecore, ogni sorta di bestiame e di vettovaglie, quelli soli eccettuati, che fossero per servire all'uso dei soldati britannici. Le bande paesane instrutte nell'armi si adunavano, e tenevansi pronte a correre ai luoghi dello sbarco. Le guardie stesse del Re erano leste a marciare. Tutti erano grandemente commossi al pericolo della patria. I più speravano molti temevano, tutti mostravano un animo ostinato alle difese. Ma l'armata degli alleati, la quale impedita dalle bonacce aveva lungamente penato a poter entrare nello stretto, ciò eseguì addì 15 di agosto, e si appresentò con terribile apparato al cospetto di Plymouth. Tosto si spaventano gl'inermi, gli armati corrono alle poste, si raddoppiano le guardie agli arsenali di Plymouth e di Portsmouth. In questa città si serra la Banca, e si interrompe ogni sorta di commercio. Gli abitatori della Cornovaglia fuggono a corsa a' luoghi più rimoti colle famiglie loro e cogli arredi più preziosi. Aggiunse nuove cagioni al terrore una nuova sventura. La nave l'Ardente di 64 cannoni, la quale da Portsmouth era in viaggio per recarsi all'armata di Carlo Hardy, venne in poter del nemico, veggenti i Plymottesi. L'ammiraglio inglese intanto iva volteggiandosi per l'alto mare a rincontro delle bocche dello stretto, non essendo in grado nè per la debolezza sua, nè per la situazione del nemico di porger soccorso alla patria sua, che si trovava in sì grave pericolo. Ma quello che operare non potevano gli uomini, operarono i cieli contrarj ad una sì grande impresa. Mettevasi in mezzo a tante speranze e tanti timori improvvisamente un greco gagliardo, il quale incominciò eziandio a sollevar il mare sì fattamente, che gli alleati ne furon cacciati a viva forza dallo stretto nel vasto Oceano. Cessato il vento, di nuovo si arringavano distendendosi dal capo Finisterra e dall'isola di Scilly sino alle bocche dello stretto molto vicinamente a queste, affine di mozzare la via all'Hardy, che non potesse entrare per ricoverarsi nei porti dell'Inghilterra. Ciò nonostante il dì ultimo d'agosto con mirabile industria veleggiando, ed avendo il vento favorevole, entrò l'ammiraglio inglese dentro lo stretto, vedendolo gli alleati, che non lo poterono impedire. Intendeva egli di adescargli tanto, che venissero ad ingolfarsi nelle strette del canale, dove il numero delle navi, pel quale grandemente prevalevano, sarebbe loro di niuno o di poco frutto stato, ricompensando in tal modo col vantaggio del sito il disavvantaggio delle forze. Lo seguitarono gli alleati sino al cospetto di Plymouth. L'una e l'altra armata serbavano una maravigliosa ordinanza, l'inglese per non lasciarsi avvicinare prima di essere arrivata a luogo conveniente, e per opprimere quei puntoni della francese che se le avvicinassero; la seconda per correre serrata, e difilarsi verso Plymouth per tagliare fuori l'altra. Ma il conte D'Orvilliers, o sia che non volesse troppo avventurarsi in quelle strette, o che il vento di levante, che si era mosso, l'impedisse, ovvero che incominciasse a patir fallimento di viveri, come fu scritto, o che la prossimità dell'equinozio lo rendesse riguardoso, o che le malattie contagiose, che infuriavano, ed ogni dì con gran numero di morti assottigliavano le sue ciurme, lo indebolissero, o che tutte queste cause insieme, come pare probabile, sel facessero, si levò dal pensiero; ed abbandonate le coste dell'Inghilterra, se ne tornò nel porto di Brest. Cotal fine ebbe un'impresa, la quale aveva minacciato di prossimo pericolo un potentissimo Reame. E certamente, siccome nissun'armata mai fu sì poderosa, così ancora nissuna fece sì deboli effetti. La mortalità poi fu di sì gran fatta sulle navi degli alleati, che ne perdettero da cinquemila tra soldati e marinari, e ne furono posti i capitani in disperazione di alcun buon successo per tutto il rimanente anno. Quindi nacque, che i più deboli raccolsero quei frutti, che avrebbero dovuto raccorre i più gagliardi. Non solo le numerose conserve inglesi, che portavano le ricchezze delle due Indie, arrivarono felicemente nei porti della Gran-Brettagna, ma ancora uscite di nuovo sul mare le navi dell'Hardy intrapresero molti ricchi bastimenti francesi e spagnuoli con gravissimo danno degli uni e degli altri, e non poca maraviglia dell'Europa, la quale se n'era stata grandemente sollevata a sì formidabile apparato, ed attentissima al fine, che dovesse avere quella contesa non che di grande, quasi di unica, e di non più udita importanza. Dall'esito ch'ella ebbe, confermossi, e crebbe assai la chiarezza del nome inglese nelle opere navali; e quantunque non avessero a patto nessuno gli alleati mancato, nè di arte, nè di ardire, tuttavia siccome i più degli uomini giudicano delle cose più dalla riuscita loro, che dalle cagioni, la fama loro ne andò soggetta a non poca diminuzione.

