Santa Cecilia by Barrili, Anton Giulio

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ANTON GIULIO BARRILI

SANTA CECILIA

ROMANZO.

MILANO FRATELLI TREVES, EDITORI 15.º migliaio.

PROPRIETÀ LETTERARIA.

_I diritti di riproduzione e di traduzione sono riservati per tutti i paesi, compresi la Svezia, la Norvegia e l'Olanda._

Tip. Treves. — 1912.

A ENRICO BRUSCO.

_Vorrei poter scrivere il nome del mio migliore amico sulle mie pagine migliori. Ma, poichè sono appena ai cominciamenti, accetta con lieto animo che io ti dedichi queste, sebbene modestissime, che sono le prime pagine della mia prosa._

_Di certo, la prima pietra non è la più bella di un monumento, nè quella che raccoglierà l'ammirazione de' viandanti; e tuttavia la è consacrata fra tutte le altre da cerimonie solenni. A me, quando il mio edifizio letterario, comunque e' riesca, sarà condotto più innanzi, tanto da argomentarne la struttura e gli intendimenti dell'architetto, sarà dolce il pensare, che sulla prima pietra era scritto il tuo nome._

Di Genova, il 25 settembre del 1866.

ANTON GIULIO BARRILI.

SANTA CECILIA

I.

— È pure un noioso mestiere! — esclamò Tiberino, fra uno sbadiglio e l'altro, mentre si stiracchiava le braccia in alto e il corpo sul divano, con pochissimo rispetto alle tre persone che a quell'ora si trovavano nella bottega da caffè del _Gran Corso_.

Tre persone, s'intende, non contando noi che eravamo cinque, seduti a nostro bell'agio sui divani di un angolo della prima sala, con tanto di sigaro tra i denti e le gambe intralciate fra i sostegni a rabeschi di una tavola di marmo.

Era il tocco dopo il meriggio, di una giornata, nè bella nè brutta, del mese di marzo; non ricordo bene se della prima, o della seconda quindicina. Quel che ricordo si è che eravamo tutti studenti e facevamo, alla bottega da caffè del _Gran Corso_, chi il terzo e chi il quarto anno di leggi.

Il benigno lettore, per cui mi dispongo a inframmettere una parentesi nel racconto, non intenderà forse come si potesse fare il terzo e il quarto anno di leggi in una bottega da caffè; e cotesto perchè ignora certamente, e perchè io ho ancora da dirgli, quante fossero le università di Genova innanzi il 1858; chè le mie cognizioni sulla materia non vanno oltre quel tempo. Altri adunque narri quante sono ai dì nostri; io narrerò quante erano allora.

Anzitutto l'università di via Balbi, quella più grande; con due leoni di marmo; quattro bidelli, che a sommar loro gli occhi, ne portavano sette (donde non sarà difficile argomentare che ce ne fosse uno guercio); una biblioteca; un portiere con le mostre rosse al colletto della giubba; un museo con molti animali impagliati; molte panche nelle sale, e finalmente il professore D'Ondes-Reggio. Qui si vedevano ogni giorno, _rari nantes in gurgite vasto_, gli studenti che seguitavano i corsi e pigliavano note sui quaderni.

Veniva in secondo luogo la bottega da caffè del _Sole_, al pianterreno del palazzo che fa angolo tra la via Balbi e la piazza dell'Annunziata. Qui si faceva un corso alquanto più elevato: si dirozzavano i giovani coi primi elementi del _carambolo_, del _colpo sotto_ e del _colpo lungo_.

Qui cionondimeno si pensava ancora alle lezioni dei professori; forse per effetto della troppa vicinanza. Però di sovente una partita ai birilli era lasciata a mezzo per una lezione sulla _res judicata_, del Mongiardini, o per un'altra sulle avarie, del Parodi. Gli studenti già divezzati si potevano trovare nella terza università, posta in via Nuova, al pian terreno del palazzo Adorno, all'insegna del _Caffè del Centro_. Qui si studiavano di proposito tutte scienze nuove, e, finito il corso, si era laureati in _poule_ e _carolina_, in _tresetti_, in _goffo_ e fumare con la pipa di gesso.

La quarta università era poi in piazza di San Domenico, di rimpetto al teatro Carlo Felice, all'insegna del _Gran Corso_. Convenivano in quelle sale gli studenti del terzo, del quarto e del quinto anno, i quali non trovavano affatto affatto divertenti i signori professori di via Balbi, timide scappatelle di adolescenti i primi rudimenti di piazza dell'Annunziata, e troppo chiassosa e materiale la scienza al pianterreno del palazzo Adorno. Il _Gran Corso_ era per costoro il corso superiore dei loro studi, il sommo vertice della educazione.

E non avevano il torto. Nelle due prime sale di quella bottega da caffè, la quale adesso non saprei più riconoscere per quella di prima, c'erano seduti dall'alba (alba dei tafani, s'intende), e si davano lo scambio fino a notte alta, tutti i più gran scioperati che Genova avesse prodotti, e le altre parti d'Italia, o per vicende politiche, o per negozi artistici, sbalestrati sulla destra riva del Bisagno, «ov'io siedo e sospiro», come avrebbe detto Ugo Foscolo. Giornalisti della città, letterati in erba, soldati di Roma e di Venezia, maestri di musica, fuorusciti di Palermo e di Napoli, attori drammatici, e va dicendo, facevano in quelle due sale il più strano miscuglio di volti e di parlature.

Gli studenti della quarta università, che ho detto più sopra, erano come il cemento di tutti quelli elementi svariati, e due chicchere di caffè in un vassoio formavano il centro alla più splendida e sbardellata conversazione d'arte, di politica, di filosofia e d'altro che si potesse immaginare. Era quella una conversazione di nonnulla, di corbellerie e di cose serie ad un tempo. Il Burchiello ci avrebbe potuto ritrovare tutti gli ingredienti del suo famoso sonetto:

Orinali, zaffiri ed ova sode Nominativi fritti e mappamondi,

tanta era la varietà dei ragionari, il trabalzo dal serio al faceto, dal gramo al buono, dallo studio assegnato alle più matte capestrerie.

Quante cose si impararono colà, che i libri non avrebbero potuto dire, o che sui libri non si sarebbe saputo cercare! Qualche odierno deputato esercitò là dentro, senza pretensione, la sua vena oratoria; qualche scrittore ci trovò l'argomento di un dramma, fischiato più tardi; un futuro ministro vagliava colà le ragioni di un trattato internazionale; io, poveretto, non ci ho pescato nient'altro che gli elementi per questa novella, che verrò fedelmente narrando.

II.

— È pure un noioso mestiere! — esclamò Tiberino, siccome ho già detto, sbadigliando e stiracchiandosi le membra sul divano.

— Qual mestiere? — dimandò Tito, giovinotto dagli occhi vivaci, dalla bruna carnagione e dal piglio di elegante mollezza, che aveva ereditato dall'Egitto natale.

— Quello di non far nulla; — seguitò a dir l'altro. — Sono due ore dacchè stiamo qui raggomitolati, e, se la noia dura, vi prometto io che do un calcio al galateo e mi metto qui sul divano a dormir della grossa.

— Non hai ragione a parlar così, o Tiberino! — dissi io. — Intendo benissimo che queste ore meridiane sono le più fastidiose del mondo, e che si potrebbe toglierle dalla vita dell'uomo....

— E della donna! — interruppe Tiberino.

— Sicuro, e della donna, senza che facesse sconcio la loro mancanza. Ma poichè Dio, nella sua alta sapienza, ha voluto che ci fossero, rispettiamo i suoi arcani disegni e cerchiamo di passarle il meno male ci venga fatto, in questa valle di lagrime.

— Ah! e tu chiami passarle meno male, — gridò Tiberino, — a star qui in bottega da caffè a rinvoltar sigarette di carta, come fa Tito, a contarsi i peli sulle guance, come fa Battista, ad abbozzare sul marmo il naso del tavoleggiante, come fa qui Fabrizio, a guardare in aria, come fai tu, a sbadigliar maledettamente, come fo io? —

A questa tirata di Tiberino tennero bordone, coi loro atteggiamenti diversi, i compagni. Tito lasciò di rinvoltare la carta da sigari, e il _latakiè_ gli restò sospeso in tenui fili tra le dita e la scatola; Battista rimase inerte col pollice e il medio appuntati sulla guancia; Fabrizio depose la matita e alzò il naso dal naso abbozzato; e tutti si volsero a me, per chiedermi che cosa avrei saputo rispondere.

— Io? vi rispondo, — dissi allora, — che non vedo la necessità di rispondere. Vi annoiate? Io non meno di voi. Mettiamoci la via tra le gambe, e andiamocene all'università; sentiremo da qualcheduno che cosa hanno detto i professori, nelle lezioni di quest'oggi. —

Tiberino mi rispose con uno sbadiglio più lungo degli altri. — È gaia la pensata! — soggiunse Fabrizio, a mo' di commento.

— Orbene, — ripigliai, — se non vi talenta, andiamo a fare una passeggiata sui terrapieni, a veder l'erba novellina.

— _Sento un soave odor di fieno fresco_ — mormorò Battista. — Cercane un'altra.

— Eccola qui. Andiamo a passeggio tra Campetto, le Vigne e San Siro, a veder passare le belle signore che vanno attorno per fare incetta di nastri e di occhiate.

— _Passa la bella donna e par che dorma_ — mormorò Tito a sua volta. — Cercane un'altra.

— Orvia, signori, vi contento subito e vo a cercarla. Chi mi vuol bene mi segua. — E così dicendo, mi alzai. Gli altri, per un tratto, volevano menare in lungo lo scherzo, e sapere, prima di alzarsi, che cosa si sarebbe fatto; ma, veduto che io ero già presso l'uscio, ed anche perchè si annoiavano a star seduti, borbottando un pochettino contro la prepotenza, la tirannia, e simiglianti, si alzarono anch'essi.

Così, senza por tempo in mezzo, tutti e cinque ce ne andammo via dal _Gran Corso_, con molta soddisfazione di due colonnelli a riposo, i quali stavano ad un tavolino lì presso, aguzzandosi l'appetito con due sorsate di vermutte e una discussione strategica. Le nostre chiacchiere impedivano a quei due bravi veterani di far muovere i loro battaglioni; impacciavano la strada agli squadroni di cavalleria che essi scagliavano sull'inimico, con tutta la balda fierezza delle loro ricordanze.

A noi, per contro, il passo fu impedito, appena usciti che fummo sulla piazza, da una calca di gente, la quale si stringeva, sghignazzando ed urlando, intorno ad una macchina di forma insolita, che andava saltelloni su d'una carretta, tirata da un uomo; vi prego a crederlo, tirata da un uomo.

In quella che noi, afferrando pel ciuffo l'occasione di fermarci, stavamo a pensare che diamine fosse quel cassone sgangherato, l'uomo si fermò, si tolse la cinghia di sopra il petto, e fece per sedersi su d'uno sgabello che aveva portato tra mani, salutando dapprima, con grandi inchini, una frotta di monelli che gli si eran ficcati d'attorno, ai primi posti.

Le vesti del pover'uomo attestavano il passaggio di un numero sterminato d'inverni, tanto erano gualcite e in più luoghi malamente rattoppate. Il giubbone doveva essere stato di panno nero, ma era tutto una macchia tra il giallo, il verde e il lionato, senz'altra interruzione che quella degli stracci e delle toppe già dette. Un cappello alto di feltro, sebbene pieno di ammaccature e col pelo arruffato e rossiccio, una cravatta nera annodata a mo' di corda intorno a due solini di colore ambiguo, e un occhialino col cerchietto di corno, che gli pendeva dal collo, lo dimostravano un uomo d'assai, una specie di professore di greco, o di poeta estemporaneo in aspettativa. Aveva inoltre i capegli lunghi e rabbuffati come la tempesta, e, a giudicarne così alla grossa dalle rughe del volto, gli si sarebbe dato un cinquant'anni, quantunque fosse anche agevole argomentare che molti di quei solchi li avessero segnati i patimenti di una vita desolata e randagia.

Era bello o brutto? Dimanda alla quale io non saprei rispondere così sui due piedi, se mi venisse fatta dal benigno lettore. I lineamenti di quel volto erano guasti dalle rughe che ho detto, e da quella crosta arsiccia che il sole, la pioggia e gli altri malanni del firmamento appiccicano, in cambio della pelle consueta, sulla faccia dei poveri diavoli, per i quali non sono state inventate le abitazioni, nè i legni di posta, nè le strade ferrate. Cionondimeno, a guardarlo per bene, si notava una certa regolarità di contorni, con un paio d'occhi spaziosi e giustamente infossati. La barba aveva rada, breve ed incolta, e, per farla finita col ritratto, dirò che una bella elegante, di quelle che so io, avrebbe raccapricciato a vederselo tra i piedi, e un cagnolino di buon gusto, come sono in generale tutti i cagnolini da salotto, gli avrebbe abbaiato ai fianchi, e, tra il ribrezzo e la paura, non gli sarebbe parso disdicevole ai suoi natali, nè alle delicate consuetudini del suo muso, addentargli le gambe.

Non dico già questo per dar biasimo alle belle eleganti che so io, e ai cagnolini da salotto. Anche i cani da pagliaio e la gente dozzinale, solo che piglino l'uso delle città e si avvezzino agli splendori della vita, abbaiano dietro alla povertà; raccapricciano alla vista dei cenci, e non vogliono neppur aprir l'uscio di casa, quando i cenci sono per le scale. Questa è legge di equilibrio sociale; laonde, ad un volgo che sta in alto, risponde un volgo che sta sotto, e per contro la nobiltà del sentire, il culto del bello e del buono, il dispregio dei fronzoli e del princisbecco nelle usanze del vivere, si rinvengono in tutti gli ordini dell'umano consorzio.

Alcuni di questi pensieri, che mi vengono ora sotto la penna a farsi tingere d'inchiostro, mi giravano per la testa nel contemplare quel poveretto seduto davanti al suo cassone ambulante e fatto segno agli scherni dell'uditorio piazzesco.

— Largo al maestro! largo al Rossini! — gridavano, con quanto fiato s'avevano in corpo, certi garzoncelli in maniche di camicia, mentre con piglio burlesco facevano stare indietro i loro compagni della prima fila.

— Come c'entra il Rossini? — chiese Tiberino. E spinto dalla sua artistica curiosità, si ficcò dentro la calca, e noi dietro a lui, con aiuto di «la mi scusi» e di gomitate, fino a tanto che ci mettemmo in secondo ordine, per assistere al cominciamento dello spettacolo.

La carretta sosteneva, come dissi, un cassone di forma quadrilunga e irregolare, rivestito di assicelle di pino, fesse in molte parti, e tutte plasmate all'intorno di quella tinta cenerognola che suol darsi alle imposte e agli scurini delle finestre. Il pover uomo, che io pure chiamerò Rossini, sulla fede della moltitudine, lo diceva il suo pianoforte a coda; e di fatto, come l'ebbe aperto da un lato, apparve una sudicia tastiera, corrosa tanto dall'uso da poter raffigurare assai fedelmente una scala del Monte di Pietà.

Su quella tastiera il nostro Rossini pose allora due mani forse pulite un tempo e delicate, ma guaste oramai dalla fatica e dal gelo; poi, sollevando alle nuvole due occhi stralunati, come in atto di aspettare l'ispirazione del biondo Iddio, e componendo le labbra ad un grottesco sorriso, fe' scorrere quelle mani sui tasti, i quali sprigionarono un subisso di stonature, da raggrinzare i nervi di un bue.

Povero Rossini! Mentre egli si lasciava ire a quel suo preludio di arcana dolcezza, gli si facevano intorno le più grandi pazzie, i ragionamenti più beffardi del mondo. Chi si appigliava alla coda del suo cembalo come al capo di una leva, e faceva balzar la tastiera sulla sua testa; chi gli facea ruzzolar la carretta sei palmi discosto sul selciato, tra le risa degli astanti, che davano indietro per non averla a pigliar nelle gambe; chi gli mandava addosso una gragnuola di bucce e torsi di cavolo; chi infine gli faceva scivolar la musica, squadernata a rovescio sul leggìo; e tutte queste innocentissime burle erano accompagnate da risa, fischi, grida e strepiti di ogni maniera.

Ma il povero maestro non perdeva per così poco la tramontana. Le sue dita seguitavano ostinatamente la tastiera, come l'ago calamitato la direzione del polo, e ne facevano balzare suoni discordi e incomposti, ch'egli accompagnava col suo canto, del quale Tiberino, buon intendente di musica, non ebbe modo di indovinare la chiave. Mai cigno d'Eurota, o d'altro fiume classico, cantò più sgraziatamente di lui, e l'uditorio, che non pareva andasse in brodo di succiole, si faceva beffe del suono e del motto.

— Scusino! — disse allora il maestro. — Ho qui un _notturno_ di mia fattura, e se vogliono udirlo....

— Certo! certissimo! la si figuri se non vogliamo udirlo! — gridarono a gara molte voci nella folla.

— Ella suona come una campana; — disse uno degli astanti, facendo un inchino.

— Canta come un uscio sugli arpioni; — soggiunse un altro.

E la gente a ridere e gridargli: — Suoni, maestro, suoni il notturno! — mentre i monelli seguitavano a far viaggiare il cassone.

Il poveretto, senza punto scomporsi e come non accorgendosi di tutte quelle irriverenze, dopo aver ringraziato con un comico accennar del capo tutti i suoi lodatori, diè principio alla cantilena. Noi ne capimmo assai meno di prima: agli altri bastò che avesse incominciato a suonare, perchè i fischi ripigliassero l'accompagnamento, le bucce volassero da capo e le scosse al cembalo diventassero più frequenti e più forti.

Vi fu allora un momento in cui il suonatore mi parve concentrarsi in sè medesimo, quasi per rispondere ad una voce del suo cuore, e la sua faccia abbrustolita fu come trasfigurata da un senso di arcana mestizia. Egli si ristette dal suonare; chiuse il cembalo, si alzò, e, preso con una mano il cappello, e postasi l'altra sul petto, andò attorno a chiedere la _buona grazia_ dell'uditorio.

Ma l'uditorio avea sgomberato in quel frattempo. Doveva essere quella una consuetudine, dappoichè tanto solleciti si erano allontanati gli astanti, non sì tosto lo avevano veduto alzarsi e dar di piglio al cappello.

Non erano rimasti intorno al suonatore che dieci o dodici ragazzacci, i quali, come abbonati a tutta la stagione, non davano un soldo, e noi cinque, ma un po' in disparte, come eravamo fino dal cominciar della scena.

Come rimanesse egli allora, lascio che vel pensiate, o lettori. Col cappello in mano e il braccio disteso, la manca rattrappita sul petto, gli occhi sbarrati e la bocca mezzo aperta, smemorato, confuso, stette alcuni secondi in quella postura.

Le due ore, che in quel punto suonavano, lo scossero un poco. Si fe' scorrere la manca lungo lo stomaco, quasi per consolarlo del digiuno a cui lo astringeva; poi andò coll'indice a cercare una lagrima che gli inumidiva le ciglia, si mise il cappello, e voltosi a noi, che fino a quel punto non aveva cercati, ci disse con aria malinconica:

— Andrò a pranzare con santa Cecilia, quest'oggi. —

A qualcheduno di noi, che eravamo rimasti confusi allo scantonare di tutti gli astanti, a qualcheduno di noi, dico, le mani erano già corse nel taschino della sottoveste. Ma Tiberino fu il più pronto di tutti, e cavato fuori uno scudo d'argento si accostò al pover'uomo e glielo ficcò quasi a forza nelle mani, imperocchè l'altro, veduta luccicar la moneta, credette sulle prime fosse una celia, e una celia di tanto più cattivo conio, quanto migliore era quello del metallo.

— Prendete, maestro! — gli disse Tiberino, senza che in quella parola _maestro_ ci fosse ombra di sarcasmo. — Questo vi servirà per i giorni che l'arte vostra non vi darà da campare. Oggi intanto, se non vi duole, venite, non a pranzo (che non siamo ricchi abbastanza), ma a desinare con noi.

— Ben detto! — esclamò Tito. — Bravo Tiberino, qua la mano. E voi, maestro, venite con noi, com'egli vi ha detto. —

Le prime parole che forse da gran pezza il tapinello si sentisse a dire sul sodo, non parve gli entrassero molto. Lo scudo lo aveva in mano, ma a vederlo gli pareva di sognare; e sebbene Tiberino gli avesse ripetuto l'invito, egli rideva come un melenso, alzava e chinava gli occhi, nè poteva aprir bocca. Dio sa che ghiaccio lo scherno degli uomini gli avesse ammonticchiato sul cuore, e che improvviso raggio di sole gli fossero le nostre cortesie!

— Ma.... io.... — balbettò egli finalmente — loro signori sono giovanotti allegri, e vogliono scherzare....

— No, maestro! — ripigliò Tiberino. — Avete parlato di santa Cecilia, della quale sono molto divoto, che io e gli amici miei vi facciamo questa offerta.

— Voi? Oh, ma voi altri non la conoscete, santa Cecilia! — disse con semplice schiettezza il pezzente, a cui le parole di Tiberino e i nostri sorrisi amichevoli incominciavano a squagliare il ghiaccio sul cuore. — Voi non la conoscete, la santa: essa non appare più ad altri, fuor che a me, a me solo! —

È un pazzo? ci chiedemmo noi con gli occhi, guardandoci in viso. E nello stesso linguaggio ci rispondemmo: che importa? ragione di più per venirgli in aiuto. Allora io presi la parola a mia volta.

— Venite ad ogni modo, maestro, e dopo il desinare parleremo di santa Cecilia. Noi la veneriamo senza conoscerla, e udiremo volentieri quello che vi piacerà raccontarne.

— Ma.... — disse egli allora, già quasi vinto dalle nostre istanze — e il mio cembalo?...

— Il vostro cembalo portatelo prima a casa. E voi altri signorini della piazza, che state qui con le mani in tasca, aiutate questo brav'uomo a portare il suo cembalo. —

I dieci o dodici monelli che erano rimasti là intorno a vedere la scena, si guardarono un tratto fra loro; poi due o tre ci risero con molta impertinenza sul muso, diedero una volta sulle calcagna, come tanti soldati al comando del caporale, e scantonarono alla lesta. La più parte seguitarono il buon esempio, e non rimasero che due, dei più piccini, per aiutare il maestro a tirar la carretta, che noi seguivamo da lungi.

Così egli, dopo aver trascinato il suo arnese di viottolo in viottolo fino al suo umile albergo da due soldi al giorno, o, per meglio dire, da due soldi alla notte, se ne venne con noi in una delle più riposte sale di quella beata osteria di _Sant'Elena_, nel vicolo della Casana, dove ai tempi nostri abbiamo mandato giù tanti bicchieri e tanto meditato sulla fragilità dei troni della terra, in quella che il cuoco repubblicano c'imbandiva costolette di tiranni.

Stordito com'era dalla gioia e dallo stupore, il buon maestro mandava giù più lagrime che bocconi. Finì tuttavia col pigliare un po' di domestichezza con noi e ragionò anche molto assennatamente di musica con Tiberino, il quale ne fu molto ammirato.

Ma Fabrizio, che era il più curioso di noi cinque, ricordando il negozio di santa Cecilia, non istette molto a domandargliene. Il discorso si voltò allora su quell'argomento.

— Loro signori mi chiedono se io la conosca davvero, e se ella mi apparisce in sogno? Viva e palpitante mi appare ella; poichè, con tutto ciò che possono dirvi in contrario i malevoli, io sono il suo pensiero assiduo, l'unico argomento delle sue cure. — E preso di questa guisa lo andare, il nostro convitato ci raccontò la sua storia.

Noi si stette maravigliati a sentirlo, tanto egli parlava con scioltezza e con più eletta proprietà di parole che la sua apparenza non promettesse. Egli poteva essere paragonato ad una di quelle bottiglie, le quali si traggono dalla cantina coperte di polvere e di ragnatele, e tuttavia tengono in corpo il migliore.

III.

— Voi mi vedete in basso stato e così male in arnese, — cominciò a dire il maestro, — ora che ho dimenticato gli uomini e ogni altra cosa al mondo, per racchiudermi nella sconsolata solitudine del mio cuore. Ma io non indossavo un tempo questi luridi cenci, nè era così incolta la mia persona.

Mi vestiva, negli anni della beata giovinezza, una bianca clamide, con un bel pallio di porpora. I miei capegli erano ricciuti e profumati, e le vezzose fanciulle di Corinto si facevano rosse al mio apparire, siccome le ciliegie al sole di primavera.

Nei misteri di Eleusi, ove la santa Cerere chiamava ogni anno il fiore della greca gioventù alle sue orgie solenni, io ero sempre il primo e il più lodato, sia che toccassi la cetra lesbia, o che le mie dita errassero con sapiente magistero sul rozzo clavicembalo antico; e i grandi occhi azzurri delle figlie del Peloponneso seguirono sovente con amorosa cura la biga di Calisto sull'arena del Circo.

Ma io non amavo. I miei sensi soltanto si allegravano di giocondi sacrifizii all'ara di Guido; ma il mio cuore dormiva; nè valeva a commoverlo l'acceso volto di Erigone, o lo sguardo scintillante di Cerere, o la lusinghiera dolcezza di Venere. Il casto riserbo della vergine Diana avrebbe potuto infiammarlo; ma Diana era invisibile, nè ella, d'altra parte, anco se colta all'impensata, avrebbe perdonato agli sguardi profani. E ben lo seppe Atteone, che ella diede in pasto ai suoi veltri, perchè egli tra il fitto delle piante aveva potuto ammirare le ignude bellezze della dea. —

Fu questo l'esordio del nostro convitato, e i lettori argomenteranno di leggeri la maraviglia che ci colse, al vederci affondati nella mitologia pagana fino agli occhi. Altro che santa Cecilia! Qui eravamo in Grecia a dirittura, in mezzo a tutte le sue classiche e statuarie divinità, evocate da un povero pazzo, il quale parlava con l'accento della persuasione e, data una storta premessa, andava diritto a tutte le conseguenze, come il più savio ragionatore del mondo.

Alla metà di questo esordio, e appena veduto come il nostro narratore andasse a briglia sciolta, con gli sproni nei fianchi di un gigantesco anacronismo, noi cinque ci eravam ricambiato un malinconico sorriso. Egli non se ne addiede, e proseguì il suo racconto. Seduto in capo alla tavola, al lume di due candelabri, con la persona appoggiata alla spalliera della sedia e gli occhi in alto, egli aveva quasi dimenticato il suo uditorio d'increduli; ma gli increduli stavano ad ascoltarlo, e che volete? finirono anch'essi con salirgli in groppa e, cedendo al fascino del racconto, seguirlo nella sua pazza cavalcata pei tempi remoti.

A questo errore io mi penso aiutassero molto le frequenti libazioni, dalle quali era accompagnato l'ascoltare, e le ondate di fumo che ci uscivano tacitamente di bocca. Tito rinvoltava di continuo le sue cartoline spagnuole intorno alla foglia sminuzzata del _latakiè_, e mandava buffi profumati in mezzo a noi; Tiberino guardava in alto i rabeschi del soffitto; Battista, con una gamba a cavalcioni sull'altra, aveva ricominciato a contarsi i peli sulle guance; io stavo coi gomiti appuntellati sulla tovaglia e le palme raccolte sotto il mento, Fabrizio avea cavato fuori il suo albo da disegno e abbozzava sbadatamente figure di donna, coperte del peplo argivo; ma nessuno di noi, checchè facesse, perdeva una sillaba dello strano racconto.

— Rifinito dai piaceri, — proseguì il suonatore con la sua facile e poetica vena, — io mi ritraevo sovente da quei tripudii del senso, nè più mi allettavano i giuochi del Circo, l'oziar delle Terme, o il sorriso delle _etère_ fra le libazioni del simposio. Forse l'animo mio correva con desiderio confuso ai tempi che non erano ancor nati? Non saprei dirvelo; ma il tedio di quella vita, tutta consacrata al culto della materia, mi aveva soverchiato. Pieno di sconforto io mi chiudevo nelle mie case, e mentre dal vano di un loggiato stavo guardando il sole morente, che illuminava ancora di un raggio obliquo il bel golfo di Crissa, il mio pensiero alato correva lontano, oltre i monti dell'Arcadia, in cerca di tal cosa che vedeva mancargli e non sapeva che fosse.

Così a me stesso mi feci inutile, agli altri molesto. Gli amici, che non mi vedevano più a novellar nelle Terme, nè a correre o a lottare nel Circo, mi davano del pazzo per lo capo. Glicera, la bella _etèra_ che io avevo tante volte incoronata nei conviti con serti di rose, dopo avermi aspettato invano una decade (una decade era l'eternità per una donna di Corinto), fece buon viso alle ventimila dramme d'argento che da lunga pezza le profferiva, come dono votivo per rendersela benigna, il ricco Messàpo, e mi mandò, per mano della sua schiava, una corona di foglie d'elleboro, e una tavoletta con queste parole:

«_A Calisto prega salute Glicera. Le foglie salutari, colte in Antìcira, risanino un cuore che dispregia le rose di Amatunta._»

Il rimprovero di Glicera non mi punse; nè mi dolse che quelle bianche braccia ministrassero le vivande e quelle labbra di corallo sorridessero al simposii di Messàpo. La mia mestizia cresceva a dismisura: e mi assaliva il fastidio d'ogni cosa che per lo innanzi mi fosse piaciuta.

Allora Volumnio, duumviro romano.... Ma voi forse non sapete, o signori, che i Romani a quei tempi signoreggiavano la Grecia....

— Ohè, maestro! in qual conto ci tenete voi? — gridai io allora, punto sul vivo. — Sappiamo perfettamente che i Romani soggiogarono il vostro paese nell'anno 146 innanzi la _fruttifera incarnazione_, e che il console Mummio, impadronitosi di Corinto, le appiccò il fuoco, distruggendola così intieramente, con tutti i capilavori d'arte che l'arricchivano su tutte l'altre città del Peloponneso. Sappiamo altresì che in questo incendio le molte statue di svariati metalli si fusero per modo, che ne venne fuori il celebratissimo _metallo di Corinto_. Giulio Cesare, poi, risollevò la caduta all'antico splendore, facendola colonia romana, e ricorderete, su questo proposito, la leggenda: _Laus Julia Corinthus_, come io ricordo che la vostra città fu governata d'allora in poi da due cittadini romani, col nome di _duumviri_, i quali probabilmente si saranno divise le attribuzioni come da noi, ai tempi nostri, l'intendente, o governatore, ed il sindaco. —

Al compare non dispiacque punto quella mia raffica di erudizione; chè anzi l'accolse con un sorriso affettuoso, e accennando del capo ad ogni parola, come un maestro esaminatore contento del suo discepolo.

— Benissimo! — diss'egli, quando ebbi finito. — Io dunque avevo molta dimestichezza col duumviro Volumnio, bel giovane sui trentadue, ottimo soldato e gentil cavaliero. Egli sovente mi chiedeva della mia mestizia e non sapeva capacitarsene. Io avevo un bel dirgli le mie malinconiche pensate; gli era come se parlassi trace od armeno. Patrizio romano qual era, ed amante di tutte le lautezze del vivere, Volumnio non intendeva come si potesse rinunziare ai simposii, ai giuochi, alle belle figlie di Pelope, per altra cosa che non fosse il grave ufficio della milizia o della magistratura; ed era sua sentenza che neppur queste due cose dovessero escludere affatto i sollazzi della vita. E mi citava a questo proposito i suoi primi anni di tirocinio militare in Caledonia, dov'egli, facendo il debito suo, aveva potuto proseguire una ventura amorosa con la più bionda tra le compaesane di Fingal.

Ma tutti i più bei discorsi di Volumnio facevano mala prova sul tedio dell'anima mia. Laonde, veduto come io fossi proprio ammalato dello spirito, egli mi prese un giorno in disparte, e mi disse: — «Calisto, tra breve io partirò da Corinto, per tornarmene a Roma. Vientene a Roma con me. Io son certo che colà ti passerà dal capo la tristezza e la noia. Vientene a Roma. Sappi che Roma è l'_Urbs_, la città per eccellenza. Dappertutto, _undique orbis terrarum_, si vegeta come tanti cavoli! a Roma soltanto si vive.»