Ma quantunque le due grosse flotte nemiche per varj accidenti della fortuna, per la volontà dei capitani non abbiano voluto, o potuto combattere quella battaglia, nella quale da ambe le parti si metteva sì gran posta, vi furono però pochi giorni appresso feroci incontri tra navi particolari, nei quali i Francesi, gli Americani, e gl'Inglesi acquistarono la fama di alto e disperato valore. Aveva l'ammiraglio d'Orvilliers mandato fuori da Brest ad esplorar i mari verso le coste dell'Inghilterra la fregata la Surveillante sotto la condotta del cavaliere di Couedic, ed il giunco la Spedizione, capitanato dal visconte di Roquefeuil. S'incontrarono queste due navi poco lungi dal capo Ognissanti colla fregata inglese il Quebec, guidata dal capitano Farmer, ed accompagnata pure da un giunco chiamato il Rambler. Si attaccarono gli uni cogli altri con grandissimo furore il dì 7 ottobre; ed essendo il coraggio, l'industria e la forza da ambe le parti uguali, la battaglia durò bene tre ore e mezzo. Combattevano le due fregate sì vicino, che parecchie fiate le antenne dell'una s'intricarono in quelle dell'altra. Già le artiglierie avevano fatto un danno incredibile. Molti erano i morti ed i feriti. Caduti erano e fracassati gli alberi dell'una e dell'altra; e non si potevan più governare. Tuttavia non facevano sembianza alcuna di voler cessare o di arrendersi. Il capitano francese rilevava una ferita sulla testa, che gli toglieva i sensi; ma rinvenutosi seguitava a combattere. Poco poi ne toccava due altre mortali nel ventre; e ciò nonostante non che cessasse, ordinava, volendo venirne a capo, si andasse all'abbordo. Farmer anch'esso si difendeva non solo con valore, ma con una invincibile ostinazione. Per fare una spianata all'abbordo gettavano i Francesi dentro il Quebec molte granate; le vele di lui si accendevano. Il fuoco cresce, s'appicca ad altre parti della nave. Già il suo cassero ardeva. L'Inglese tuttavia si affaticava per ispegnerlo, e non si piegava ancora al volersi arrendere. Couedic per timore dell'incendio si allontanava non senza grande difficoltà. Perciocchè lo sprone della sua fregata si era intralciato cogli attrazzi della nemica. Infine la fregata inglese, conservate fino all'ultimo le bandiere alzate, appiccatosi il fuoco alle polveri, scoppiò. Il capitano francese con un esempio di umanità da non potersi abbastanza lodare, nè da doversi mai dimenticare tutto era in ciò, che salvasse il maggior numero che potesse d'Inglesi, i quali per fuggir il fuoco si erano a slascio precipitati nell'acque. Di trecento che erano, solo quarantatre ne potè scampare. Farmer fu inghiottito dalle acque in un colle reliquie della sua nave. La francese fracassata non poteva muoversi. Il giunco la Spedizione spiccatosi dal Rambler, col quale aveva combattuto, si recò in aiuto della fregata, e rimorchiando la condusse il giorno seguente nel porto di Brest. Il governo di Francia seguendo e gli esempj proprj, e quei delle nazioni più civili rimandò franchi e liberi in Inghilterra i quarantatre Inglesi, non volendo sostener prigionieri coloro, i quali scampato avevano alla rabbia degli uomini, dei cannoni, dell'incendio e del mare. Ebbero i Francesi quaranta uccisi e cento feriti. Il Re creò il cavaliere di Couedic capitano di vascello. Ma non potè lungo tempo godere l'onorata fama, che pel valore, e pell'umanità sua aveva acquistato; poichè, peggiorando ogni dì il male delle ferite, passò dalla presente all'altra vita tre mesi dopo il combattimento. Fu molto meritamente lodato, ed amaramente pianto in Francia, e con egual lode rammentato in tutta l'Europa, particolarmente in Inghilterra.

Un altro affronto del pari glorioso alle due parti, ed ostinato che questo, era intervenuto alcuni giorni prima sulle coste della Gran-Brettagna. Erasi recato Paolo Jones, uomo scozzese, ma postosi agli stipendj dell'America, prima nei mari d'Irlanda per esplorare, poscia in quei della Scozia, e quivi stava attendendo la occasione di fare qualche preda, ovvero anche, come era solito di fare, scendere a terra, e porre a saccomanno la contrada. Aveva seco un'armatetta consistente nella fregata il Bon-homme Richard di quaranta cannoni, l'Alleanza di 36, l'una e l'altra navi americane, la Pallade, fregata francese di 32, ai soldi del congresso con altri due legni minori. S'incontrava ai 23 settembre colla flotta mercantile inglese del Baltico, alla quale faceva la scorta il capitano Pearson colla fregata la Serapide di 44 cannoni, e la Contessa di Scarborough di 20. Non così tosto ebbe Pearson veduto l'armata di Jones, che s'allargava per andarla a combattere, mentre le navi mercantili ogni sforzo facevano per avvicinarsi alla spiaggia. L'Americano si ordinò alla battaglia. Si avventarono alle sette della sera l'uno contro l'altro molto accanitamente. Combattevano le due parti con eguale valore. Ma la Serapide più grossa, e più destra si avvantaggiava. Paolo per ragguagliarsi volle combattere più manescamente. Accostò perciò la sua alla fregata inglese, dimodochè l'una ne venne a sprolungar l'altra, e s'impacciarono le antenne loro insieme, ed i gusci diventarono sì vicini, che le gioie dei cannoni si toccavano; In questo stato continuarono a combattere dalle otto sino dopo le dieci con un coraggio da chiamarsi piuttosto furore, che valore. Ma le artiglierie dell'Americano poco erano atte a far danno al nemico; perchè avendo ricevuto molte botte di grosse palle a fior di acqua gli era stata tolta ogni facoltà di poter più scaricare quelle del ponte di sotto, e di quelle del ponte superiore due, o tre erano scoppiate ai tiri con morte di coloro che le ministravano. Restavangli a poterle usare soltanto tre, e con queste iva facendo quella miglior difesa che poteva, ponendo la mira agli alberi della fregata nemica, e traendo con palle armate, e ramate; ma accorgendosi di far poco frutto colle artiglierie, si voltò Jones ad un altro modo di combattere. Avventò una quantità grandissima di granate e d'altri fuochi lavorati dentro la Serapide. Ma entrando già l'acqua a furia pe' luoghi rotti dentro la sentina del Bon-homme Richard, si abbassava esso, e pareva volesse affondare. La qual cosa vedutasi da alcuni uffiziali di Jones, gli dissero: _capitano, vogliamo noi arrenderci? No_, rispose egli con una voce terribile; ed intanto attendeva a gettar fuochi. Già ardeva la Serapide in varj luoghi; a gran fatica potevano gl'Inglesi spegnere. Infine un cartoccio pigliò fuoco, e tutti gli altri insieme s'accendevano nel medesimo tempo con orribile scoppio. Ne rimaser morti tutti coloro, che si trovarono presso l'artimone, e le vicine artiglierie non si potevano più usare. Pure Pearson non si perdeva d'animo. Comandava a' suoi, andassero all'abbordo. Si accingevano; ma Paolo non se ne stava. Mentre gl'Inglesi salivano, ecco gli Americani in fila colle picche abbassate in sembianza molto terribile. Si levavan quelli dal pensiero, e si ritiravano di nuovo alla nave loro. In questo mezzo si era appiccato il fuoco dalla Serapide al Bon-homme Richard, e tutte due ardevano. Ma gli uomini ostinati tuttavia non si piegavano a tanto furor degli elementi. Già s'era fatto buio. Solo le fiamme miste col fumo, che sino al cielo s'innalzavano, rischiaravano l'aria lontano, mentre ingombravano la vista dei combattenti. In questo momento sopraggiunse l'altra fregata americana l'Alleanza, la quale, in mezzo a quell'orribile scombuglio, non distinguendo gli amici dai nemici, tirò di una intiera, fiancata al Bon-homme Richard, e molti uccise di coloro, che sopravvissuto avevano fin là a tante cagioni di morte. Accortasi poscia dell'errore, si volse con maggior rabbia contro la Serapide. Il valoroso Inglese, morti, e feriti gran parte de' suoi, rotte le artiglierie, la nave mezz'abbronzata, crescendo tuttavia le fiamme svelto l'albero maestro, s'arrendè. Marinati i suoi, tutti correvano a spegner il fuoco. Nel che riuscirono. Altri erano intentissimi ad aggottar l'acqua, che dalle sfessature delle pareti in gran copia era entrata nel Bon-homme Richard, ma ciò con poco frutto, perciocchè il giorno susseguente andò a fondo. Di 375, che erano sul Bon-homme Richard, trecento sei furono morti, o feriti. Ebbero gl'Inglesi 49 morti, e 68 feriti. Non si troverà negli annali delle storie, pieni per altro di tante aspre battaglie una, che più di questa sia stata per tutte le circostanze tremenda, nè più ostinata, nè più sanguinosa. Nel medesimo tempo la fregata la Pallade aveva combattuto contro la Contessa di Scarborough, e l'ebbe presa dopo un'ostinata resistenza. Paolo Jones, avuta sì difficile, e sì luttuosa vittoria, dopo d'avere errato pei venti contrarj molti dì colle navi fracassate pel mare del Nort, pose finalmente il giorno sei d'ottobre nell'acque del Texel.

[1780]