Queste facete esortazioni di Volumnio rispondevano troppo bene al desiderio che mi struggeva di novità, perchè io non cedessi. Raunai quel tanto che mi rimaneva delle mie larghe sostanze, e due mesi dopo, la nave di Volumnio, sulla quale io mi ero imbarcato, giungeva con vento propizio alla foce del Tevere.

L'animo mio non era presago dei mali che mi attendevano nella città dei sette colli. Mi pareva in quella vece di esser rinato, e il mio petto respirava con gioia le aure di quella Italia, che io salutai dalla prora con la lieta esclamazione di Acate, che è uno dei più felici passi dell'Eneide.

«O Volumnio, io dicevo, ti sian rese grazie per il tuo invito cortese. Qui mi sento felice, e penso che là, dietro a quei monti ove tu mi accenni esser Roma, io troverò la pace del cuore.»

E davvero credetti averla trovata, la pace del cuore, quando fui dentro a quella smisurata città, a quel brulichìo di gente d'ogni nazione, tributo del mondo alla potenza di quei fastosi cittadini che passavano per le ampie strade in lettiga, seguiti da un lungo stuolo di clienti e di schiavi. Era quello appunto per Roma un bel tempo, o, se non era, pareva. Alessandro Severo imperava con temperanza e saviezza, e i suoi miti costumi, se facevano desiderare una maggiore fortezza nel governo della cosa pubblica, consolavano tuttavia il popolo delle recenti memorie di Caracalla e di Eliogabalo.

Allora, per altro, io non avevo tempo nè modo di pensare a cotesto. L'amicizia di Volumnio mi aveva aperto le case di tutti i patrizii, ed io mi ero dato a vivere splendidamente, senza curarmi d'altro che di sempre nuovi piaceri, e senza darmi un pensiero al mondo di ciò che potesse maturarmi il futuro. I parassiti popolavano il mio triclinio; l'Asia mandava a Roma per me le sue bestie feroci e le sue donne incomparabili, e queste io provai feroci del pari, imperocchè, se quelle con le unghie laceravano le carni, queste levavano i pezzi a dirittura. Il mio scrigno sel seppe.

Ora incominciano le note dolenti. Un dì Volumnio mi condusse alle case dei Cecilii, illustre famiglia, che non la cedeva in nobiltà di sangue che ai Metelli, dei quali era un ramo secondario. Colà vidi Cecilia, la bellissima fanciulla che doveva soggiogarmi, e, sollevando lo spirito mio a desiderii infiniti, precipitarmi nell'abisso. —

Qui il pazzo si fermò; due lagrime gli scesero giù dalle guance, ed egli, senza pure asciugarle, si stette immobile e senza parole per lunga pezza, in atto di chi pensa e, con l'amara voluttà delle ricordanze, ricostruisce il suo tempo perduto.

Noi rispettammo il suo silenzio, e taciturni aspettammo ch'egli si facesse a romperlo.

IV.

Come si riebbe da quella estasi malinconica, e facendosi scorrere una mano sulla fronte, il pover'uomo proseguì:

— Nata, siccome vi ho detto, di nobilissima gente, cresciuta in mezzo agli agi di una splendida vita, Cecilia era il desiderio dei giovani patrizii di Roma.

Era pur bella, nella sua serena tranquillità! Biondi capegli le incoronavano la fronte alabastrina, su cui non faceva ruga mondano pensiero; gli occhi nerissimi non scintillavano di voluttà come quelli delle Eleusine, sibbene spiravano un fuoco soave; e talvolta, in mezzo alla lieta comitiva dei parenti e degli amici che le si raccoglieva dintorno sotto le magnifiche arcate dell'atrio domestico, essi illanguidivano, assorti in una contemplazione divina.

Vi parlo, con parole nuove, di cose antiche, le quali allora io non avrei neppur saputo colorire, perchè non sempre mi era dato d'intenderle. Ricordate che noi assistevamo alla rovina di un vecchio mondo e ai nascimenti di un nuovo. La confusione era nelle lingue, nei riti, nel costume, nei pensieri, e da per tutto. Il greco, il germanico, l'assiro, l'egizio, il gallo e il britanno, si confondevano colà, in quel vasto centro del mondo, e davano temperanze svariate ai colori, forme nuove ai modi del vivere.

Io paragonavo nel mio cuore Cecilia a Diana, perchè la mia educazione pagana non trovava altro esempio di purezza che quello della casta e solitaria dea delle selve. Dopo la mia vita militare sul Baltico, avrei potuto paragonarla assai meglio ad una delle belle ed ispirate profetesse dell'isola di Rugene, ad una sacerdotessa di Herta, la invisibile ed ignota Dea della Germania.

Ma anche prima, ed allorchè vidi per la prima volta le mani di Cecilia posarsi sul cembalo e gli occhi suoi cercar l'infinito, ben mi accorsi che Diana cedeva al raffronto; bene intesi allora che una nuova donna era nata, non pure meno materiale di Cerere, ma più pensosa di Minerva e più casta di Diana: ch'ella recava in terra l'immagine della Venere celeste, che i miei concittadini, per consiglio di paurosa riverenza, avevano collocata nelle nubi, molto più in su dell'Olimpo.

E l'amai, l'amai con tutte le potenze dell'anima. Intrinseco del fratel suo e tenuto in gran conto dal padre, io passavo i miei giorni nella sua casa, alternando con lei i suoni del cembalo e le canzoni.

Mi ricambiò ella?... Oh, Cecilia non amava gli uomini se non come fratelli, e l'essere meco, il conversar meco assiduamente, non la turbò, come suole turbare i nostri animi la fiamma dell'amore, come la sua vista turbava l'animo mio. Era la sua vita un'estasi continua, ogni suo sguardo, ogni atto, ancor che lieve, l'adorazione di una cosa ignota agli occhi della mia mente mortale; e non è a dire quanto me ne struggessi in silenzio.

Frattanto il tempo scorreva; le mie dovizie erano ite; Volumnio era volubile come il suo nome e si era allontanato da me. Egli pure aveva amato Cecilia e l'aveva chiesta in maritaggio ai suoi, che avevano accolta con giubilo l'offerta; ma Cecilia aveva ricusato, ed egli, credendomi cagione del rifiuto, me ne voleva un mal di morte. Così, percosso d'ogni parte dai fati, io andavo perdendo anche gli amici e mi trovavo solo nell'ampia Roma; non ero nulla; non potevo esser nulla.

La necessità, la urgenza dei casi miei, mi diede l'ardimento. Fui come la lucerna che, presso a mancare, dà l'ultimo guizzo. Narrai a Cecilia del mio immenso affetto per lei, come l'avessi amata lunga pezza tacendo; come alla perfine più non sapessi frenarmi, e la supplicai pietosamente dell'amor suo.

Sulle prime ella non rispose parola; poi, fervidamente pregata, e alzando, giusta il suo costume, gli occhi al cielo, — «tu non puoi, mi disse ella, o Calisto, essere lo sposo mio. Da gran tempo io m'ho eletto il signore di tutta me stessa, e debbo serbargli la mia fede.»

V.

Il cuore senza amore è come il mondo senza sole.

Immaginate voi questo globo abbandonato dall'astro luminoso che gli riscalda le fonti della vita! Ne avete un breve esempio, un fugace concetto nella semplice durata di un'ecclissi solare. Solo che un'ora que' raggi, interrotti nel loro veloce cammino dalla intromissione di un corpo opaco, non giungano alla terra, impallidisce ogni cosa creata, il vento soffia impetuoso, il freddo e le tenebre v'investono e paiono dirvi che non siete più nulla, dov'essi regnano soli.

Nè dissimilmente si oscurò l'animo mio, quando gli venne meno la speranza dell'amor di Cecilia. Rabbrividii come per gelo improvviso a quella risposta, che io pure avea preveduta e provocata, e dopo una breve pausa, in cui ebbi a sentire tutte le più crudeli trafitture che esacerbassero mai il petto di un uomo:

— Addio, Cecilia — esclamai. — Non ci vedremo mai più.

— Perchè? — mi disse ella, guardandomi con mesta cura nel viso. — Non toccherai più la cetra? Il mio cembalo non ripeterà più le tue melodie?

— No! mi sento morire; il solo vederti mi duole; il rimanerti accanto mi sarebbe un supplizio dell'Erebo. —

Ella chinò il capo e rimase inerte, con le mani prosciolte sulle ginocchia. Io mi alzai e, salutandola con un gesto disperato, varcai rapidamente quella soglia, per la quale io non dovevo tornare più mai.

Mi ridussi a casa e visitai il mio scrigno. Gli avanzi delle mie ricchezze erano là dentro; diecimila sesterzi, un nulla per le consuetudini del mio vivere in Roma. Congedai i parassiti; mandai liberi i servi, e al più fedele donai, insieme alla libertà, una parte del mio oro.

Allora mi vidi solo, deserto d'ogni gioia, d'ogni speranza nella vita, e non piansi. Smemorato, quasi ebbro, errai molti giorni per la città, non vedendo, non riconoscendo nessuno. Due mesi dopo, ero soldato, e partivo, con la legione a cui m'ero scritto, alla volta dell'estrema Germania, dove la guerra riardeva, tra l'impero e i popoli barbari. Colà, dimenticate le sontuose cene e le profumate dolcezze del mio cielo, nelle stragi che le aquile nostre seminavano sul loro cammino, nei tripudii e nelle gioie bestiali del campo, giunsi a tale da non riconoscere, in breve corso di tempo, me stesso.

Talvolta, a dir vero, mi assaliva amaro il ricordo di avere avuto amici e di avere amato; ma erano sprazzi di luce, brevi e fugaci come i lampi in un cielo ingombro di nubi caliginose, e la mia anima tornava ad errare inconscia nel buio.

La Parca mi rispettò, siccome un capo sacro alle Erinni. E certo alcun che di fatale ebbe ad esservi nel richiamo della legione, ov'io combattevo, a Roma. Tornare a Roma era per me una sciagura, tanto più grave in quanto che io la sentivo cadermi addosso e non potevo definirla, come avviene di pericoli ignoti che ci minacciano in sogno. E non era il pensiero di trovarmi soldato umile colà dove ero stato ricco e spensierato cavaliere, che mi pungesse; nè lo amor di Cecilia, che si era come assopito nel profondo del cuore e quasi dimenticato. Tremavo, e non sapevo il perchè.

Quando giunsi a Roma, dopo due anni di assenza, nessuno mi riconosceva più. D'altra parte, le mie nuove consuetudini non mi conducevano mai agli antichi ritrovi; io vivevo, per così dire, in una nuova Roma, per lo innanzi a me sconosciuta. Seppi di Volumnio che era tribuno nelle legioni di Tracia; di Cecilia non sapevo, nè amavo chiedere; solo il caso mi fece un giorno conoscere che da un anno ella era andata a nozze, e che l'avventuroso consorte aveva nome Valeriano.

Per Giove! credetti morirne, quel giorno. Tutte le mie ricordanze si svegliarono ad un tratto; le antiche fiamme mi divamparono nel seno, e mi riconobbi ancora per quel di prima, con tutte le acerbe trafitture del passato. Io penso che se quelle angosce fossero durate, in breve ora sarebbe volata l'ignuda anima a Dite; e certo sarebbe stato il mio meglio. Ma così non fu; l'eccesso del dolore affogai nella crapula e nel giuoco, e alla dimane credetti essere risanato per sempre.

Ero, credetemi, il primo bevitore, come il primo e più accanito feritore della centuria. Chi mai nelle taverne della Suburra, stupidamente inteso a cioncar falso Massico e Falerno inacetito, o a ricambiar carezze a taluna di quelle sconcie femmine che lo attorniavano, avrebbe riconosciuto Calisto, il profumato garzone di Corinto, l'amante della pudica Cecilia?

Un giorno finalmente la vidi. Ella tornava, come seppi di poi, dalla villa di Valeriano sull'Aniene. Era adagiata su d'una lettiga, coperta di candido bisso, e le veniva accanto il suo Valeriano, giovine, bello ed altiero. Ella era ancor più leggiadra del volto che non fosse dapprima, e più lieta che io non usassi vederla nella casa paterna.

Valeriano, misurando il suo passo su quello degli schiavi che portavano la lettiga, inchinava il capo verso Cecilia, ed ella sorrideva dolcemente alle parole di lui. Tu non sei dunque, chiedevo io, tu non sei più la casta Diana? Sei discesa tu pure da quel trono di luce che l'amor mio ti aveva edificato sulle stelle?

Avevo io semplicemente pensato, o il mio pensiero m'era uscito dalle labbra con improvvide parole? Cecilia volse il capo; mi vide e rabbrividì: Valeriano, sul quale io aveva piantato due occhi infiammati, stringendo i pugni in atto di avventarmi su lui, mi fulminò di uno sguardo....

La lettiga passò, ed io non vidi più altro.

— Orbene, collega, — mi dissero alla sera i compagni, — che strana malinconia ti ha preso quest'oggi? Tu sei stato ad un pelo di farla grossa.

— Io? non so....

— Come? non ti ricordi? T'eri scagliato come una pantera sulla lettiga e sulla gente del patrizio Valeriano! e se noi non eravamo là per trattenerti, tu correvi un bel risico; chè i suoi servi t'avrebbero accoppato come un cane. Buon per te che sei uscito dei sensi.... —

Il giorno dopo, mentre ero ancora tutto confuso e sdegnato contro me, contro tutti, fui chiamato al cospetto di Almaco, il terribile prefetto di Roma, il cui nome facea tremare la gente, assai più che la presenza dello stesso imperatore.

— Che cosa vorrà da me quest'altro? — pensai; e la mia mente correva alla scena del giorno innanzi. I compagni pensarono che un grave malanno mi sovrastasse, e mi videro partire come un uomo che non dovesse tornare mai più.

Io tremavo, e le gambe mi reggevano a stento; pure andai, e fui tosto chiamato innanzi al prefetto.

VI.

Almaco mi squadrò dal capo alle piante con occhio scrutatore, in quella che io cercavo di farmi più animo che potessi, e mi rivolse la parola:

— Sei tu greco?

— Sì, sono, — risposi.

— Sei tu che ieri, sulla via Tiburtina, volevi scagliarti sulla lettiga del patrizio Valeriano? Rispondi! —

È fatta, pensai tra me; il prefetto mi vuol morto, e sia; avrò tanto di meno a patire. Questo pensiero mi fece tornare il sangue nelle vene; avevo dinanzi agli occhi un pericolo certo, e non ero uomo da dare indietro. Però risposi con voce ferma e con piglio tranquillo:

— Sono quel desso.

— E perchè? Quali erano i tuoi disegni? — mi chiese Almaco, guardandomi sempre fisso negli occhi.

— Almaco, — risposi io senza indugio, — tu sei potentissimo in Roma e per tutto il suo vasto impero. La mia vita è tua; fammi crocifiggere, ma non mi chiedere, te ne prego, il mio segreto. Io odio quell'uomo.... —

Con queste parole io mettevo a repentaglio la vita, e perchè l'animo mi bastasse a dirle, io non avevo alzato gli occhi a guardare il prefetto. Egli non mi rispose nulla, e quel breve momento di silenzio fu per me un secolo di angosciosa aspettazione. Gli orecchi mi fischiavano, il pavimento mi traballava sotto i piedi. Allora, sollevando con disperata audacia lo sguardo fino al mio giudice, che mi pareva lontano lontano, mi avvidi che egli mi stava curiosamente guatando e sorrideva.

Sorrideva? Sì, appunto sorrideva, e voi potete argomentare qual fosse il mio stupore a quella vista. Com'egli ebbe ricomposto il volto al suo primo atteggiamento, ripigliò a parlarmi in tal guisa:

— Sei tu uomo?

— La schiettezza della mia lingua te lo ha dimostrato, clementissimo signore.

— Sta bene; — disse Almaco. — Tu dunque odii Valeriano?

— L'odio, sì, l'odio! —

A queste mie parole il fiero prefetto non rispose, e dopo un'altra pausa, durante la quale si stropicciò parecchie volte la foltissima barba, mulinando tra sè molte cose, mi volse questa impensata domanda:

— Vuoi tu essere centurione?

— Centurione? — soggiunsi io trasognato. — O come, se non ho tuttavia alcun grado nella milizia?

— Greco! — mi rispose egli. — Io posso quel che voglio; lo sai; non dimenticarlo. Vuoi tu essere centurione? —

Io mi strinsi nelle spalle, chinando il capo in segno di assentimento, ed aggiunsi:

— Ma, a qual patto? Tu per fermo, clementissimo signore, hai posto un disegno su me. Fa che lo intenda, e ti obbedirò. —

Almaco si degnò di sorridere da capo, e in cambio di seguitare il discorso in quel modo che io lo avevo condotto con la mia risposta, mi fece un'altra interrogazione.

— Conosci tu la setta de' _Galilei_?

— No; — risposi, senza intender punto dov'egli andasse a parare. — Ho udito a parlarne da parecchi, i quali mi hanno detto esser questa una setta di uomini che si radunano in luoghi sotterra, mangiando carne di bambini, nelle loro agapi mostruose, e vivendo in comunanza di donne....

— Ti hanno ingannato; — soggiunse il prefetto. — Costoro si raccolgono nelle catacombe, ma non divorano bambini, nè hanno comunanza di donne. Sono in quella vece uomini che scalzano l'autorità di Cesare e della santa religione dei padri nostri. Sono cittadini, sono liberi, schiavi, gladiatori, femminette della plebe, sono gente d'ogni levatura e di ogni ceto, uniti in un solo concetto, nella fede di un simbolo. Anelano alla uguaglianza di tutti gli uomini, per farne sgabello alla loro potenza e promulgar l'impero dell'infima plebe, governata a sua volta da ambiziosi delusi, da astuti impossenti. — Ecco, — seguitò a dire il prefetto, — ecco chi sono costoro, e perchè Roma si è indotta a combatterli. Se eglino si accontentassero a fare quel che tu hai detto, credi tu veramente che francherebbe la spesa di turbare i loro segreti negozi? Non abbiamo noi in Roma altari e sacerdoti per ogni divinità più strana? e non li tolleriamo noi tutti? che più? non diamo ai loro Numi il diritto della cittadinanza? non si sacrifica forse ad Iside come a Giove, ad Anubi come a Marte? La nostra Roma, sappilo, o Greco, è d'animo generoso e clemente. Essa non ama che la sua autorità vada a percuotere i riti innocenti donde tragge il popolo minuto la pace dello spirito; ma essa è terribile contro i propagatori di una fede che scuote dalle fondamenta il grande edifizio romano, contro coloro che congiurano nelle tenebre, che adorano il patibolo, innalzando il disprezzo della legge, la rivolta e il delitto, a segnacolo di un nuovo ordine di cose.

— Per gli Dei! che dici tu mai, clementissimo Almaco? — risposi io, come egli ebbe finito. — Io nulla sapevo di cotesto, e le tue savie parole mi colmano di maraviglia. —

Qui il prefetto mi sorrise ancora e proseguì:

— Costoro, già più volte colpiti dalla vindice mano dell'imperatore, si fanno sempre da capo a congiurare. Io so che una nuova congrega di cristiani, come si chiamano dal nome del loro maestro, si raduna in un ipogèo, poco discosto dalle carceri Mamertine. Tu devi condurre una coorte per farli prigioni. Un mio fidato ti condurrà alla casa di una vedova, che ti aprirà l'adito al sotterraneo. Quella femmina è venduta a me; io stesso ho teso l'agguato da lunga pezza, aspettando che avessero a cadervi; mi hai dunque inteso.... —

Io ero trasognato, nè sapevo rinvenire dallo stupore in cui quel discorso di Almaco mi aveva immerso, e stavo chiedendo a me stesso per qual ragione io, povero gregario, fossi improvvisamente chiamato ad opera di tanto rilievo, in quella che io mi pensavo di essere dannato al flagello o ad altra pena più grave. E intanto che la mia mente girava per quel laberinto, senza trovar modo di uscirne, il prefetto spazientito mi gridò:

— Orbene?

— Almaco, — mi affrettai a dire, con quelle parole che prime mi vennero alle labbra, — non credere che io non ti sia grato. Mi pensavo di venire a ricevere un castigo ed ho in quella vece un segno grandissimo della tua benevolenza. Laonde io mi sto tutto dubitoso a cercare qual grazia mi abbia avuto agli occhi tuoi, nè so credere a me stesso, nè intendere. Tu bene avresti potuto commettere la impresa ad altro capitano, senza che ti bisognasse far centurione un gregario, e per giunta un ignoto....

— Prosegui, — diss'egli, — tu sei greco e sottile.

— Sì, ma la mia sottigliezza non giunge più oltre; io non ho il bandolo di questa matassa. —

Almaco, già ve l'ho detto, non era uomo da rispondere pel suo verso alla gente, e usava cominciar sempre lui e condurre a suo modo il discorso.

— Tu dunque andrai con una coorte, — soggiunse egli, — e t'impadronirai di tutta quella marmaglia. Ma forse, anzi senza il forse, ci sarà trambusto; qualcheduno vorrà resistere, ed anco non ribellandosi alcuno, si potrà sparger sangue....

— Oh, non temere! Io adoprerò in ogni cosa conforme ai tuoi comandi.

— No, Greco; tu hai in quella vece a far ciò che la tua ira ti consiglierà.

— La mia ira?

— Per l'appunto. Se tu vedessi colà un tuo giurato nemico....

— Ah! — esclamai allora, credendo di avere indovinato.

— Mi hai dunque inteso? — disse Almaco col suo consueto sorriso.

— Sì, clementissimo signore, ti ho inteso. Valeriano è della setta dei cristiani.... assisterà all'agape misteriosa....

— Certamente, — soggiunse Almaco, — egli vi sarà. Tu m'intendi; fatto prigione, egli è pur sempre potente per natali, per autorità di consanguinei, per numero di clienti, e potrà fuggirti di mano, esser graziato dall'imperatore. Ora cotesto non può, non deve accadere.

— A me la cura di ciò! — gridai, ebbro di vendetta. — Dammi gli uomini, ed io mi metto all'impresa. Lo sdegno condurrà il mio braccio, e saprà egli trovare il buon luogo dove infiggere la spada. —

E mi mossi, ciò detto, in atto di partire.

— Non così presto! — mi disse il prefetto, che mi apparve allora in tutta la sua terribile maestà. — Trebazio, il mio fidato, ti starà al fianco, tutt'oggi. Tu sarai centurione; ma bada! innanzi di notte potresti anche esser dato in pasto ai cani, dopo che io t'avessi fatto svellere la lingua. —

Furono queste le sue ultime parole; dopo di che egli si alzò e si ritrasse nelle sue stanze. Trebazio, un orrido ceffo, venne da me e non mi lasciò per tutto il giorno; inutile precauzione, dacchè l'ufficio troppo bene rispondeva alla mia sete di vendetta, e, dopo tutto, non era agevole uscire dal palazzo di Almaco, nel quale ero rinchiuso.

A tarda notte uscimmo, accompagnati da pochi soldati. Il grosso della coorte era già disseminato a crocchi nei pressi delle carceri Mamertine, aspettando il nostro arrivo.

La notte cupa aiutava ad agevolar l'intrapresa. Come fummo alla casa detta da Almaco, Trebazio percosse tre leggeri colpi sull'uscio con le nocche delle dita. La vedova venne ad aprirci, e ci mise dentro coi nostri.

La casa era di meschina apparenza e quasi priva di arredi; ma più dolente era l'aspetto della donna, su cui mi parve leggere come un rimorso dell'ufficio a cui s'era prestata.

— Ci sono? — le chiese Trebazio.

Ella rispose affermativamente col capo, e additò nel fondo della casa una botola, coperta da una cateratta, che Trebazio fu sollecito ad alzare, discoprendo una rozza scala di pietra.

Il lezzo del sotterraneo mi salì alle nari; ma l'ansia di trovar Valeriano mi fece correre il primo in quella buia ed umida chiostra. Gli altri mi tennero dietro con passo leggero, e fatti trenta scalini ci trovammo in un andito, lungo il quale ci fu mestieri andare a tentoni, seguendo la parete.

Così c'inoltrammo un bel tratto, fino a tanto che scorgemmo in lontananza un filo di luce pallida, mercè il quale si potè andare più speditamente. Poco più oltre il punto da dove avevamo cominciato a scorgere il lume, la muratura finiva e l'andito si allargava a forma di sala. Altre sale, informi, e scavate nel masso, con rozzi pilastri qua e là per sostenere le vôlte, si succedevano lungo il nostro cammino.

Man mano la luce si fece più viva, e cominciammo a udire un canto sommesso di molte voci. Allora feci fermare i miei uomini, per dividerli in tre drappelli, due dei quali dovevano farsi innanzi dai due lati dell'ampio sotterraneo, rasentando le pareti che restavano nell'ombra, per ricongiungersi quando fossero proprio addosso alla conventicola. Io, con gli altri, mi feci innanzi dal mezzo, giovandomi di tutte le ombre dei pilastri, e rattenendo il respiro.

Allo svoltar di una di quelle informi colonne, era un uomo appostato. Fece per aprir la bocca e gridare; ma Trebazio fu più sollecito di lui, e gli ficcò il suo ferro nella strozza, che gorgogliò, ma senza forza, quelle parole con cui voleva dare il segnale agli amici.

VII.

— Ottimamente! — dissi a Trebazio. — Hai fatto un bel colpo, e senza la tua prontezza i galilei sarebbero stati posti in sull'avviso.

L'uomo colpito dalla spada di Trebazio era stramazzato a terra, e non dava più segno di vita. Però non ce ne curammo più oltre, e, sgomberataci per tal modo la via, c'inoltrammo ancora sotto le arcate, e allo svoltar di un angolo ci trovammo sopra alla conventicola dei cristiani.

Da quanto posso oggi ricordarmene, era una vasta sala, rozza come tutte le altre già percorse, e non doveva servire che da poco ad uso di tempio, imperocchè era ignuda affatto di fregi, non aveva sarcofaghi, nè epigrafi, nè alcuno di quelli emblemi che più tardi ebbi a notare nelle sotterranee dimore della setta. Rischiaravano il luogo alcune faci di resina, e al rossastro chiarore di queste potemmo scorgere forse un centinaio di uomini e donne, quelli col capo scoverto e queste col velo tirato sul volto, che stavano ginocchioni dinanzi ad un vecchio, coperto di una lunga tonaca bianca, il quale sembrava in atto di parlare.

Ma noi non udimmo parola del suo discorso, perchè al nostro sbucar nella sala un lungo grido di terrore interruppe la cerimonia, e cominciò tosto uno scompiglio da non potersi descrivere.

I miei occhi, guidati dallo spirito della vendetta, trovarono subito Valeriano. Egli si era rizzato in piedi a stava in mezzo a otto o dieci che, più animosi degli altri, avevano posto mano ai ferri.

Mi feci innanzi, mentre i miei si precipitavano sulla moltitudine spaventata, e gridai:

— A me, Valeriano! a me! —

Egli snudò la spada, ma io gli fui sopra, innanzi che potesse mettersi in guardia, tempestandolo di colpi. Valeriano disputò tuttavia, ed aspramente, la sua vita; ma parecchi dei miei, che avevano ottenuto facile vittoria sui pochi compagni del mio nemico, gli furono a' fianchi e lo rovesciarono. Egli allora gittò lungi da sè la spada e morì sotto il mio ferro, più nobilmente che io non avessi voluto, dicendomi: «ferisci, carnefice, e che Iddio ti perdoni!»

Questa bisogna fu spedita in breve ora. I miei soldati non erano stati neppur essi con le mani alla cintola; molti dei cristiani erano caduti nel loro sangue sul pavimento, altri legati e spinti, a furia di mani e di piedi, contro i pilastri della sala. Parecchi si erano dati alla fuga; ma, perdutisi nel buio, non erano venuti a capo di trovare un altro andito per cui avrebbero potuto mettersi in salvo; e le loro grida, il rumore delle frequenti cadute, gli urli feroci dei miei, mostravano qual fine si avessero i loro tentativi. E intanto le donne, atterrite, trepidanti, si erano andate a raccogliere, come un timido gregge, intorno al vecchio dalla tonaca bianca, il quale, solo imperterrito, stava con le mani alzate verso il cielo e pregava.

Tutte queste cose io vidi a mala pena, in quella che, col ginocchio sul petto a Valeriano, raddoppiavo furente i miei colpi. E appunto allora, una donna, che non era fuggita insieme con le altre, mi pose ambe le mani sul braccio, tentando di rattenermi, e gridò:

— Codardo! tu infellonisci contro un cadavere! —

A quella voce, che mi parve di riconoscere, tremai tutto quanto; alzai gli occhi a guardarla, ed essa allora diede in un forte grido e cadde come corpo morto nelle mie braccia. Il velo le era caduto dal volto: era Cecilia.

Qual fui allora? Quale mi apparve la vita? Cecilia! Cecilia in quel luogo, in mezzo a quella strage! Voi già immaginate quanti pensieri mi assalsero improvvisi in quel punto. La mia vendetta era sazia; il furore sbollito; ed io vedevo tutto ad un tratto l'orrore di quella scena di sangue, e l'angoscioso stato di quella donna divina.

Andando colà, io non avevo badato che ad uccidere Valeriano; il pensiero che Cecilia si fosse potuta trovare con lui non mi era neppur balenato alla mente. Ma era troppo tardi.... E come salvarla? Anelante, agitato da mille confusi timori, e quasi fuori di me, in quella che avrei pure avuto mestieri di tutto il mio senno, io restai là, chino sul petto dell'amata donna, non curando le strida delle femmine trepidanti, nè il rantolo dei moribondi, nè il gavazzar dei compagni.

Il primo consiglio che mi sovvenne fu quello di chiamar soccorso. Alzai la testa; ma lo spettacolo che si parò dinanzi ai miei occhi mi gelò le parole sulle labbra. Una povera donna tentava invano di svincolarsi dalle strette di un soldato, che, mezzo ginocchioni, col volto acceso, col mento appoggiato sul petto della meschina, mentre con le mani la teneva avvinghiata, lei riluttante buttava al suolo. Scene simiglianti io avevo vedute di spesso, con occhi non curanti, nella mia vita di soldato, in ogni borgata di Germania da noi messa a ferro e a fuoco, pel feroce diritto di vincitori. Ma là, nel sotterraneo, io vedevo le cose sotto il più orrido aspetto. Cecilia, non la moglie di Valeriano, ma la divina fanciulla che io avevo tanto amata, che anche allora mi faceva riardere in seno la fiamma antica con tutta la casta virtù delle ricordanze, era in quel covo di belve umane, fuori dei sensi, colla bionda testa arrovesciata sulle mie braccia, senz'altro scudo, senz'altra difesa che l'uccisore di suo marito, il condottiero di quella coorte sfrenata, libera esecutrice di sanguinari comandi.

Intanto che cosiffatti pensieri mi tenzonavano nella mente, Trebazio mi si accostò.

— E così? — mi disse egli, con ghigno feroce. — La è finita a dovere. Tu hai menato un bel colpo a quel Valeriano.

— Trebazio, — gli risposi con accento disperato, — aiutami a soccorrere questa donna!

— Soccorrerla? oh non badare a lei più che tanto. Queste galilee sono tutte di una risma: piangono, si disperano, graffiano; ma lagrime ed unghie di donna non fanno prova su tempre come le nostre. Certo, egli è molto meglio se escono dei sensi, come fa questa tua. Vedi là in fondo quel gramo di un Marsico; egli non può domare quella belva, che strepita e si dimena come una furia. Contentati dunque tu, che l'hai tra le braccia svenuta.

— Trebazio! — esclamai, sentendo drizzarmisi i capegli per raccapriccio sulla fronte; — tu ardiresti?...

— E che?... — proseguì egli, con quel suo piglio scherzevole. — Sei dunque una femminuccia? Questa donna, per Ercole, è bella come una Venere. Se non ardisci tu stesso, tanto meglio; sarà per me, che non ho ancora fatto voto di entrare nelle Vestali.

— Tu non l'avrai, per l'abisso! — esclamai, saltando in piedi e mettendo mano alla spada, mentre con ardita mossa mi ponevo tra lui e il corpo di Cecilia.

— Che sì, che sì, ch'io la prenderò, ora che me ne ha còlto il desiderio! Ah, tu fai il cattivello, o greco? —

E, così dicendo, Trebazio aveva dato indietro due passi, snudando il ferro a sua volta.

— Soldati, a me! — gridai con voce tuonante, volgendomi intorno. —

Una brigata di costoro accorse al mio grido.

— Che vuoi? mi domandarono essi.

— Che difendiate questa donna. Nessuno ha da metterle un dito sulla persona. —

I soldati rimasero lì, tra incerti e curiosi. Le mie parole frattanto avevano chiamato altri dei loro, e in breve si formò un largo cerchio di spettatori, avidi, ansiosi di sapere che fosse. Nel mezzo ero io con Cecilia svenuta; poco lungi Trebazio, col ferro stretto nel pugno e gli occhi torvi affisati su me.

Egli stesso ruppe il silenzio, rivolgendo la parola ai soldati.

— Sentite, voi altri. Questo greco, che il prefetto Almaco ha colmato delle sue grazie, vuole che noi rispettiamo questa donna, una delle femmine di questi immondi galilei. Ora, se egli la vuol rispettata come una nobil matrona, si accomodi; non io, il quale mi affretto a prendere ciò che egli ricusa. E neppur questo egli vuole acconsentirmi, e non lo consentirà a voi, se vorrete richiamarvene alle consuetudini della guerra. Vi par giustizia, cotesta? —

Un bisbiglio minaccioso si fe' udir nella turba, che a me non prometteva atti di obbedienza per fermo. Uno dei più audaci, tenendo bordone a Trebazio, gittò in mezzo questa sentenza:

— È una cristiana, è una buona preda!...

— Sì, sì, buona preda! — gridarono tutti in coro. — Il greco non può levarcela di mano. —

Io qui cominciai davvero a tremare. Intanto Cecilia, ricuperati in quel tumulto i sensi, e trovatasi in mezzo a quella cerchia di manigoldi che la guardavano con occhi di bragia, fece per gettarsi nelle mie braccia; ma si risovvenne, e, strappatasi da me con un gesto di terrore, ricadde sulle ginocchia, nascondendosi il viso nelle palme.

— Soldati! — gridai, tentando una seconda volta di comandare a quel tumulto di voglie sfrenate. — Io sono il vostro centurione. Mi obbedirete voi?

— Soldati! — gridò a sua volta Trebazio, guardando me con un piglio di truce ironia. — Io sono Trebazio, il fido servitore di Almaco, il possente prefetto di Roma. Mi obbedirete voi?

— Sì, sì; — urlarono tutti. — Tu hai ragione! Tu rispetti le consuetudini. La donna è nostra; è buona preda, è una cristiana. La donna a noi! —

E con la minaccia negli occhi, si mossero incontro a me, stringendo il cerchio per modo che il loro alito infocato mi soffiò sulle guance.

VIII.

Fu per me un momento terribile. Ma, come avviene nei casi più gravi, che la virtù dell'animo umano si solleva e combatte con lena disperata, io ebbi dalla medesima gravità del pericolo centuplicate le mie forze per una lotta suprema.

Afferrai Cecilia a mezza vita; la trassi violentemente a me, in quella che Trebazio stava per metterle sopra le mani impudiche, e menando attorno la spada, gridai:

— Nessuno si accosti! Nessuno di voi torcerà un capello a questa donna, fino a tanto che io viva. —

Nel dir queste parole sentii battere il cuore di Cecilia contro il mio, ed un senso di voluttà amara e profonda mi corse per tutte le fibre. Che cos'era la mia povera vita al raffronto di tanta felicità?

Imperocchè, sappiatelo, in fatto di amore ho sempre pensato che il primo bacio della donna amata e desiderata valga assai più che il sacrificio di tutto il sangue delle nostre vene. E che cos'era se non un primo bacio, lo stringersi del petto di quella creatura sul mio e il battere dei due cuori l'uno sull'altro? Il mio sangue ribollì a quel tocco infuocato, e mi parve allora che io fossi tanto forte, da contendere anche agli Dei tutti del cielo e dell'averno quella divina fra tutte le donne.

Ma erano sogni! Trebazio sorrise sinistramente e disse, ripigliando le mie stesse parole:

— Fino a tanto che tu viva!... Oh la maravigliosa promessa! Ti si ucciderà, stanne certo, e l'otterresti anche non volendo. Mira, conta per bene i tuoi avversari. Noi siamo qui, intorno a te, sitibondi del tuo sangue, più di cento; tu sei uno, ed hai sospesa al tuo seno una donna sbigottita, la quale t'impaccia le mani. Che te ne pare?... —

Trebazio aveva ragione pur troppo e con tristo accorgimento faceva sentire ai soldati il soverchio delle loro forze, contro la pochezza angustiata delle mie.

— Soldati! — proseguì allora. — Facciamola finita. Ad aggiustarla poi col prefetto, che voleva far centurione costui, non sapendo che egli era un traditore, penserò io, domani. Intanto pigliamoci la donna!

— Sì! sì! la roba nostra! — urlò da capo quel branco di lupi; e misto alle grida udii lo strepito dei ferri che uscivano dalle guaine.

E qui, sebbene io frema tutto quanto al rammentarlo, Cecilia mi si mostrò bella nel volto, negli atti e nelle parole, di un santo entusiasmo. Mi si strinse al petto quanto più forte potè, e mi susurrò all'orecchio con voce anelante:

— Calisto, per te, per la mia fama, per l'amor tuo, te ne supplico: uccidimi! —

Uccidimi! Quella parola mi andò diritta al cuore; gli occhi mi si ottenebrarono e mi parve di essere passato fuor fuori da un ferro rovente. Credevo di avere già molto sofferto; ma il passato, ma le angosce di quella notte medesima erano un nulla al raffronto di quell'ultimo tormento. Nè parola, nè immagine ch'io cercassi tra le più dolorose, varrebbe a significarvi quella agonia dello spirito, in mezzo alla quale, come nel bagliore di un lampo, io vidi una orribile cosa: vidi che quella donna era perduta; che io non l'avrei salvata dalla infamia fuorchè uccidendola; e che con la sua morte il mondo era finito per me.

— Ah! ah! — gridarono sghignazzando beffardamente quegli altri. — La cristianella se la intende col greco. Essa gli mormora le dolci promesse, la bella colomba innamorata! Anche a noi un sorriso ed una tenera parola! Abbiamo forse da starcene a becco asciutto, noi altri?... —

Intenderete di leggeri come questi ed altri motteggi mi trafiggessero. E quelle caste orecchie udivano tutto; quella delicata persona ardeva e tremava; il suo labbro continuava a susurrarmi: — uccidimi! uccidimi!

— Indietro! — tuonai, più che non gridassi, una seconda volta; ma fu inutile. La cerchia si strinse, ed io con opere gagliarde incominciai a difendere la donna amata; onde la punta della mia spada andò più volte nella mischia e tornò indietro bagnata di sangue.

Grida, urli e strepito di ferri mi rispondevano; ma tutto soverchiava la voce di Trebazio, che era rimasto più indietro.

— Non ferite! — gridava egli. — Non ferite! potreste guastare la bella preda. Stringetevi intorno a lui; soffocatelo, impacciategli le mosse; lo uccideremo poi.... —

I modi dei miei assalitori mi dimostrarono che il consiglio di Trebazio era stato seguito. Che mi sarebbe giovato ferire tre, quattro o sei di costoro, se gli altri mi potevano disarmare? Combattevo in mezzo della sala, senza un angolo in cui ritirarmi, senza una parete che mi custodisse alle spalle; però mi giravo e rigiravo senza posa, respingendo e ferendo, ma conscio della imminente sconfitta. Ancora un istante, e non c'era più scampo per la povera donna.

— Uccidimi! uccidimi! — mi susurrava ella sempre con voce rotta e concitata, mentre, con istintiva cura, seguitava le volte rapide del mio corpo, or da un lato, or dall'altro. Io chinai il viso a mirarla, ed ella mi diede uno sguardo supremo di angoscia e di desiderio. Intesi la muta preghiera; alzai il ferro, e chiusi gli occhi.... Dio onnipossente! le vibrai la punta nel seno.

— Ah! — mormorò ella. — Finalmente!... Grazie, Calisto! io ti amo. —

Riapersi gli occhi, ed accostai anelante il mio viso al suo, come per bere dalle sue labbra quella inaspettata parola. Cecilia sorrideva; mi avvinghiò le braccia al collo, e, vinta da quello sforzo supremo, mi ricadde inerte sul braccio.

All'atto improvviso, un fremito di orrore era corso nella folla. Smemorato e quasi presso a cadere con l'amato corpo sul pavimento, volsi lo sguardo ai soldati, in quella che davano addietro, colti da immane stupore. E vidi allora Trebazio; Trebazio con gli occhi sbarrati e il volto livido dallo spavento.

Io, come dissi, stavo per mancare; le gambe non mi reggevano più. Ma la vista del manigoldo mi rese le forze. Lasciar cadere, accompagnandolo un tratto, il corpo di Cecilia, e scagliarmi contro di lui, fu un punto solo.

— Fatti innanzi, Trebazio! Tu sai maneggiar bene la spada contro gli inermi. Vieni ora a provarti con me! —

Tutti i vicini si cansarono. Il mio fiero atteggiamento, lo stupore del grave fatto recente, i lampi d'ira che la disperazione mi sprizzava dagli occhi, li fecero stare dubitosi ed incerti. Però si fece largo accanto a noi, e tutti erano là muti, ansiosi e trepidanti spettatori di quella nuova scena di sangue.

Trebazio era un codardo, e allora sì, me ne avvidi. Egli, dopo essere balzato indietro d'un salto, girò gli occhi tutt'intorno a guardare i compagni, e impallidì al vedersi abbandonato. Forse allora lo assalsero quei pensieri disperati che a me avevano fatto tremare il cuore (non già per me tuttavia) pochi momenti dapprima. E come si vide solo, di contro a me, intese che la era finita per lui, se non metteva tutti i suoi accorgimenti e le astuzie a difendere aspramente la sua vita minacciata.

Tutto questo io lessi nel pallore di morte che gli imbiancava le guance e la fronte, e il sorriso di trionfo che mi siedeva sulle labbra gli disse molto chiaramente com'io l'avessi inteso. Digrignò i denti e si pose in atto di difesa, coi nervi tesi e lo sguardo pronto ad ogni mio gesto, ad ogni moto del mio ferro.

Io lo investii con veemenza, raddoppiando i colpi per modo da non gli conceder tempo a rispondere. Però egli fu costretto a parare come poteva meglio, sfuggendomi or da un lato or dall'altro, dando indietro e avventandosi poi, per cansarsi da capo, con la scioltezza e la rapidità di un serpente.

Ma tutte queste arti non gli furono di gran giovamento, perchè il furore m'aveva fatto dieci volte più forte di lui. Gli fui sopra, a malgrado dei suoi colpi disperati, e con la manca andai diritto ad agguantargli la strozza.

— Greco! — disse egli rabbiosamente, in quella che tentava sfuggirmi. — Tu sei più forte di me! —

Furono le sue ultime parole, imperocchè, afferratolo per bene, io mi diedi a stringere sempre più forte. Il volto, di livido che era, gli si fe' pavonazzo; gli occhi schizzarono fuor dalle orbite, e il rantolo affannoso del petto, più che segno di dolore, era bestemmia, la quale non trovava più il varco. Io sentii in quel tratto la sua spada cercarmi il fianco; e fu ventura che avesse da prima trovato il mio cingolo di cuoio; perchè io ebbi il tempo di attraversare una gamba nelle sue, e poi, premendo fortemente il braccio, rovesciarlo sul pavimento.

Allora egli non ebbe più modo di difendersi, mise un ruggito, e la mia lama gli entrò tutta quanta nel ventre, per uscirne e tornarvi da capo. E intanto, con la mano alla strozza, gli sollevavo la testa, facendolo percuotere della nuca al suolo, e così ripetutamente e con tanta furia, che in breve ora ebbe la cervice spezzata. Altri due colpi di taglio sul volto gli tolsero la immagine umana, e non rimase che una massa informe, scompaginata e sanguinolenta.

Sollevai allora un tratto il cadavere e con feroce scherno mi feci ad interrogarlo.

— Ohè, Trebazio! Ve' come sei concio! E come farai ora per pigliarti la donna? Nè anco la più vecchia e la più aggrinzata delle tre Parche patirebbe ora i tuoi baci. —

La testa del morto spenzolava sul petto, grondando sangue d'ogni lato. Più sconcia figura non fu veduta mai; la testa di Medusa non avrebbe potuto reggere al paragone.

— A voi, soldati! guardatelo, contemplatelo a vostro bell'agio. È Trebazio, costui, il vostro amato Trebazio. Io ve ne faccio un presente. —

E così dicendo, sollevai quel corpo deforme, acciuffandolo pei capegli, e con un colpo del ginocchio nelle reni lo buttai loro tra' piedi. Tutti balzarono indietro, inorriditi, senza far motto, senza ardire di levar gli occhi verso di me. Stetti a contemplare un tratto quello stupido gregge, poco dianzi così minaccioso, e parlai:

— Soldati! Mi obbedirete voi? La donna che mi contendevate è morta; sarete contenti. Ma io ve lo giuro per l'Averno, chiunque ardirà accostarsi, finirà per le mie mani come questo vigliacco. Io sono il vostro padrone, e voi mi obbedirete, perchè io sono più forte di voi. —

La terribilità dell'esempio li aveva riempiti di spavento. Trebazio, vivo e minaccioso pochi minuti prima, era lì, cadavere informe sul pavimento, inondato del suo sangue; e tutto quel volgo aveva paura.

IX.

Volgo! Volgo! Tu non sarai dunque mai altro che volgo? Ci saranno sempre uomini il cui uffizio sulla terra sia quello di obbedir ciecamente, stolidamente, quando abbiano il giogo sul collo e ingombri loro lo spirito il terrore, o di far tremare altrui, quando il sentirsi slegati, con la coscienza della loro forza soverchiante e la impunità del mal fare, li faccia uscire in bestiali ruggiti? La cupidigia dell'oro che compra la stupida ebbrezza, la livida e scarna invidia di tutto quanto risplende per bontà, bellezza o potenza, il lercio compiacimento di tutte le più basse manifestazioni dell'istinto, saranno dunque per sempre il loro retaggio?

Oh volgo! il mio cuore si stringe al considerare le opere tue, e mi coglie un senso di amara pietà per la tua miseria, non per il male che cagioni altrui. A me non duol tanto del fiore che giace avvizzito sotto la striscia di bava segnata dal passaggio di un rettile, quanto del rettile istesso, a cui natura non ha dato di potersi comportare diverso.

Ma dove diamine vado io mai? Scusate, o signori; sono vecchio, e la mia testa indebolita vagella. Dove ero rimasto? Ah, ecco, mi ricordo. I soldati avevano paura e non ardivano levare il capo a guardarmi. Ma li guardavo ben io, stando innanzi a loro, con la fronte alta e le braccia conserte sul petto.

Uno di loro finalmente si fece innanzi, tutto dubitoso e con umile atteggiamento mi disse:

— Tu sei il nostro centurione. Comanda pure a noi, tuoi soldati e tuoi servi.

— Sì, sì! — gridarono tutti ad una voce. — Tu sei forte! tu sei magnanimo! —

E così dicendo, vennero con molto strepito e scompiglio a postrarmisi intorno, i più vicini abbracciandomi le ginocchia, o tendendo le palme. Io durai molta fatica a svincolarmi da quelle strette.

— Basta! basta, vi dico. Andate là; conducete via i prigioni. I vostri diportamenti mi mostreranno se meritate perdono. E tu, — dissi al primo che aveva parlato, — aiutami a rialzar questa donna. Come ti chiami?

— Manete; — rispose egli.

— Manete, — soggiunsi allora, — se tu avessi dette un'ora prima quelle parole, tu avresti serbato alla terra la più bella delle sue creature. —

Il soldato chinò la testa con aria impacciata, e mi si fece accanto per aiutarmi nel pietoso ufficio. Gli altri intanto s'erano sparpagliati lungo le buie arcate, per condurre all'aperto i prigioni.

Guardai allora la misera trafitta. Lo sdegno mi era uscito dal cuore e le forze m'erano venute meno del pari. Povera Cecilia! Ella era distesa al suolo e pareva che pudicamente dormisse, colle membra in bell'atto composte. Aveva pallido pallido il volto; la ferita le tingeva di una larga macchia le bianche vesti. Corsi a metterle una mano sul cuore. Dio immortale! il gelo della morte non si sentiva per anco; il cuore batteva.

Manete, pensando di farmi cosa grata, si provò a sollevarle dolcemente il capo e ravviarle i capegli.

— No, no! — gridai. — Vanne da' piedi, tu; io solleverò questo capo. Ecco; una mano là! Secondami a tempo e senza scuoterla troppo. Così va bene. E tu, manigoldo, che stai guardandoci allibbito, piglia una face e va innanzi. —

Il soldato a cui volsi queste ultime parole, sebbene tutto pesto e insanguinato (era egli uno dei primi che avevano ricevuto i miei colpi), obbedì sollecitamente. Di questa guisa, andando innanzi con passo misurato, rifacemmo la strada per l'andito e risalimmo i trenta scalini della botola. Il bel corpo che io tenevo nelle braccia, era tiepido; l'alito sommesso della donna mi veniva a morire sulle guance.

Non fiatai nè a Manete, nè ad altri, di questa scoperta che mi faceva palpitare tra l'ansia e la speranza. Deposi Cecilia sul letto della vedova, che era andata a nascondersi in un angolo, restando là più morta che viva, e mandai i prigionieri, accompagnati dalla coorte, alle carceri Mamertine.

Manete stava ritto sull'uscio, aspettando i miei comandi; ed io, risovvenutomi di Trebazio e di Almaco, presi una rapida deliberazione.

— La notte è a mezzo il suo corso; — dissi a Manete. — Tu andrai domattina da Almaco; gli dirai ch'io ti mando, e che mi precedi di pochi istanti; che l'impresa fu condotta a dovere; che Trebazio fu ucciso da me, per atto di grave disobbedienza. Gliene dorrà per fermo ed acerbamente; ma tu soggiungerai prontamente che Valeriano è morto per le mie mani. Questa novella son certo lo consolerà della perdita di un vil servitore. Va dunque; sei libero fino a domattina. —

Manete non si mosse.

— Che vuoi ancora? parla!

— Ho a dirti di quel vecchio della tunica bianca, che è tra i prigioni. Sai tu, centurione, chi egli sia? I cristiani, improvvidamente si lasciarono sfuggire il nome di lui. È Urbano, il loro pontefice....

— E che importa a me? Quando sarai dal prefetto gli dirai anche di questa preda. Vattene! —

Manete partì, ed io, pigliati questi provvedimenti, mi volsi alla giacente, e, trovata una guastada piena d'acqua, mi posi a lavarne la piaga, sciogliendo i grumi del sangue che stava rappreso sulle vesti.

La sensazione del freddo le fece ricuperare i sensi perduti; ella mise un sospiro e le palpebre si mossero un poco. Trepidante m'inginocchiai, aspettando con ansia affannosa il momento che ella mi avesse riconosciuto. Ma Cecilia, riavutasi appena, senza vedermi ancora con gli occhi, già mi aveva sentito al suo fianco, e voltando lievamente il capo, con fioca voce disse il mio nome.

— Calisto!

— Oh! Cecilia! Tu dunque vivi? — esclamai, alzandomi da quella postura per guardarla nel viso.

— Sì, vivo ancora per renderti grazie. Ma sono presso a morire, sai! Il tuo ferro pietoso ha colpito diritto.

— Oh no, Cecilia; tu non morrai. Tu devi vivere....

— Perchè? — disse ella con un dolce sorriso di malinconia, e fissando su me i languidi occhi. — Sentimi! Ho a dirti alcune cose. Dio mi concederà di parlare.... Quando ti conobbi, la mia fede era già data a Dio uno, onnipotente, e a lui mi ero legata con un sacro voto. Urbano, il buon pontefice, mi aperse gli occhi alla fede di Cristo. Egli stesso consentì le mie nozze con Valeriano, perchè questi era cristiano al pari di me, e, sapendo del mio voto, aveva giurato di rispettarlo. —

A me, udendo quelle parole della morente, parve di uscire da un sogno doloroso. Le tenebre si diradavano dalla mia mente scombuiata; ma la verità era più triste ancora, poichè Cecilia era in fine di vita.

— Valeriano, — proseguì ella, — fu per me solamente un fratello. Ed io fui felice con lui, poichè piacquero le nozze ai miei parenti, ignari com'essi erano della sua fede e della mia, ed avemmo agio di dedicar liberamente gli animi nostri alla causa santissima.

— Oh Cecilia! oh donna divina! ed io ho potuto....

— Non ti dolere, o Calisto. Tu hai errato; ma il pentimento cancella ogni colpa. Tutto ciò che è avvenuto, sia per meglio. Dio è uno ed onnipossente; adoriamolo!... —

Ciò detto, ella rimase assorta in una muta preghiera. Io m'inginocchiai da capo, e fu quella la prima invocazione ch'io facessi al Dio ignoto, invisibile, di Cecilia; nè più schietta mai, nè più fervida io penso che ne salisse mai alle stelle.

Mentre io così pregavo, la mano di Cecilia si mosse e venne a cercar le mie che erano posate sul letto.

— Addio dunque, o Calisto! — ella disse. — Credi tu nel mio Dio, nel vero nell'unico Iddio, il quale ha fatto gli uomini buoni e tutti uguali?

— Credo! — risposi, col cuore e gli occhi gonfi di lagrime.

— Grazie, mio Dio, — soggiunse Cecilia. — Tu hai consentito che innanzi di morire io richiamassi un uomo alla verità.... alla luce.... —

Le sue pupille mandarono un raggio di esultanza celeste. La camera si illuminò tutta quanta. Io sentii la mano di Cecilia stringer la mia, poi ricadere inerte sul letto. La divina creatura era morta.

Morta!

X.

Qui il povero suonatore si fermò, e rimase coi pugni stretti, appuntati contro la tavola, ansante e lo sguardo fiso.

Noi già da buona pezza, tutti intenti ad ascoltare il suo bizzarro e mesto racconto, avevamo buttato via il sigaro, quasi per tema che i buffi di fumo ci distogliessero dalla nostra attenzione. Era egli un pazzo? Sì, certamente; ma, seguendo il filo della sua narrazione fantastica, ci eravamo per così dire immedesimati con lui, come egli coi tempi e le cose di cui ragionava.

Che uomo è costui, pensavamo (e gli occhi nostri, mutamente interrogandosi a vicenda, chiarivano la formazione di un medesimo pensiero in noi tutti), che uomo è costui, il quale, nella sua pazzia immaginosa, ha saputo andare tanto diritto? C'è del vero in quello che egli racconta? E, vero o falso, come mai s'ha da trovare tanta digestione di anticaglia, tanta disposizione ordinata di fatti e tanta facilità di sciorinarli con un certo qual garbo alla sua colta udienza, in un gramo suonatore di piazza, del quale, a vederlo, non avreste dato tre soldi?

Quando egli adunque si fermò, noi cinque rimanemmo duri duri a guardarci, e la conclusione delle nostre interrogazioni fu questa, che non avevamo raccapezzato nulla in quel suo geroglifico, mezzo storico e mezzo romanzesco.

Che ci hai da far tu, pensavo io, che ci hai da far tu, gramo personaggio di questi bassi tempi, con la vita, già molto apocrifa per sè stessa e da te raffazzonata per giunta, di santa Cecilia, vergine e martire, che i suonatori cristiani (anco se suonino da turchi) hanno pigliata a loro santa tutelare, in luogo della vecchia Calliope?

Il lettore ha già pensato, con quella avvedutezza che non manca mai al lettore, che io non potevo lasciar correre la faccenda a quel modo, e che, postomi sott'occhi un indovinello di quella fatta, non mi sarei mosso, innanzi di cavarne un costrutto.

E il lettore non s'inganna; io volli appunto il resto del carlino.

— Morta! — soggiunsi; — e poi?

— E poi.... — ripetè egli, senza muovere il capo, — e poi, più nulla.

— Io vi chiedo, maestro, che cosa avete fatto voi da quell'ora, da quel giorno, anzi da quella notte fino al dì d'oggi. —

Era, come si vede, un metterlo tra l'uscio e il muro. Ma sentite come egli mi rispondesse.

— Io? Che cosa? Non so.... non mi rammento.... C'è molto buio qua dentro, molto buio.... —

E così dicendo egli accennava la testa; poi, come se gli fosse sovvenuto di qualche cosa, chinò gli occhi sulla tovaglia e si diede a scorrer con le dita sull'orlo della tavola, come sulla tastiera di un cembalo, canticchiando tra i denti una bizzarra melodia.

— Che cosa suonate? — gli domandai allora.

— Suono il suo inno. Sapete? la Chiesa le ne ha intitolati moltissimi, e di gran pregio; ma questo li supera tutti quanti a gran pezza. Io suono sempre questo, e quando lo suono, odo gli applausi di una moltitudine estatica, che dalla terra si stende su fino al cielo per una scala invisibile. Soltanto Cecilia vedono i miei occhi, soltanto Cecilia, che viene a posare le candide mani sul mio capo, a tergerne il sudore, e a rallegrar di un sorriso angelico le mie veglie sconsolate. —

Dette queste cose, il suonatore ricadde nel suo silenzio, nè ci fu modo di smuoverlo.

Erano già le undici di sera. Il tempo era trascorso rapidamente e senza che noi ce ne fossimo pure avveduti, tanta era la nostra attenzione al suo maraviglioso racconto. Tiberino fu il primo a notarlo, come il solo di noi cinque, il quale in que' tempi avesse tenuto fede al suo orologio.

— _Claudite iam rivos, pueri, sat prata biberunt_; — diss'egli, dopo che ci ebbe fatte considerar per bene le lancette.

— O come? — chiese Battista, tornando a contarsi i peli sulle guance, in segno di grande incertezza. — Ce ne andremo così senza saperne altro?

— Cavane di più, se ti vien fatto; — rispose l'altro. — Quella è una botte a cui s'è spillato tutto il suo vino, e tu vorresti suggere il cocchiume.

— Aspettate! — diss'io. — Anche a suggere un cocchiume di botte, ci s'ha da sentir qualche cosa; non foss'altro, il sapore del vino, che ha tenuto racchiuso.

— Provati dunque, — ripigliò Tiberino, — e spicciati. —

Spicciati! Era presto detto, ed io non avevo ancora in testa un disegno formato. Intanto gli altri s'erano volti a me, come se io già avessi trovate le parole magiche di Alì Baba, per aprir la spelonca dei ladri.

Feci allora come que' tali improvvisatori, che incominciano un sonetto senza aver preparata la chiusa, fidandosi alla ispirazione che verrà loro da questa o da quell'altra delle rime obbligate, e ripigliai l'interrogatorio del pover'uomo.

— Vi chiamate voi proprio Calisto?

— Ne dubitate? — rispose egli, alzando gli occhi a me con aria di maraviglia.

— Sì, ne dubito, e non ve ne incresca. Io non crederò mai che voi siate degno della protezione della santa, se non mi fate vedere il vostro passaporto, od altra carta che faccia testimonianza della vostra persona.

— Eccovela, questa carta! — soggiunse il suonatore. — È appunto il mio passaporto. — E così dicendo trasse dal seno un sudicio libretto colle copertine di marocchino, tutte corrose dal tempo, dal sudore e dallo strofinio delle mani.

Presi il libretto, e spiegata la carta che v'era accomodata per entro, lessi, alla data di cinque anni prima, le note seguenti: «_Calisto Caselli, di anni quarantatre, nato a Dego, suonatore ambulante._» Venivano poi i contrassegni, con tutti i loro bravi _idem_, e il solito svolazzo di penna sotto la rubrica dei _segni particolari_.

— Si chiama infatti Calisto; — dissi io, guardando i compagni, che mi si erano fatti attorno per leggere anch'essi.

— Calisto, infatti, e Calisto Caselli! — soggiunse Tito. — E adesso ne sappiamo come prima.

— Adagio! — risposi. — Sappiamo dove è nato, come si chiama, e vi par poco? Faremo le nostre indagini....

— Bravo! — interruppe Tiberino. — Per sapere che c'era, che poi se ne era andato a buscarsi il pane, e che è divenuto pazzo, se pure non lo era di già.

— Vedremo. Da cosa nasce cosa, e il tempo la governa.

— _Amen!_ — risposero tutti in coro, come per darmi la baia.

Tra amici queste erano cose permesse, ed io non me ne recai più che tanto. Uscimmo allora dall'osteria, e il signor Calisto Caselli con noi.

Il pover'uomo sembrava non ricordarsi più di nulla, ed era tornato opaco come una lucciola, dopo che ha messo fuori il suo raggio fosforescente. Egli ci seguitava come se fossimo i suoi più vecchi amici, e si andasse di brigata a zonzo per la città.

Noi lo conducemmo a casa di Tito e di Battista, i quali tenevano insieme un piccolo quartierino di quattro stanze in via Giulia. Gli demmo una giubba, un paio di calzoni, una camicia e qualche altro capo di vestiario; ci mettemmo a tributo, per dargli qualche lira oltre lo scudo di Tiberino; e così rimpannucciato lo mandammo con Dio.

Il povero pazzo non sapeva a che cosa attribuire tanta liberalità, e si sbracciava in ringraziamenti.

— Andate pure, maestro, — gli dissi io; — voi non ci siete debitore di nulla. Io caverò un costrutto dal vostro racconto, un giorno o l'altro, e Dio voglia che lo paghino a me gli editori, come era giusto che lo pagassimo a voi. —

XI.

Ero dunque rimasto, per mia elezione, depositario del racconto e incaricato di darne la conclusione. Ma qui stava il guaio.

Per qualche giorno me ne dimenticai, e agli amici, i quali mi chiedevano se avessi scritto al sindaco di Dego, usavo rispondere che sì, e non era vero; cosa che del resto è sempre stata nelle mie consuetudini.

La natura, creando me, mi diede, insieme con la famosa sentenza inflitta a tutti gli uomini, da Adamo in poi, questo comandamento: «Tu non scriverai lettere.» E cotesto sappiano intanto gli amici miei, i quali, mentre io sto buttando giù queste pagine, aspettano forse che io tenga vivo il carteggio.

Io non diventerò mai un grand'uomo; e ci corre! Ma se, per una sciagura, che Dio tenga lontana, tutti i miei compaesani diventassero ciechi ed io fossi uno dei pochi che ci vedessero ancora da un occhio, se lo sappia il signor Felice Le Monnier in anticipazione, io non lascerò dieci pagine di mio, da potersene fare uno zinzino di epistolario.

Ora torno nel seminato. Gli amici per un pezzo seguitarono ogni giorno a chiedermi: hai tu scritto a quel sindaco? E tanto me ne chiesero, e tanto, che un giorno scrissi davvero, per domandar contezza del nostro suonatore ambulante. Ma il segretario comunale di Dego doveva essere un grand'uomo della mia risma, perchè non rispose mai.

Finalmente vennero gli esami, che ci costrinsero a lasciare l'università del _Gran Corso_, per tornare nel grembo della fede, vo' dire alla università di via Balbi; e dopo gli esami, dai quali ce la cavammo tutti e cinque con lode, vi prego a crederlo, vennero le vacanze. Gli amici, sciame di passere allegre che hanno condotta a bene la loro nidiata, si sparpagliarono per le campagne vicine e lontane, e non si parlò più di nulla.

Io dimenticai per tal modo il suonatore, santa Cecilia, e perfino il Martirologio.

Ma che volete? C'è un fato anche per i racconti non finiti. Iddio non paga il sabato; e il mio giorno aveva pur da venire.

Tre anni dopo.... Vi prego, o lettori, di saltar tre anni a piè pari: cosa che io spero non vi tornerà disagevole quanto a me è tornato il viverli, giorno per giorno, ora per ora, noia per noia. Tre anni appena! Se io potessi saltarne a questo modo un centinaio, e non aver nemmeno il fastidio di morire, vi so dir io che sarei più felice di un re a cui nasca un principe ereditario, e, nella breve misura delle mie forze, concederei larghezze di molte. Argomentate da questa! Farei grazia a voi altri della continuazione di questa novella.