Questi, che abbiamo narrati, furono in sul finir del 1779 in Europa gli avvenimenti della guerra, dacchè la Spagna si era accostata alla lega contro l'Inghilterra. Ma in sull'entrar del seguente, si discoprirono presso altri potentati mali umori contro della medesima, i quali facevano temere o di vicine ostilità dal canto loro, od almeno di poco sicura amicizia. Avevano gli Olandesi, durante tutto il corso della guerra, esercitato di nascosto un traffico molto profittevole, il quale in questo consisteva che portassero nei porti della Francia le legna acconcie alle costruzioni navali, ed oggetti necessarj all'esercizio della guerra principalmente marittima. Di ciò avevano gl'Inglesi notizia, ed il governo britannico se n'era spesso doluto gravemente cogli Stati Generali, come di cosa contraria, non solo a quelle regole, che l'Inghilterra era solita di seguire a' tempi di guerra rispetto al commercio dei neutrali, e da questi o espressamente, o tacitamente ammesse, ma ancora ai capitoli dei trattati di alleanza e di commercio, che l'uno e l'altro Stato congiungevano. S'era anche il medesimo governo doluto della protezione, che si concedeva nei porti olandesi ai corsari sì francesi, che americani. Rispose a queste parole il governo d'Olanda, o negando, o vagando. Tra le altre scappate si ebbe in Inghilterra sull'entrar di gennaio l'avviso, che una numerosa carovana di navi olandesi cariche di munizioni navali in servizio della Francia era in via per recarsi nei porti di questa; e che per ischivar il pericolo dell'esser intrapresa dai bastimenti inglesi, i quali in questa bisogna stavano vigilantissimi, s'era posta a seguitar il conte Byland, che con un'armatetta di navi da guerra e di fregate conviava un'altra conserva di navi mercantili per alla volta del Mediterraneo. Mandavasi dall'Inghilterra il capitano Fielding con un numero di navi sufficiente, acciò visitasse la conserva, e quelle navi, che portassero robe di contrabbando, pigliasse. Arrivato Fielding vicino agli Olandesi chiedette, se gli permettesse di visitare le navi mercantili. Risposero del no. Ciò nonostante mandò egli alcuni legni, perchè andassero a far questo uffizio. Gli Olandesi trassero di alcune cannonate, e l'impedirono. L'Inglese allora trasse alcuni colpi avanti prua al conte Byland, e questi lo rincalzò con una intiera fiancata. Un'altra simile ne mandò Fielding; l'Olandese non potendo resistere, abbassata la tenda, si arrendè. Ma intanto la maggior parte delle navi, che portavano le cose riputate essere di frodo, s'erano allargate, e viaggiando velocemente recate si erano a salvamento nei porti francesi. Le rimanenti furono arrestate. Ciò fatto, il capitano inglese fece a sapere all'ammiraglio olandese che stava in facoltà sua di alzar di nuovo le insegne, e di andarsene al suo viaggio. Rizzò egli bene le insegne, ma in quanto a continuar nell'intrapreso cammino, non volle consentire. Anzi non volendo separarsi da quella parte della conserva, ch'era venuta in mano degl'Inglesi, l'accompagnò, ed entrò con essi nel porto di Spithead. I bastimenti, ed i carichi furono, come di frodo, posti al fisco. Pervenuta la notizia di queste cose in Olanda, vi si levò un grandissimo romore. Principalmente quei ch'erano amici alla parte dei Francesi, perciocchè a quei tempi tutta la nazione olandese era divisa in due Sette, francese, ed inglese, si risentirono gravemente, e gridavano, non doversi a patto nissuno un tanto insulto pazientemente tollerare. Questo fatto fece anche cader l'animo a coloro, i quali favorivano le cose degl'Inglesi. Si vedeva chiaramente, che quest'affrontata sarebbe stata cagione di nuova guerra, la quale non che temessero, forse desideravano gl'Inglesi: perchè amavano meglio la guerra aperta, che quei soccorsi dati di soppiatto al nemico, ed avevano posto l'occhio alle smisurate ricchezze olandesi, che o viaggiavano sui mari colla sicurezza della pace, o stavano nelle lontane isole ammassate senza le necessarie difese. Gli Olandesi poi non erano in modo nissuno, e forse non sì tosto sarebbero stati apparecchiati alla guerra.