Tre anni dopo, io me ne ero andato a far la vita campagnuola a Millesimo, bella terra delle Langhe, antica come i Del Carretto che ne erano i feudatari, con case merlate e portici di sesto acuto, con le rovine di un castello sulla Bormida, e un ponte con la torre nel mezzo, la saracinesca e le feritoie per comodo dei balestrieri; ornata infine di un giudice di mandamento, di un parroco, di un sindaco e di una stazione di cinque carabinieri a piedi e di cinque a cavallo.

Ero laggiù per darmi bel tempo, per ragioni di salute, e per altri negozi che non occorre vi stia a dir qui. Me la godevo come un principe, e giuocavo tutti i giorni a tarocchi con le primarie autorità del paese. Lo avere tenuto a battesimo un bambino, recitando il _credo_ da cima a fondo senza incespicare, mi aveva fruttato l'amicizia del parroco, uomo che stava del resto assai volentieri sul gotto, ragionando di archeologia, di cronologia e di tante altre scienze inutili del pari, le quali mi fanno parer meno amara questa valle di lagrime.

Anche il maresciallo dei carabinieri era amicissimo mio; come quegli che pizzicava di latino e ne aveva un centinaio, tra aforismi e proverbi, da citare od ogni tratto, nella sacra lingua del Lazio.

Era un bell'originale, quel maresciallo, che teneva in caserma una scansìa tutta piena di vecchi libri. Il parroco disputava con me sullo _ius coxandi_, o su certi altri privilegi feudali, e il maresciallo era giudice tra noi. Il parroco citava Strabone, o Plinio, e il maresciallo trovava il modo di ficcar dentro Tolomeo, e la Tavola Peutingeriana.

In una di queste conversazioni gli avvenne di dirne una sublime, la quale io voglio pur riferire, innanzi di proseguire il racconto. Il parroco parlava con molta ammirazione di Tito Livio.

— Oh Tito Livio! — interruppe il maresciallo. — Gran libro, quel Tito Livio! Io, vedano le signorie loro, quando vado a letto, non posso pigliar sonno senza leggerne prima due pagine.

Io fui ad un pelo di rispondergli che una pagina sola avrebbe dovuto bastare; ma tenni la lingua fra i denti. Era egli la prima autorità politica del paese, ed io, da buon cortigiano, dovevo tenermi la celia in corpo.

Del resto, una buona pasta d'uomo, quel maresciallo, e ardito come un leone, quando si trattasse del suo ufficio; uno di quei carabinieri del vecchio stampo, il quale sapeva conciliare la dignità e i doveri del servizio con una urbanità senza pari ed una certa larghezza di modi nelle faccende di minor conto. Era instancabile e quasi feroce nel dar la caccia ai malandrini; ma non ricusava di trincare col primo venuto, nè dimenticava di dare un pizzicotto sulle guance delle Veneri rusticane, che si affacciavano sull'uscio dei casolari per dargli il buon dì. Tutti lo conoscevano e tutti lo rispettavano; il perchè nelle risse campestri, nei tumulti di una fiera, bastava la vista del suo pennacchio rosso e cilestro a rimetter la calma, come il _quos ego_ di Nettuno tra i venti scatenati.

Che Iddio ti benedica, o buon maresciallo, e il ministro della guerra ti conceda un _avanzamento_, come io te l'auguro dal profondo del cuore.

Il parroco era anch'egli un brav'uomo. Sapendo come io mi sia dato a scrivere su pei diari e non me la intenda troppo bene con santa madre Chiesa, egli non penserà forse lo stesso di me, e m'avrà in conto di un libertino, di un eretico e peggio. Ma io voglio essere generoso coi parroci, e segnatamente con lui, il quale, levato dal capitolo pericoloso delle credenze religiose, era assai tollerante rispetto a tutte le umane miserie, e non dava molestia a nessuno. Il suo forte poi, come ho già detto, era l'archeologia. Era versato in tutte le antichità di quei paesi, più assai di tutti i notai e speziali della provincia, e la sapeva più lunga di cento donnicciuole, intorno ai fatti accaduti nei dintorni, dal cominciar del secolo in poi.

Chi me lo avrebbe mai detto? La provvidenza dovea mandarmi a trovar colaggiù il continuatore del mio racconto, sotto le spoglie di un parroco. Imperocchè, voi già l'avete indovinata, o lettori, questo parroco, del quale mi sono industriato a darvi il ritratto, era proprio l'uomo che faceva al caso mio. Ed eccovi in breve di quali spedienti la provvidenza sullodata si servì per mettermi sulle orme di Calisto Caselli, l'amante sventurato di santa Cecilia.

Si parlava un giorno familiarmente della vita grama e senza speranza dei poveri parroci. Io proponevo, ghignando, a don Luigi, di andarsene a Roma, dove il suo ingegno lo avrebbe fatto conoscere, e diventar cardinale. Da cardinale a papa non c'era che un salto, e don Luigi avrebbe potuto pigliare il nome di Pietro II, annunziando ai popoli l'alleanza del papato con la libertà.

— Impossibile! — mi rispose don Luigi, senza addarsi della gran verità che diceva, rispetto alla sullodata alleanza. — Io so bene che voi amate celiare. Ci vuol altro per andare a Roma che un povero prete di Dego.

— Bravo! E Sisto IV non era egli di Albissola, di Albissola, celebre per due papi, e molte migliaia di pentole? Ma scusate, don Luigi, se salto di palo in frasca. Voi avete parlato di Dego.

— Sì; è il paese dove son nato.

— Ma proprio a Dego?

— Proprio, arciproprio! — soggiunse il parroco. — E che ci trovate di strano?

— Eh, mio Dio, nulla. Ma gli è che appunto in questo paese era nato un tale.... di cui mi sarebbe caro aver notizia, Calisto Caselli. Lo conoscete voi, questo nome?

— Calisto Caselli! — ripetè don Luigi, grattandosi la cuticagna. — Aspettate; non dite altro. Calisto Caselli! Oh perchè questo benedetto nome non mi riesce nuovo?

— Oh bella! perchè il Caselli è nato a Dego come voi.

— Sì, sì, — ripigliò il parroco. — Caselli! Caselli! Ah ecco.... ci sono. I Caselli non erano veramente del paese, ma di una terra vicina. Ecco perchè sulle prime non me ne ero ben ricordato. —

Don Luigi era molto geloso della sua fama di antiquario e di tenace ricordatore delle memorie paesane. Però egli non poteva neppure ammettere che io lo aiutassi, e non voleva riconoscere di non essersi rammentato a prima giunta. I lettori, del resto, vedranno che don Luigi non aveva il torto, perchè la sua memoria, risvegliata che fosse, avea del miracoloso.

— I Caselli, — proseguì egli allora, — erano una buona famiglia e molto ricca per lo passato. Ma si parla, intendiamoci, di forse trent'anni fa.

— Ci siamo appunto; trent'anni fa. Il mio protagonista ne avrà adesso cinquantuno.

E qui, per dar ragione _all'appellativo_, raccontai per filo e per segno la storia del suonatore. Don Luigi stette ad ascoltarla tutto silenzioso, nè senza lagrime di compassione.

— Pover'uomo; — disse egli, mettendosi le mani nel capo, com'io ebbi finito. — Io l'ho conosciuto, quel disgraziato. Ero appunto ritornato a casa con gli ordini minori, quando avvenne il triste caso.

— Il triste caso! Ci fu un triste caso? Don Luigi, raccontatemi tutto, per carità non mi fate morir d'impazienza.

— Era un bel giovanotto; — proseguì a dire il mio interlocutore; — e che ingegno! Dio buono, che ingegno! Le nostre Langhe non ne daranno così di leggeri un simigliante. —

Le lodi di don Luigi non erano mica per tutti. Lo avevo udito parlare con molto riserbo di parecchi, i quali ne avevano pure, dello ingegno: e, salvo un ottimo amico mio, nato là presso, al quale tuttavia non sapeva perdonare certi grilli liberaleschi, egli non mi aveva mai detto di alcuno tanto bene in così poche parole. Perciò non è a dire se il povero Calisto mi diventasse un gigante. Egli non mi pareva più così strano, che un gramo suonatore ambulante parlasse con tanta scioltezza elegante e vestisse di tanta erudizione le sue fantasticherie.

— Oh, don Luigi! don Luigi! — dissi io. — Che fortuna per me! Voi dunque mi raccontate questa benedetta storia, che io vo cercando da tre anni?

— Sì, ve la racconterò.... domani.

— Oh perchè domani?

— Perchè ho bisogno di raccapezzarmi. Tutti i particolari di quel caso malinconico mi girano confusi per il capo; nè saprei ordinarli così ad un tratto. Venite domani a sera, e, in cambio di giuocare a tarocchi, vi racconterò la storia. —

Uscii da don Luigi con la promessa in corpo, e imbattutomi per via col maresciallo, gli annunziai che dovesse venire anche lui a sentir questa storia, che lo avrebbe fatto restare a bocca aperta.

— _Conticuere omnes...._ — mi disse il maresciallo.

— _Intentique ora tenebunt_; — soggiunsi io, facendomi lecita quella piccola variante al verso virgiliano.

Alla dimane fummo puntuali al ritrovo; il maresciallo accese la sua Dulcinea (così egli chiamava una pipa di schiuma che lo accompagnava dovunque); io il sigaro, e don Luigi incominciò il suo racconto.

Io gongolavo dalla gioia. Tornare a Genova, pensavo, col racconto finito; poterlo mandare alle stampe e spedirlo ai quattro amici dispersi sulla faccia della terra....

Ma zitti; stiamo ad udire don Luigi.

XII.

I Caselli erano sul cominciar del secolo una delle più ricche famiglie delle Langhe. Il signor Pietro, padre di Calisto, oltre i larghi poderi ed i boschi sterminati, aveva avuto in eredità dai suoi vecchi una grossa somma di danaro in contanti, con la quale potè comperare il castello dei conti di Villa Cervia, caduti in basso stato ai tempi della rivoluzione e travolti poi come tanti altri nella rovina dei reali di Savoia, ai quali serbarono fede nei giorni della sventura.

In questo castello, che poco era discosto dal paese di Dego, il signor Pietro Caselli dimorava sei mesi dell'anno; o, per meglio dire, vi dimorava sua moglie, donna così ornata di angeliche virtù come era graziosa della persona.

Il signor Pietro la scialava da gran signore, e continuava a vivere a Milano, o a Parigi, dove io non istarò a dirvi che sollazzi lo trattenessero. Nei due mesi poi che consacrava alla campagna accanto alla moglie, per rompere la noia grandissima, teneva corte bandita, e gli amici piovevano a frotte; anzi può dirsi che arrivassero e partissero insieme con lui.

La signora, come vi ho detto, era una donna angelica. Dapprima essa aveva amato grandemente il marito; ma poi, vedutasi trascurata, non parve dolersi e si diede tutta all'educazione del suo unico figlio, come per trovarvi un sollievo alla sua mestizia, in quella che adempiva al suo ufficio di madre. Perciò ella viveva assai volontieri in campagna, facendo del bene, e cercando di coprire con la modestia e la bontà dei suoi modi la burbanza e il fasto del marito. Laonde non è a dire se fosse amata e rispettata da tutti.

Il giovinetto Calisto, fatto il suo anno scolastico in un reputato collegio non lontano di qui, andava a passar con la madre il tempo delle vacanze. Egli riteneva molto di lei, e più femminea che virile poteva ben dirsi l'indole sua, tanta era la sensibilità, tanta la prontezza ad infiammarsi per ogni cosa che gli paresse bella, e tanta la innata mollezza del carattere, che a volte si sarebbe potuta scambiare per apatia. L'ingegno era, per altro, vivace e piuttosto traente al fantastico; mirabilmente acconcio ad ogni genere di studi, alieno dal riposarsi in uno solo e condurlo a fine.

Questo era il giudizio che di lui facevano i suoi maestri. Ma essi non l'ebbero molta pezza nelle scuole; imperocchè, morta in quel torno la signora, il giovinetto fu posto dal padre in un altro collegio, e il castello di Villa Cervia non vide più alcuno dei suoi padroni. Ne dolse ai poverelli dei dintorni e a tutte le anime bennate, che veneravano quella pietosa signora; ne dolse a cacciatori, i quali perdevano i frutti della fastosa liberalità del Caselli, nei due mesi che egli soleva stare in campagna, e poi, come avviene di tutte le cose di questo mondo, non se ne parlò più affatto.

Di tanto in tanto, nondimeno, si sapeva qualche novella del padre e del figlio. Il primo seguitava a vivere nel mondo di prima, scialando sempre e viaggiando a sua posta. L'altro, com'ebbe finiti i suoi studi, ebbe dal padre gli esempi e la libertà di seguirli.

Per farvela breve, questa cuccagna durò anni parecchi, in capo ai quali il signor Pietro, che aveva sepolta la memoria della moglie nella varietà dei sollazzi, nei viaggi e nel giuoco, si accorse di aver mandato a male tutte le sue sostanze e la salute per giunta. I suoi poderi, che da lunga pezza andavano ogni anno coprendosi di nuove ipoteche, un bel giorno non parvero più abbastanza vasti alla folla dei creditori, e furono venduti a prezzi rotti.

L'improvvido spenditore non ne cavò, pagati i debiti, che poche migliaia di lire, con le quali ebbe agio di andarsene a morire, dicono, in un ospedale di Parigi. Trista fine di molti, i quali credono di possedere una borsa inesauribile come il pozzo di san Patrizio.

Questa rovina la prevedevano da lungo tempo gli uomini assennati, i quali conoscevano lo stato della famiglia Caselli, e le pericolose consuetudini del suo capo. Ma la gente minuta non avrebbe mai più immaginato che quella famiglia, argomento di tanta invidia, e citata come esempio di sfondata ricchezza, potesse un giorno cadere in quel modo. Però figuratevi la maraviglia di tutti, quando si seppe che i grossi poderi, i boschi sterminati, non appartenevano più ai Caselli, e che il castello, il magnifico castello feudale, era tornato in mano dei conti di Villa Cervia, i quali lo avevano anzi riavuto per poca moneta.

Se fosse vissuta l'angelica donna, per cui il castello aveva conservata una parte così gradevole nei ricordi della povera gente, la nuova di quel mutamento avrebbe stretto il cuore a più d'uno. Ma la signora era morta da sette anni; il marito non si era mai cattivato l'affetto nè la reverenza di alcuno; il figlio non si era più visto e nessuno se ne ricordava. Vi ebbe adunque una gran maraviglia, argomento a molte chiacchiere per due settimane, e nulla più.

D'altra parte, i vecchi del paese non si erano ancora dimenticati dei conti di Villa Cervia, i quali erano brava gente e senza alterigia, sebbene stessero a Torino con alti uffizi e dignità di corte. Laonde, tra queste memorie dei vecchi e l'amore della novità nei giovani, il ritorno degli antichi castellani fu desiderato per tutta la primavera e salutato con giubilo nella state.

Io mi rammento ancora di quel tempo, come se si trattasse del mese passato. Eravamo nel giugno del 1831, quasi trent'anni fa, quando il conte di Villa Cervia fece ritorno alla dimora de' suoi antenati; e ricevè le visite di quasi tutte le famiglie del nostro paesello, tra le quali non fu ultima la mia.

Il conte Emanuele di Villa Cervia era allora un uomo sui cinquantacinque, alto della persona, con due mustacchi bianchi come la neve, e i capegli del pari. A primo aspetto egli pareva uomo burbero, ma in cambio era buono come il pane. Si vantava di _idee progressiste_, e citava di sovente la parte che egli aveva presa, insieme col Santa Rosa, nei rivolgimenti del 1821; ma in fondo era come tutti gli altri suoi pari, e non avrebbe sacrificato un solo dei suoi titoli, una sola delle sue prerogative, per quelle famose _idee_ che gli venivano ad ogni tratto sulle labbra. Nè di questo gli do biasimo; ma fo per dire che le sue tirate liberalesche non erano che un avanzo di quelle scapestrate invenzioni di Francia, infiltratesi a quei tempi perfin nell'esercito, al quale egli era appartenuto, ma in fin dei conti non mutavano l'essenza del suo carattere, e gli si potevano anche passare, come un difettuzzo di poco rilievo.

Dite e pensate quel che volete, voi altri rivoluzionari del 1860; io sto fermo alle vecchie massime. E sopratutto non mi state a ridere sulla faccia, perchè io potrei impuntarmi e non proseguirvi più questo racconto. Volete il dolce? Abbiatevi anco un tantino di amaro.

Non erano forse due anni da che il conte di Villa Cervia dimorava nel castello, quando giunse a Dego un giovanotto, con una valigia ed una cassetta di libri, e prese alloggiamento all'insegna _dell'Aquila d'oro_, che era l'unica osteria del paese. Egli vi stette alcuni giorni, uscendo alla mattina e rientrando all'ora del desinare, per uscir da capo e non tornare che a notte alta. Non istava a passeggiare per le vie, ma andava subito all'aperto, e si vedeva guizzare, or di qua, or di là, pei sentieri più soli ed alpestri.

In paese c'era una gran curiosità di sapere chi fosse quel giovine forestiero, il quale aveva tanta tenerezza per le colline e le boscaglie dei dintorni. Sulle prime lo credettero un pittore; ma egli non portava con sè nè albo, nè matita; e se stava le ore intiere a contemplare alcuni punti del paese, non era certamente in atto di copiarli sulla carta.

L'ostiere, interrogato, diceva di non saperne nulla, ma si vedeva troppo chiaro com'egli avesse paglia in becco. Il brigadiere dei carabinieri non era niente più loquace dell'ostiere; aveva veduto le _carte_ del forestiero, le aveva trovate _in regola_; nè voleva sbottonarsi più oltre. Chi diamine poteva essere costui? Le donne di Dego, che non sono meno curiose di quelle d'ogni altro paese del mondo, avrebbero dato tutte il loro dito mignolo per discoprire l'arcano.

Finalmente il giovanotto se ne andò dall'osteria dell'_Aquila d'oro_; ma non dal paese. Egli aveva messo dimora nella casa padronale di un podere discosto mezz'ora dal castello dei Villa Cervia, e conosciuto da quei terrazzani sotto il nome di Castagneto, per i castagni ond'era piantato in gran parte.

Il suo modo di vivere era sempre lo stesso di prima; ma la curiosità della gente era soddisfatta; la scelta della dimora aveva tradito l'incognito del giovine. Il Castagneto era l'unico pezzo di terra che restasse ai Caselli, o, per meglio dire, all'ultimo loro rampollo, per il testamento d'una vecchia zia che aveva lasciato quel podere a Calisto.

Era dunque Calisto Caselli. L'ostiere non disse di no; il brigadiere nemmeno; ambedue si scusarono coi curiosi, narrando come il giovine Caselli li avesse pregati a non dir subito il suo nome, per aver tempo a ridursi nella casa, dov'egli stava facendo accomodare all'infretta due camere per uso di abitazione. Ma, contentata la curiosità del nome, non si ebbe altro; chè il Caselli non pose quasi mai piede nel paese, standosene tutto solo per la campagna.

Era un giovine malinconico, anzi, più che malinconico, saturnino. Vestiva con eletta semplicità, e non scambiava mai una parola con alcuno, tranne con cinque o sei coloni del suo podere, il quale, non so se ve l'abbia ancor detto, poteva fruttargli un duemila lire all'anno. Per i nostri paesi, e sapendosi contentare, era una bella moneta. Ma le dieci o dodici ragazze da marito che avevano fatto quella considerazione, si persuasero ben presto che il nuovo venuto non intendeva di spendere un centesimo di quella somma in denunzie matrimoniali.

Eppure un giorno, cosa strana, egli fu veduto accostarsi all'arciprete e ragionare con lui molto familiarmente, e don Bernardo andargli a braccetto per un bel tratto di strada. Che cos'era questa novità? Ve la dirò io. Calisto chiedeva a don Bernardo se nella chiesa parrocchiale ci fosse un organo.

Egli soggiungeva di essere appassionato per la musica, e dilettante di cembalo, ma lo stato delle cose sue non consentirgli la spesa d'un istrumento; però, se c'era un organo in chiesa, lo avrebbe suonato volentieri, tanto da non perder la mano.

Ma l'organo in chiesa non c'era, e don Bernardo con suo grande rammarico glielo confessò.

— Che peccato! — disse l'altro. — Avrei avuto tanto piacere a suonare! La musica è un passatempo così gradito! Io cionondimeno la ringrazio, signor parroco; ritornerò alle mie passeggiate e ai miei libri.

— Aspetti! aspetti! — ripigliò don Bernardo, percuotendosi la fronte con le palme. — Ci ho il fatto suo. Un organo c'è, in una cappella privata; ma da anni e anni non fu suonato più mai, e bisognerà forse farlo aggiustare. Veda che smemorato! Non ricordavo più l'organo di Villa Cervia....

— No! no! — esclamò, interrompendolo, il giovane. — Quell'organo.... Mai!

— Perchè mo? — gli chiese don Bernardo, mettendogli con sollecitudine paterna una mano sulla spalla. — Ella, giovine colto e di un animo nobile com'è, non renderebbe giustizia ai nuovi padroni, i quali alla fin fine sono pure i vecchi, del castello di Villa Cervia? Nei dolorosi ricordi che può a lei giustamente inspirare la vista di quel luogo, c'entra forse un po' di risentimento?

— No, don Bernardo! — si affrettò a rispondergli il giovane. — Non è per cotesto che io ricuso la sua offerta. So benissimo che i miei non furono che ospiti passeggeri nel castello, e che il conte di Villa Cervia ha fatto benissimo a riscattare la vecchia dimora dei suoi padri, quando fu messa all'asta pubblica. Ma la natura mia non mi consente di sollecitar grazie da alcuno, nè per contro di ficcarmi in luoghi dove io non sia stato cercato.

— Oh, quando non si tratta d'altro.... — soggiunse quell'anima buona di don Bernardo. — Volevo ben dire che gli intendimenti suoi non potevano non essere i più nobili del mondo! —

E, dopo questa conversazione, si lasciarono. Il giovane tuttavia non si partì senza aver prima scongiurato don Bernardo a non far parola con alcuno del suo desiderio, e aggiunse perfino che tutto era per lo migliore, imperocchè il passatempo dell'organo avrebbe potuto distrarlo da studi più gravi.

Quali erano questi studi? Leggicchiare un poco, pensar molto e correre sempre attorno per la campagna. Talvolta i contadini vedevano Calisto nei luoghi più strani, sulla cresta delle montagne, lontano parecchie miglia dal Castagneto, e godersela meglio dove i monti erano più brulli e dove il vento soffiava impetuoso. Quando egli era in uno di quei punti prediletti, si fermava sui due piedi, e stava là con le braccia conserte al petto a guardare, per ore intiere, Dio sa che cosa.

Quanto a scrivere, non fu mai veduto. Giunto appena al Castagneto, egli aveva dato alle fiamme un fascio di lettere, che era come il suo passato; nè prese più, se non rare volte, la penna, per segnare (diceva Vincenzo, uno dei suoi fittaiuoli che stava accanto alla casa padronale e con la sua famiglia gli faceva quei po' servigi di casa) dei punti neri con certe gambe smilze, sovra alcuni fogli di carta rigata. Voi già avrete indovinato che erano note di musica.

Don Bernardo non ebbe dunque il torto a cercar di contentarlo, anche senza sua saputa, presso il padrone del castello. E dico, non ebbe il torto, rammentando che a quel santo uomo si volle ascriver la colpa di tanti malanni che avvennero di poi, come se l'averlo egli tirato al castello, fosse stata l'origine e la causa vera di tutto. Il povero arciprete non fece altro che metterci la buona intenzione; egli d'altra parte non poteva presagire, e nemmeno poi impedire, quello che a Dio piacque accadesse più tardi.

Egli, adunque, essendo spesso dal conte Emanuele, entrò un giorno a parlargli del giovine Caselli e dello stato in cui era.

— Mi dicono, — soggiunse il conte, — che egli sia un giovine assai cupo.

— Sì, cupo, signor conte, ma di buon'indole, e cortese nei modi. Si figuri che va matto per la musica, ed anzi, l'altro dì venne a chiedermi se nella nostra chiesa parrocchiale ci fosse un organo, ch'egli volentieri avrebbe suonato. Ma le nostre rendite non ci hanno ancora consentito di fare quella grossa spesa, ed io ho dovuto dirgli che non c'era.

— Bravo! — esclamò il conte. — Non c'è qui l'organo della cappella? Poteva ben dirglielo!

— E gliel'ho detto, non dubiti; ma Ella intende benissimo, signor conte, che io non potevo profferirgli cosa non mia. Poi, se la memoria non mi tradisce, l'organo ha bisogno di cerusico.

— Ella, don Bernardo carissimo, è padrone di casa mia e può disporne come le aggrada. In quanto al cerusico, come lo chiama, penserò io, e manderò anzi domani per un organista a Mondovì. Dica dunque al suo amico che venga pure al castello, dove la sua presenza sarà molto gradita. Egli, se non ho male inteso, deve aver lasciato il castello in assai tenera età, e non gli sarà forse discaro vedere i luoghi della sua infanzia. Anch'io l'ho passata qui, la mia infanzia, e so per prova che certe memorie non si cancellano.

— Oh! per cotesto, signor conte, non credo che sia invito da fargli. È un giovine malinconico, com'Ella sa, e non ama far conoscenze.

— Orbene, io non cerco nessuno, — disse il conte Emanuele. — Se vorrà suonar l'organo, tutte le domeniche, alle dieci del mattino, abbiamo la messa. Egli può entrare nella cappella, senza neppur vedere le scale di casa mia. Va bene così? —

Il conte Emanuele voleva, con queste parole buttate là a caso, mostrare il suo animo liberale, e non gli sapeva male che si avesse, a notare dalla gente, com'egli, il conte di Villa Cervia, usasse cortesia al figlio di quel tale che era stato tanti anni padrone nel suo castello.

Don Bernardo accolse con giubilo l'offerta del conte, e, soddisfatto in cuor suo di averla fatta venire come la cosa più naturale del mondo, non pensò che a vedere il giovine, per dargli la buona novella.

Ma questi, dopo il discorso avuto con lui, non fu più visto, e passarono tre settimane senza che l'arciprete lo incontrasse nelle vie del paesello. L'organo intanto era aggiustato e accordato a dovere; e don Bernardo, non isperando di vedere il suo futuro suonatore se egli stesso non andava a cercarlo, pigliò una deliberazione, e, con l'aria e l'andatura di chi se ne va a diporto, s'incamminò alla volta del Castagneto.

Poco lontano dalla casa padronale, e appunto dove la strada, correndo per un tratto in pianura, formava come un viale, ombreggiato da grossi e frondosi castagni, egli s'imbattè in Calisto, che passeggiava con un libro in mano, ma con la mano e col libro dietro le spalle, in atto di chi medita sulle cose lette.

Come ebbe appena veduto il parroco, Calisto gli corse incontro, e chiestogli della sua salute, lo pregò che volesse salire da lui a riposarsi un tratto e far colazione in compagnia.

— No, la ringrazio, — disse don Bernardo. — Ho ancora una mezz'oretta di strada a fare, per un certo negozio, e non posso fermarmi. Sarà per un'altra volta. Intanto, poichè sono da queste parti e la vedo, le dirò che il signor conte di Villa Cervia, udito da me come ella sia dilettante di musica, la prega di accettare l'offerta che egli le fa, di disporre dell'organo della cappella, come di cosa sua. —

A queste parole che don Bernardo aveva infilzate in fretta, per dar loro una certa aria di naturalezza, il giovine stette un po' in forse; ma, rassicurato da lui intorno al modo con cui era stata fatta l'offerta, e dettogli per giunta che non avrebbe dovuto entrare in casa del conte, accettò l'invito; ed anzi, manifestando quasi una gioia fanciullesca, afferrò le mani del parroco e lo ringraziò caldamente.

— Veda, don Bernardo, — gli disse con una scioltezza affettuosa di parole che non aveva mostrata fino a quel punto, — io amo la musica sopra ogni altra cosa al mondo. Ho studiato di molte cose: storia, letteratura, lingue straniere, parecchie delle quali per la dimora fatta e per l'uso assiduo in molti paesi. Non ho che ventidue anni, ma ho già vissuto come se ne avessi trenta. Tutto ora m'è venuto a fastidio, tranne la musica. Il sapere un pochino di contrappunto mi aiuta a mettere in carta tutte le fantasie musicali che mi vengono in capo, ed è questa l'unica consolazione che mi sia rimasta. Io sarò dunque lieto di avere uno strumento da suonarne qualcheduna, e godo di andar debitore a lei di questa buona ventura. —

Ho tutti questi particolari dalla bocca stessa di don Bernardo, come potete argomentar di leggieri. Egli stesso mi narrò che la domenica seguente andarono insieme alla cappella dei Villa Cervia. Calisto, nel pigliar l'erta del castello, era fortemente commosso, e allo svoltar della strada, dove quell'edifizio si lascia scorgere in tutta la maestà delle sue forme, dal mezzo di due quercie secolari, piantate all'ingresso di una piazzetta bastionata, egli si fermò; e don Bernardo, che gli era a braccetto, lo sentì tremar tutto.

Il giovine guardò il castello, guardò le due quercie in mezzo alle quali doveva passare, per giungere sulla piazzetta, e facendosi scorrere il dosso della mano sulle ciglia, come per asciugare una lagrima, mormorò a bassa voce:

— Madre mia! madre mia! —

Sotto una di quelle piante annose, l'angelica donna, la madre di Calisto, usava sedersi a meriggiare nelle calde ore di estate. Quante memorie dovette destare nell'animo del giovine la vista improvvisa di quel luogo, dopo tanti anni di assenza, lo lascio pensare a voi.

— Madre mia! madre mia! — ripetè egli ancora una volta, col medesimo accento; poi, affrettando il passo sulla piazzetta, trascinò il compagno a sinistra, dov'era la cappella, senza voltar neppure la testa alla porta principale del castello; salì difilato la gradinata, e di là, poichè ebbe lasciato don Bernardo, corse sull'orchestra e si pose a sedere davanti all'organo.

La messa stava per cominciare. Il conte Emanuele era andato in quel punto a sedersi nella sua tribuna presso l'altare, e le panche della chiesuola erano occupate dai famigli, da alcuni del vicinato e da una turba di contadini.

Allora le canne dell'organo incominciarono a mandar fuori i suoni che il giovane andava risvegliando sulla tastiera con mano maestra. Egli, per tutto il tempo che durò la cerimonia, non suonò neppure un'aria di opere da teatro, ma gravi armonie, improntate di uno schietto sentimento religioso, che mirabilmente accompagnavano la preghiera, se forse non è più acconcio il dire che la inspiravano.

Finita la messa, il conte Emanuele aveva voluto vedere Calisto per ringraziarlo della stupenda musica che questi aveva fatta; ma Calisto era scomparso. Giovanni, il vecchio domestico del conte, non rifiniva dal dirne il maggior bene, mostrandosi innamorato di lui. Egli era andato sull'orchestra, e diceva al padrone di non aver mai veduto un viso più nobile e un suonator più valente.

Lascio pensare a voi come, dopo quella mattina, la cappella di Villa Cervia fosse affollata ogni domenica. Assai più scarso s'era fatto il numero dei devoti alla chiesa parrocchiale; tutti correvano al castello per udire il dilettante, e quando la cappella era stipata di gente, i devoti ascoltatori s'inginocchiavano sulla gradinata, stavano in piedi sulla piazzetta, dolenti di essere giunti per gli ultimi.

Calisto non si lasciava mai vedere dal conte. Finita la messa, egli infilava la scaletta dell'orchestra e scantonava issofatto; poi, per tutto quel giorno, se ne andava soletto nei luoghi più remoti, non tornando che tardissimo al Castagneto, per desinare. Del resto, la solita vita, le solite occupazioni.

In quel frattempo il castello aveva accolto nuovi abitatori: la contessina Cecilia di Villa Cervia, uscita da un monastero di Lione, era venuta a dimorare col padre.

XIII.

La contessina Cecilia era il più bel tipo di donna bionda che vi poteste immaginare. Anzitutto non era bionda, come generalmente s'intende delle donne, le quali non hanno i capegli neri, nè castagni, nè rossi. Erano capegli d'oro, i suoi, come li hanno dipinti Raffaello Sanzio e Leonardo da Vinci, epperò sempre accompagnati da una carnagione bianca e rosea, ma viva di colorito, da lineamenti aggraziati, e da occhi grandi e nerissimi. Era poi snella della persona, sebbene non potesse raffigurarsi allo smilzo tronco del pioppo, di portamento leggiadro, e infine (che vi dirò?) non aveva che diciotto anni.

Nulla poi di affettato nei suoi modi: semplice era, mite e dignitosa, come dovevano certamente essere quelle sante castellane del medio evo, le quali si preparavano alla canonizzazione, in quella che i loro mariti combattevano coi musulmani in Soria.

E volete credere? fu questo il pensiero che nacque in tutta la gente del paese, al veder la contessina di Villa Cervia; tanto è vero che il cuore non conosce disparità d'ingegno, nè di coltura.

Il conte Emanuele, tosto che per l'arrivo della figliuola ebbe ricevute le visite del sindaco e delle famiglie notabili, volle condurla egli stesso a ricambiare le loro cortesie. La contessina Cecilia, che io vidi quel giorno per la prima volta, era vestita con quella elegante semplicità, che è il migliore adornamento della bellezza. Indossava una veste di seta nera che le saliva fino al collo, donde usciva una gorgieretta di tela finissima, con le maniche strette alle braccia, giusta la foggia di quel tempo, e i polsini bianchi rivoltati. Una pellegrina di pizzo di Fiandra, portata con disinvoltura, come se fosse il più modesto scialle, e una pezzuola di merletto nero sul capo, la quale dava risalto all'aurea capigliatura, compivano il vestimento di quella bellissima giovinetta.

La gente si fermava estatica lungo la strada e sugli usci delle botteghe a guardarla. — È la signorina del castello! — dicevano. — Ve', come è carina! che aria di bontà! E come saluta tutti senza fasto e senza sussiego! Par proprio una santa!

Questo fu il nome che le rimase, e nel paesello non ne ebbe più altro che quello di santa. Nome che le andava proprio a capello, imperocchè le opere sue, come il viso e il portamento, furono tali da farnela meritevole. Ella era ogni mattina nei dintorni, accompagnata da Giovanni, il vecchio e fedel servitore del Villa Cervia, per andare a visitare la povera gente, a consolare i malati, ad alleviar le sventure domestiche, tutta sorrisi, tutta cortesia, tutta amore.

E cionondimeno v'era della gente a cui la sua venuta non andava a sangue, e che parlava di lei a fior di labbra, con un mucchio di reticenze. Erano queste le signore del vicinato, e certi giovinotti attillati della loro risma; Veneri ecclissate e Adoni distrettuali a cui la schietta bellezza e i modi riguardosi della contessina di Villa Cervia non potevano sicuramente piacere.

La casa del conte era aperta a tutte le persone più ragguardevoli di quei dintorni; ma che volete? Le donne, voglio dir le signore, che fino a quel tempo avevano regnato in paese, ci andavano poco, perchè la contessina era troppo bella e troppo gran dama. Perciò ella era sgraziata anzi che no, duretta, mal vestita, insomma, una vera puppatola.

I giovanotti, poi, tenevano bordone alle signore. Da principio s'erano messi tutti quanti in moto per vederla e farsi vedere; ma la contessina aveva avuto il gran torto di non accorgersi della presenza di alcuno. Per un tratto, i nostri Adoni seguitarono ad andar le domeniche alla messa del castello, a sfoggiar di panciotti variopinti e di sciarpe le quali avrebbero dato dei punti alle penne dei pappagalli; ma la fanciulla, che stava tutta contegnosa nella tribuna, col padre e la dama di compagnia, non guardava nessuno; pareva tutta assorta nella preghiera e nei suoni dell'organo.

Di guisa che tutti in breve ora levarono l'assedio, dando ragione, senza saperlo, a coloro i quali credono esserci al mondo delle donne create a bella posta per tener lontani i babbei che la pretendono a qualche cosa e fanno il sopracciò. Sia vero questo o non sia (che non intendo sedere a scranna io, povero provinciale), gli è pure un fatto che donne simili non istanno molto a levarsi dattorno i mosconi. Costoro ronzano un tratto: «è una superbiona, una stolida»; ma finiscono sempre con allontanarsi, e questo è il busilli.

Un uomo solo non aveva ancora volto gli sguardi sulla contessina Cecilia, ed ignorava perfino che la ci fosse: Calisto Caselli. Il giovane seguitava a vivere coi suoi libri, con la sua musica e con le sue montagne, non vedendo nessuno, non parlando con nessuno, tranne di rado coll'arciprete don Bernardo.

Egli, come vi ho detto, non si faceva mai vedere nel paese, dove lo chiamavano il _malinconico_, e, salvo un tantino per la sua maestria sull'organo, non si curavano nemmeno di lui. Per contro era amato da tutti i contadini e dagli stessi coloni che vivevano nel podere dei Villa Cervia, i quali non avevano ancora smesso di chiamarlo il _signorino_. Giovanni, il vecchio servitore del conte, era più che mai innamorato di lui e non tralasciava mai, la domenica, di andare sull'orchestra a inginocchiarglisi destramente daccanto.

— Oh signor Calisto! — gli susurrava egli una di quelle mattine. — Se ella suonasse il pianoforte che abbiamo nel castello! Io sono certo che piacerebbe anche a lei....

— Che pianoforte? — esclamò Calisto meravigliato. — C'è un pianoforte nel castello?

— Sicuro, e venuto dianzi da Parigi. Lo ha mandato a comperare il signor conte per la signorina.

— Che signorina? — chiese Calisto, così per rispondere qualche cosa ai discorsi del servitore.

— Oh, come? Non sa ella che da tre mesi c'è qui la signorina, la figlia del conte, venuta da Lione, dove era in convento agli studi?

— Io no. Sapete che non vedo mai nessuno.

— Oh, se la vedesse, che buona e bella padroncina! È un angelo del paradiso; e come vuol bene alla povera gente! E come suona! Se la sentisse!... Veda, quando ella si pone al pianoforte, io chiudo gli occhi e mi pare di sentir lei, signor Calisto, sebbene tra il pianoforte e l'organo ci corra un po' di differenza; non è egli vero?

— Certo, c'è differenza, — rispose l'altro distratto; e non fece altre parole.

Il dialogo era avvenuto sul finir della messa. Calisto strinse la mano a Giovanni, come era suo costume, dopo che lo vedeva ogni domenica presso all'organo, tutto intento ad ascoltarlo; e se ne andò per la campagna.

Giovanni lo lasciò andare; ma, pel giorno dopo, gli serbava una improvvisata. Il conte Emanuele, che era grato a Calisto della sua cortesia, e che si sentiva sempre rompere il capo dal vecchio servitore con le lodi del giovine, e che infine era un po' curioso di vedere quel solitario, aveva detto a Giovanni che andasse da lui e, ringraziatolo della sua cortese assiduità, gli dicesse che era aspettato per la domenica seguente, dopo la messa, ad asciolvere al castello. Avrebbe intanto veduto il pianoforte e suonato qualche cosuccia.

Il vecchio servitore avrebbe potuto far subito l'imbasciata, ma se la tenne dentro, per andare egli stesso al Castagneto nella mattina seguente. E così fece, e argomenterete di leggieri che non ci andasse di gamba malata; tanto gli godeva l'animo di far cosa grata (così egli pensava) al prediletto signorino.

Se il conte avesse un figlio come lui! Era questo il pensiero continuo di Giovanni, imperocchè egli era uno di quei fedeli servitori, i quali si affezionano alla famiglia, come l'edera si abbarbica al muro. Il ramo principale dei conti di Villa Cervia si estingueva col conte Emanuele, il quale non aveva che una figlia; non è a dire se questo fosse acerbo rammarico per Giovanni. A lui, vecchio, direte, che importava che la famiglia fosse, o no, tenuta viva? Ma certe cose le si sentono, non ci si ragiona su; e questa malinconia di Giovanni era del numero.

Contro l'aspettazione del vecchio, l'imbasciata non parve piacere a Calisto, il cui volto si rabbuiò.

— Dio buono, signor Calisto! — soggiunse il vecchio. — Il signor conte credeva di usarle una cortesia. Egli aveva pensato che non le fosse discaro metter le mani sul pianoforte, tanto per variare un pochino....

— Lo so, lo intendo, Giovanni; ditegli che lo ringrazio, ma che, come egli saprà, non uso vedere nessuno.

— Ha ella dunque tanta paura a metter piede nel castello? —

Questa dimanda semplicissima del vecchio punse Calisto sul vivo, laonde tutto confuso si affrettò a rispondergli:

— No, no! Voi vedete pure che io ci metto piede, poichè entro nella cappella. Ma le mie consuetudini e l'umor mio mi dànno di vivere solo. Ringraziatelo, dunque, e scusatemi presso di lui.

— Oh, signor Calisto! Se Ella non ha altre ragioni, il conte verrà egli stesso a prenderla sull'orchestra, e sarà finita d'un colpo. —

Queste parole, con le quali Giovanni aveva tolto commiato, posero il Caselli in una grande perplessità per tutta la settimana; e siccome avviene dei caratteri ombrosi, vissuti lunga pezza nella solitudine, egli si fece il male più grande assai che non fosse; il castello, nel quale egli non aveva voluto entrar mai, gli appariva tutto irto di dolorose ricordanze, le quali gli contrastassero l'ingresso. Ne avvenne che la domenica seguente, quando si trattò di uscire di casa, egli aveva la febbre e non si potè muover da letto.

Il giorno dopo, passato il pericolo, anche la febbre passò; ma nuove angustie stringevano il giovine. — Che cosa dirà il Villa Cervia? Mi dirà scortese e peggio, e non avrà il torto. E la gente, che era avvezza ad udirmi?... Oramai non potrò più andare. —

Calisto non era già pentito di aver ricusato di andare dal conte, sibbene di non essere andato alla cappella; e di questo non sapeva darsi pace. Due giorni rimase accasciato a quel modo, senza nemmeno aver la forza di uscir fuori all'aperto; e più assai vi sarebbe rimasto, se non tornava Giovanni, con aria malinconica, a recargli le condoglianze del conte Emanuele e lo invito di lasciarsi almeno vedere alla cappella per l'altra domenica.

Egli stette ad udire attentamente; poi volle che ripetesse. — Vi ha proprio detto così? Come vi ha detto? Con quali parole?

— Ecco; — rispose il domestico; — il conte mi ha chiamato e mi ha detto precisamente così: Giovanni, vattene dal signor Caselli. Non gli chiederai della sua salute, imperocchè io m'immagino che, se non è venuto ier l'altro, egli è proprio perchè il mio invito gli è tornato discaro. Gli dirai in quella vece che io sono dolente di averlo invitato ad asciolvere; ma che lo supplico, poichè non ama conoscermi, di venire alla messa. Anche a lui dorrà, per una cosa di tanto lieve momento, smettere le sue belle suonate. —

Per chi conosceva l'umore del conte Emanuele, era quella certamente una gran degnazione; e, a dir vero, egli non si sarebbe piegato, se non era la dolce violenza della figliuola.

Egli infatti s'era adontato grandemente della scortese assenza di Calisto, imperocchè, se lo andare a suonar l'organo le domeniche non era pel giovinetto un vero debito, tale lo aveva pur fatto la consuetudine, e il debito era divenuto quel giorno più grave per l'accompagnatura dello invito a colazione.

Per tutta la domenica egli non disse nulla; ma ben si vedeva come egli fosse sdegnato. Il giorno appresso, non potendone più, se la prese col servitore, da lui beffardemente chiamato l'amico, il protettore del _signorino_. Giovanni non fiatò, ma con certe occhiate pietose parve scongiurar la contessina Cecilia che lo volesse difendere.

— Padre mio, — disse la giovinetta, dopo che il conte ebbe sfogato il suo mal umore per bene, — tu non devi dire che quel giovine vuol star troppo sulla sua....

— Anche tu ti metti ora a difenderlo?

— Io no; ricordo soltanto quello che tu stesso dicevi un giorno di lui. Egli non tiene già il broncio alla nostra famiglia, poichè tutte le domeniche usa venire tanto cortesemente a suonar l'organo; è piuttosto a credersi che la sua riluttanza ad entrare in queste sale derivi dalle tristi memorie che esse gli inspirano. Da quello che tu mi hai detto, intendo che il signor Caselli dev'essere molto malinconico e ombroso, e questo mi fa capire come egli abbia potuto starsi lontano ieri. Padre mio, non ti dispiaccia che la sensitiva ritiri e stringa le sue foglie quando la tocchi, poichè non è ruvidezza la sua, ma paura. —

Queste paroline, dette con aria di candore giovanile e accompagnate da una carezza, poterono più sul conte Emanuele che un sacco di buone ragioni. Gli si spianarono le rughe sulla fronte, ed era già sul punto di sorridere; ma, non volendo darsi vinto così presto, si provò a tener viva la controversia.

— Che fare adunque? Il signorino adesso non si lascerà più vedere, dopo il tiro che ci ha fatto. La gente vorrà sapere.... crederà che sia avvenuto un grosso guaio, e chi ne avrà la peggio?.... Noi, sempre noi.

— E a cotesto, padre mio, — soggiunse la bella avvocata, — non si rimedia nemmeno con lo sdegno. Fa a modo mio, mandagli a dire che tu lo dispensi dal venir qua, poichè ciò sembra dispiacergli tanto, ma che farà cosa grata a proseguire le sue belle suonate. Di questo modo, se la sua assenza può ascriversi a ruvidezza, quella che tu gli darai sarà una generosa lezione di urbanità; se, come io credo, non è che effetto di timore, tu lo assicuri con le tue gentili parole.

— Ben detto! — saltò su a dire Giovanni dall'uscio del salotto ove s'era rincantucciato; e fu tale il piglio, tale l'accento del buon servitore, che il conte si messe a ridere, e non seppe dir altro.

Intanto Calisto, udita la narrazione del vecchio Giovanni, si sentì come sollevare il cuore da un grave peso, e respirò a larghi polmoni.

— Direte al signor conte che lo ringrazio dal profondo dell'anima; — rispose egli allora. — Tutto il giorno di domenica fui a letto con la febbre, la quale non mi consentì di recarmi alla cappella. Per quanto risguarda il suo cortese invito, io, mentre pur gliene serbo gratitudine, non posso altrimenti accettarlo, imperocchè nelle stanze ove egli dimora a buon dritto, io pure ho passata la mia infanzia, con la mia povera madre. Ditegli che ho paura delle mie ricordanze, ed egli mi tenga per iscusato.

— Povero signorino! capisco.... capisco.... — borbottava Giovanni, asciugandosi le lagrime.

— Andate dunque, Giovanni, e a rivederci. Aggiungerete, rispetto alla febbre che m'ha tenuto in letto, che io mi sarei fatto un debito di mandarlo ad avvisare, se avessi creduto che francasse la spesa!...

— Che dice ella mai? — esclamò il servitore, alzando le palme. — Si figuri se non francava la spesa! Lei è l'anima di tutto, lassù. La cappella, senza l'opera sua, pareva deserta. Per un pezzo s'è aspettato, ed io sono uscito tre volte a guardar giù, sulla strada, dall'alto del bastione.... Insomma, la non si immagina mai più come si sentisse la sua mancanza, signor Calisto! E non francava la spesa.... non francava la spesa!... —

E ripetendo questa frase, che a lui sapeva di eresia, il vecchio Giovanni si allontanò dal Castagneto, per ritornarsene alla volta del castello.

La domenica seguente, alle dieci in punto, Calisto era sull'orchestra, seduto davanti alla tastiera dell'organo, che gli parve tutta piena di arcani profumi. Per la prima volta forse, da che era giunto in quei luoghi, si sentiva contento; dal rotto delle nuvole gli scintillava un raggio di sole.

Egli suonò quel giorno assai meglio che per lo innanzi, e, senza trascorrere al gaio, le sue melodie furono mirabilmente, soavemente serene. Il conte Emanuele era tutto orecchi a sentirlo; anche la contessina Cecilia stette molto attenta a quel mirabile concerto, e fu notato che per tutto il tempo della messa ella tenne gli occhi sul suo libro di preghiere, ma senza mai voltare la pagina.

XIV.

Il pensiero dello sconosciuto, che non voleva farsi vedere nel castello dove risiedevano tutte le sue più care e in un malinconiche ricordanze, cominciò forse allora a girarle per il capo?

Chi lo sa? Io, come vedete, argomento molte cose per via d'induzioni, fondate su quella poca esperienza del cuore umano che deriva dal mio ufficio. Vo ricomponendo questa storia con tutti i particolari raccolti allora da questo o da quello dei personaggi che v'ebbero parte, e a me rimasti in mente perchè mi furono raccontati tante volte; ma sento qua e là il difetto di molti fatti, o per meglio dire di molti pensieri i quali mi diano il bandolo psicologico della mia narrazione. E qui allora io vo rabberciando alla meglio, aiutandomi con un po' di invenzione. Non ve ne lagnate; poichè di questa guisa io vengo a darvi il lavoro fatto, senza che abbiate bisogno di beccarvi il cervello.

Ora veniamo al buono; donde vedrete scaturire una nuova testimonianza a pro di quella trita verità, che i grandi effetti spesso derivano dalle piccole cause.

In quell'ultima sua gita alla cappella, di cui vi ho narrato testè, il giovine Calisto si era accorto che qualche voce dell'organo calava un tantino, e ne parlò a Giovanni, dicendogli che sarebbe tornato il giorno appresso per rimediarvi; però, verso il meriggio, lasciasse aperto l'uscio della cappella.

La dimane, infatti, poco prima dell'ora prefissa, il giovanotto saliva con lenti passi l'erta del castello, assorto nella sua consueta mestizia. Giunto alla piazzetta, gli venne all'orecchio un indistinto mutar di suoni musicali; ma egli era cosiffattamente sovra pensieri, che non vi badò, o, per meglio dire, i suoi orecchi si fecero a quella musica, senza che a lui venisse in mente di cercarne la ragione. Di cotali distrazioni ognuno di noi ne ha avuta la sua parte, e ricorda benissimo che in quei momenti i sensi vanno dietro ad una cosa, mentre lo spirito ne prosegue un'altra, le mille miglia lontana.

Così sbadato, il giovine si avvicinò colla medesima andatura alla gradinata, entrando sempre più nel cerchio delle onde sonore. La cappella risuonava tutta in quel punto di gravi e malinconiche armonie, e a lui parve la cosa più naturale del mondo, e come se la messa fosse incominciata, ed egli medesimo già fosse al suo posto. Cosiffatto scempiarsi delle facoltà mentali non è neppur nuovo nè strano negli uomini che pensano molto, e Calisto, come vi ho detto, era pensieroso e distratto quanto dieci filosofi.

Salì, sempre a quel modo, la scaletta a chiocciola dell'orchestra; andò verso l'organo che fremeva tutto di sonore armonie, e là finalmente, alzati gli occhi, si avvide di non essere solo, e conobbe ad un tempo la vera cagione di quella misteriosa suonata.

Una bella giovinetta, dagli occhi neri che guardavano in alto, dai capegli biondi che le ricadevano sulle spalle, vestita di mussolina bianca con nastri azzurri bellamente disposti sul taglio della vita e sul petto, era seduta dinanzi all'organo, e le sue dita bianche, affusolate, correvano maestrevolmente sulla tastiera.

Voi già avrete riconosciuto in questo bozzetto la leggiadra contessina di Villa Cervia; ma Calisto non la conosceva punto; e in quel momento non gli venne neppure in mente che potesse essere la figlia del conte Emanuele quella bella creatura che gli stava dinanzi agli occhi, fata gentile, che risvegliava col magistero delle sue mani delicate le migliaia dei genietti armonici, nascosti nelle canne dell'organo.

Egli rimase confuso, estatico, a guardarla, rattenendo il respiro, come uomo che sogni e non ami svegliarsi e vedere d'un tratto dileguarsi una diletta visione. Immaginate qual virtù dovesse avere la vista improvvisa di quella bellissima persona sull'animo di un uomo, il quale aveva in giovine età gustate tutte le dolcezze della vita, ma che non aveva amato mai, e da lunga pezza viveva solitario, nutrito di meste fantasie, che mirabilmente dispongono il cuore alla novità degli affetti.

Il concetto dell'amore gli entrò veloce per gli occhi fino al profondo del cuore, al primo veder quella divina fanciulla, sulla cui testa la luce del meriggio pioveva i suoi raggi, temperati dalla rossa cortina della finestra, e gli occhi della quale guardavano in alto, come per derivarne le inspirate melodie che le sue mani andavano traendo dal grave strumento.

Tutto questo avvenne in pochi secondi, chè al rimescolarsi del sangue, allo sprigionarsi della scintilla elettrica, al mutarsi repentino di tutta quanta una esistenza nelle fiamme di un affetto prepotente, non occorre maggior spazio di tempo. E mentre tutto questo avveniva nel cuore del giovane, le sue labbra non avevano avuto che il tempo di mormorare sommessamente: — come è bella! mio Dio, come è bella!

Ma, nel lento volgersi degli occhi, la suonatrice aveva veduto come un'ombra starle d'accanto. Si voltò da quel lato, messe un lieve grido alla vista del giovine, e fe' per alzarsi.

— Oh no! restate, signorina; — disse egli, tendendo le mani verso di lei in atto di preghiera; — proseguite pure; non vi sgomenti la presenza di un povero suonatore! —

Arrossì la fanciulla e balbettò alcune parole confuse, di quelle tali che, dette appena, non si ricordano più.

Ognuno che abbia amato e che siasi fatto la prima volta a parlare con la donna amata, sarà passato per questa filiera. Egli vi ha, sul cominciare di un primo colloquio, dieci o quindici parole, dette dall'uno o dall'altro dei due interlocutori, le quali non si trovano più, anco a volerle cercare col fuscellino. Sono nonnulla, frasi monche, brandelli di pensiero, i quali spesso non somigliano nè punto nè poco a quello che s'aveva in mente di dire; epperò io credo che, se pur si trovassero, e si potesse metterli sulla carta, farebbero ridere. Il loro gran pregio sta tutto quanto nello esser venuti sulle labbra, in aiuto alle angustie, alle trepidazioni dell'animo; e vi so dir io.... cioè, intendiamoci, io non ve ne so dir nulla, ma ho sentito dire dagli altri, che in quelle contingenze essi riescono più grati che una ottava dell'Ariosto, più splendidi che un canto della _Divina Comedia_.

Che cosa dissero i nostri giovani per entrare in discorso? io non lo so, e, a dirvela schietta, non mi curo nemmeno di saperlo. È probabile eziandio che abbiano taciuto, senza punto accorgersi che non dicevano nulla.

Ma, tacessero o parlassero, venne il momento che si entrò in materia, e fu Calisto che, bene o male, arrossendo e balbettando a sua volta, si bevve intiero quel calice.

— Signorina, — diss'egli, — eravate dunque voi?... Ieri mattina, sedendomi, dove voi siete adesso, sentii come un arcano profumo, del quale non ho saputo argomentare la cagione....

— Ah! — esclamò la fanciulla. — Era l'essenza di viole, che mi piace tanto e che porto sempre sulla persona.

— Non mi ero dunque ingannato; — soggiunse Calisto. — Ma come avrei potuto immaginare che quel delicato profumo mi derivasse da una così bella suonatrice? Ho tuttavia dato vicino al segno, pensando che fossero gli angeli.... Non vi dolga del paragone, signorina, e sopratutto non lo abbiate in conto di un complimento. Ho pensato davvero agli angeli. Se il canto dell'organo è la più bella forma di preghiera, perchè non verrebbero gli angeli a raccoglierla, a fine di portarla in cielo, come le altre? Ora per me, tra la venuta dell'angelo del cielo e quella dell'angelo della terra, non corre divario, imperocchè, tanto per la venuta dell'uno, come per quella dell'altro, io non ardirei più mettere le mie dita profane su quella tastiera. —

La contessina di Villa Cervia, che era rimasta un tal poco impacciata a sentir quelle parole pronunciate con dolce lentezza dal giovine Caselli, colse l'ultima frase come un appicco alla conversazione.

— Oh, perchè non suonereste più? — chiese ella. — Voi mi vorreste far pagare troppo caro un capriccio scolaresco. Fin dal primo giorno che vi udii a suonare, volli provarmi pur io sull'organo, per vedere che differenza ci fosse tra questo grave strumento ed il cembalo. Sulle prime non sapevo raccapezzarmi; ma a furia di picchiare, son pur venuta a capo di trarne fuori qualche cosa.

— Altro che! — soggiunse Calisto. — Or ora avete suonato benissimo, signorina, e da cotesto è facile argomentare come siate maestra sul pianoforte.

— Oh, non mi date lode oltre i miei meriti. Il pianoforte era il mio passatempo nel convento, e di quel poco costrutto che ne ho cavato, vo debitrice al grande amore che gli porto.

— Contentatevi, signorina; voi siete come messer Dante Alighieri, il quale ha detto: _Vagliami il lungo studio e il grande amore, che m'han fatto cercar lo tuo volume._

— Il paragone, — rispose Cecilia ridendo, — mi farebbe andar molto superba; ma io volevo dire soltanto che ho molto desiderio di sapere, e pochissima scienza. —

Continuò per un bel tratto una di quelle conversazioni senza nè capo nè coda, nella quale la povera scienza, l'organo, il cembalo, Rossini, Beethoven furono altrettanti pretesti per dir con gli occhi e con le più dolci inflessioni della voce che la contessina Cecilia aveva innamorato Calisto, e che quel giovine malinconico e cortese non dispiaceva punto alla contessina.

Dio solo sa dove sarebbero andati a parare con tutti quei loro ghirigori fantastici, se la fanciulla, che si era rimessa a sedere, non si fosse posta sbadatamente a toccar la tastiera, cavandone qualche suonata a mezza voce. Calisto lasciò che andasse innanzi e fu tutto orecchi ad ascoltarla; poi con amichevole libertà si fece a dirle, intanto che ella suonava, come dovesse adoperare coi tasti, quali voci aprire e quali chiudere a tempo.

Questa specie di lezione improvvisata fe' correre assai più spedito il dialogo e più facile e più largo il ricambio dei pensieri tra i due. Cecilia accennava ora un'aria, ora l'altra, secondo il genere di musica o l'autore di cui si parlava; e negli intermezzi si faceva a ringraziare Calisto dei suoi insegnamenti; la qual cosa l'attirò giù giù fino a ringraziarlo della sua cortese assiduità domenicale all'organo della cappella.

— Signorina, — disse Calisto, — non c'è da ringraziarmi per cotesto. Quello che io ricevo è più assai di quello che do, imperocchè nel suonare io trovo un grande conforto, il quale può essere inteso soltanto da chi al pari di me viva tutto solo e scarso di consolazioni.

— È una bella cosa, la musica! — soggiunse Cecilia, che quel malinconico richiamo alle sventure del giovine aveva commossa. — È una bella cosa, ed un grande conforto, in verità. Anche la lettura riesce di sollievo allo spirito.

— Oh, non lo dite, signorina! Io antepongo la musica ad ogni altra cosa, dappoichè essa è una grata sequela di sensazioni, le quali inspirano la mente senza punto vincolarla, e lasciano correre la fantasia, senza tiranneggiare il raziocinio. Il libro vi fa pensare quella data cosa che esso vuole; la parola, vigorosa, ricisa com'è, non consente che una interpetrazione, in quella che la melodia, col suo carattere indefinito, senza precisione di contorni, lascia pensar l'anima, e godere, e dolersi a sua posta. Vi è egli mai avvenuto di star seduta al cembalo, di sera, senza lume nella sala, seguitando sulla tastiera con le dita i vaneggiamenti della fantasia, o con la fantasia i capricciosi trascorrimenti della mano? È quello un diletto che la lettura del più bel libro del mondo non saprebbe darvi; così almeno penso io; o, per meglio dire, pensavo, quando avevo in casa il cembalo consolatore. —

La giovinetta non disse parola e stette a capo chino, forse pensando in cuor suo allo stato di quel povero giovine, che amava tanto la musica e non aveva più un cembalo per consolare le sue veglie malinconiche. Tutto ad un tratto ella si scosse, e provandosi a guardarlo in viso, sebbene cotesto la facesse arrossire, gli chiese con accento deliberato:

— E perchè non avete voluto mai venire da mio padre?

— Perchè? — rispose egli, commosso dalla improvvisa domanda. — Signorina, non crediate che io rifugga dal vedere il conte di Villa Cervia. Soltanto coloro che non mi conoscono possono ascrivere il mio ritegno a rancore, ad odio coperto contro il padrone del castello. Io so molto bene che egli è nell'antica dimora dei suoi, e debbo anzi lodarlo di averla riscattata, appena ne ebbe il destro. Ma voi sapete che in questo luogo io son nato, che qui ho vissuti gli anni felici della mia infanzia, che qui vivono ancora, pur troppo inacerbite, tutte le mie dolci ricordanze. Giovinetto, io attendevo agli studi, in un collegio poco lontano di qui, e sapete che cosa facessi? Per otto mesi continui sospiravo i quattro che avrei passati su questa collina, tra queste mura, accanto a mia madre, alla mia povera madre.

— Era una savia e virtuosa gentildonna, — interruppe Cecilia, — ed ha lasciato tra tutti questi terrazzani un desiderio infinito di sè. —

A queste parole della contessina di Villa Cervia, dette con tanto candore e schiettezza, Calisto si sentì correre un fuoco per tutte le vene. Egli non disse parola, ma, con gli occhi accesi e gonfi di lagrime, le accennava di proseguire.

— Sì, — disse la giovinetta, — quanti ne ho interrogati, tanti mi hanno parlato di lei come di una santa. È veramente una bella cosa lasciare tanta eredità di affetti dietro di sè. Ella soccorreva i poverelli, consolava gli infelici, e, fino a tanto che visse, nessuno fu discacciato da questa dimora ospitale, chiedesse egli pane, o implorasse una proroga a pagar la pigione del campo; però tutti la benedicono e pregano per lei, diventata esempio di bontà e di gentilezza. Io, l'ultima donna dei Villa Cervia, non sono punto gelosa di questo culto alla memoria di vostra madre, e non chiedo a Dio che di poterle rassomigliare.

— Oh, voi siete un angelo, come lei! — gridò Calisto, cadendo a' suoi piedi.

Si era fatta molta strada in breve ora, come vedete. La fanciulla arrossì e si ritrasse; Calisto lasciò andare la sua mano, che in quell'impeto di adorazione aveva afferrata.

— Vogliate scusarmi, signorina! — disse egli, rialzandosi e mettendosi la destra sul cuore. — Voi avete parlato di mia madre come io amo udirne parlare, ma come certo non potevo aspettarmi che ne parlaste voi, di fresco venuta in questi luoghi. Ora uditemi: io non posso entrare laggiù, a vedere quelle stanze dove sono vissuto con lei. Ogni angolo, il vano di una finestra, la svolta di un corridoio, una seggiola di velluto chermisi, tutto mi parla di lei, e (non vi sembri una fanciullaggine) perfino le nappe di una cortina di damasco verde, le quali, stando ella seduta verso la luce di un verone, le accarezzavano ad ogni suo più lieve moto i capelli, laonde era sovente costretta a rimuover la seggiola.

— Ed ogni cosa che voi dite è ancora nel suo antico stato; — disse Cecilia. — Mio padre non ha voluto che si toccasse nulla. Egli rispetta molto la vostra famiglia, e si compiace spesso a ricordare che essa, non pure lasciò al loro posto tutti i vecchi ritratti di casa nostra, i quali ingombravano le pareti del salone, ma taluno, che a lui era molto caro per la sua vetustà, ne fece rinfrescare, per conservarlo.

— I vecchi quadri del salone! — esclamò Calisto. — Ma sapete, signorina, che io li ho amati, come se portassero la effigie dei miei? Spesso mi avvenne di andarmi a raggomitolare in una gran sedia a bracciuoli, di rimpetto a quella bella gentildonna che sembra guardarvi in qualunque parte del salone vi siate, e che abbandona una mano alle carezze di un cagnolino.