Questo caso, gli uffizj della Francia, il voler giovarsi della difficile condizione, in cui allora si trovava la Gran-Brettagna assalita da tanti, e sì possenti nemici, e soprattutto il desiderio di liberare a' tempi di guerra il commercio dei sudditi dalle molestie inglesi fecero di modo, che si stipulò tra i potentati del Nort quella solenne lega, alla quale diedero il nome di _Neutralità armata_. Se non il primo autore, certo, capo e guida di questa fu Caterina, Imperatrice delle Russie, alla quale si accostarono tosto i due Re di Svezia e di Danimarca. I primi principj di questa lega furono, che le navi neutrali debbono poter navigar liberamente anche da un porto all'altro, e sulle coste dei potentati guerreggianti; che tutte le robe appartenenti a' sudditi dei potentati guerreggianti abbiano ad essere riputate libere a bordo delle navi neutrali, eccettuate solo quelle, le quali fossero per qualche antecedente trattato chiarite di contrabbando; che per determinare, quali siano quelle robe, che abbiano a riputarsi di contrabbando, l'Imperatrice Caterina si riferiva agli articoli decimo ed undecimo del suo trattato di commercio colla Gran-Brettagna, estendendone anche le obbligazioni a tutti gli altri potentati guerreggianti; che per definire, quali siano quei porti, che si debbono riputar bloccati, s'intenda, che tali debbano riputarsi quelli solamente, avanti, e sì vicino ai quali stanzino attualmente vascelli nemici in tal numero, che ne sia diventato l'entrarvi dentro pericoloso: che questi principj debbano servire come regole nei processi giudiziali, e nelle sentenze da profferirsi intorno la legalità delle prede. Questi erano i principj fondamentali della lega, per l'esecuzione dei quali i tre alleati determinarono, che ciascuno tenesse una parte delle sue flotte allestita, ed in tali luoghi la collocasse, che venisse a formarsi una seguenza non interrotta di navi dei confederati apparecchiate a proteggere il comune commercio, ed a prestarsi scambievolmente aiuto ed assistenza. Fermarono ancora che allorquando una nave qualsivoglia avesse provato per mezzo delle sue scritture, che non portasse robe di contrabbando, le fosse concessa l'accompagnatura delle navi da guerra, sotto la custodia delle quali avesse a porsi, e che avessero ad impedire, non venisse arrestata, o dal suo cammino svolta. Questo capitolo, il quale attribuiva solo allo Stato interessato, od a' suoi alleati la facoltà di giudicare della qualità dei carichi in rispetto al contrabbando, pareva escludere il diritto di visita tanto instantemente preteso dall'Inghilterra, contro la quale malgrado, che si parlasse con termini generali, si vedeva manifestamente essere indirizzato tutto questo apparato della lega. Aggiunsero gli alleati a queste stipulazioni parole magnifiche; che difendevano i diritti della natura e delle nazioni; che stabilivano le libertà dell'uman genere; che procacciavano la felicità e la prosperità dell'Europa. Per verità tutte le nazioni europee, eccettuata solo l'Inglese, si mostrarono grandemente contente a questo nuovo disegno dei Re del Nort, e tutte lodavano, e sino al cielo innalzavano la sapienza e la magnanimità di Caterina seconda. Tanto era l'odio, che contro di sè aveva concitato l'Inghilterra co' suoi portamenti sul mare. Furono i capitoli della lega comunicati a tutti i potentati d'Europa, principalmente alla Francia, alla Spagna, all'Olanda, all'Inghilterra ed al Portogallo, e nell'istesso tempo gl'invitarono a voler entrar anche essi nella lega. La Francia e la Spagna, le quali sommamente desideravano d'intorbidare alla Gran-Brettagna l'acqua di altre parti d'Europa, oltre le magnifiche lodi date all'Imperatrice, risposero, non solo essere contente al venire a parte della lega, ma già avere molto prima agli ammiragli loro e capitani di mare sì fatti ordini dato, che già eran le massime della neutralità armata poste da loro in esecuzione, avendo la giustizia della cosa prodotto in elle quegli effetti, che ora coi capitoli della lega avevano i potentati del Nort confermato. Il Portogallo per la grande introduzione, che aveva a quella Corte il nome inglese, o dependente o fedele all'Inghilterra, se ne scusò. Le Province Unite dell'Olanda stavano intanto deliberando quello che fosse a fare. Già avevano i ministri britannici, o desiderando, o temendo quello che doveva avvenire, e per fare iscoprir gli Olandesi, richiestigli, fornissero all'Inghilterra i sussidj stipulati nel trattato d'alleanza. Al che questi, in nome per la inevitabile tardità delle deliberazioni loro, in fatto perchè non gli volevano concedere, non avevano fatto ancora alcun segno di voler acconsentire. Onde il Re della Gran-Brettagna, per toccar il fondo della cosa, e per impedire i governi delle Province Unite, non si accostassero alla lega del Nort, col dimostrar loro, che nonostante il numero e la potenza dei nemici, che lo premevano, si era peraltro al tutto risoluto al venirne con essi loro agli estremi casi, quando le antiche regole della neutralità non osservassero, giacchè a quelle dell'alleanza soddisfare non volevano, mandò fuori un ordine, col quale significò, che il non aver voluto mantener gli obblighi della confederazione da parte delle Province Unite era da riputarsi, come un rompimento dell'alleanza. Dichiarò perciò, che quella repubblica, ed i sudditi di lei erano scaduti da quei privilegj che il trattato d'alleanza aveva loro conferiti; e si dovevano per l'avvenire tener in quel grado medesimo, in cui si tenevano le altre nazioni neutrali non alleate. In questa maniera il Re britannico, anche prima, che avesse avuto la negativa espressa alla sua richiesta, si disobbligò dal trattato d'alleanza, sperando con questo risoluto consiglio d'intimorir gli Olandesi sì fattamente, che non fossero per entrar nella lega contro di sè ordita pressochè generalmente in Europa. La cosa non ebbe effetto. Le parti francesi erano troppo gagliarde nelle Province Unite, massimamente in quella d'Olanda tanto principale, e nella Frisia occidentale, e gli animi vi erano troppo alterati dall'insulto fatto al Byland. Laonde dopo molte e frequenti consulte, tutte di consentimento concorde deliberarono, non esser da concedersi i soccorsi richiesti all'Inghilterra; doversi dare le accompagnature delle navi da guerra alle conserve mercantili della repubblica, di qualunque natura ne fossero i carichi, eccettuati solo quelli, che per le stipulazioni fatte nei trattati potessero riputarsi di contrabbando. Accettassesi con grato animo l'invito dell'Imperatrice delle Russie, ed a questo fine s'intavolasse un negoziato col principe di Gallitzin, Inviato straordinario di Sua Maestà presso gli Stati Generali.

Ma l'Inghilterra trovandosi con tanti nemici addosso, e vedendo la Russia tanto potente, e l'alleanza della quale tanto le era necessaria, tentennare, alla proposta della lega senza volersi restringere, rispose spacciando pel generale, ed iva dando del buono per la pace. In mezzo a tanti e sì possenti nemici, o già scoperti o vicini allo scoprirsi, non solo non si sgomentava, ma ancora continuava nel disegno di voler la guerra offensiva proseguire nella Terra-ferma americana. Solo, come abbiamo narrato, si consigliò, lasciati gagliardi presidj nella Nuova-Jork, portarla contro le province meridionali. A questo fine, e per abilitar Clinton alla impresa delle Caroline, era partito il mese di maggio dall'Inghilterra l'ammiraglio Arbuthnot per alla volta dell'America con una flotta di navi armate, e con meglio di quattrocento vascelli da carico. Ma come prima si era scostato dalle spiagge dell'Inghilterra, ebbe avviso, avere i Francesi sotto la condotta del principe di Nassau assaggiato L'Isola di Jersey, situata presso le coste della Normandia. Seguendo meglio la necessità del frangente, che gli ordini che teneva, rimandate indietro a Torbay le conserve, si recò coll'armata in soccorso del presidio di Jersey. Riuscì vano il tentativo dei Francesi. Di nuovo l'Arbuthnot si avviò verso l'America. Ma tali furono gli accidenti contrarj del tempo e dei venti, ch'egli ebbe ad incontrare pel soprastamento fatto nell'impresa di Jersey, che penò assai lungo tempo, prima che potesse dalle terre dell'Inghilterra allargandosi, entrar nell'alto mare, e veleggiare alla distesa verso l'America. Non arrivò alla Nuova-Jork, se non se in sull'uscir d'agosto. Ma però non si mossero gl'Inglesi; perciocchè temevano di D'Estaing, il quale si trovava allora all'impresa di Savanna. Finalmente, avuto le novelle dell'esito di quella e della partenza dell'ammiraglio francese dalle spiagge americane, aveva Clinton imbarcato settemila soldati, e, scortato dall'ammiraglio Arbuthnot, era partito per all'impresa della Carolina il giorno 26 di decembre del trascorso anno.