— La contessa Giulia, la madre del mio bisnonno; — disse Cecilia.

— Sta bene; — rispose Calisto; — io non sapevo il suo nome, come nol so di nessun altro di quegli antichi; ma la bontà che le spirava dal volto, e quella sua aria pensierosa, mi facevano tenerezza, e stavo ore ed ore a contemplarla. Tutto, insomma, tutto, là dentro, ha un ricordo per me; e come volete che io possa rientrarvi senza sgomento?... —

La bionda fanciulla, che lo aveva ascoltato con molta attenzione fino a quel punto, stette un poco sovra pensieri; quindi, con un piglio di regina, gli disse:

— Volete voi obbedirmi?

— In che cosa?

— Ah, signor Caselli, badate! voi mettete delle condizioni....

— Nessuna, se così volete. Vi obbedirò in ogni cosa che a voi piaccia di comandarmi.

— Datemi la mano.

— Eccola!

— E adesso venite con me. —

Così dicendo, la fanciulla condusse Calisto fino alla scaletta a chiocciola dell'orchestra, e scesa dinanzi a lui, voltò a sinistra, presso l'altare dove era un usciolo aperto, il quale metteva alla tribuna del conte Emanuele. Di là, saliti due pianerottoli, si entrava, per un corridoio lungo lungo, nelle stanze del primo piano del castello.

Calisto aveva inteso fin da principio qual fosse il disegno della contessina; ma non era più tempo di ritirarsi, senza farle scortesia troppo grave. Però, tra il sì ed il no, ma fortemente turbato e tremante in cuor suo come un bambino, la seguì per tutti quei giri frettolosi che ella faceva.

Non pensate male, vi prego, della contessina di Villa Cervia. Io so tutte queste cose dallo stesso Calisto, il quale mi narrò per filo e per segno l'origine e il corso dei suoi mali, e mi fece scorgere quale delicatezza d'intendimenti la conducesse a voler vincere la sua ritrosia.

Ella, sicuramente, non era ardita come un'eroina da romanzo, e non è da credere neppure che avesse potuto formarsi un concetto del sentimento che le avevano destato in cuore la vista e i discorsi del giovine. La pietà fu detta sorella d'amore, e non a torto; chè l'una tira sempre l'altro con sè, e finisce col metterlo a regnare in sua vece. Ma la contessina non sapeva niente di ciò; e obbediva ad un sentimento che le pareva, e certamente era, purissimo di ogni lega.

Per dirvi alla breve quello che io ne penso, la contessina Cecilia era timida, ma non alla guisa di molte fanciulle, le quali si sgomentano alla presenza di un uomo, nè ardiscono con esso dir cosa, di cui parlano le mille volte liberamente tra amiche. Cuor nobile e generoso, anima forte ed immacolata, ella non istava a sofisticare sulle cose che la consuetudine faceva lecite o no ad una giovinetta sua pari. La vista di un uomo la turbò un tratto, come quella che le giungeva improvvisa in quel luogo, dov'era sola ed assorta nella sua occupazione; ma, conosciuto quell'uomo, lo trattò con quella cortese dimestichezza che non tutti al mondo son nati per intendere quanto valga e da quale nobiltà di mente derivi.

— Orsù, dunque, — disse ella, come fu in capo al corridoio, facendosi da un lato e accennandogli un uscio aperto sul salone, — entrate, signore, e siate il benvenuto. —

Ma a Calisto non diè l'animo di farsi più innanzi. Appuntò una mano allo stipite, e rimase col capo chino, in quella che il cuore gli balzava concitato nel petto.

— Animo, animo! — soggiunse Cecilia. — Vostra madre è sempre la padrona del castello, poichè tutto qui vi parla di lei, e nulla è mutato. —

Calisto diede uno sguardo di ineffabile affetto alla giovinetta ed entrò con passo deliberato e sollecito nel salone. Il suo primo pensiero fu di correre ad una delle finestre, di afferrare il lembo di una cortina, di baciarlo tre volte; poi guardò tutto intorno, e si lasciò cadere su d'una seggiola, dando in uno scoppio di pianto.

XV.

Con quel delicato accorgimento che è proprio della donna, la contessina Cecilia se ne andò via dal salone, e Calisto udì, senza neppur alzar la testa, il fruscìo della sua veste che sfiorava un uscio mezzo aperto poco lontano da lui. Essa aveva voluto lasciarlo solo un tratto coi suoi pensieri e con le sue lagrime.

Dicono che il veder piangere una donna sia la cosa più teneramente bella del mondo, perchè le lagrime adornano un ciglio di donna come le perle della rugiada i petali di un fiore. E sarà vero, ma il paragone non mi va più a' versi, dopo che un giardiniere mi ha detto, la rugiada non essere quella bella cosa che i poeti vogliono, imperocchè, al sopraggiungere del sole, ella si muti quasi in veleno per quelle povere piante che adorna.

Comunque sia, se le lagrime stanno bene al ciglio di una donna, fanno in quella vece brutto vedere negli occhi di un uomo. Il re del creato che piange, o si chiarisce spirito fiacco, o afferma la sua impotenza a vincere l'avversa fortuna; nel primo caso ti muove a sdegno, nel secondo a pietà.

Quelle di Calisto non erano tuttavia lagrime di spirito fiacco, nè di vanitoso impossente; sibbene apparivano un tributo della pietà di figlio alla memoria materna, uno sciogliersi improvviso di fantasie malinconiche, le quali facevano groppo intorno al cuore.

La contessina Cecilia aveva cionondimeno ben fatto a ritrarsi e lasciarlo piangere da solo. Che avrebbe potuto far ella? Il pianto di un uomo non lo può tergere che una madre, una sorella, o la donna a cui vi ha disposato l'affetto. E Cecilia non gli era nulla, lo aveva veduto per la prima volta in quel giorno, e non avrebbe potuto dargli che un conforto di volgari esortazioni, che un nobile cuore disdegna di offrire, o di ricevere.

Com'ebbe dato il primo sfogo a quel tumulto di affetti, Calisto si alzò, ribaciò il lembo della cortina, e andò a sedersi più in là, di rincontro al ritratto della contessa Giulia.

Era sempre al suo posto, la bella donna, ritta della persona, e tale era l'effetto della luce che giusta le pioveva sulla tela, da far credere che fosse sul punto di balzarne fuori. Il suo sguardo era mesto e profondamente affettuoso, come di donna che ha patito, e può dire come la regina di Cartagine: _Non ignara mali, miseris succurrere disco_; non son nuova al dolore, e ci ho imparato a compatire altrui. E come era splendida di naturalezza, quella mano, abbandonata, lungo le pieghe della veste di broccato, alle carezze di un povero levriero! Non era un concetto filosofico quello? Io credo di sì. La bella e pensierosa gentildonna guardava dinanzi a sè, ma non dimenticava l'umile creatura affettuosa che implorava le sue carezze e le lambiva la mano.

Calisto andava pensando a tutte queste cose, che, per l'età e per l'esperienza cresciuta, intendeva assai meglio di prima. E una cosa che potè riconoscere soltanto allora, si fu la somiglianza della contessa Giulia con la giovine castellana di Villa Cervia. Anche nel dipinto erano gli occhi neri e i capelli d'oro, e la stessa forma ovale del viso, il dolce sorriso della bocca, e perfino il collo, un filo più lungo del consueto, che aggiungeva leggiadria alla persona di Cecilia.

Donde vengono queste maravigliose rassomiglianze, e come si perpetuano nelle famiglie? Qual ragione arcana presiede alla riproduzione, or continua, ora interrotta e saltellante, dei medesimi tipi? E quale è il segreto di quella specie di affinità elettive che reggono la somiglianza, anche quando la celata intromissione di un nuovo sangue ha già spezzata più volte quella catena di esistenze che è detta la stirpe?

Quanti misteri ancora da esplorare, e quanti che non verremo forse mai a capo d'intendere! L'uomo invero è sommamente grande, se badiamo a tutto quanto egli ha fatto, dalla notte dei secoli in poi; se consideriamo come egli abbia diradato man mano quel gran buio dell'intelletto, ingentilendo il costume con ogni più svariata maniera di arti, scienze e speculazioni altissime; ma egli è altresì sommamente dappoco, se badiamo a tutto quanto gli rimane da fare, ai sempre nuovi problemi in cui si abbatte, a mano a mano che egli s'inoltra, alle sempre nuove serraglie nelle quali va a dar di cozzo il pensiero, povero vincitore che non può mai riportare gli onori del trionfo, e le cui vittorie sono ogni giorno messe in forse dalla necessità di una nuova battaglia.

Sant'Agostino, a parer mio, l'ha detta più giusta di tutti, quando affermò di essere giunto a sapere che nulla sapeva. Ma scusate; io qui mi ricordo un po' troppo di certe prediche, le quali non ho potuto mai spendere con questo gregge di montagna, e che mi rimangono chiuse nello scrittoio.

Torniamo a Calisto, che, raggomitolato nel seggiolone, stava contemplando il viso della contessa Giulia, ammirandovi, anzi adorandovi, i lineamenti leggiadri della giovine Cecilia. Egli, a furia di guardare e di almanaccare su quella testa, era venuto nel pensiero che fosse quello il ritratto della contessina, anzi lei in persona, che lo guardasse, con quegli occhi malinconici.

— O bella, o divina fanciulla, — diceva egli tra sè, — io ti ho veduta oggi appena, e già sento di amarti, come se il mio cuore fosse stato sempre il santuario della tua immagine. Soltanto nelle città, tra le mille cure, i mille sopraccapi della vita, e i mille ostacoli che mette la consuetudine al manifestarsi dell'anima di una donna, è costume naturale innamorarsi per gradi. Qui, all'aperto, tra il rigoglioso fiorir di ogni cosa, dove il sole, l'aria e il pensiero son liberi, l'eccezione è regolatrice suprema. Io però ti ho veduta, o bella; ho ammirato la grazia de' tuoi modi, la nobiltà del tuo spirito, e t'ho amata subito, con tutte le potenze dell'anima. Ma mi amerai tu? Potrai tu, vorrai forse intendere la subita e profonda adorazione dell'anima mia? —

Il giovine Caselli era tutto immerso in questi sogni, quando venne improvviso a distornelo uno stropiccìo di piedi, che si fe' udire nel salone; laonde si volse e balzò in piedi sollecito, tutto confuso, come un fanciullo colto in flagranti di qualche sua scappatella. Era il conte Emanuele, che gli veniva incontro, e dietro le sue spalle appariva il volto sorridente della contessina Cecilia.

Il vecchio gentiluomo aveva quella scioltezza di modi, o, per meglio esprimermi, quell'arte del dire e del fare che diventa come una seconda natura nella gente educata e vissuta lunga pezza con ogni ragion di persone, per la quale un uomo si sente anco lui meno impacciato a rispondere, e quasi di punto in bianco tirato ad usare di quella dimestichezza cortese che l'altro adopera, e che di solito non si acquista se non dopo un bel tratto di tempo.

— Finalmente! — esclamò il conte Emanuele, stendendo ambedue le mani a Calisto, per afferrare con piglio amorevole la sua, — noi vi abbiamo in casa nostra, signor Caselli. —

Il giovane rimase lì, tra confuso ed incerto, inchinando il capo, e senza risponder parola.

— Oh, non istate a credere, — soggiunse il conte, — che io ve lo ascriva a colpa. Il ciel me ne guardi! So molto bene come la pensiate rispetto a noi, e mi ero già capacitato di tutte le giuste ragioni della vostra ritrosia. Ora che siete finalmente venuto, io ringrazio il caso che vi ha condotto, e voi lo ringrazierete egualmente, perchè so anch'io di valer qualche cosa....

— Signor conte, che dite mai? — rispose Calisto. — Io ho sempre pensato che voi foste un perfetto gentiluomo, e la vostra cortese accoglienza mi fa oggi sentire più vivamente il rammarico di non essere venuto prima. Vedete? io non ho rossore di farvi scorgere che ho pianto assai, nell'entrare in queste sale. Tutte le antiche ricordanze mi hanno assalito ad un tratto, siccome io temevo, e mi hanno spremute queste lacrime che voi mi scuserete, perchè io ora mi sento più tranquillo, e penso di poter venire qualche volta al castello, per ringraziarvi delle vostre cortesie.

— Qualche volta! — interruppe il conte Emanuele. — Spesso, e non qualche volta, vogliamo vedervi al castello. Anzi, per suggellare il trattato, oggi starete a desinare da noi.

— Signor conte.... vi prego....

— Oh, non c'è conti che tengano. Anzi, fin da quest'ora, smetterete di darmi del conte. Chiamatemi signor Emanuele, vecchio colonnello di cavalleria messo a riposo, perchè gli andava troppo a' versi «la costituzione di Spagna», e vostro umilissimo servo. Guardate; qui siamo soli e senza ombra di soggezione; mia figlia e la sua dama di compagnia, io e il mio buon arciprete don Bernardo, vostro amicone, il quale dice sempre un gran bene di voi, e che qualche volta mi fa l'onore di venire a desinare con me e di fare una partita a scacchi, che egli perde sempre. E questo sia detto a mo' di digressione. Poi si va a passeggio su per questi greppi, e si torna all'imbrunire in casa, dove mia figlia ci fa udire un po' di musica. Rimanete, dunque; siete prigioniero di guerra. —

Il giovine non seppe che rispondere a quel diluvio di amichevoli parole e cedette a quella dolce violenza; ma figuratevi se non doveva essere contento, poichè ne aveva in compenso un sorriso della contessina Cecilia. Quella bionda creatura era compresa del suo nobile mandato, e giubilava, angelo di pace, tra i due rappresentanti delle famiglie che avevano dimorato nel castello.

Poco dopo giunse don Bernardo, e il buon arciprete fu grandemente maravigliato e contento, quando vide Calisto seduto al pianoforte, col conte Emanuele ai fianchi, il quale si stropicciava le mani, come Federico di Prussia dopo la battaglia di Rosbach.

E non crediate che io dica per celia. Il conte di Villa Cervia era soddisfatto della presenza di Calisto, come di una vittoria campale. Egli era contento di far vedere come egli trattasse cortesemente il figlio di quel ricco plebeo, che, se non erano le sue pazzie, non avrebbe mai più consentito ai Villa Cervia il ritorno nella dimora de' loro antenati.

Tra i fumi della vittoria egli non si addiede neppure che da quello incontro potesse nascerne un romanzetto bello e buono tra la sua figliuola e Calisto. Io, per me, credo che quando egli ebbe più tardi ad accorgersene, dovette provare il medesimo stupore di quel selvaggio che fece cozzar la prima volta due selci l'una contro l'altra e ne vide sprizzar le scintille. Nè soltanto egli era uomo da non pensarci punto, ma tale che, gli fosse pur balenato alla mente che Calisto potesse innamorarsi di Cecilia, ed ella di lui, ne avrebbe fatto le grasse risa, come di una stramba pensata.

Il conte, siccome vi ho detto, amava mostrarsi cordiale, alla mano, e metteva volentieri le sue vecchie pergamene sotto gli stivali; lodava a cielo l'Enciclopedia e citava spesso il Voltaire; non già il Rousseau, intendiamoci, che egli chiamava un pazzo da catena. Cotesto vi chiarisce come certe cose egli non le intendesse a mo' dei moderni, i quali sono figli del ginevrino, anzi che del filosofo chiacchierino di Ferney.

Cecilia, intanto, da quella innocente creatura che ella era, si lasciava andar a quella novità di affetti, senza fermarsi un tratto a pensarci su e misurare la china sulla quale era condotta dai casi. Il giovine andava spesso al castello, e certamente guidato dai più retti intendimenti del mondo, ma, per sua sventura e di altrui, senza vedere gli ostacoli insormontabili che la disparità dello stato metteva tra lui e Cecilia; cieco, insomma, come è cieco l'amore.

Egli dunque era quasi sempre lassù: la domenica andava a suonar l'organo, e tutto quel giorno rimaneva in casa Villa Cervia; gli altri sei della settimana non ci andava che alla sera per suonare il pianoforte, sfogliare la nuova musica della contessina, e ragionare con lei, in quella che tra il conte e don Bernardo durava l'eterna partita di scacchi.

Cotesto non bastava ancora all'innamorato, il quale si fece a trovare tutte le occasioni di veder la fanciulla. Ella, quasi ogni mattina, soleva andare con Giovanni e con la dama di compagnia a vedere le famiglie dei fittaiuoli, dar rimedi per gli ammalati, pannilini per i più poveri, a fare insomma tutto quello che faceva un tempo l'angelica signora, la madre di Calisto.

E non dubitate: andasse di qua, andasse di là, Calisto si trovava sempre, un po' prima, un po' dopo, sulla sua strada; laonde in breve diventò consuetudine il vederlo, e son certo che se fosse mancato una volta, alla dimane gli avrebbero chiesto se per avventura fosse stato ammalato.

Egli era tanto cortese colla dama di compagnia, donna attempata, a cui parlava sempre nel suo francese, con quella purezza di accento ch'egli aveva attinta alle sue fonti, in Parigi! Ed era così buono col vecchio Giovanni!... In quanto alla signorina, egli non le diceva mai cosa che uscisse di riga; parlavano sempre di musica, di lettere, di cose innocentissime, e nessuno badava al linguaggio degli occhi, ai fiorellini colti sui ciglioni dei sentieruoli, alle pazze sfuriate di allegrezza verso l'aria pura e verso il cielo sereno, insomma, a nessuno di que' nonnulla, di cui si nutre la più forte tra le umane passioni.

Al ritorno da quelle passeggiate campestri, Calisto accompagnava le signore fino agli alberi, sull'ingresso della piazzetta, e se ne tornava in giù, leggiero leggiero, e col cuore pieno di contentezza.

Venne l'autunno, e la vendemmia non fece che accrescere la dimestichezza. Le foglie appassite cadevano dai rami, ma non appassiva l'amore; e quando il temporale e la pioggia impedivano le passeggiate, Calisto aveva sempre un libro da restituire, una domanda da fare: se il fulmine avesse schiantato nulla, se la pioggia avesse guastato il giardino della contessina, e che so io.

L'inverno era un guaio; ma al giunger dell'inverno il conte Emanuele si buscò una forte infreddatura, pericolosa alla sua età. Il giovane allora fu tutti i giorni, mattina e sera, al castello, e non lasciava mai il letto del conte, a cui ministrava con figliale sollecitudine le bevande e leggeva da capo a fondo la _Gazzetta Piemontese_.

Cecilia, anch'essa, era sempre accanto al letto paterno, e al conte Emanuele era divenuta come una necessità di averli tutti e due al capezzale. Caselli di qua, Caselli di là, non c'era che Caselli di buono, ed era lui che dava sesto ad ogni negozio, e pareva fosse lui il capo di casa.

Tutti nel paesello di Dego avevano già in capo che un matrimonio fosse lì lì per fiorire, e chi dava del pazzo al conte, chi gliene dava gran lode. Don Bernardo, a cui il conte non aveva mai detto nulla, ma che vedeva la sua predilezione per Calisto, non diceva nè di sì nè di no a chi gliene domandava. Il vecchio domestico non aveva nulla da dire, ma in cuor suo desiderava che il bel signorino la sposasse davvero, e presto, la sua leggiadra padroncina.

Cecilia non pensava a nulla, non desiderava nulla. Calisto non aveva mai detto quella tale parola; non c'era dunque ragione di fare il suo esame di coscienza, e di mostrarsi più contegnosa. Amava, senza cercare più oltre, e si sentiva felice.

Ma se il cielo era sereno sul loro capo, qualche nuvoletta nera cominciava a turbar l'orizzonte. La burrasca doveva esser vicina.

XVI.

Era la primavera innoltrata.... Lasciatemi saltare alcuni mesi, tanto per affrettare il racconto. Esso non scapiterà punto, ad essere così ritagliato.

Che cosa infatti vi direi di nuovo, per questi quattro o cinque mesi lasciati in disparte? Che i due giovani si amavano e non se lo dicevano mai? Cotesto lo sapete, e sapete inoltre che, se non ci era la parola, c'era bensì, e tutto intero, il concetto. Un giro di ingegnose perifrasi rasentava sempre quella parola benedetta, senza mai darci dentro, e faceva intendere tutto ciò che occorreva sapere. Non c'erano poi, terribile artiglieria, gli sguardi lunghi e profondi, per supplire a ciò che non dicevano le labbra?

In quel torno, io conobbi da vicino il Caselli. Ero un povero pretonzolo, non nato per l'abito talare e pel tricorno. Oggi sono contento del mio stato; ma allora, se sapeste! mi bollivano in capo certe mattìe, delle quali oggi ancora si risente il mio modo di pensare, non sempre in rispondenza col mio ufficio ecclesiastico. Ma la bontà del Signore ha le braccia così grandi!...

Questo per farvi intendere come allora una certa comunanza di pensieri mi facesse amico il Caselli, e come egli passasse quasi ogni giorno con me tutto quel tempo che non era consacrato ai Villa Cervia. Di questa guisa io venni a sapere di molte cose, e d'allora in poi, sopraggiunte le peripezie e la catastrofe del suo amore, ne ebbi in mano tutte le fila.

Era la primavera innoltrata. Il mese di maggio smaltava di un bel verde la campagna, e il sole ci metteva del suo tutta la pompa dei colori e la tiepidezza dell'aria, quando quella tal nuvoletta di cui vi ho detto più sopra, accresciuta da mille vapori, s'ingrossò in forma di nembo sul capo di Calisto.

Il procaccia di Dego portò al conte Emanuele, insieme col solito giornale, una lettera da Torino, la quale fu letta e riletta con molta attenzione dall'ottimo gentiluomo.

Gliela scriveva un amico suo, il vecchio marchese di Cardiana, gran ciambellano a corte, col quale da parecchio tempo non teneva più carteggio; nè già per discrepanza di opinioni, poichè, come vi ho detto, le ubbìe liberalesche del conte Emanuele, non andavano niente più giù della pelle, e tutti ne sapevano quanto era necessario saperne.

Il vecchio marchese di Cardiana, dopo aver dato sue nuove all'amico, gli annunziava la visita del figlio suo, giovane sui ventisei, che era forse un po' sventatello in ragione dell'età, ma a cui il prender moglie avrebbe fatto un gran bene. In sostanza (e questo non lo diceva il marchese), il giovanotto menava a Torino una vita da scioperato e gli usurai gli davano troppo facilmente ad imprestito; laonde il padre, che era stato costretto a pagare per lui un centinaio di mila lire, e gli era parso di escirne pel rotto della cuffia, aveva pensato di dargli moglie; nè migliore avrebbe potuto trovarne della figlia del suo vecchio amico, la quale alla morte del padre avrebbe avuto un patrimonio di settecento mila lire, se non forse di più.

«Ti mando il giovanotto (diceva la lettera); tu vedrai se è partito che convenga alla tua bella figliuola, di cui mi si dice mirabilia. Se non ti va a genio, scrivimi liberamente; egli non sa nulla e non avrò che a richiamarlo presso di me. Noi rimarremo sempre i buoni e schietti amici di prima.»

Il marchese di Cardiana, che scriveva di queste lettere, era un uomo quattro o cinque volte milionario, e non aveva che due figli; per giunta egli apparteneva alla prima nobiltà piemontese, e si vantava di un suo antenato che era stato a Rodi con Amedeo di Savoia (il quale Amedeo, a dirla tra parentesi, non è mai stato laggiù); nè si poteva disconoscerne che fosse un magnifico partito, segnatamente se il giovine era costumato; della qual cosa, poi, non era a dubitarsi nemmeno, essendo egli un Cardiana.

Tutte queste belle ragioni si affacciarono alla mente del conte Emanuele, tra un periodo e l'altro di quella lettera miracolosa. D'altra parte, chi avrebbe egli dato in marito a Cecilia, fino a tanto che stava rinchiuso tra quelle montagne? Poichè questo passo si aveva a fare, meglio il farlo subito e cogliere una occasione che non si sarebbe più così agevolmente offerta, con una corona di marchese in capo e due milioni nel portafogli.

La deliberazione fu pronta nell'animo del conte Emanuele. Egli alzò gli occhi dallo scritto, e voltosi a Cecilia che stava seduta al suo pianoforte, mentre Calisto scorreva degli occhi il giornale, le annunziò la venuta del giovine marchese di Cardiana, loro mezzo parente per via di donne, il quale veniva a recar loro i saluti del padre e fare una scampagnata nelle Langhe.

La giovinetta impallidì, e i suoi occhi pieni di subitaneo sgomento andarono incontanente a cercare quelli di Calisto. Egli pure era diventato pallido come la morte.

Il conte Emanuele non si avvide di quello sguardo, e dopo aver preso il giornale che Calisto aveva lasciato cadere sulla tavola, se ne andò su d'una loggia lì accanto, come era suo costume, per mettersi in corpo tutte le quattro pagine.

— Cecilia, — esclamò il giovane, accostandosi a lei, nel colmo dell'agitazione, appena il conte fu andato: — quest'uomo sarà vostro marito!...

— Dio mio! non correte tanto! — rispose la contessina, senza trovare nè strano, nè disdicevole che egli per la prima volta si facesse a chiamarla col suo nome. — Egli viene, e sia pure; per la strada che viene potrà anche ritornarsene.

— Così pur fosse! Ma, vedete: ci sono dei presentimenti, che ingannano di rado; e questo è del numero.

— Perchè mi dite cotesto? — chiese Cecilia, assai più sgomentita che non volesse parere.

I suoi timori, infatti, rispondevano troppo bene a quelli del giovane. Che cosa voleva quel marchesino di Cardiana, del quale non s'era mai sentito parlare? Perchè veniva ad intromettere la sua ignota persona in un queto idillio campestre, senz'altra ragione che quella, già molto stramba di per sè stessa, di recar le novelle del padre, ignoto egualmente ai due giovani, e non mai nominato, nè in altra maniera ricordato dal conte?

— Perchè mi dite cotesto? — chiese adunque sgomentita Cecilia, ma non già per avere una risposta; chè la vera, l'unica che si potesse fare, l'aveva già data a lei il suo presentimento medesimo.

— Perchè?... — rispose Calisto. — Io chiedo piuttosto a me stesso, a voi, o Cecilia, perchè sono io tornato in questi luoghi, che io non dovevo vedere più mai. —

E dicendo queste parole, Calisto si percuoteva la fronte con le palme, quasi volesse spezzarla e farne uscire i dolorosi pensieri che vi turbinavano per entro. La giovinetta stava a guardarlo mestamente, senza aggiunger parola.

— Oh perdonatemi, signorina! — ripigliò Calisto. — Io non so più quel che mi dica, e il dolore fa sì che non esprima neppur giustamente quello che penso. Checchè avvenga di me, non ho io conosciuta la vostra casa? Non ho io vissuto un anno di felicità? —

La contessina non rispose, ma il suo turbamento era la più eloquente delle risposte.

Passarono due giorni, due brevissimi giorni, nei quali Cecilia fu amorevolissima col Caselli e più malinconica dell'usato. La mattina del terzo, giungeva al castello, accolto con gran giubilo dal conte Emanuele, il marchesino di Cardiana.

Era costui un giovinetto di bella presenza, attillato e profumato come un damerino del suo tempo, che nel parlare smozzicava l'erre e fischiava l'esse, giusta il costume dei suoi pari, pieno di alterigia con gli uomini e di leziosaggine con le signore. Veniva al castello di Villa Cervia con uno staffiere e due cavalli, come sarebbe andato a fare una trottata al Valentino; e all'albergo di Dego, dove era rimasto ad aspettar la venuta dei cornipedi, che gli erano indietro di mezza giornata, era smontato con un reggimento di valigie e bauli, da disgradarne un viaggiatore inglese.

Alla contessina Cecilia uomini di quella fatta non andavano molto a' versi; laonde, a malgrado delle sue smancerie, anzi appunto per queste, fu molto riserbata con lui, fino a quel punto che le buone creanze consentivano ad una sua pari.

Ma da quel giorno, addio passeggiate pei campi, addio facili ritrovi, addio occasioni di lieti ragionamenti. Della qual cosa non è a dire come si struggesse Calisto, e come gli fosse accresciuto il rammarico della sua solitudine. I bei sogni si dileguavano tutti ad un tratto. Passeggiava concitato per que' sentieruoli, memori di tante dolcezze, e non trovava più diletto nel sereno del cielo, o nel verde dei prati. Alzar gli occhi da terra e scorgere, allo svoltare di un poggio, le due torri merlate del castello di Villa Cervia, era divenuto per lui un tormento; e allora dava indietro sollecito, cercando tregua al dolore, e non trovandola mai, poichè il suo dolore egli lo portava con sè.

Il conte Emanuele non si era punto mutato nella sua amorevolezza per Calisto. Egli anzi lo presentò, come un suo carissimo amico, al marchesino, il quale gli fece un saluto schizzinoso, non udendo accompagnato il suo nome da verun titolo di nobiltà.

Questo marchesino venuto di fresco riguardava il Caselli come un intruso, e la semplicità del suo vestire, il suo umor taciturno, erano facilmente scambiati per meschinità campagnuola e zotichezza plebea. Quando egli parlava de' suoi viaggi di Parigi, di Londra, di Vienna, Calisto si guardava ben bene dal fargli intendere che quelle città gli erano state altrettanto dimestiche; e, tra per l'interno rammarico e per la sua ripugnanza a parlare, si teneva affatto in disparte, lasciando che il marchesino sciorinasse le sue leziosaggini alla giovinetta, e che il conte Emanuele facesse le più sperticate lodi del nuovo venuto.

Che importava a lui, finalmente, delle lodi date a quell'altro? Egli ben sapeva e vedeva chiaramente co' suoi occhi quanto poco giovassero presso l'amata fanciulla i complimenti e le affettature del marchesino di Cardiana.

Un giorno, mentre quest'ultimo era andato a cavalcare presso il paesello di Dego, la contessina Cecilia, trovatasi sola con Calisto, gli disse:

— Signor Caselli, io temo davvero che mio padre mi voglia maritare.

— E che cosa gli avete risposto? — chiese egli, turbato.

— Nulla, perchè egli non me ne ha ancora parlato.

— E che cosa risponderete, se ve ne parlerà? — incalzò il giovine, col piglio di chi aspetta da una parola la sua sentenza di vita o di morte.

— Io..., — rispose Cecilia. — Perdonatemi, signor Calisto! non lo so.... —

E vedendo come quelle sue parole avessero turbato il giovine, la contessina soggiunse, con accento malinconico:

— Ditemi, che cosa rispondereste voi, nel mio caso, alla dimanda di un padre? —

Calisto non rispose. Egli non era così egoista da non intendere le angustie della giovinetta. Stette silenzioso alcuni minuti, col viso nascosto nelle palme; ma quel silenzio maturava una energica deliberazione. Infatti, dopo quella breve sosta, il giovine balzò in piedi, e disse a Cecilia:

— Debbo parlare col conte. —

E senza aspettare che ella gli chiedesse perchè, si mosse dal salone dov'erano ambedue, per andare alla loggia, dove il conte Emanuele stava seduto, a leggere il suo giornale consueto.

— Signor conte, — disse egli facendosi animo, sebbene tremasse per la grande commozione dal capo alle piante, — ho bisogno di parlarvi.

— Dite, amico mio, dite, — rispose il conte Emanuele in quella che posava il foglio sul parapetto. — Ed anzitutto sedetevi qui, vicino a me.

— No, signor conte. Ho a chiedervi una cosa, e mi bisogna chiederla in piedi, a capo scoperto, con quel massimo rispetto che ho sempre avuto per la vostra persona.

— Oh, non mi fate tremare; ditela su, questa cosa.

— Signor conte, — ripigliò allora Calisto, facendo violenza alle parole che non volevano uscirgli di bocca, — io vengo a chiedervi la mano di vostra figlia, la contessina Cecilia di Villa Cervia. —

XVII.

Diede uno sbalzo dal suo sedile, il vecchio gentiluomo, a quelle parole inaspettate; e guardò in viso il giovane Calisto, in atto di chi non aggiusti fede alle proprie orecchie ed abbia mestieri di nuove testimonianze.

Ma il giovane stava ritto a due passi da lui, pallido, modesto e severo come un generoso che aspetta la morte. Egli invero non si riprometteva una favorevole risposta; ma, dopo aver finalmente pronunziate quelle parole fatali, si sentiva parato ad ogni cosa.

Durò tra essi una pausa, che parve molto lunga ad ambedue; ma più lunga al conte Emanuele, a cui toccava rispondere. Chinò gli occhi, gli alzò due o tre volte, e dopo aver molto cercato che cosa gli dovesse rispondere, non gli venne altro alle labbra che questa domanda:

— Dite da senno?

— Oh, signor conte! — esclamò corrucciato Calisto. — Vi pare una dimanda, la mia, da celiarvi su?

— No, no.... — ripigliò il conte. — Il cielo me ne guardi. Ma, in fede mia, la mi giunge così nuova....

— Sì, è nuova, signor conte; ma non è altrimenti nuovo l'affetto che ho concepito per la figlia vostra. Sono indegno di lei, lo so; indegno a gran pezza, ma in quel modo che potrebbero essere gli uomini tutti del mondo, innanzi a tanta bellezza, a tanta virtù, a tanta nobiltà d'intelletto. —

Il conte Emanuele aveva l'aria di cader dalle nuvole. Stette con molto raccoglimento a sentire i discorsi del giovane, e, dopo alcuni secondi di silenzio, nei quali fece prova di raccapezzarsi un tratto, rispose:

— Voi rendete giustizia alla contessina di Villa Cervia, e ve ne ringrazio. Ma ditemi, signor Caselli: e da quando vi è nato il pensiero di chiedermela in moglie?

— Oggi stesso, signor conte; ed ho pensato inoltre, che, fatta una risoluzione simigliante, fosse sconveniente ogni ritardo.

— Ed avete saviamente operato, signor Caselli, perchè certe cose bisogna dirle subito subito. Io penso che voi, leale come siete, non avrete detto cosa a mia figlia che....

— Nulla, signor conte! — interruppe Calisto. — Io non le ho anche detto nulla di questo mio proposito.

— Lo credo; e vi risponderò con pari schiettezza che, oltre alle molte ragioni, le quali si opporrebbero a questa vostra dimanda, e le quali la perspicacia vostra vi farà intendere non risguardar punto il vostro carattere, ve n'ha una, di cui voglio parlarvi subito. Siete giunto troppo tardi, signor Caselli. Ieri ho concessa la mano di mia figlia al giovane marchese di Cardiana. —

E dette queste fatali parole, anche il conte Emanuele si sentì meno impacciato. L'amore di Calisto gli giungeva come un fulmine a ciel sereno; la sua dimanda di matrimonio offendeva tutte le sue opinioni di nobile; ma non poteva scordarsi d'un tratto la sua amorevolezza per il giovane Caselli, la rispettosa amicizia di quest'ultimo, ed intendeva altresì quanto gravi dovevano essere le trafitture nel cuore dell'innamorato, per condurlo a quel disperato colloquio.

Però non seppe assumere quell'aria di dispregio che una simile domanda, fatta da un altro, gli avrebbe sicuramente inspirata; e, tra le ragioni che gli erano venute alle labbra, egli scelse quell'una, la quale, mentre pur rispondeva alla verità delle cose, non potesse offendere il delicato sentire del suo umile amico.

Sulla mente e sugli occhi di Calisto si distese una nube, che egli invano tentò di sgombrare, facendosi scorrer le mani sulla fronte, in quella che mormorava:

— Ah! lo avevo preveduto!... —

Il conte taceva, e stava aspettando, con rammarico ed impazienza, il fine di quella scena spiacevole.

— E la contessina lo sa? — chiese finalmente Calisto.

— No, — rispose il vecchio gentiluomo, — ma oggi stesso lo dirò a lei, presentandole il marchese di Cardiana come suo fidanzato.

— Come, signor conte? — gridò Calisto, il quale non poteva più contenersi. — E senza dirgliene nulla? senza chiederle innanzi se il suo cuore vi consente?... —

Qui il conte Emanuele apparve qual era nel fondo, il nobile e borioso castellano, per cui Calisto non era che il povero borghesuccio, o, come si dice da certa gente, il plebeo.

— Mia figlia, signor Caselli, — disse egli alzandosi in piedi, — è del sangue dei Villa Cervia, e quello che fa suo padre è ben fatto per lei. Mi duole d'esser costretto a ricordarvelo.

— Perdonate, signor conte, — ripigliò Calisto, a cui la gravità del colloquio conferiva le forze per sostenerlo. — Voi bene intendete che io metto in questo duro giuoco la mia ultima posta, la mia tranquillità, la mia vita. Ora che ho cominciato, siate cortese; compatitemi, lasciatemi finire. —

Il conte Emanuele fe' un cenno del capo, che voleva dire: accomodatevi, e si rimise frattanto a sedere.

— Signor conte, — proseguì Calisto, misurando le parole con solenne lentezza, — io so bene di non essere nulla ai vostri occhi; ma la ragione che voi mi avete addotta pur dianzi è troppo lieve in cosa di tanto grave momento. Scusate; io non intendo con ciò di recarvi offesa, nè di biasimare ciò che fate. Ma io amo vostra figlia di un amore ineffabile, immenso. Ora, se voi credete che questo sia un argomento non isfornito di pregio per la felicità della figlia vostra, datemi ascolto. Io diventerò uomo non indegno di voi, nè di lei. Sono povero; le quaranta mila lire che mi rimangono, io quasi non ardisco metterle in conto; ma mi restano ancora molti e sinceri amici in alto stato. Rimane una strada sulla quale io avevo già divisato di mettermi, e me ne distolse la morte dei miei parenti, il nessun pensiero che io avevo di me stesso dopo la rovina della mia famiglia; una strada nella quale un giovane della mia età, con la mia volontà e con quella virtù prepotente che gl'infonderebbe il desiderio di mostrarsi degno del vostro parentado, mi farebbero entrare, non senza decoro al mio nome ed al mio paese che andrei a servire altrove. Ho conforto di buoni studi; parecchie delle lingue d'Europa mi sono familiari. Ve lo giuro per l'anima mia, signor conte, diventerò un uomo! —

Dette queste cose con voce sicura e con piglio eloquente, il giovane Calisto si fermò, e stette con una mano appoggiata al parapetto, la fronte alta e lo sguardo sereno, ad aspettare la risposta del conte.

Questi era rimasto fortemente commosso dal discorso del giovane; ma se i suoi modi verso di lui potevano per avventura essersi più temperati, non si erano veramente mutati i propositi.

— Ve lo credo, amico mio; — egli disse. — Ma tutto questo potrebbe forse farvi.... —

E qui il conte fu molto impacciato a finire la frase.

— Proseguite! — soggiunse Calisto. — Non abbiate timore di offendermi. Io berrò questo calice fino all'ultima goccia.

— Orbene; non vi dolga la mia schiettezza; — ripigliò il conte Emanuele. — Ma tutto questo non potrebbe conferirvi quello stato che dànno solamente i natali. Non già che io creda gli uomini divisi in due caste, e venuti da diversa progenie. Me ne guardi il cielo. Io per me sono spregiudicato, e filosofo anzitutto; ma le consuetudini di famiglia.... le nostre parentele.... Come potrei sottrarmi io alle leggi dei miei pari? —

Non vi era più speranza, dopo quell'ultima argomentazione del conte di Villa Cervia, e ben lo intese Calisto, a cui vennero meno il coraggio e le forze.

— Signor conte, io non ho più nulla a dirvi. Il cielo vi guardi.

— Ve ne andate? — chiese il conte, in quella che si alzava da capo per accomiatarlo.

— Sì, e non troverete disdicevole, io spero, che io non torni più al castello.... —

Fu scosso il vecchio gentiluomo da quella generosa profferta del Caselli; ma, poichè gli niegava la mano di Cecilia, era pur naturale che lo pigliasse in parola.

— Che dite mai? — rispose egli. — Trovo giustissimo il vostro proposito. Dopo ciò che è avvenuto, è ben naturale che non abbiamo più a vederci.... almeno per un tratto di tempo. E permettetemi intanto che io vi dichiari degno della fiducia che avevo riposta in voi. Minor virtù di sacrificio io non mi aspettavo certamente da un animo come il vostro. Addio dunque, mio giovane amico, e perdonatemi. —

Calisto se ne partì precipitoso, senza neppur toccare la mano che il conte Emanuele era lì per offrirgli in atto di commiato. Gli scoppiava il cuore e non poteva mentire una serenità dalla quale era tanto lontano.

Giunse fino al salone, dove diede un ultimo sguardo di addio al ritratto della contessa Giulia e a tutte le sue memorie giovanili; quindi si avviò per le scale.

Colà si avvenne in Cecilia che era uscita sulla piazzetta, e risaliva, pallida anch'essa come una morta.

— Signorina, — disse egli, con accento disperato, — ho parlato con vostro padre....

— Orbene? — rispose Cecilia, guardandolo con ansietà.

— Tutto è finito, signorina.

— Ah! — esclamò la contessina, e fu costretta ad appoggiarsi contro il muro, per non cadere sui gradini.

— Ricordatevi di me, Cecilia! Non ci vedremo mai più. —

E fuggì frettoloso, perchè la piena del dolore lo soffocava.

A piè della scala si volse. La contessina Cecilia era rimasta al medesimo posto, con gli occhi fissi a terra, le braccia prosciolte lungo le pieghe della veste.

Allora risalì a furia; le afferrò la mano, la strinse e vi impresse un bacio, il primo bacio d'amore che turbasse il sangue a quella gentil creatura, e fuggì.

In capo alla piazzetta gli era riserbato un nuovo rammarico.

Giovanni, il vecchio servitore, che veniva su per l'erta, lo fermò con la sua dimestichezza consueta, per chiedergli sue nuove.

— Giovanni, lasciami andare! — gli gridò Calisto, che non ne poteva più.

Allora Giovanni, stupito, lo guardò in viso; e dallo stupore passò allo spavento.

— Potenza del cielo! — gridò egli, giungendo le palme, — come ha visto scombuiato! Che le è mai accaduto, signorino?

— Giovanni, lasciami andare! Ho la morte nell'anima. Non ci vedremo più!

— Che? come? — gridò il vecchio servitore. — Ah! il torinese.... sposa la contessina? —

Calisto, che era già per muovere il passo, si rattenne, ed afferrando il braccio del vecchio, gli disse:

— Come? tu lo sapevi?...

— Io no, signorino; ma il cuore mi diceva che nella venuta del marchese di Cardiana c'era un grosso perchè. La tristezza della padroncina, quella di Vossignoria, mi dicevano molto. Ora, vederla partire così a precipizio, udire quelle sue rotte parole.... che cosa debbo pensarne, mio Dio?...

— Te ne duole, Giovanni? Tu dunque non avresti veduto di mal occhio che Calisto Caselli, un plebeo, sposasse la castellana di Villa Cervia?

— Io!... — gridò il povero vecchio, con gli occhi imbambolati. — Se c'è cuor nobile al mondo, degno dell'amore della contessina Cecilia, è il suo, senz'altro, signor Calisto, è il suo. Oh, la non dubiti, io li conosco i veri gentiluomini; sono vecchio e me ne intendo un poco. I veri gentiluomini, quelli del vecchio stampo, sono fatti come Vossignoria.

— Grazie, Giovanni, grazie! qua la mano, e addio. Ricordati del tuo giovane amico! —

E giù a furia per la discesa, lasciando il povero servitore tutto lagrimoso e tremante.

Quando fu al Castagneto, si chiuse nella sua camera, e per tutto quel giorno, fino al mattino seguente, non vide nessuno; non volle cibo, nè altro.

I contadini che gli stavano presso, lo udirono singhiozzare e passeggiare concitato per la camera; verso sera si pose allo scrittoio, ed essi, per tutta la notte, non udirono altro che lo stridere convulso della penna sulla carta.

XVIII.

Alla dimane, sul mezzogiorno, il suo fittaiuolo Gerolamo venne a cercarmi nel paesello, per dirmi che il signorino desiderava vedermi.

Corsi al Castagneto senza indugio, e lo trovai nella sua camera, sparuto e pallido come un morto, con gli occhi rossi e i capelli rabbuffati, ma tranquillo, o, per meglio dire, spossato.

Mi ringraziò della sollecitudine con la quale ero corso al suo invito, e, fattomi sedere, mi raccontò tutto: come avesse speranza di essere riamato dalla contessina; come la improvvisa venuta del giovine marchese di Cardiana lo avesse posto in tali distrette, dalle quali aveva voluto uscir nobilmente, mercè un colloquio col conte Emanuele.

Io già sapevo, come vi ho detto, dell'amor suo per la giovinetta; un amore, del resto, che non era ignoto ad alcuno, tranne al conte, che avrebbe pur dovuto essere il primo ad avvedersene. La catastrofe, che egli mi narrò, mi commosse fortemente, sebbene non fosse a prevedersi diversa.

— Qui, — mi disse il giovine Calisto, mettendo la mano su d'un libro manoscritto, che era ancora aperto sullo scrittoio, — c'è tutto il mio povero romanzo, che doveva finir così male! Ho notato tutto, dal mio ritorno tra queste montagne fino al colloquio di ieri e alla deliberazione che ho presa stanotte.

Egli pronunciò queste ultime parole con un'aria così cupa, che io tremai tutto, e mi affrettai a prendergli la mano tra le mie, lasciando trapelare l'ansietà dell'animo e il desiderio di rimproverarlo.

— Non temete, don Luigi, — soggiunse egli, sorridendo malinconicamente, — non ho nessuna voglia di uccidermi. Le mie opinioni intorno al suicidio saranno certamente alquanto disformi dalle vostre, imperocchè io non nego all'uomo il diritto di levarsi la vita, quando questa gli sia divenuta increscevole. Avrò il torto; ma la è una quistione cotesta che non ho avuto ancor tempo nè agio a studiare per bene, e i miei giudizi, comunque vi paiano, sono a quel punto che vi ho detto. Per contro, se diverso è il pensare tra noi due, io convengo nella vostra sentenza riguardo al fatto, e sono avverso al suicidio, perchè non voglio far ridere gli stolti, nè muovere a pietà i buoni che vedono sempre in quest'atto, o la rovina degli averi, o un amore sfortunato, o finalmente un ramo di pazzia. Da queste tre argomentazioni non si esce, a sentire la gente; il perchè, se uno si uccide, ha da rassegnarsi in anticipazione ad una di queste varianti, appiastrate alla sua riputazione, come una lapide infame nel luogo ove era edificata la casa di qualche celebre disgraziato, compianto dagli uni, maledetto dagli altri, sempre mal giudicato da tutti. No, don Luigi, non mi ucciderò, ve lo giuro; non ho in animo di lasciare eredità di mestizia agli onesti, argomento di ciarle assassine all'universo. —

Mi sentii raffidato da quelle parole; intanto egli proseguì:

— Ho divisato di andarmene da questo paese. A Torino troverò modo di vendere il Castagneto, o pigliarvi su denari ad imprestito, e poscia me ne andrò lontano lontano, che l'aria nol sappia neppur essa. In qualche angolo della terra troverò pure il modo di proseguire onoratamente la vita, o levarmene il tedio, senza disonore, o viltà. Ed ora, buon amico, che avete compassione di me, eccovi il mio libro. Voi siete un uomo di cuore; lo screzio delle opinioni che corre tra noi non mi ha punto impedito di amarvi, e di cattivarmi la vostra amicizia. Eccovelo dunque, il testimone eloquente dei miei affetti sconsolati; voi lo terrete come un ricordo di me. Anche iersera, dopo averne sfogliate alcune pagine, che m'ero fatto a leggere con amara voluttà, fui sul punto di consegnarlo alle fiamme. Ma, dissi a me stesso, quella divina creatura, di cui esso è la glorificazione quotidiana, non mi ha fatto nulla; innocente cagione dei miei mali, essa ne avrà rammarico, se non così forte come il mio, certo assai somigliante. Ho in quella vece deliberato di finirlo, scrivendo la storia dolorosa di questi ultimi giorni, e di consegnarlo a voi. Lo leggerete; vedrete i miei pensamenti, tutte quelle sfumature di concetti che rispondono ai fatti più minuti della vita, e vi servirà per dire un po' di bene di me, quando altri forse addenterà la mia fama. —

Povero giovane! Così la storia del suo amore si fosse fermata a quel punto! Così fosse egli morto davvero, come egli chiedeva con tanta sincerità di desiderio.

Io accettai il manoscritto e gli promisi che non mi sarei scordato di lui.

In mia presenza diede sesto a tutte le sue cose, e dopo aver preso un po' di cibo con me, col cuore gonfio di amarezza, ma tranquillo negli atti e nel portamento, partì alla volta di Torino, sulla via di Mondovì, dopo aver detto ai suoi fittaiuoli che andava per un viaggio di pochi giorni.

La gente a Dego ne fu molto meravigliata; se ne fecero i gran ragionari per case e botteghe; e vi lascio immaginare quanta confusione di parole e di lingue ci fosse, dopo che si era detto e creduto generalmente che l'orso del Castagneto era stato addomesticato dalla schifiltosa castellana di Villa Cervia, e che si dovevano tra breve far le denunzie in chiesa.

Ma non istette molto a farsi strada la verità, sebbene sformata a capriccio nei particolari; e una settimana dopo, tutti sapevano che la contessina Cecilia andava sposa al giovane marchese Alberto di Cardiana, quel damerino attillato che passava tutte le mattine a cavallo per la via principale del paese, e (Dio mi perdoni) faceva l'occhiolino a tutte le femmine che stavano al davanzale.

Ora mi è necessario narrarvi brevemente quello che avvenne al castello, dopo la partenza di Calisto.

Il conte Emanuele, tutto pieno di mal umore per il colloquio avuto col giovane, deliberò di andar tosto dalla figliuola e chiarirle il suo divisamento sui due piedi. Ma non gli venne fatto, imperocchè la trovò mezzo svenuta nelle braccia della sua dama di compagnia, buona donna che non sapeva nulla, e non intendeva nulla, tranne il suo francese, il suo inglese, i suoi ricami e i romanzi innocenti di Anna Radcliffe.

Costei attribuiva il male improvviso della contessina ad un colpo di sole; e il conte, sebbene quella ridicola spiegazione lo facesse borbottare un tal poco, non disse nulla di quello che egli ne pensava, e si ritirò, lasciando alla figliuola il tempo di riaversi.

La contessina si sentiva tuttavia così debole, che fu necessario metterla a letto, dove stette cinque giorni, con un po' di febbre e in uno stato di fiacchezza che il medico battezzò non saprei più dirvi con qual nome. Questo nome e la spiegazione trovata dalla dama di compagnia servirono intanto, al conte Emanuele, per dare al suo ospite una ragione dello stato di Cecilia o scusarne la breve assenza dalla loro compagnia.

Ma appena si fu alzata dal letto ed uscì dalla sua camera, il conte ebbe con lei un lungo colloquio, in cui le disse dei suoi disegni, e in modo da farle capire come egli fosse irremovibile nei propositi.

La povera fanciulla non intendeva come una figlia potesse ribellarsi alla volontà di un padre. Pianse molto in segreto, ma, dopo aver pianto, accettò la mano del giovane marchese.

Ottenuta quella vittoria sull'animo di lei, si mandò innanzi il negozio con grande sollecitudine. Fu anzitutto deliberato che le nozze si sarebbero fatte a Torino. Il marchesino partì, e quindici giorni dopo giungeva il vecchio marchese di Cardiana in persona, a salutare la futura sua nuora e accompagnarla insieme col conte Emanuele alla capitale.

Nel paese di Dego si riseppe poco dopo che la contessina Cecilia era divenuta marchesa di Cardiana e che era partita col marito alla volta di Parigi, dove la felice coppia doveva passare l'inverno.

Il conte non rimase a Torino. Fatte le nozze, egli se ne era ritornato al castello, dove visse solitario e malinconico; e il vecchio Giovanni più malinconico, più aggrondato di lui.

Non andava più alla Villa Cervia che il parroco don Bernardo, a perdere, secondo l'uso, la sua partita a scacchi. La messa nella cappella fu abrogata di fatto, poichè non se ne parlò più, e il conte pigliò subito, dopo il suo ritorno, il costume di andare egli stesso alla chiesa parrocchiale.

Il castello era come deserto, e la povera gente dei dintorni rammemorava più che mai i Caselli, associando tuttavia al ricordo dell'angelica madre di Calisto, quello della bionda contessina, la quale (dicevano) nel suo partire alla volta di Torino non ci aveva un'aria molto contenta.

Non è da tacersi qui che, innanzi d'andarsene, ella aveva fatto molti donativi a tutte quelle povere famiglie di contadini. Si seppe inoltre che, accompagnata dal vecchio Giovanni, ella era andata fino al Castagneto, dove non l'avevano mai veduta a giungere, e, dopo aver chiesto amorevolmente a que' fittaiuoli della loro salute e del loro stato, aveva regalato un bel gruzzolo di monete.

Il conte Emanuele cansava ogni occasione di nominare Calisto. Una sola volta a don Bernardo, che sbadatamente ne aveva fatte le lodi e gliene chiedeva novelle, rispose secco:

— L'ho visto a Torino. Era venuto a San Giovanni quando fu celebrato il matrimonio. Io l'ho riconosciuto, ed egli se n'è andato subito via. —

Infatti Calisto era a Torino, da dove mi scrisse tre o quattro lettere. Stava appunto per pigliare una somma di denaro ad imprestito, quando giunsero gli sposi alla capitale. Egli volle assistere dal fondo d'una navata alla cerimonia, e fu male per lui; poichè nel suo cuore riarse la fiamma più viva che mai, e tutti i suoi proponimenti andarono in fumo.

Nell'ultima sua lettera egli mi annunziò che andava a Parigi. A che farci, poichè sapeva del viaggio degli sposi a quella volta? A soffrire maggiormente, non visto? A far soffrire altrui, se ravvisato nella moltitudine?

Ma il cuore non ragiona; e d'altra parte il destino disponeva le fila.

XIX.

Da quel giorno in poi, Calisto non mi scrisse più verbo; nè di lui ebbi nuova più oltre, salvo che egli doveva trovarsi in male acque, poichè un anno dopo il podere del Castagneto era stato venduto.

Al castello si menava sempre la stessa vita monotona. Il conte Emanuele usciva di rado, e non si faceva vedere che alla domenica nel paesello, dove la sua aria grave e lo sguardo accigliato lo avrebbero fatto sembrare uno spauracchio da bambini, se non fosse stato conosciuto da tutti per quel degno gentiluomo che era. Il vecchio Giovanni che lo seguiva, era anche lui duro come un piuolo, ed era inoltre diventato severo e muto come una tomba.

Appena giunse l'estate, la marchesa di Cardiana venne col marito a dimorare nel castello.

Era molto mutata da quella contessina Cecilia che avevamo conosciuta un anno prima. Il volto aveva sereno, ma pallido, e una cert'aria pensierosa e il tardo muovere degli occhi, che usava tener quasi sempre socchiusi in atto di chi si raccoglie nelle sue interne meditazioni, davano a credere che su quel biondo capo si fossero addensate già molte procelle.

Io non so se sia vero del tutto; ma pare a me che le persone, le quali hanno patito, s'abbia a conoscerle a prima giunta. Stanno bene come voi; sono in carne come voi, sorridono come voi, nel giro di una amichevole e gaia conversazione; ma un nonnulla sul loro viso, un certo modo di volgere gli occhi senza guardar nulla, una grinza leggera e quasi invisibile, vi mutano a un tratto quella figura. Avete dinanzi agli occhi lo stesso volto, ma non è più la medesima fisonomia.

La grand'arte dei valenti pittori sta nel saperli cogliere, questi momenti, e di lumeggiarne la testa con un semplice tocco di pennello. I grami, i dozzinali, non badano a questi gravissimi nonnulla, e vi fanno un ritratto nel quale ci sono tutti i lineamenti, spesso fedelmente copiati, ma guasti da quelle smorfie ed atteggiamenti d'uso che arieggiano la fotografia.

Questa sì davvero è l'ultima ragione dell'arte. Vi riproduce con quella materiale fedeltà, che io direi piuttosto infedele, di un dato momento, dopo avervi composte le membra e comandato il piglio che sembri più acconcio. Cerca di farvi più bello e non vi fa più vero; perciò vediamo persone gravi per natura, le quali sorridono sulla cartolina come altrettanti babbei, stolidi che vi assumono un'aria di malinconia soave da innamorare i sassi.

Poichè sono venuto a parlare della fotografia, lasciatemi dire una cosa, la quale a voi, che volete darvi allo scrivere dei costumi del tempo nostro, non tornerà forse inutile del tutto. Voi vedrete, anzi non vedrete nulla, ma lo vedranno i nostri nepoti, che il tipo della società civile del secolo nostro andrà sepolto insieme con noi. E mi spiego.

Qual è ai dì nostri la casa che non abbia i suoi vecchi ritratti a olio, siano eredità di famiglia, o compere fatte dal rigattiere? Sono gravi magistrati con la zazzera lunga e pendente in ordinati cincinni sulle spalle; guerrieri con la corazza di acciaio, le brache di raso e gli stivaloni di marocchino giallo; gentildonne incipriate con un fiorellino tra le dita; professori con l'abito nero tagliato a coda di rondine, i ciondoli al panciotto e una lettera in mano colla sua brava soprascritta in mostra; tutta gente di cui non sapete il più delle volte neanche il nome, ma che siete avvezzo a vedere, e che vi rappresentano il tipo di uno o due secoli fa; riscontro utilissimo di una generazione con l'altra.

A que' tempi ogni famiglia aveva i suoi ritratti e passavano all'erede insieme col rispettivo gruzzolo di doppie. La moneta si spendeva, ma le vecchie e venerande figure restavano; correvano di casa in casa, passavano per mille vicende fortunose, ma restavano.

Oggi, che cosa c'è in ricambio? La fugace fotografia, merce da albo, che costa poco e dura anche meno. I grand'uomini, poi, sono tutti in litografia. Io li vorrei aspettar tutti fra cent'anni, e vedere che cosa rimarrà, quale ricordo efficace della nostra generazione e del suo tipo particolare. Passeremo come tante ombre; i futuri si ricorderanno dei nostri vecchi, i quali affidavano la loro immagine alla tela, non già di noi. E sarà forse il meglio!

La marchesa di Cardiana aveva portato alla dimora paterna il suo ritratto, magnifica opera di un francese, certo Delaroche; il quale doveva essere un pittore de' buoni, poichè nel suo dipinto ci si vedevano tutte quelle cose che generalmente non intendono i dozzinali dei quali vi ho detto. La rassomiglianza della giovane Cecilia col ritratto della contessa Giulia s'era fatta più spiccata, dopo il suo matrimonio, e il quadro del francese le aveva dato la stessa malinconia dello sguardo, lo stesso atteggiamento sereno e severo che si notavano nel vecchio dipinto dell'antenata.

Il nuovo quadro fu appeso nel salone, a riscontro col vecchio, e la giovine e l'antica castellana di Villa Cervia parevano due sorelle; argomento di continua ammirazione e di lunghe estasi per il vecchio Giovanni, che amava tanto la sua nobile padroncina.

La marchesa non usciva quasi mai, e nelle sue rare passeggiate non si dilungava mai dal castello. In paese non si lasciava vedere che le domeniche alla messa. Il marito in quella vece era sempre attorno, e quasi ogni giorno alla caccia, accompagnato da molti terrazzani, perchè i dintorni non erano molto sicuri, a cagione di una banda di malandrini, comparsa fin dall'inverno su quelle montagne.

Costoro erano renitenti alla leva e gente perduta, che dopo essere sguisciati dalle branche della giustizia si davano alla macchia. Li comandava allora un certo furfante detto il _Bruno_, che aveva ucciso padre e madre, ferocissimo uomo, come potete argomentare.

I carabinieri, sebbene vi si mettessero con le mani e coi piedi, non erano anche venuti a capo di snidarli. Erano avvisati che il Bruno s'avesse a trovare in un casale; correvano, e vattel'a pesca, il Bruno non c'era; alla dimane risapevano di un malefizio perpetrato quindici miglia discosto. Oggi era un povero carrettiere spogliato delle sue doppie; domani una casa messa a sacco; un altro giorno una donna rubata alla sua famiglia, e giù di questo passo.

Nei pressi del nostro paesello la banda aveva fatto poche comparse; ma il Bruno era venuto a ronzarvi, per pigliar lingua, ed aveva perfino trincato coi tutori dell'ordine pubblico, i quali lo avevano tolto in cambio di un rispettabile mercante di maiali che andasse alla fiera.

Il castello di Villa Cervia, sebbene un po' fuori di mano, non aveva molto a temere dalle imprese di que' galantuomini. Alteramente bastionato sui due lati, non aveva alle spalle che una ripida costiera piantata di roveri, su per la quale uno poteva inerpicarsi benissimo, ma senza trovare una finestra, un buco, intorno a cui lavorar di piccone. La piazzetta non sarebbe stata neppur essa un luogo acconcio ai tentativi di quei ribaldi, imperocchè il portone e l'uscio della cappella erano rivestiti di ferro; e nel castello dimoravano sempre otto o dieci persone.

— Vengano pure! — diceva il conte Emanuele, che si ricordava d'essere stato colonnello di cavalleria. — Vengano pure e sentiranno che musica! — Ma i malandrini non tennero l'invito, e dopo parecchi mesi di ciarle sul conto loro, non se ne fece più motto.

Gli sposi tornarono nel novembre a Torino, dove stettero a passare l'inverno; ma nella primavera una delle solite malattie del conte Emanuele li richiamò al castello. Cecilia per affetto di figlia, il marito per la formalità delle costumanze domestiche. Nei primi giorni di estate il vecchio potè dirsi risanato; ma stava ancora male in gambe, e non usciva che sulla piazzetta una volta al giorno. Il Cardiana invece era sempre a caccia in quei dintorni, dove pareva che avesse trovato selvaggina confacente ai suoi gusti svariati.

Di questo modo gli sposi vivevano assai poco insieme; anzi notavasi una certa freddezza tra loro, la quale agli ignari poteva parer sussiego e cerimoniale aristocratico, che s'inframmette perfino nelle relazioni matrimoniali. Aveva il Cardiana saputo forse dell'amore di Calisto? Mostrerei di non conoscere gli accorgimenti del buon narratore, se vi dicessi fin d'ora sì, o no.

Cionondimeno, un tal poco di gelosia ci doveva essere sicuramente, di quella gelosia senza ragione che nasce sovente nel cuore dei mariti, i quali hanno molte scappatelle da farsi condonare, e tanto più sono ingiusti quanto più essi medesimi hanno peccato.

Ho più tardi saputo che a Parigi il signor marchesino non era stato molto esemplare nei suoi diportamenti. Di sovente lasciava la moglie sola, per correre attorno con certe sconcie femmine, di cui quella città abbonda, eleganti sirene per le quali ci vorrebbe altro che la cera negli orecchi. La marchesa Cecilia non se ne dolse mai; si dava tutta alla lettura, e quando aveva aspettato un pezzo, se ne andava nella sua camera a coricarsi. E neppure ne aveva scritto al padre: chè forse in cuor suo era contenta di ciò.

Ma torniamo alla Villa Cervia. Un bel giorno, mentre la famiglia era raccolta nel salone, uno dei servi venne a dire al conte Emanuele che da parecchie notti vedeva avvicinarsi al castello un uomo di apparenza sospetta. Fattosi una notte a caso presso il balcone della sua camera che guardava sulla costiera, aveva udito uno strepito come di sassi che ruzzolavano per la china, e, messo fuori il capo a guardare, aveva veduto al chiaror della luna un uomo che saliva su per l'erta, aiutandosi con le mani. Costui, come fu giunto a piè del muro, si fermò e stette un pezzo a guardare in alto; la qual cosa, a parere del servo che lo spiava, significava che l'ignoto studiasse i luoghi, con qualche perverso disegno. Egli non aveva voluto dir nulla, per non destare inutili timori; ma la cosa si era ripetuta le notti seguenti, epperò egli aveva risoluto di parlarne al conte, come infatti faceva in quel punto.