E non solo intendeva l'Inghilterra di volere con gagliardo sforzo continuar la guerra sul continente americano, ma ancora difendersi, ed offendere, secondochè la opportunità si scoprirebbe, nelle Antille. Per la qual cosa i ministri si erano risoluti a mandar con un rinforzo di navi e di genti in quelle spiagge l'ammiraglio Rodney, uomo, nel quale ed essi e tutta la nazione britannica avevano una grandissima confidenza posta. Alla qual deliberazione tanto più volentieri si accostarono, quanto che sapevano, che i Francesi stavano per far partire a quella volta un simile rinforzo sotto la guida del conte di Guichen. Ma però, prima che colà si avviasse, vollero, andasse ad una impresa di molta importanza. Dai primi tempi, in cui si era rotta la guerra colla Spagna, avevano gli Spagnuoli assediato, e bloccato per mare e per terra la Fortezza di Gibilterra. Era stato preposto alla bisogna dell'assedio l'ammiraglio Don Barcelo, uomo vigilantissimo, il quale con ogni maggior industria impediva, non trapelassero dentro munizioni di sorta alcuna. Il presidio già incominciava a pruovare grande carestia di vettovaglie, e molto a patirne. Nè aveva speranza di poterne ricevere dalle vicine spiagge per mezzo dei traforelli e delle saettìe, che la diligenza de' Spagnuoli schivassero; essendochè i Barbari, che abitano le coste dell'Affrica, e massimamente l'Imperatore di Marocco, veduto ch'ebbero, essere gl'Inglesi al di sotto nel Mediterraneo, si erano volti a favorir gli Spagnuoli. Così i Gibilterrani erano a grandissima stretta di vittuaglia, e nello stesso tempo si ritrovavano del tutto privi di quell'abbondante procaccio, ch'erano stati usi fin là di fare sulle vicine coste della Barbaria. Nè altra via v'era a vettovagliar la Fortezza, sè non se dall'Inghilterra, e per mezzo di grosse accompagnature di navi da guerra date ai bastimenti da carico. Quest'era l'impresa, che doveva fornire Rodney. Partì dai porti d'Inghilterra in sull'entrar del presente anno con un'armata di ventuna nave da guerra, ed una numerosa carovana di navi annonarie. Favorì la fortuna questi suoi primi conati. Giunto egli verso il Capo Finisterra cozzava in una conserva spagnuola di quindici navi da carico accompagnata dalla nave di alto bordo il Guipuscoa di 64 cannoni, da quattro fregate, e da due altri legni minori armati in guerra. Andavano da San Sebastiano a Cadice a fine di portar le munizioni sì da guerra che da bocca all'armata, che in questo porto si trovava assembrata. Data loro la caccia, tutte le pigliò di colpo, ricca, e molt'opportuna preda al vincitore. Oltre la presa del Guipuscoa, nuova e bellissima nave, quelle da carico alcune portavano una notabile quantità di frumento e di farine, siccome pure altre provvisioni, munizioni da guerra, ed attrezzi navali. Le prime condusse a Gibilterra, le navali mandò in Inghilterra, dove se ne aveva grandissimo bisogno.