All'udire il racconto del servitore, il conte Emanuele corse subito con la mente ai malandrini che infestavano i dintorni, e comandò si tornasse all'antica vigilanza, che si chiudesse per bene ogni porta ed ogni finestra; al resto avrebbe provveduto egli.

Il marchese di Cardiana non disse nulla; soltanto si contentò di chiedere a che ora della notte venisse l'ignoto, e avutone in risposta che egli capitava sempre intorno al tocco dopo la mezzanotte, non aggiunse più altro.

Poco dopo si diede in tavola, e in quella che il conte stava parlando dei malandrini e del notturno visitatore col parroco don Bernardo, il Cardiana bisbigliò alla moglie che gli era seduta accanto:

— Credete, signora, a tutta questa necessità di precauzioni ed apparecchi di difesa?

— Io? — rispose meravigliata Cecilia. — Che ho da pensarne io? e perchè mi chiedete cotesto?

— Perchè un uomo, — soggiunse il marito, — che viene tutte le notti quassù, da quel lato ove guarda appunto una certa camera che so dir io, mi ha più l'aria di un innamorato che di un ladro. —

La marchesa guardò suo marito con piglio severo, poi chinò gli occhi e non rispose più altro.

— Ma lo scoverò ben io, questo ladro, o innamorato che sia! — aggiunse il Cardiana, parlando sempre sommesso, e coi denti stretti. E ciò detto, anch'egli si tacque.

Giovanni, che stava ad una rispettosa distanza, dietro la sedia della sua venerata padroncina, udì questo breve dialogo, il quale diceva pure tante cose, e tante altre ne spiegava, intorno alle quali il povero servitore da lunga pezza si stillava il cervello.

Egli infatti aveva notato la freddezza del marchese rispetto alla signora, la tranquilla noncuranza di lei quando egli era presente, la sua mestizia consueta, e sopra tutto la pallidezza del suo viso. Nè vuolsi dimenticare che Giovanni sapeva altre cose del passato, di quel tempo avventuroso in cui gli era parso di trapelare una certa simpatia della giovinetta per il bello e malinconico signorino del Castagneto.

Aiutato da quella acutezza di veduta che dà a certa gente l'affetto, il vecchio servitore intese issofatto che c'era un guaio là sotto e che egli doveva vegliare; che il marchese di Cardiana sarebbe uscito quella notte medesima e che egli doveva seguirlo.

Il suo conto fu presto fatto. Alle undici del pomeriggio egli non s'era per anche coricato, e girandolava nel cortile. Il marchese di Cardiana non stette molto a scendere dal suo appartamento, vestito di tutto punto, con due pistole alla cintola e il suo consueto scudiscio nel pugno.

Parve meravigliarsi della presenza di Giovanni a piè delle scale, e gli chiese che cosa facesse.

— Veglio, signor marchese. Il discorso di quest'oggi mi ha messo in pensiero. Anche lei (scusi, illustrissimo) si dà questo fastidio?...

— Oh no! io debbo uscire. Aprimi il portone, poichè ti trovo qui, e dammi la chiave. Riaprirò io stesso, ritornando. —

Il buon famiglio obbedì, senza parlare, poichè a lui pure premeva molto di uscire. Quando il Cardiana fu partito, egli fece la mostra di chiudere il portone e lo riaperse tosto. Dopo alcuni minuti anch'egli era fuori, e in quella che il marchese aveva voltato a destra, egli voltò a sinistra, rasentando il bastione, per andare sulla costiera, alle spalle del castello.

XX.

Giovanni, tuttochè ci avesse i suoi sessanta suonati, era uomo di tempra gagliarda e d'animo prode, come quegli che si ricordava anco lui d'essere stato soldato, sotto il comando del conte Emanuele. Perciò quella gita notturna incontro ad un ignoto pericolo non gli metteva paura, sebbene egli fosse inerme. D'altra parte le mezze parole del Cardiana alla moglie erano penetrate nell'animo del vecchio servitore come una meteora luminosa nel buio della notte, e gli davano ben altro a considerare che il rischio della vita.

Andò rasente al bastione, e, come fu giunto presso al torrione che era nel fondo e formava uno degli angoli di quell'edifizio quadrato, cominciò a salire con passo guardingo la costiera dei roveri, la quale girava alle spalle del castello, appigliandosi ad ogni albero, ad ogni cespuglio che gli venisse sotto le mani.

Gli alti muraglioni, interrompendo i raggi della luna, gittavano una grand'ombra su quella boscaglia, e a lui davano agio d'inoltrarsi senza tema di essere veduto. Ma come giunse a pari del lato posteriore dell'edifizio, gli convenne andare più lento e curvo della persona, perchè la costiera era tutta rischiarata e soltanto quegli alberelli lo potevano nascondere un tratto.

Dove il rovereto cominciava a diradarsi, Giovanni si fermò addirittura e stette ad origliare; ma senza che gli venisse fatto di udire il più lieve rumore. Dov'era il Cardiana? Certamente egli era appostato dall'altra banda, guardingo ed attento al pari di lui, sebbene con altri propositi.

Giovanni non si muoveva, non fiatava nemmeno, pari ad una di quelle sentinelle morte che stanno all'avamposto, di rincontro al nemico.

Forse mezz'ora era durato quell'aspettare, quando gli parve di sentir muovere le frasche e quel noto strepito di rami che si piegano al passare di un uomo, o di un animale fra mezzo a loro.

Tese allora lo sguardo e l'orecchio. Un uomo appunto saliva per la costiera, poco lontano da lui.

L'ignoto, che teneva una via diagonale su per l'erta, non si addiede della presenza di Giovanni, il quale per altro s'era vieppiù fatto piccino nell'ombra di un cespuglio, e lo stava guardando, ma senza poter conoscere i lineamenti del suo viso, che non guardava in alto, ed era per giunta ombreggiato dalla falda di un largo cappello tra il contadinesco e il cittadino.

Quando fu giunto a piè del muro, lo sconosciuto si fermò, e, appoggiata la persona al tronco di un albero, stette a guardare in alto, verso il torrione di destra, cioè dalla parte opposta a quella dov'era il vecchio famiglio.

In quella parte del muro, sulla quale teneva fisi gli occhi lo sconosciuto, si apriva una finestra della camera della marchesa Cecilia. Era la camera nella quale aveva vissuto fanciulla, e che ella amava tenere per sè; e mentre quella del marito guardava a mezzogiorno, la sua, che veniva dopo altre due o tre stanze, era appunto sull'angolo, ed aveva una finestra a mezzogiorno, l'altra alle spalle del castello a ponente.

Pareva che l'ignoto sapesse benissimo queste cose, poichè era quello il termine e lo scopo della sua faticosa passeggiata notturna. Il silenzio era perfetto per la campagna, e non si udiva che un lieve stormir di fronde allo spirar della brezza e il monotono canto del grillo, nascosto fra l'eriche della collina.

Questa scena muta durò un bel tratto.

— Che fa il marchese di Cardiana? — pensava intanto il servitore. — E come va che non esce dal suo nascondiglio? —

Ma il Cardiana non era uscito ancora per le sue buone ragioni. Egli aspettava, per vedere se la finestra così attentamente guardata dallo sconosciuto si aprisse. Ma la sua aspettazione non ebbe frutto, e ben se ne avvide, al muoversi che fece quell'altro, per ritornarsene in giù. Allora sbucò fuori da un cespuglio, per contendergli il passo.

Giovanni, dal luogo dove stava rannicchiato, vide quell'atto repentino e tremò tutto quanto, sebbene immaginasse che quello era il Cardiana, e ne aspettasse la comparsa. Ma egli è pur noto che i più animosi non sanno custodirsi da un certo sgomento, allorchè sotto i loro occhi incomincia una lotta.

— Che fate voi qui? — gridò il marchese, balzando al cospetto dello sconosciuto, con lo scudiscio nel pugno e l'altra mano alla cintola.

L'altro si fermò, e diede addietro col capo, in atto di meraviglia; indi, dopo una breve pausa, rispose:

— Quel che mi pare. La campagna è libera per tutti, mi sembra.

— No; — soggiunse il marchese; — voi siete in casa mia.

— Lo dite troppo presto, signor marchese Alberto di Cardiana. Aspettate almeno che il conte Emanuele sia morto.

— Egli è mio suocero; dovete saperlo; e se egli fosse qui, come ci sono io, non farebbe diverso da quello che io faccio, e scaccerebbe il signor Calisto Caselli dalla sua terra.

— Lo credo, lo credo. Ed io me ne andrei via sollecito, se non avessi l'uso di non andarmene mai da un luogo, nel quale mi si parla con quel piglio arrogante che voi, signor marchese, adoperate con me. —

Dopo queste parole si fece un po' di silenzio, durante il quale stettero ambidue a guardarsi, combattuti dallo sdegno che minacciava prorompere.

Il marchese di Cardiana fu allora il primo a parlare.

— Che fate voi qui? Che cosa volete? Tutte le notti vi si vede quassù, intento a guardare quella finestra, ostinato, importuno, come eravate a Parigi. Credete forse che io non vi abbia veduto, colà, ronzar di continuo intorno alla mia abitazione, seguire i nostri passi, per cercar sempre gli sguardi della donna che porta il mio nome, nelle passeggiate, ai teatri, da per tutto? Se io non ho potuto farvi pentire allora della vostra audacia, perchè temevo lo scandalo, vi pensate forse che io vi abbia concessa la impunità? Qui siete in casa mia, e state spiando quella finestra. Aspettavate che la dama dei vostri pensieri si affacciasse al davanzale, per gittarle un fiore o bisbigliarle una dolce promessa?

— Badate, signor marchese! — gli rispose con piglio severo il Caselli. — Voi calunniate la donna che porta il vostro nome. Siete un codardo.

— Bravo! — disse in cuor suo il vecchio Giovanni, a quella difesa eloquente della sua padroncina.

Ma la sua gioia ebbe poca durata. Appunto a quelle parole, lo scudiscio del marchese di Cardiana aveva fischiato per aria ed era andato con impeto a percuotere il viso di Calisto.

V'ebbe allora un istante in cui Giovanni credette che que' due uomini si sarebbero avventati l'uno sull'altro con la rabbiosa furia di due belve sdegnate.

E infatti Calisto aveva alzato le mani e preso lo slancio; ma si rattenne, sebbene a stento, e, con voce da cui trapelava il più fiero corruccio, disse al suo nemico:

— Marchese! Credevo che i pari vostri non adoperassero lo scudiscio, se non per stimolare le loro cavalcature, e per i galantuomini avessero il coraggio di riserbare la punta di una spada, o la canna di una pistola.

— Non dico di no, — rispose l'altro con alterigia. — Io non mando cartelli di sfida che ai miei pari; gli insolenti di più bassa levatura uso castigarli a questo modo. Ma se volete sapere di più, eccovi servito. Io vado quasi ogni mattina a caccia. Domani, per esempio, esco sull'alba, e passo co' miei cacciatori da quella parte là, verso la _Scogliera_. È un bel luogo; e c'è appunto un rialzo di terreno dove mancano affatto gli alberi, e da dove io sto quasi sempre a contemplare il nascere del sole, mentre la comitiva mi precede nei boschi. Ho sempre, come ora, le mie pistole alla cintola; e se c'è qualcuno a cui piaccia di assaggiarne....

— Basta, basta! — interruppe Calisto. — Ci sarò; non dubitate; e sarà l'ultima levata di sole che io vi lascerò contemplare. —

Con queste parole ebbe fine il dialogo. Il marchese di Cardiana diede una crollata di spalle alla minaccia del suo nemico, e si allontanò da quella parte dond'era venuto; Calisto, a sua volta, si fece con passo misurato a discendere la costiera.

Anche Giovanni aveva pensato a togliersi dal suo nascondiglio e tornarsene al castello; ma vedendo Calisto così vicino a sè, non seppe resistere al desiderio di parlare col signorino; epperò tenne un sentieruolo, per cui s'andava ad incontrarlo in un tal punto, dove il Cardiana, anco se fosse rimasto al suo posto sull'alto, non avrebbe potuto vederli, nè udirli.

Colà giunto, con voce sommessa si fece a chiamarlo per nome. Calisto si volse tra turbato e sdegnoso a quell'improvvisa chiamata, ma tosto riconobbe il vecchio servitore, e allora gli si fe' incontro a sua volta, stendendogli la mano.

— Dio mio! — esclamò Giovanni, in quella che stringeva commosso la mano del giovine. — Che cos'è avvenuto egli mai!

— Tu hai veduto tutto? — gli chiese Calisto.

— Tutto, tutto; veduto ed udito. Oh Dio mio! ed ora Ella si batterà....

— Sì, Giovanni; ma questo è il meno, e non è da pensarci su più che tanto. È uno dei molti fastidi della vita, e piacesse al cielo che fosse anche l'ultimo! Ma dimmi, la contessina che fa?... —

E qui, senza neppure dar tempo alla risposta, il giovine proseguì sollecito:

— Tu hai bene udito ogni cosa, Giovanni? Io, la contessina Cecilia non l'ho veduta mai più, dal mio viaggio di Parigi in poi; nè più le ho parlato dal giorno di quell'ultimo colloquio che ebbi col conte Emanuele, qui sulla loggia del castello. Però, tu lo vedi; egli, il marito, l'ha calunniata, quella nobilissima tra tutte le creature; l'ha vilmente calunniata.

— Oh, lo so, signorino, lo so! — rispose con accento affettuosamente concitato il vecchio servitore di Villa Cervia. — Ella poi fa molto bene a chiamarla sempre la contessina. Neppur io ho potuto mandarlo giù, quel nuovo titolo che è venuto dal suo matrimonio.

— Bravo, Giovanni! Tu dunque ti ricordi di me? Mi ami ancora un poco?

— E come no, signorino? Io non ho mica il cuore fatto come tanti altri, io! Ella ha avuto torto a tornare; lo lasci dire a me, che ho un tantino di esperienza, ha avuto torto. Ma, in fin dei conti, quali torti non hanno scusa dall'amore?

— Grazie, Giovanni. Vedi, non ho saputo resistere. Non ho potuto vincere il desiderio, la necessità di avvicinarmi a questi luoghi, a respirare la medesima aria che ella respira. —

Qui venne una lunga conversazione, sebbene molto scucita, tra i due, in quella che Calisto proseguiva la sua strada. Il vecchio servitore accompagnò Calisto fino al Castagneto, dove que' buoni fittaiuoli avevano dato due delle loro stanzucce al signorino, nel quale essi scorgevano il loro antico padrone. Colà il giovine innamorato aveva raccolte le cose sue, povero, senza speranze, senza un disegno formato per il futuro, e in quella stanzuccia passava le intere giornate, consacrando le notti alle sue tristi passeggiate fino alle spalle del castello, e in tutti quei luoghi che gli ricordassero un saluto, una stretta di mano, un sorriso della donna amata.

Tutte queste cose seppe Giovanni da lui, e, quando lo lasciò, per tornarsene al castello, aveva gli occhi gonfi di lagrime, e andava ripetendo tra sè: povero signorino! povero signorino! E questo fu il pensiero che lo accompagnò fino al giaciglio solitario, quando, entrato per l'uscio della cappella, di cui con provvido consiglio aveva recata seco la chiave, si fu chiuso nella sua cameretta.

Alla dimane non potè ritenersi dal dire ogni cosa alla marchesa Cecilia. Il marito era andato a caccia, annunziando che sarebbe tornato il giorno dopo; e Giovanni, trovatala sola un tratto, le narrò tutto per filo e per segno.

La marchesa Cecilia lo ascoltò con molta attenzione, interrogandolo ad ogni momento su cento particolari; nè per allora disse altro che potesse chiarire a Giovanni quali fossero i disegni che la tenevano sovra pensieri.

XXI.

L'alba era appena sul rompere, e Calisto era già alla posta sul ripiano della _Scogliera_.

Il marchese di Cardiana non istette però molto a giungere, dopo aver detto ai cacciatori, ch'erano di brigata con lui, andassero pure innanzi, ed egli li avrebbe raggiunti un quarto d'ora dopo, in un certo punto del bosco.

I due avversari si videro, e appena il Cardiana fu giunto egli pure sul ripiano, ambedue cavarono le pistole, senza scambiare una parola, e nemmeno un saluto.

Cotesto almeno fu argomentato da due persone, le quali salivano in fretta un sentieruolo alle spalle della _Scogliera_, ed avevano veduto, fin da quando erano alle falde dell'erta, la persona di Calisto spiccare là in cima come un'ombra nello spazio azzurrognolo. I due viandanti mutavano i passi con molta sollecitudine, sperando giungere in tempo lassù.

Da alcuni movimenti di Calisto, si accorsero che l'avversario doveva esser giunto al ritrovo. Raddoppiarono la corsa affannosa; ma in quella che si avvicinavano alla meta, si udì improvvisamente uno sparo. Calisto era rimasto in piedi.

Che cosa era avvenuto? Come furono giunti anch'essi a pari del ripiano, trovarono il Caselli esterrefatto, con lo sguardo fiso, il capo scoperto per il moto convulsivo di una mano che era corsa alla fronte in atto di spavento, e la pistola impugnata dall'altra. Dieci passi più oltre era il marchese di Cardiana, disteso a terra, con la tempia forata.

Pallida, scarmigliata, anelante, la donna (imperocchè voi già avrete inteso che l'uno dei due accorrenti era una donna, e appunto la marchesa Cecilia, accompagnata dal vecchio servitore) giunse accanto al corpo disteso del marito.

— Ah! gridò ella con accento disperato. — Sono giunta ancora troppo tardi. Voi l'avete ucciso!

— Io, signora?... — rispose Calisto, e stette come uno smemorato a guardarla. Egli non sapeva che dire; il colpo repentino, la caduta dell'avversario, senza che egli neppure avesse montato il grilletto della pistola, e l'improvvisa venuta della marchesa Cecilia, lo avevano sbalordito. Quando si riebbe si avvicinò a lei, e facendole vedere la sua pistola carica:

— Signora marchesa, — soggiunse, — vostro marito mi aveva insultato, e ci eravamo dati la posta quassù, perchè uno di noi due non avesse a tornarne vivo. Ma io, come vedete, non ho neppure sparato il mio colpo....

— Che dite voi mai? —

Ma in quella che Cecilia volgeva questa dimanda a Calisto, fu udito uno strepito di persone accorrenti, e poco stante cinque uomini armati di tutto punto balzarono fuori dai cespugli della macchia vicina. Il primo di costoro era un uomo dal volto truce, il quale rideva sgangheratamente.

Calisto allora riconobbe il Bruno, il capo di masnadieri, e ne pronunziò il nome con dolorosa maraviglia.

— Sì, il Bruno! — rispose il malandrino. — Ah voi non credevate, signor Caselli, di trovarmi da queste parti, e vi dispiacerà che io vi abbia vinto la mano. Ma che volete? Anche noi ci abbiamo le nostre vendette da fare, e, poichè siamo povera gente perseguitata, abbiamo il diritto della precedenza su chicchessia. Sicuro, bella signora, che mi guardate con quell'aria sgomentata, come se io fossi la befana; questo signorino che è qui sforacchiato, mi paga certi suoi amorazzi con Maddalena, una sgualdrina la quale si era dimenticata un tantino della nostra persona, e che noi abbiamo già trattato come si meritava.

— Bruno, — disse Calisto, — io non entro nei fatti vostri con quell'uomo che è morto. Ma voi avete fatto assai male a vendicarvene oggi, poichè si crederà che voi siate stato il mio complice, mentre io in quella vece vi conosco appena per essermi imbattuto qualche volta nelle vostre scorribande notturne.

— No, per Dio! — rispose l'altro, con quel suo feroce sogghigno. — Vi farei troppo onore a lasciar credere che fossimo stati di balla in questo negozio. Eravate uno spiantato a cui non si sarebbe potuto togliere il becco di un quattrino, quando io vi ho veduto per la prima volta. Sapevo dei vostri amori notturni da pipistrello e dei vostri sdegni; vi ho proposto, da buon compare, di aiutarci un tratto in un certo colpetto un po' delicato, lasciando a voi la vostra parte di bottino, quella appunto per cui ronzavate tutte le notti intorno ad una certa rocca munita; voi non vi siete sentito da tanto. E che cosa ne avete guadagnato, dalla vostra dappocaggine? Un colpo di scudiscio sul viso. Oh, io ho veduto anche questo. Il Bruno, già lo sapete, si trova in molti luoghi, dove non lo si aspettava punto; qui verbigrazia! —

Mentre questo dialogo durava tra i due, la marchesa Cecilia, con la fronte china, le braccia prosciolte, rassomigliava alla statua del dolore. Vi hanno di certe donne alle quali per nessuna cosa si scema il pregio della bellezza, anzi appaiono dieci cotanti più belle in quei momenti di scompiglio della persona, nei quali una signora non ama farsi scorgere dalla gente. La marchesa Cecilia, col suo viso pallido, i suoi capelli scomposti, appariva sempre più bella, e tutti que' malandrini la divoravano con gli occhi.

— Signora, — le disse Calisto, poi che il masnadiere ebbe finito, — perdonatemi! Avete udito da quest'uomo a qual partito mi trovassi, e come questo duello fosse necessario. Io, poi, non ho neppur macchiate le mani del sangue di vostro marito; ma so tuttavia di essere come un uomo morto per voi. Il destino ha voluto così, e sia. Concedetemi almeno un'ultima grazia, quella di accompagnarvi fino al castello. —

Il giovane, come avrete già indovinato, parlava a quel modo per far uscire da quelle angustie la marchesa. Ma quello che egli presentiva avvenne; le sue parole fecero ridere da capo il masnadiere.

— Che cosa? — interruppe egli. — E le spoglie del vincitore? Ho studiato _umanità_, io, e so che i guerrieri dei tempi antichi portavano le spoglie.... aiutatemi a dire.... le spoglie.... basta, non mi ricordo la parola, ma so benissimo la cosa; e queste spoglie fo conto di prenderle. Un giorno vi ho proposto di lasciarle a voi, queste medesime spoglie; non avete voluto, e tanto peggio per voi. —

E così dicendo, si fece innanzi per afferrare la donna, la quale, per un moto istintivo, andò a gittarsi nelle braccia di Calisto, a cui non aveva fino a quel punto rivolto lo sguardo. Ma così avviene in tutti i momenti supremi della vita, che il male maggiore, il più urgente, fa dimenticare il minore, e la giovane sventurata, che non avrebbe più mai guardato in volto, anche amandolo nel profondo del suo cuore, il nemico di suo marito, gli si gettò nelle braccia, chiedendo al nobile affetto del giovane un aiuto contro gli assalti brutali di quella bordaglia.

Calisto avea già tutta considerata la gravità del pericolo, e riconosciuta la necessità di operare gagliardo. Accolse Cecilia e la strinse nel braccio sinistro; poi, senza dir motto, aggiustò la canna della pistola che gli era rimasta tra mani contro il petto del Bruno, e la palla di Calisto trapassò il cuore del masnadiere.

— Ah cane! — gridò egli, e cadde irrigidito.

Ma con la morte di Bruno non era salvata Cecilia. I quattro malandrini che lo accompagnavano saltarono furibondi su Calisto. Giovanni, tuttavia, non istava con le mani alla cintola. Egli aveva già adocchiata la pistola che era accanto al cadavere del Cardiana; afferrarla, e spararla a bruciapelo nel volto del primo malandrino che ardì accostarsi alla sua padroncina, fu un punto solo.

Erano ancora tre gli assalitori, ed armati; eglino soli, a tempestarli di quasi inutili colpi col calcio delle pistole scariche. Fu una lotta terribile e disperata, degna del pennello di Salvator Rosa, se pure è lecito in cosiffatti supremi momenti fermarsi a guardare l'effetto pittoresco di una scena come quella che i primi raggi del sole illuminavano sul ripiano della Scogliera.

— Uccidetemi! — gridò Cecilia a Calisto, con accento supplichevole. — Uccidetemi, anzi che lasciarmi in balìa di costoro. —

Al giovane, quelle sconsolate parole non facevano che accrescere il furore di quella disperata difesa. Il braccio e il petto gli grondavano sangue per i colpi toccati dai coltelli dei tre superstiti; anche Giovanni portava i segni sanguinosi della lotta, ed ambedue, più feroci che mai, rispondevano agli assalti, senza sperare di trarre a salvamento la sventurata Cecilia.

I malandrini, ai quali premeva di avere la donna, non avevano ancora messo mano alle pistole, e continuavano a lavorar di punta, certi che quella resistenza era sul punto di finire. Ma essi avevano fatto i conti senza quella brigata di cacciatori che accompagnavano il marchese di Cardiana, e che, non vedendolo giungere, si erano rifatti sui loro passi per andarlo a cercare. Costoro udirono i colpi di pistola; ma, lontani com'erano, giunsero in tempo appena per guastare il disegno a quei tre ribaldi.

All'improvviso apparire dei cacciatori, questi ultimi dovettero darsi alla fuga, non senza aver dapprima sparate le loro pistole sulla preda che sfuggiva loro di mano.

Guardatevi dalla freccia del Parto fuggente! dicevano gli antichi. L'ultimo colpo dei masnadieri fu per la bellissima donna. Invano, al giungere dei cacciatori, Calisto e Giovanni respirarono, e invano si volsero a consolare la vedova marchesa di Cardiana. Ella pareva svenuta, e così a prima giunta credettero che fosse; ma il sangue, che le gocciava dal seno poco sotto la clavicola, li fece accorti della tristissima verità.

Dirvi qual senso facesse quella vista sull'animo loro, è inutile; chè voi di leggeri argomenterete essere stato un momento di terribile angoscia per ambedue. Sgomentati, immemori delle loro ferite, si tolsero la donna morente fra le braccia e presero la via del castello.

Quei due uomini, i soli che avessero veramente e profondamente amata la castellana di Villa Cervia, quantunque di un amore tanto diverso l'uno dall'altro, erano stati i soli a difenderla; erano i soli a trasportarla, muti ed anelanti, affratellati in un medesimo dolore, in una medesima speranza. E la speranza indovinerete qual fosse: era la speranza che quella divina creatura non avesse a morire.

Io non vi starò a descrivere con quanto disperato dolore fosse accolto il mesto corteo dal conte Emanuele. Ricordo lo scultore greco che finse un velo sul capo di Agamennone, quando ebbe ad effigiarlo testimone del sacrificio della figlia.

La sventurata donna fu adagiata sul suo letto, e il padre gli stava accanto, interrogando dello sguardo il medico del paesello, chiamato in fretta a Villa Cervia. E come seppe che non c'era più speranza di salvarla, il povero padre rimase immobile e triste a vedersi, come un tronco d'albero percosso dalla folgore.

Appena ebbe ricuperato i sensi, Cecilia chiese del suo difensore, che fu introdotto, lacero, insanguinato e cadente com'era. Calisto non parlava, non piangeva, non muoveva neppur gli occhi; pareva, ed era infatti, istupidito da tutte le repenti scosse di quella fiera catastrofe. Cionondimeno, alla vista della moribonda, che egli aveva così fortemente amata, gli scintillarono gli occhi, e corse a buttarsi ginocchioni al suo capezzale.

Cecilia gli rese grazie del suo ardimento, e lo pregò che si calmasse; egli non essere cagione della sua morte, bensì il disegno da lei fatto di correre alla Scogliera, nello intento di impedire il duello. Poi gli chiese perdono per tutto ciò che la casa sua gli aveva fatto patire, e che ella sentiva di essere chiamata ad espiare con la sua morte.

La poveretta si moriva, ed era lei che consolava i viventi! Al padre che si pentiva amaramente, tra i singhiozzi e le carezze disperate di non averla fatta contenta, lasciando in disparte i pregiudizi sociali, ella rispose dolcemente:

— Non vi dolga, padre mio, di quello che è stato fatto. Così ha voluto il cielo. Voi avete operato come un buon padre il quale intende di provvedere alla felicità dei suoi figli. Io ho amato quest'uomo senza dirvelo; ecco la mia colpa; e l'amo ancora adesso; ma adesso non è più colpa, poichè sono sul punto di morire. —

Furono le sue ultime parole. La bionda castellana di Villa Cervia spirò, dopo aver ricevuto il bacio ultimo di suo padre, ed il primo di Calisto Caselli.

Questi mise un grido disperato appena fu morta; poi non parlò più, non pianse, non diede altro segno del suo dolore. L'infelice era impazzito.

XXII.

Qui il bravo don Luigi, parroco di M...., pose fine al suo racconto, che inumidì più volte le ciglia al dotto carabiniere.

— Voi narrate con un garbo meraviglioso, — diss'io, — e nel correre del vostro discorso vi dimenticate perfino.... scusate....

— Che cosa? Vorreste dire che mi dimentico di esser prete?

— Non dico già questo; ma mi parete uomo da aver fortemente sentito gli affetti, e lo fate nobilmente scorgere a chi vi ascolta.

— Eh, figliuol mio, — rispose con molto candore il parroco, — tutti contiamo le nostre; ora io faccio il prete e tiro innanzi. Mi saranno forse uscite di bocca delle massime poco ortodosse; altre faranno a calci con certune che professo di presente; ma voi, che capite certe stranezze del cuore, le metterete sul conto della umana natura, della quale ha sentenziato Sallustio....

— Lasciamo Sallustio nel suo scaffale, — interruppi io, — e narratemi invece dove andò a parare il mio povero Calisto.

— Calisto? Non ve l'ho detto? era impazzito. Il conte Emanuele, pochi giorni dopo, lasciò il castello, e si ridusse a vivere gli ultimi anni della sconsolata sua vita in Torino. Il povero pazzo, che non aveva tetto nè letto, fu ricoverato presso gli Scolopii di Carcare, dove attendeva ad umili uffici. Per lunga pezza stette tranquillo, e, salvo l'ostinata sua taciturnità, non mostrava quasi di aver perduta la ragione.

Ma venne un giorno che i gravi sintomi di una monomania religiosa si manifestarono in lui; e fu allorquando egli narrò pubblicamente di essere stato l'amante riamato di santa Cecilia, vergine e martire. La cosa, come potete facilmente credere, fece chiasso, e se n'ebbe a commuovere tutto il collegio.

Che eragli avvenuto? Lo seppe, o per meglio dire, lo indovinò il rettore, quando si fu accorto che da mesi parecchi il Caselli non aveva altro in mano che le _Vite dei Santi_ e non leggeva altra vita che quella di santa Cecilia.

Era questo il nome della sventurata Castellana di Villa Cervia, e l'epiteto di santa lo aveva avuto dalla immaginosa riverenza di quei terrazzani. Lascio pensare a voi come quel poveretto, che aveva il cervello in volta, si mettesse tutto quanto in quella lettura, fino al segno di confondere la martire cristiana con la donna uccisa nelle sue braccia.

La sua pazzia, come vedete, seguiva un indirizzo più certo che non quella di tanti altri sventurati, i quali si son fitti in capo di essere, quale il Padre Eterno, quale lo Spirito Santo, Napoleone, o Carlomagno. E Dio sa che faticoso lavoro si facesse in quell'anima ottenebrata; che lenta cristallizzazione di concetti, per giungere fino a quella creazione fantastica che egli vi ha narrata in Genova! Il Cardiana diventò Valeriano; la contessina una martire del cristianesimo; il Bruno s'ingigantì e si scempiò nei due personaggi di Almaco e di Trebazio; l'organo e il cembalo furono il nesso logico, o, se vi piace, illogico della sua mesta allucinazione.

Il Caselli stette qualche anno a Carcare, e pareva risanato. Di tratto in tratto si rifaceva da capo con la narrazione; poi ricadeva nello scemo. Un bel giorno volle andarsene via, e seppi più tardi che si era dato a girare il mondo con un certo suo arnese sgangherato in forma di cembalo. Il resto lo sapete voi.

— Poveretto, — dissi io, asciugando una lagrima. — Egli è più sventurato di tutti gli altri che non sono più; imperocchè egli vive e porta il suo dolore, assiduo compagno, adagiato, come un despota solitario, in quella parte di sè, dove prima albergava la ragione. E così Dio voglia metter fine ai suoi mali, come egli ha diritto a riposarsi, dopo tanti travolgimenti affannosi.

FINE.

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.