Ma un altro più grande e più prospero successo riserbavano i cieli alla fortuna di Rodney. Il giorno 16 di gennaio, s'abbattè presso il Capo Santa Maria in un'armata spagnuola di nove vascelli di alto bordo, la quale sotto il governo di Don Giovanni Langara stava presso il capo medesimo, non dubitando di pericolo alcuno, in crociata. Avrebbe l'ammiraglio spagnuolo, se avesse voluto, potuto schivar l'incontro di una forza tanto alla sua superiore. Ma in luogo di mandare, tosto che discoperse dall'alto delle gagge le vele nemiche, le fregate a sopravvedere, ed a riconoscere il numero e la forza loro, e quindi ritrarsi ai porti, mise tosto le sue in ordine di battaglia. Quando poi, approssimatisi vieppiù gl'Inglesi, ebbe osservato, quanto fossero di lui più gagliardi, si affaticò per tirarsi indietro; ma già non era più tempo. L'ammiraglio Rodney aveva ordinato a' suoi, dessero la caccia, dimodochè potessero guadagnar il sottovento per mozzare agli Spagnuoli la ritirata ai porti. Essendo i vascelli inglesi molto più destri al correre, che gli spagnuoli, riuscirono nel disegno. Quindi la battaglia diventò inevitabile. Don Giovanni si difendette con grandissimo valore. L'aspetto delle cose era oltre ogni dire terribile. L'ora era tarda, e già incominciava ad abbuiare; il mare grosso, e tempestoso; i vicini scogli di San Lucar accrescevano il pericolo. In questo mezzo il vascello spagnuolo, il San Domenico, di 70 cannoni, ardeva con orribile scoppio. Tutta la ciurma, ch'erano bene 600 persone, perirono. Durarono la battaglia, e poscia la perseguitazione, che ne seguì dopo la rotta degli Spagnuoli, fino alle due della mattina. La capitana denominata la Fenice, sopra la quale si trovava Don Giovanni, e portava 80 cannoni con tre altre di 70, fu presa, e condotta a man salva dentro il porto di Gibilterra. Il Sant'Eugenio ed il San Giuliano vennero anch'essi in poter degl'Inglesi, i quali ne avevano marinati gli uffiziali, e mandato un certo numero dei loro a bordo. Ma essendo il mare molto grosso, la notte tempestosa, trovandosi in mezzo a scogli, e mancando gl'Inglesi di piloti, che fossero pratichi de' luoghi, si mettevano nella discrezione degli Spagnuoli, i quali da vinti diventati vincitori ricondussero le due navi nel porto di Cadice. Due altri vascelli grossi, ed altri più sottili, quantunque grandemente danneggiati, nel medesimo porto si ricoverarono. Il giorno seguente ebbero gl'Inglesi molta fatica per sbrigarsi dalle secche, e per arrivar di nuovo nell'alto e profondo mare. Fu Don Giovanni ferito gravemente. Ottenuta la vittoria arrivò Rodney a Gibilterra, ed ebbevi in poco tempo scaricate tutte le navi annonarie, in guisa che non solo fu sollevata la carestia dei viveri, ch'era dentro la Fortezza, ma di più fu essa posta in grado di poter sopportare senza nuovi aiuti un lungo assedio. Riempiuti con tanta utilità della patria, e con non minore sua gloria gli ordini del Re, verso mezzo febbraio si mise, siccome gli era stato commesso, tra via con una parte della flotta alla volta delle Antille. Il rimanente in un colle prede della Spagna viaggiava verso l'Inghilterra sotto la condotta del Sotto-ammiraglio Digby. La fortuna, che s'era tanto propizia dimostrata agl'Inglesi nell'andata loro a Gibilterra, gli volle anche nel ritorno loro favoreggiare. Il giorno 23 di febbrajo discoprì Digby in lontananza una flotta consistente in molte navi francesi di differente grandezza. Quest'era una conserva, che se ne iva all'Isola di Francia scortata dal Proteo e dall'Aiace, l'uno e l'altro di 64 cannoni, e dalla fregata la Charmante. Governava il tutto il visconte Du-Chilleau. Accortosi questi degl'Inglesi, con ottimo consiglio comandò tostamente all'Aiace, ed alla più parte della conserva, si schivassero, e velocemente per di dietro si difilassero. Egli poi da fronte raccozzò in un gomitolo la sua propria nave il Proteo, la fregata, ed alcuni altri legni più piccoli, e ciò affinchè il nemico, ch'era tuttavìa lontano, ingannatosi, lo scambiasse per tutta la conserva. Lo scaltrimento ebbe l'effetto, che se ne aspettava. Digby, non accortosi dell'Aiace, e del grosso della conserva che se ne andavano, perseguitava il Proteo. Fuggiva questo sì rattamente che non sarebbe stato preso. Ma cadutogli un calcese, e perciò rallentatosegli l'abbrivo, sopraggiunsero gl'Inglesi e lo pigliarono. Vennero anche in poter loro tre navi da carico. Tale fu la riuscita della spedizione di Rodney a Gibilterra. Se ne fecero in Inghilterra molti rallegramenti, sia per la cosa in se, ch'era d'importanza sia perchè erano queste le prime felici novelle, che da lungo tempo vi fossero pervenute. Il Parlamento rendè pubbliche ed immortali grazie a Giorgio Rodney.

In questo modo l'Inghilterra, mentre dall'un canto sì difendeva da' suoi nemici in Europa, n'incamminava dall'altro alle offese tanto contro i Repubblicani sulla terra-ferma d'America, quanto contro i Francesi e gli Spagnuoli nelle Antille. La risoluzione sua di voler durare contro tanti e sì possenti nemici aveva riempiuto gli uomini di maraviglia. Tutti lodavano grandemente la costanza degl'Inglesi, come di persone valorose, e d'alto animo fornite. Gl'Inglesi, dicevano, essere il pregio e l'onore d'Europa. Essi avere con eterna gloria loro dimostrato, come non pure non si debba cedere all'avversa fortuna, ma eziandio in che modo opporsi e resister si possa ad un nemico superiore di numero e di forze, essi rinnovar ora l'esempio dì Luigi decimoquarto, Re di Francia, il quale non solo non si smarrì, ma fe' testa, e combattè valorosamente contro tutta l'Europa insieme congiurata a' suoi danni; essi imitare le recenti geste di Federigo Re di Prussia, il quale non perdutosi punto d'animo alla possente lega contro di lui ordita, quella aveva non solo combattuto, ma ancora superato e vinto. Quegli stessi, i quali i consigli presi dall'Inghilterra contro gli Americani biasimato ed abbonito avevano, maravigliosamente ora la magnanimità britannica lodavano. Queste cose diceva e pensava l'universale dei popoli. Ma gli uomini prudenti, i quali più addentro penetravano nella verità delle cose, comechè lodassero anch'essi la costanza inglese, tuttavia nè a quella di Luigi decimoquarto, nè a quella di Federigo secondo l'uguagliavano; stantechè essendo l'Inghilterra una isola, non si possa se non se difficilissimamente nelle sue più interne parti, le quali danno vigore e vita a tutta le altre, assaltare; e le battaglie navali non siano altrettante determinative, quanto le terrestri. Ma in Inghilterra veramente pareva, crescesse in un colla grandezza del pericolo l'ardore e l'ardimento dei popoli. Quei medesimi, i quali le deliberazioni dei Ministri rispetto all'America fin là condannato avevano, e tuttavia condannavano, andavano sclamando; questo non essere il tempo da far le pazzie. _Leviamci_, dicevano, _costoro da dosso, e poi chiariremo questa partita tra noi_. S'accordavano i privati tanto nelle più conspicue città, quanto nel contado a pagar grosse somme di danaro per levar genti, ed ordinarle in compagnie e reggimenti. Nè solo i privati, ma ancora i corpi politici o mercantili gareggiavano tra di loro per concedere allo Stato la volontaria pecunia. La Compagnia dell'Indie orientali presentò il governo con una somma bastante a levare e spesare seimila marinari, ed offrì del suo tre vascelli di 74 cannoni. Quindi si davano grossi caposoldi a coloro che volevano porsi sotto le insegne in servizio del Re sì per mare che per terra. Correvano e per questa cagione, e per amor della patria, e per odio ai Francesi ed agli Spagnuoli numerosamente i marinari alle navi; si riempivano le compagnie delle genti di terra, e le bande paesane con ardore maraviglioso si ordinavano in ogni canto, e nell'armi si esercitavano. Ogni cosa in moto per alla guerra contro i Borboni. Tutte queste cose, che si risapevano in Europa, fecero di modo, che le nazioni, le quali da principio, quando avevano veduto tutta la Casa dei Borboni congiurarsi e muoversi a' danni dell'Inghilterra, e questa restar sola alle percosse di tutto il mondo, credettero, difficilmente essa potere a tanta piena resistere, ora venissero in questa sentenza, che l'evento della contesa, quando la fortuna aiutasse il suo ardire avesse a riuscire, se non alla medesima favorevole, sicuramente almeno dubbio ed incerto.

FINE DEL VOLUME TERZO

TAVOLA DELLE COSE CONTENUTE NEL TOMO TERZO

LIBRO OTTAVO _pag_. 3

_Sommario._ — Disegni dei ministri d'Inghilterra. Spedizione di Burgoyne. Convento di selvaggi. Bando di Burgoyne, e sue mosse. Gli Americani si preparano a combatterlo. Descrizione di Ticonderoga. Presa di questa Fortezza; e fatti d'arme, che ne conseguono. Burgoyne arriva sulle rive dell'Hudson. Assedio del Forte Stanwix. Fatto d'arme di Bennington. Burgoyne si trova alle strette. Gates capitano generale dell'esercito settentrionale. Aspra battaglia tra Burgoyne e Gates. Altra battaglia assai feroce. Burgoyne in gran pericolo. Si arrende. Generosità di Gates. Depredazione dei regj. I repubblicani si preparano a sostenere l'impressione dell'armi di Howe. Il marchese De La-Fayette, e sue qualità. Howe sbarca coll'esercito nel Chesapeack. Battaglia di Brandywine. Dopo varie mosse i regj s'impadroniscono di Filadelfia. Battaglia di Germantown. Fazioni sulla Delawara. I due eserciti vanno alle stanze. Miserabile condizione dei repubblicani nelle stanze di Valle-fucina, e loro costanza maravigliosa. Maneggi contro Washington; e sua magnanimità. Howe scambiato da Clinton se ne parte per l'Inghilterra.

LIBRO NONO 148

_Sommario._ — Effetti prodotti in Inghilterra dagli accidenti della guerra. Il conte di Chatam vuol persuadere gli accordi, ma senza frutto. Disegni de' ministri. Pratiche del congresso in Francia. Cautele di questa. La Francia riconosce l'independenza degli Stati Uniti. Lord North muove in Parlamento proposizioni d'accordo. Rescritto dell'ambasciador di Francia. Pownal ôra in Parlamento, perchè si riconosca l'independenza; Jenkinson ôra in contrario, ed ottiene la proposta. Il conte di Chatam muore; sue qualità. La guerra si chiarisce tra la Francia, e l'Inghilterra. Battaglia navale d'Ognissanti.

LIBRO DECIMO 225

_Sommario._ — Le proposizioni d'accordo dei ministri arrivano in America, e loro effetti. Diliberazioni del congresso. I trattati fatti colla Francia vi arrivano. Allegrezza dei repubblicani. Il congresso gli ratifica. I Pacieri mandati dal Re Giorgio arrivano in America. Gli Americani rifiutano gli accordi. Gl'Inglesi votano Filadelfia. Battaglia di Monmouth. Il conte D'Estaing arriva coll'armata di Francia nelle acque d'America; e con quali pensieri. Altre operazioni dei Pacieri del Re Giorgio. Riescono inutili, ed essi sen partono disconclusi dall'America. Il congresso riceve in solenne audienza il ministro del Re Luigi. Guerra Rodiana. Battaglia tra i due ammiraglj D'Estaing e Howe. Mal umore degli Americani contro i Francesi e risse, che ne conseguono. Eccidio crudelissimo di Viomino. D'Estaing se ne parte per le Antille. Byron lo seguita. I regj se ne vanno ad assaltare le province meridionali della Lega.

LIBRO UNDECIMO 297

_Sommario._ — I Francesi pigliano l'isola Domenica; gl'Inglesi quella di Santa Lucia. I regj sbarcano nella Giorgia, e s'impadroniscono di Savanna. Tentano Charlestown di Carolina. Loro depredazioni ad uso dei barbari. Varj successi di guerra. Le isole di S. Vincenzo, e della Grenada vengono in poter dei Francesi. Battaglia navale tra D'Estaing e Byron. D'Estaing arriva nella Giorgia. Assalta Savanna. Se ne torna in Europa. Rinvolture civili in America. La Spagna entra nella lega contro la Gran-Brettagna. Le armate unite di Francia e di Spagna s'appresentano sulle coste d'Inghilterra. Si ritirano, e perchè. Gli umori in Olanda contro l'Inghilterra. Lega del Nort. L'Inghilterra manda aiuti a' suoi in America, rompe le flotte di Spagna, soccorre a Gibilterra. Magnanimità degl'Inglesi.

FINE DELLA TAVOLA

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, così come le grafie alternative (armonia/armonìa, ancora/áncora, pro/prò e simili), correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.